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Vizio di mente

Sommario

Inquadramento | L'infermità mentale e la malattia | La rilevanza scientifica delle malattie mentali: i manuali diagnostici | Le conseguenze del vizio di mente | Aspetti processuali | Vizio di mente e provvedimenti cautelari | Casistica |

Inquadramento

Nessuno è punibile se non è colpevole, nessuno è colpevole se non è imputabile.

 

Non è imputabile chi, al momento in cui ha commesso il fatto, non era capace d'intendere e di volere (art. 85 c.p.): il vizio di mente interrompe la catena della responsabilità penale.

Quando chi «nel momento in cui ha commesso il fatto» si trova «per infermità, in tale stato di menteda escludere la capacità d'intendere e di volere» (art. 88 c.p.), non è imputabile e, quindi, non è punibile ma laddove se ne accerti la pericolosità sociale vanno adottate nei suoi confronti misure di sicurezza personali.

Per escludere la responsabilità penale (personale) non è sufficiente, in tema di imputabilità, accertare l'esistenza di una malattia mentale dell'imputato ma occorre verificare la, concreta e rilevante, incidenza della stessa sulla capacità di intendere e di volere.

 

In evidenza

Il vizio di mente, difatti, può anche essere parziale – comportando, in punto di pena, una diminuzione della stessa –, quando chi ha posto in essere il fatto «era, per infermità, in tale stato di mente da scemare grandemente, senza escluderla, la capacità d'intendere e di volere» (art. 89 c.p.)

 

Imputabilità, intesa come capacità d'intendere e di volere, e colpevolezza, intesa come coscienza e volontà di porre in essere il fatto penalmente illecito, non si sovrappongono e agiscono su piani concorrenti e potenzialmente complementari, sebbene la prima, intesa come primo anello della responsabilità (personale) penale, va accertata propedeuticamente alla seconda, di cui ne costituisce “accesso”.

Gli articoli 88 e 89 c.p. altro non rappresentano che la specifica puntualizzazione del più generale principio della imputabilità in quanto, unitamente ad altri, ne fondano e ne circoscrivono la portata normativa ed empirica: se, da un lato, è affidato alle scienze il compito di individuare il requisito bio-psicologico a mezzo del quale il soggetto può ritenersi comprenda e recepisca il precetto normativo e la connessa sanzione punitiva, dall'altro, sarà il Legislatore a tradurre i dati forniti dalle prime per fissarne i contenuti di rilevanza giuridica.

Tra le cause di esclusione, o diminuzione, della imputabilità, il vizio di mente (totale/parziale) costituisce una delle condizioni di natura patologica da non confondere, anche per le diverse conseguenze che ne derivano, con quelle di natura fisiologica (v. art. 97 c.p.: infraquattordicenni; art. 98 c.p.: infradiciottenni) e quelle di natura tossica (v. artt. 91 e ss. c.p.: intossicazione da alcool o da sostanze stupefacenti).

L'infermità mentale e la malattia

Prima ancora della valutazione dell'incidenza sulla capacità di intendere e di volere va affrontata la questione interpretativa sul se la definizione di infermità, utilizzata dall'art. 88 c.p., equivalga, ovvero no, a quella di malattia.

A un primo orientamento, di natura giurisprudenziale, rigorosamente restrittivo e rassicurante – secondo cui l'infermità deve essere sempre riconducibile a una patologia clinica oggettivamente riscontrabile e classificata per tale sotto il profilo medico – se ne contrappone altro, (poi fatto proprio, da Cass. pen., Sez. unite, n. 9163/2005) che considera rilevanti, sotto il profilo dell'imputabilità, non solo le rigide classificazioni medico-psichiatriche bensì anche tutti quei disturbi della personalità non inquadrabili “canonicamente” in parametri scientifici predeterminati ma tali da incidere, per consistenza, gravità ed intensità, sulla capacità d'intendere e di volere del soggetto, sempre che venga verificato il nesso eziologico tra gli stessi e la condotta posta in essere.

Secondo questa impostazione, la malattia mentale non racchiude integralmente il concetto di infermità, che assume connotazioni più ampie, bensì va oltre il perimetro di tale categoria.

Può dirsi, quindi, senz'altro, superata una concezione unitaria della malattia essendosi affermata una definizione integrata della stessa che comporta, come diretta conseguenza, una metodologia necessariamente mirata a calare tale concetto nel caso specifico.

È, del resto, la stessa definizione codicistica a non menzionare il concetto di malattia riconducendo ogni ragionamento in merito a essa all'alterazione dello stato di mente: è su quest'ultimo, (in tale stato di mente), quindi, che va misurata l'imputabilità.

Non è, quindi, l'infermità in sé a rilevare bensì lo stato di mente dalla stessa determinato a incidere sulla capacità di intendere e di volere dell'agente, tanto da escluderla ovvero farla scemare grandemente.

Il concetto di infermità, in definitiva, non è del tutto sovrapponibile a quello di malattia risultando oggettivamente più ampio e comportando, anche, che non sono alla stessa riconducibili solo le manifestazioni morbose aventi basi anatomiche e/o organiche.

Del resto, in dottrina, si è avuto modo di sottolineare che «non interessa tanto che la condizione del soggetto sia esattamente catalogabile nel novero delle malattie elencate nei trattati di medicina, quanto che il disturbo abbia in concreto l'attitudine a compromettere gravemente la capacità sia di percepire il disvalore del fatto commesso, sia di recepire il significato del trattamento punitivo».

La rilevanza scientifica delle malattie mentali: i manuali diagnostici

Le due grandi classificazioni delle malattie mentali riconducono al Manuale Diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV) – redatto dall'American Psychiatric Association – e all'ICD-10 – adottato dagli Stati membri dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.

I principali disturbi mentali vengono catalogati in diciassette classi diagnostiche, tra cui quella avente a oggetto l'autonoma categoria dei disturbi della personalità.

Anche a questi ultimi può essere riconosciuta la natura di infermità purchè venga accertato, in una «necessaria collaborazione tra giustizia penale e scienza», che essi incidano significativamente sul funzionamento dei meccanismi intellettivi o volitivi del soggetto tanto da proporsi come cause idonee ad escluderne, o grandemente scemarne, la capacità di intendere e di volere.

Le conseguenze del vizio di mente

Se il reato è stato commesso da soggetto che, al momento del fatto, non era imputabile, il giudice, stante il totale vizio di mente, pronuncia sentenza di assoluzione (art. 530, comma 1, c.p.p.) e nei casi previsti dalla legge applica le misure di sicurezza (comma 4).

Se il reato è stato, invece, commesso da soggetto la cui capacità, al momento del fatto, era grandemente scemata il giudice, stante il parziale vizio di mente, pronuncia sentenza di condanna e «applica la pena e le eventuali misure di sicurezza» (art. 533, comma 1, c.p.p.).

Nell'applicare la pena, in caso di vizio parziale di mente, il giudice tiene conto del disposto di cui all'art. 65 c.p. che sancisce la sostituzione della pena dell'ergastolo con quella della reclusione da venti a ventiquattro anni e, in tutti gli altri casi, la diminuzione della sanzione ritenuta in misura non eccedente il terzo.

Il parametro generale, dettato dall'art. 533, comma 1, c.p.p. ai fini della pronuncia di condanna, e compendiato nella formula al di là di ogni ragionevole dubbio, ha a oggetto tutte le componenti del giudizio e, «pertanto, anche la capacità di intendere e di volere dell'imputato, il cui onere probatorio non è attribuito all'imputato, quale prova di una eccezione, bensì alla pubblica accusa» (Cass. pen., Sez. I, n. 9638/2016).

L'applicabilità delle misure di sicurezza personali – richiamata espressamente dalle, rispettive, formule di cui agli artt. 530 e 533 c.p.p. – è strettamente connessa alla sussistenza della (accertata) pericolosità sociale del soggetto e alla rigorosa valutazione della intensità della stessa: a quest'ultima corrisponde una gradualità applicativa di cui il giudice deve tenere conto al di fori di ogni automatismo di scelta e di durata.

In sede di udienza preliminare – sempre che in quest'ultima il giudizio non trovi definizione a mezzo di un rito alternativo – «a seguito della modifica dell'art. 425 c.p.p., introdotta con l'art. 23 della legge 479 del 1999, deve ritenersi ricompresa nella disposizione normativa secondo cui il giudice può pronunciare sentenza di proscioglimento nei confronti di persona non punibile per qualsiasi causa anche l'ipotesi di difetto di imputabilità per incapacità di intendere e di volere, a condizione che non debba essere applicata una misura di sicurezza personale, in considerazione dell'assenza di pericolosità sociale».

Le misure di sicurezza personali possono essere detentive o non detentive: quelle detentive trovano esecuzione presso apposite strutture residenziali socio-sanitarie – ora in sostituzione dell'ospedale psichiatrico giudiziario e della casa di cura e custodia – denominate Residenza per l'esecuzione della misura di sicurezza (Rems).

 

Aspetti processuali

Nel corso del processo tutte le volte in cui il soggetto non è capace di parteciparvi coscientemente il giudice, previo specifico accertamento peritale – artt. 70 e 71 c.p.p. – lo sospende con ordinanza sempre che non debba essere pronunciata sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere.

Di recente, - a mezzo della legge 103/2017 -, l'intera materia della capacità dell'imputato di partecipare coscientemente al processo è stata rivisitata.

Mentre, in precedenza le sospensioni del processo nei confronti di soggetti non in grado di parteciparvi coscientemente entravano, tutte, in un limbo processuale sine die, – con la creazione dei cd. eterni giudicabili e le perizie che venivano rinnovate, periodicamente, ogni sei mesi –, ora la sospensione del processo è stata subordinata alla sussistenza della ulteriore condizione della reversibilità della patologia.

Con l'introduzione dell'art. 72-bisc.p.p., difatti, quando, a seguito degli accertamenti peritali previsti dall'art. 70 c.p.p., viene certificata la irreversibilità della incapacità dell'imputato di partecipare coscientemente al processo, il giudice, – eventualmente revocando la precedente ordinanza di sospensione –, “pronuncia sentenza di non luogo a procedere o di non luogo a procedere”, fatti salvi i casi in cui, in presenza della pericolosità sociale, debba provvedersi all'applicazione di una misura di sicurezza personale.

Vizio di mente e provvedimenti cautelari

Nei confronti di un soggetto capace di partecipare coscientemente al processo ma il cui stato di mente appare tale da rendere necessaria la cura nell'ambito del servizio psichiatrico – art. 73 c.p.p. –, è previsto che il giudice (o nei casi di urgenza il pubblico ministero) informi l'autorità amministrativa competente per l'adozione delle misure previste dalle leggi sul trattamento sanitario ovvero, laddove necessario, provveda direttamente al ricovero provvisorio “in idonea struttura del servizio psichiatrico ospedaliero”.

 

Per i soggetti che, al momento della constatazione di tale situazione, si trovino già in stato di custodia cautelare quest'ultima deve trovare necessaria trasformazione nelle forme di cui all'art. 286 c.p.p. - (custodia cautelare in luogo di cura).

Le misure di sicurezza personali trovano applicazione anche in via provvisoria (artt. 312 e ss. c.p.p.) in qualunque stato e grado del procedimento: vi provvede il giudice, (con ordinanza), su richiesta dell'ufficio del pubblico ministero.

A differenza di quanto accadeva in precedenza anche le misure di sicurezza personali sono ora soggette a limiti di durata in quanto, a seguito dell'entrata in vigore della legge 81 del 30/5/2014, esse, pur restando avulse dal regime di fase previsto per le misure cautelari perosnali, non possono superare quale durata la pena sancita per il reato in relazione al quale hanno trovato applicazione, pena da calcolare nella sua massima estensione edittale.

Casistica

Perizia psichiatrica: valutazione e durata

In tema di valutazione della perizia psichiatrica, sviluppandosi l'iter diagnostico dei periti attraverso due operazioni successive, connesse e interdipendenti in relazione al risultato finale, cioè la percezione dei dati storici ed il successivo giudizio diagnostico fondato sulla prima, il giudice deve discostarsi dalle conclusioni raggiunte quando queste si basano su dati fattuali dimostratisi erronei che, viziando il percorso logico dei periti, rende inattendibili le loro conclusioni (Cass. pen., Sez. I, 24082/2017)

 

L'infermità mentale non costituisce uno stato permanente ma ava accertata in relazione alla commissione di ciascun reato e, conseguentemene, non può essere ritenuta sulla sola base di un precedente proscioglimento dell'imputato per totale incapacità di intendere e di volere in altro procedimento (Cass. pen., Sez. II, 21826/2018)

Perizia psichiatrica: rito abbreviato

La richiesta di perizia psichiatrica per l'accertamento di eventuali vizi di mente, totali o parziali, non è in astratto inconciliabile con il rito abbreviato, la cui ammissione presuppone che l'imputato abbia la piena capacità d'intendere e di volere; spetta, tuttavia, al giudice la valutazione delle risultanze processuali, ivi compresa la richiesta di giudizio abbreviato quale atto personale incompatibile con l'esistenza di vizi di mente, per apprezzare, con giudizio insindacabile in sede di legittimità, la meritevolezza della richiesta di perizia psichiatrica (Cass. pen., Sez. III, n. 55301/2016).

Imputabilità: patteggiamento

In tema di patteggiamento, il giudice è tenuto ad accertare d'ufficio la capacità d'intendere e di volere dell'imputato e la sua capacità di stare in giudizio di talché è invalido l'accordo negoziale qualora emerga, anche successivamente all'emissione della sentenza, che l'imputato non aveva tali capacità al momento in cui ha espresso la sua volontà (Cass. pen., Sez. VI, n. 38454/2017).

Vizio parziale e dolo

Il riconoscimento della diminuente del vizio parziale di mente è pienamente compatibile con la sussistenza del dolo, poiché l'imputabilità, quale capacità d'intendere e di volere, e la colpevolezza, quale coscienza e volontà del fatto illecito, costituiscono nozioni autonome ed operanti su piani diversi, sebbene la prima, quale componente naturalistica della responsabilità, debba essere accertata come priorità rispetto alla seconda (Cass. pen., Sez. VI, 47379/2011).

Abnormità psichiche

In tema di imputabilità, esula dalla nozione di infermità mentale il gruppo delle cosiddette “abnormità psichiche”, come nevrosi d'ansia o reazioni a “corto circuito”, che hanno natura transitoria e non sono indicative di uno stato morboso, inteso come ragionevole alterazione della capacità di intendere e di volere, sicchè non è in grado di incidere sulla imputabilità del soggetto che ne è portatore (Cass. pen., Sez. I, n. 23295/2014).

Vizio parziale e recidiva

Non sussiste incompatibilità tra la recidiva ed il vizio parziale di mente, in quanto quest'ultimo non impedisce di rinvenire nella condotta dell'agente l'elemento soggettivo del dolo (Cass. pen., Sez. VI, 27086/2017).

Vizio parziale e aggravante dei motivi abietti o futili

Non sussiste, sul piano astratto, alcuna incompatibilità tra il vizio parziale di mente e la circostanza aggravante di cui all'art. 61, comma primo, n. 1, cod. pen. in quanto i motivi abietti o futili non costituiscono in sé una costante e diretta estrinsecazione della infermità per la quale la capacità di intendere e di volere può risultare grandemente scemata. Il giudizio di compatibilità deve essere svolto tramite un apprezzamento della situazione sottoposta in concreto al giudice di merito (Cass. pen., Sez. V, 13515/2017)

Revisione

Va annullata l'ordinanza della Corte d'Appello che dichiara inammissibile l'istanza di revisione del processo, avanzata in ragione di una perizia psichiatrica effettuata in diverso procedimento, che aveva riconosciuto il vizio totale di mente dell'imputato in epoca antecedente alla commissione del fatto oggetto dell'istanza di revisione (Cass. pen., Sez. VI, 28267/2018)

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