Bussola

Verbale e verbalizzazione

11 Dicembre 2015 |

Sommario

Inquadramento | La documentazione degli atti | Le forme di verbalizzazione | Le tecniche di documentazione dell’atto | I soggetti titolari della funzione documentativa | Il contenuto del verbale | La sottoscrizione | La verbalizzazione nella fase delle indagini preliminari | Segue. L'annotazione | La verbalizzazione nella fase dibattimentale | La nullità dei verbali | Guida all'approfondimento |

Inquadramento

Gli atti del procedimento penale devono essere documentati affinché, anche a distanza di tempo, nell’ambito della stessa fase del processo ovvero in fasi o gradi successivi se ne possa conservare traccia (A. Galati, Gli atti, in D. Siracusano – A. Galati – G. Tranchina – E. Zappalà, Diritto processuale penale, II, Milano, 2001, p. 312).

Tale documentazione è disciplinata, in via generale, nel titolo III del libro II del codice di procedura penale.

Tuttavia, essa non è onnicomprensiva e va integrata con disposizioni specifiche.

In particolare, la documentazione degli atti è disciplinata dall’art. 420, comma 4,c.p.p. per l’udienza preliminare, dagli artt. 480, 481, 482, 483, 510 c.p.p. per l’udienza dibattimentale, dall’art. 559, comma 2, c.p.p. per il procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica, e dall’art. 666, comma 9, c.p.p. per il procedimento di esecuzione.

La documentazione degli atti

Dalla documentazione va distinto il documento che, sebbene non espressamente definito dal codice, è possibile configurare come qualsiasi rappresentazione di fatti, persone, o cose che sia  contenuta su base materiale e che sia stata redatta al di fuori del procedimento penale.

Viceversa, perché una rappresentazione di fatti, persone o cose mediante la scrittura, la fonografia, la cinematografia ed ogni altro mezzo costituisca documentazione occorre che sia stata redatta da un soggetto del procedimento e per fini del procedimento, presupposti che devono sussistere contemporaneamente.

L’atto del procedimento va, poi, identificato nell’atto che persegue le finalità del procedimento e che è compiuto da uno dei soggetti legittimati, e cioè il giudice, il pubblico ministero, la polizia giudiziaria (o i loro ausiliari) ed i difensori.

In conclusione, mentre la documentazione rappresenta atti processuali compiuti da soggetti di quel procedimento nel quale la documentazione è effettuata, il documento ha ad oggetto esclusivamente gli atti compiuti fuori del procedimento nel quale il documento è acquisito.

La documentazione va distinta anche dalla esternazione dell’atto.

Infatti, mentre quest’ultima, che può essere orale, scritta o gestuale, costituisce il mezzo attraverso il quale l’autore dell’atto lo manifesta e lo rende conoscibile allorché lo compia, la documentazione rappresenta lo strumento attraverso cui un atto viene inserito e conservato nella sequenza procedimentale, affinché giudice e parti possano controllarne la regolarità ed averne memoria ai fini delle decisioni che dovranno adottare in primo grado e, soprattutto, nei giudizi di impugnazione (G. P. Voena, Atti, in Compendio di procedura penale, a cura di G. Conso – V. Grevi – M. Bargis, Padova, 2014, p. 215).

Le forme di documentazione previste dal vigente codice di rito penale sono il verbale, l’annotazione  e la riproduzione fonografica e audiovisiva.

Le forme di verbalizzazione

L’art. 134 c.p.p. stabilisce che alla documentazione degli atti si proceda mediante verbale. La norma non contiene una definizione di verbale, pur indicandone i tratti salienti, di guisa che è possibile  affermare che esso sia un atto dichiarativo volto a riprodurre e a descrivere gli atti e gli avvenimenti ai quali assiste il suo autore.

Peraltro, in virtù della formulazione dell’art. 2699 c.c. secondo cui l’atto pubblico è il documento redatto, con le richieste formalità, da un notaio o da un altro pubblico ufficiale autorizzato ad attribuirgli pubblica fede nel luogo dove l’atto è formato, è possibile ritenere che, sebbene manchi una definizione di verbale nel quadro del codice di procedura penale, esso configuri a tutti gli effetti un atto pubblico (S. Signorato, Sub art. 134, in Commentario breve al codice di procedura penale, a cura di G. Conso – G. Illuminati, Padova, 2015, p. 451) e costituisca la modalità di documentazione degli atti del giudice.

 

Orientamenti a confronto

Secondo parte della dottrina, la disciplina dettata dall’art. 134 c.p.p. si applica soltanto agli atti del giudice, mentre la documentazione degli atti compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria, nell’ambito delle indagini preliminari è disciplinata dagli artt. 373 e 357 c.p.p.

Tuttavia, secondo altri la documentazione degli atti disciplinata dal titolo III del libro II del codice di procedura penale ha valenza generale e, quindi, può essere applicata a tutti gli atti del procedimento penale.

In particolare, con riferimento agli atti del pubblico ministero, la conclusione sarebbe confermata dalla disciplina contenuta nell’art. 373, comma 2, c.p.p., in virtù del quale il verbale va redatto secondo le modalità previste nel titolo III del libro II del codice di rito penale. In merito agli atti della polizia giudiziaria, invece, la disciplina generale relativa alla documentazione degli atti si applicherebbe in virtù del rinvio contenuto nell’art. 357, comma 3, c.p.p. secondo cui il verbale deve essere redatto con le modalità previste dall’art. 373 c.p.p., norma cha a sua volta rinvia alle modalità documentative previste nel Titolo II del Libro III del codice di rito penale. Infine, in relazione alla assunzione di informazioni, ad opera del difensore, l’art. 391-ter c.p.p. stabilisce che si osservano le disposizioni contenute nel titolo terzo del libro secondo in quanto applicabili.

 

Il verbale può essere redatto in forma integrale o riassuntiva.

Tuttavia, atteso che può essere qualificato come integrale soltanto il verbale che rappresenti letteralmente e fedelmente quanto si svolge in presenza del pubblico ufficiale che lo redige, secondo certa dottrina il verbale integrale potrebbe riferirsi soltanto agli atti dichiarativi, mentre le operazioni, implicando una attività di mediazione tra realtà e descrizione, dovrebbero essere formalizzate attraverso verbale riassuntivo (G. Conti, Forme di documentazione, forme di verbalizzazione e strumenti di documentazione: alcune precisazioni a margine di una sentenza della Corte costituzionale, in Cass. pen., 1991, II, p. 91).   

Escluse talune fattispecie per le quali è richiesta la riproduzione integrale dell’atto (si vedano artt. 481, comma 2, 494 e 510 c.p.p.), la scelta tra le due forme è rimessa al giudice.

 

In evidenza

La Corte costituzionale ha chiarito che, alla luce dei criteri espressi nella legge delega, deve essere mantenuta sempre in capo al giudice, in relazione alle concrete esigenze processuali, la possibilità di scegliere tra documentazione integrale e riassuntiva (Corte cost. 3 dicembre 1990, n. 529).

 

Mentre il verbale in forma integrale rappresenta fedelmente e nella sua interezza gli atti compiuti alla presenza del pubblico ufficiale che lo redige, quello in forma riassuntiva riproduce soltanto le parti essenziali della attività svoltasi alla presenza del pubblico ufficiale redigente.

Le tecniche di documentazione dell’atto

Dalle forme di redazione dell’atto vanno distinte le tecniche di documentazione, che attengono agli strumenti con i quali l’atto viene riprodotto.

Il codice di procedura penale prevede la stenotipia o altro strumento meccanico ovvero, nel caso in cui sia impossibile il ricorso ad essi, la scrittura manuale.

Il verbale può essere redatto anche con modalità elettronica.

In tal caso va qualificato come esistente e valido anche se non è stata effettuata la successiva stampa (Cass. pen, Sez. VI, 4 dicembre 2013, Gullo ed altro, in C.E.D. Cass., n. 258294).

Anche il verbale riassuntivo può essere redatto con la stenotipia o altro strumento meccanico. Tuttavia, di solito, si ricorre alla scrittura manuale sia perché l’impiego della stenotipia risulta particolarmente difficile, sia perché la riproduzione fonografica, che si accompagna alla verbalizzazione riassuntiva è in grado di assicurare la funzione documentativa.

In virtù dell’art. 134, comma 3, c.p.p., quando il verbale è redatto in forma riassuntiva é effettuata anche la riproduzione fonografica, di guisa che venga garantita una riproduzione fedele e completa. Tuttavia, non si tratta di una regola assoluta, giacché l’art. 140, comma 1, c.p.p. prevede che al verbale redatto in forma riassuntiva non si accompagni la riproduzione fonografica quando gli atti da verbalizzare hanno contenuto semplice o limitata rilevanza ovvero quando si verifica una contingente indisponibilità di strumenti di riproduzione o di ausiliari tecnici (Trib. Napoli, 10 gennaio 1990, in Cass. pen. 1990, II, p. 49)

 

Casistica

Cass. pen., Sez. VI, 3 dicembre 2013, n. 1517

Allorché vi sia discordanza tra il verbale redatto in forma riassuntiva e quello stenotipico non soccorre un criterio assoluto di prevalenza dell’uno o dell’altro ma occorre rifarsi ad un principio flessibile che tenga conto delle diverse situazioni del caso concreto e la valutazione effettuata dal giudice di merito in ordine alla maggiore affidabilità di uno dei due documenti, ove adeguatamente argomentata, non è sindacabile in sede di legittimità.

Cass. pen., Sez. I, 1 febbraio 2012, n. 13610

Quando è disposta la verbalizzazione riassuntiva in assenza dei presupposti previsti ex art. 140, comma 1, c.p.p. richiesti, non si versa né in una ipotesi di nullità né di inutilizzabilità.

Cass. pen., Sez. III, 11 novembre 2010, n. 42505

La mancata trascrizione delle dichiarazioni fonoregistrate rese dai testimoni in sede di esame dibattimentale integra, laddove il verbale redatto in forma riassuntiva rimandi integralmente ad esse, una nullità di ordine generale della sentenza per violazione del diritto di difesa.

Cass. pen., Sez. VI, 5 ottobre 1994, n. 3784

La trascrizione delle registrazioni non soltanto non costituisce mezzo di prova, ma non può neppure identificarsi come una tipica attività di documentazione, fornita di una propria autonomia conoscitiva, rappresentando, esclusivamente, una operazione di secondo grado volta a trasporre con segni grafici il contenuto delle registrazioni. Donde l’ontologica insussistenza, in relazione alle trascrizioni, di un problema di utilizzazione, potendo semmai denunciarsi la mancata corrispondenza tra il contenuto delle registrazioni e quello risultante dalle trascrizioni effettuate.

 

Può, infine, farsi ricorso alla riproduzione audiovisiva – tecnica documentativa del tutto innovativa rispetto al codice di rito penale abrogato – sempre che risulti assolutamente indispensabile, allorché la documentazione del verbale mediante stenotipia, altro strumento meccanico, scrittura manuale o riproduzione fonografica appaia insufficiente.

 

In evidenza

Sembra, invece, che il requisito dell’assoluta indispensabilità appaia in re ipsa nella documentazione di taluni atti investigativi informatici laddove, quindi, la riproduzione audiovisiva assume un ruolo centrale (S. Signorato, Analele Universitătii de Vest din Timisoara, seria Drept, 1, 2014). 

I soggetti titolari della funzione documentativa

Il codice di rito non qualifica come pubblico ufficiale colui che redige il verbale ma si limita  ad indicarlo genericamente con il temine di ausiliario che assiste il giudice.

 

In evidenza

Tale spersonalizzazione dell’attività di verbalizzazione non implica la disapplicazione della normativa generale sul personale addetto alle cancellerie e segreterie giudiziarie, atteso il contenuto dell’art. 1 reg. esec. c.p.p., di guisa che, nella fase delle indagini preliminari, alla redazione del verbale possono provvedere ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria, mentre, in fase dibattimentale, il capo dell’ufficio giudiziario mantiene il potere di sostituire, in caso di mancanza, l’ausiliario con un notaio o con il segretario o vicesegretario comunale (Cass. pen., Sez. IV, 15 febbraio 1995, n. 3021).

Tuttavia, l’assunzione in pubblico dibattimento delle funzioni di cancelliere da parte di un ufficiale amministrativo comunale, non avente qualifica di segretario o di vicesegretario, integra un’ipotesi di irregolarità che è sanata, se non dedotta immediatamente nella stessa udienza dibattimentale (Cass. pen., Sez. V, 3 marzo 1989, n. 12873).

 

In caso di redazione del verbale con mezzi meccanici il codice di procedura penale vigente prevede che il giudice autorizzi l’ausiliario che non possiede le necessarie competenze a farsi assistere da personale tecnico, anche esterno all’amministrazione dello Stato. In tal caso l’attività svolta dal personale tecnico non integra le conoscenze del giudice bensì le competenze dell’ausiliario e, pertanto, si sarebbe in presenza di sub-assistenti di quest’ultimo (F. Cordero, Procedura penale, Milano, 2012, p. 343).  Ma, essendo sfornito di idonee competenze tecniche l’ausiliario non sarebbe in grado di esercitare un opportuno controllo sull’attività di documentazione, mentre in assenza di specifiche previsioni ciò che risulta dal nastro impresso dallo stenotipista non potrebbe ritenersi inutilizzabile.

Venendo alla posizione che assume l’ausiliario di fronte al giudice, sembra che nel corso della verbalizzazione egli rivesta un ruolo autonomo che non si risolve in una collaborazione esteriore ma si sostanzia in una partecipazione formativa e costitutiva relativamente a tutte quelle attività che il giudice non è in grado di compiere da solo. Ne consegue che egli non può ritenersi soggetto imparziale e pertanto non potrebbe assumere l’ufficio di testimone in ordine a fatti di cui sia venuto a conoscenza durante l’attività di verbalizzazione (Cass. pen., Sez. I, 17 gennaio 1994, Tigani, in Cass. pen., 1995, p. 1946).

L’incompatibilità con l’ufficio di testimone sembra, invece, da escludersi in relazione agli adempimenti di carattere meramente strumentale, giacché il compimento di tali attività non sembra compromettere la posizione di imparzialità dell’ausiliario (S. Cavini, L’incompatibilità a testimoniare dell’ausiliario, in Cass. pen., 1995, p. 1946). Del pari, non sussiste la preclusione di cui all’art. 222, lett. e) c.p.p. nei confronti di chi abbia svolto le funzioni di tecnico previste dall’art. 135, comma 2, c.p.p., cioè di assistente dell’ausiliario e non del giudice e venga successivamente incaricato di effettuare la trascrizione della registrazione (Cass. pen., Sez. II, 10 aprile 1994, n. 5386).

 

Casistica

Cass. pen., Sez. I, 11 gennaio 2007, n. 8452

Il verbale riassuntivo che deve necessariamente essere sottoscritto a pena di nullità ai sensi dell’art. 142 c.p.p. dall’ausiliario del giudice, va distinto dalla trascrizione stenotipica delle udienze che deve essere unita agli atti del processo insieme ai nastri; in questo ultimo caso la omessa sottoscrizione da parte del tecnico non è prevista a pena di nullità anche perché è sempre possibile procedere ad una rilettura o trascrizione dei nastri allegati agli atti.

Cass. pen., Sez. III, 24 settembre 2003, n. 40117

In merito alla documentazione degli atti compiuta dal personale tecnico autorizzato dal giudice, se il verbale è redatto in forma stenotipica e alla sua formazione non abbia provveduto l’ausiliario del giudice, bensì un tecnico autorizzato, è sufficiente che esso sia sottoscritto da chi lo ha redatto.

Il contenuto del verbale

Il contenuto del verbale può essere suddiviso in quattro profili: topografico-cronologico, ricognitivo, descrittivo e dichiarativo.

Il profilo topografico-cronologico inerisce a quegli elementi la cui esistenza è essenziale affinché il verbale abbia una sua autonoma collocazione temporale e spaziale. Vi rientrano l’indicazione dell’anno, del mese, del giorno e, quando occorre, dell’ora in cui è iniziata la redazione del verbale e dell’ora in cui il verbale è stato chiuso.

L’ora deve essere precisata soltanto nelle ipotesi in cui l’indicazione è espressamente richiesta, come ad esempio nel caso del verbale di arresto e di fermo, del verbale dell’udienza dibattimentale e del verbale relativo al secondo accesso previsto ai fini della prima notifica all’imputato non detenuto. In ogni caso, la mancata indicazione nel verbale di udienza dell’ora di apertura e di chiusura non è di per sé causa di nullità della procedura, fermo restando che l’udienza non può iniziare in ora diversa da quella stabilita; circostanza, questa, che può essere accertata anche mediante apposita certificazione di cancelleria (Cass. pen., Sez. VI, 14 ottobre 1998, n. 13403).         

Il contenuto ricognitivo afferisce alla menzione delle generalità di tutte le persone intervenute, nonché di quelle assenti, cui deve seguire l’indicazione delle cause dell’assenza, se conosciute.

Tuttavia, secondo la giurisprudenza di legittimità, la mancata precisazione delle generalità del pubblico ministero nel verbale del dibattimento costituisce mera irregolarità, allorché risulti sicura l’effettiva partecipazione. Ciò in quanto la nullità che colpisce il verbale d’udienza, ex art. 142 c.p.p., attiene all’incertezza assoluta in ordine all’intervento dei soggetti che devono partecipare al dibattimento, non alla indicazione nominativa dei partecipanti (Cass. pen., Sez. V, 5 marzo 1998, n. 5770; Cass. pen., Sez. I, 16 aprile 1991, n. 1794).   

Il contenuto descrittivo riguarda la descrizione dell’attività svolta dall’ausiliario.

Il contenuto dichiarativo, infine, si riferisce alle dichiarazioni ricevute dall’ausiliario o da altro pubblico ufficiale che egli assiste.  Per esse è previsto espressamente che debba essere specificato se siano state rese spontaneamente o indotte da una domanda. In quest’ultimo caso dovrà essere verbalizzata anche la domanda, allo scopo di consentire al giudice di valutare se il quesito sia stato eventualmente posto in termini suggestivi, così come il verbalizzante dovrà precisare se il dichiarante  abbia dettato la dichiarazione oppure abbia consultato note scritte. E ciò al fine di garantire, in termini elevati, la fedeltà e l’integralità della documentazione.      

L’art. 109, comma 2, c.p.p. stabilisce che gli atti del procedimento penale sono compiuti in lingua italiana.

Eccezioni sono ammesse per i cittadini italiani appartenenti ad una minoranza linguistica, giacché qualora questi richiedano di essere interrogati o esaminati nella madrelingua, i verbali relativi saranno redatti in tale lingua.

L’osservanza della disposizione è prevista a pena di nullità.

La sottoscrizione

Il verbale dovrà essere sottoscritto dallo scrivente, dalle persone intervenute e dal giudice. La sottoscrizione avviene con scrittura manuale, mediante apposizione del nome e del prenome del sottoscrittore alla fine del documento. In casi particolari, come quello previsto dal comma 1 dell’art. 137 c.p.p., la firma deve essere apposta alla fine di ogni foglio.

Per firma deve intendersi anche un segno grafico (iniziali o sigla) che non sia agevolmente decifrabile, purché sia idoneo, anche con il concorso di altri elementi desumibili dall’atto stesso, ad identificarne il soggetto che era tenuto ad apporre la sua firma (Cass. pen., Sez. II, 9 febbraio 2007, n. 7951; Cass. pen., Sez. VI, 22 maggio 1997, n. 3513; Cass. pen., Sez. I, 5 aprile 1991, n. 6535).

Tuttavia, alla luce del principio di tassatività delle nullità, rilevato che non integra la sanzione processuale ogni inosservanza delle formalità indicate dall’art. 137 c.p.p., il verbale dovrà ritenersi invalido allorché la firma del pubblico ufficiale manchi nell’ultima pagina dell’atto e non su ogni foglio come stabilito dall’art. 137 delcodicedi procedura penale (Cass. pen., Sez. I 16 febbraio 2001, n. 15546; e, più di recente, Cass. pen., Sez. V, 20 gennaio 2011, n. 1740).

In questa prospettiva, la giurisprudenza di legittimità ha ritenuto inammissibile il ricorso col quale si deduca violazione dell’art. 137 in relazione all’art. 606 assumendo che sul verbale di udienza – nella specie redatto nel giudizio direttissimo – figuri solo la sottoscrizione in calce di tutti i soggetti indicati e non su ogni foglio, donde non sussiste il vizio dell’atto con la conseguente caducazione delle determinazioni ivi contenute per il principio della tassatività delle cause di nullità tra le quali non è prevista l’inosservanza di tutte le formalità indicate dall’art. 137 (Cass. pen., Sez. II, 9 novembre 1990, n. 8341).

Del pari, a nulla rileva che le sottoscrizioni siano presenti nell’originale del verbale e non anche nelle copie depositate presso la cancelleria.    

In ogni caso, secondo la giurisprudenza di legittimità, dal combinato disposto degli artt. 134, 480, 481, 483 c.p.p. si desume che, benché il dibattimento sia un complesso unitario di attività processuali, allorquando esso si articoli in più udienze, deve essere redatto per ciascuna di esse un verbale dotato di propria rilevanza ed autonomia, sicché la relativa validità va accerta in riferimento ad ognuno dei suddetti verbali, non essendo sufficiente la sottoscrizione dell’ultimo di essi da parte del segretario che li abbia redatti. Sono pertanto affetti da nullità relativa ai sensi dell’art. 142 c.p.p. i verbali di udienza privi della sottoscrizione del pubblico ufficiale redigente, Tale nullità è suscettibile di sanatoria per accettazione degli effetti dell’atto ex art. 183, comma 1, lett. a) del codice di rito penale.

Diversa è la disciplina dettata per il verbale del dibattimento.

Infatti, ai sensi dell’art. 483, comma 1, c.p.p., sarà sufficiente la sottoscrizione del solo ausiliario che ha compilato il verbale, mentre il giudice monocratico o il presidente del tribunale in composizione collegiale dovranno limitarsi alla apposizione del visto.

La sottoscrizione del verbale redatto in forma stenotipica è disciplinata espressamente dall’art. 50 disp. att. c.p.p., che prevede due possibilità: se il verbale è redatto contestualmente la sottoscrizione deve avvenire ad opera di ciascun verbalizzante, per la parte di rispettiva competenza, mentre nel caso in cui la redazione sia differita il relativo nastro è sottoscritto dai soli verbalizzanti.

Pertanto, destinatario dell’obbligo di sottoscrizione è colui che, ausiliario o tecnico autorizzato, abbia redatto effettivamente il verbale.

L’impiego della stenotipia per le operazioni di documentazione implica che il verbale venga trascritto in caratteri comuni. Il soggetto che dovrà compiere tale operazione è colui che ha impresso i nastri ovvero, nel caso in cui risulti impedito, un’altra persona, anche estranea all’amministrazione dello Stato, purché idonea a compiere l’attività in parola.

Gli obblighi di trascrizione previsti dagli artt. 137 c.p.p. e 50 disp. att. c.p.p. non si applicano alle operazioni di secondo grado rispetto alle attività di documentazione vera e propria, quali le trascrizioni dei nastri stenotipici.

La trascrizione, ai sensi dell’art. 138 c.p.p. va compiuta entro il giorno successivo a quello in cui i nastri impressi con caratteri della stenotipia sono stati formati ma l’eventuale ritardo nel deposito della trascrizione rispetto al termine stabilito ex lege non integra una causa di nullità, essendo facoltà della parte interessata richiedere un temine allo scopo di verificare la corrispondenza tra il contenuto della trascrizione e quello della registrazione. La richiesta di un termine, infatti, costituisce una facoltà discrezionale della parte, alla stessa non vietata, anche se non espressamente prevista dalla legge. Ovviamente, la trascrizione, in quanto operazione di secondo grado, non è fornita di una propria autonomia conoscitiva e, in quanto attività meramente riproduttiva (e quindi fungibile), non può essere qualificata alla  stregua di un documento e conseguentemente di un mezzo di prova. 

La verbalizzazione nella fase delle indagini preliminari

La documentazione delle attività di indagine preliminare compiute dal pubblico ministero o dalla polizia giudiziaria sono distintamente disciplinate.

Le modalità di documentazione si distinguono  a seconda della  rilevanza degli atti e del loro regime di utilizzazione in sede processuale.

Per le forme di documentazione che il pubblico ministero potrà adottare la previsione codicistica è chiara: l’art. 373 c.p.p. opera una bipartizione tra atti tipici caratterizzati per il loro regime di utilizzazione privilegiata, tra i quali sono ricompresi denunce, querele, istanze orali, interrogatori, confronti, ispezioni, perquisizioni, sequestri, sommarie informazioni, ed accertamenti tecnici, ed atti cosiddetti generici, destinati ad un uso circoscritto ai fini delle contestazioni in sede dibattimentale.

Per la prima categoria è previsto l’obbligo di redazione del verbale in forma integrale o, in alterativa, in forma riassuntiva con il supporto della riproduzione fonografica secondo le modalità previste nel titolo III del libro II del codice di procedura penale.

Per la seconda categoria è ritenuto sufficiente il solo verbale redatto in forma riassuntiva o, in taluni casi, la semplice annotazione.

La diversità con la disciplina generale degli artt. 134 ss. c.p.p. appare evidente laddove quest’ultima prevede la regola generale della verbalizzazione in forma integrale alla quale si può derogare in determinati casi con la redazione in forma riassuntiva, mentre per il pubblico ministero la verbalizzazione integrale costituisce una forma straordinaria di garanzia rispetto alla  regola del verbale riassuntivo (E. Rocchi, Verbali e verbalizzazione, in Dig. disc. pen., Agg. III, t. II, Torino, 2005, p. 1758).

Un profilo ermeneutico inerisce alle forme del verbale prescritto per gli atti elencati nel predetto art. 373 del codice di rito penale.

Il richiamo integrale alle norme che disciplinano l’attività documentativa potrebbe indurre a ritenere che anche per tali atti sia possibile ricorrere alla verbalizzazione riassuntiva non supportata dalla contestuale riproduzione fonografica, qualora, come previsto dall’art. 140 c.p.p., l’atto da verbalizzare abbia contenuto semplice o limita rilevanza.

D’altronde, secondo l’orientamento della giurisprudenza di legittimità, nessuna sanzione processuale è prevista per il caso di verbale redatto in deroga all’art. 134, comma 3, c.p.p. o in assenza dei presupposti di cui all’art. 140 comma 1, dello stesso codice (Cass. pen., Sez. VI, 10 dicembre 2009, n. 1400). A tal proposito, viene osservato che, ad opera della giurisprudenza di legittimità, si assiste ad una vera e propria deregulation in materia di documentazione degli atti, che sembra annullare l’impostazione del codice, governata da una precisa razionalità e coerenza sistematica (G. Spangher, La pratica del processo penale, II, Padova, 2012, p. 137).

Tuttavia, la circostanza che l’art. 373, comma 3, c.p.p. limita la verbalizzazione in forma riassuntiva agli atti cosiddetti generici, sembra implicitamente vietare l’impiego di tale forma di verbalizzazione per le attività elencate nell’art. 373, comma 1, del medesimo codice.

La verbalizzazione contestuale o immediatamente successiva, qualora ricorrano insuperabili circostanze, da indicarsi specificatamente, che impediscono la documentazione contestuale, può essere effettuata sia dall’ausiliario che assiste il pubblico ministero che da un ufficiale di polizia giudiziaria.

L’attribuzione in via esclusiva della redazione del verbale degli atti compiuti dal pubblico ministero durante le indagini preliminari all’ufficiale giudiziario o all’ausiliario che assiste il pubblico ministero ha fatto sorgere dubbi circa la sorte del verbale di interrogatorio redatto personalmente dal pubblico ministero senza la presenza dell’ausiliario.

 

Orientamenti a confronto

Ad un primo orientamento della giurisprudenza di merito, che, secondo un approccio rigorosamente formalistico, aveva ritenuto che si fosse in presenza di un atto inesistente (Corte d’Assise di La Spezia, 25 novembre 1995, Rakkab, in Giur. it., 1997, II, c. 32), è seguito il più recente e costante orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo cui la mancata compilazione da parte dell’ausiliario costituisce una mera irregolarità formale e non sussiste alcuna ipotesi di nullità del verbale (Cass. pen., Sez. III, 4 dicembre 2008, n. 1264).

 

Altro profilo critico è rappresentato dalla compatibilità con il sistema della documentazione degli atti di indagine di omissioni presenti nei verbali.

 

Casistica

Cass. pen., Sez. I, 24 marzo 2009, n. 29970

Nel giudizio abbreviato è formalmente utilizzabile il verbale delle dichiarazioni rese de relato dal collaboratore di giustizia nel quale sia stata oscurata l’indicazione delle fonti delle informazioni riferite, ma in tal caso le dichiarazioni devono essere considerate alla stregua di indizi a ridotta idoneità inferenziale, ai quali può riconoscersi capacità dimostrativa soltanto nella misura in cui si inseriscano in un quadro probatorio univoco, che, complessivamente considerato, consente di escludere anche la loro falsificazione.

Cass. pen., Sez. I, 21 gennaio 2009, n. 5991

Il pubblico ministero è pienamente legittimato a selezionare, con ampia discrezionalità sottratta a controllo, tra gli atti di indagine in suo possesso, quelli da sottoporre alla cognizione del giudice.

Cass. pen., Sez. II, 7 giugno 2007, n. 26226

In caso di trasmissione al tribunale del riesame di verbali di dichiarazioni poste a fondamento della richiesta cautelare, nei quali non compaiono, perché sostituiti con “omissis”, i nomi delle persone che hanno reso le dichiarazioni, è stato affermato che non sussiste la violazione dei diritti difensivi perché non è impedito il contraddittorio relativo all’entità e alla rilevanza degli elementi e degli indizi posti alla base del procedimento impugnato.

Cass. pen., Sez. I, 17 giugno 2005, n. 25589

I verbali degli atti di indagine trasmessi a sostegno di una richiesta di misura cautelare, seppure presentino cancellature di parti del loro contenuto, sono utilizzabili nei contenuti palesi anche nell’eventuale sede di riesame, non avendo il pubblico ministero il dovere di trasmettere i verbali delle indagini nella loro integralità e potendo così inviare semplici stralci dei verbali o oscurare una parte del contenuto con “omissis”, a tutela del segreto investigativo che non impedisce lo sviluppo del contraddittorio.

 

Segue. L'annotazione

L’annotazione rappresenta una sommaria descrizione degli atti documentati ed integra una forma di documentazione meno garantita di quella ordinaria riservata agli atti generici caratterizzati da contenuto semplice o di limitata rilevanza (A. Nappi, Documentazione degli atti processuali, in Dig. disc. pen., vol. IV, Torino, 1990, p. 165).

Quale modalità di documentazione particolarmente informale, a differenza del verbale redatto in forma integrale o riassuntiva, non ha l’attitudine a far fede del proprio contenuto.

La differenza appare evidente sul piano probatorio.

Infatti, l’atto documentato attraverso il verbale è strutturalmente predisposto per fornire la prova del fatto storico percepito dal pubblico ufficiale e, quindi, può essere utilizzato nel corso dell’esame del teste a fini contestativi, l’annotazione, invece, è intrinsecamente inidonea ad essere utilizzata per le contestazioni dell’esame del teste cui essa si riferisce, atteso che non contiene una dichiarazione a lui legalmente riferibile (G. Locatelli, La documentazione degli atti di indagine del p.m. e delle investigazioni difensive, in Cass. pen., 1997, p. 591).

 

Casistica

La giurisprudenza di legittimità ha escluso che possa qualificarsi come mera annotazione e non invece come verbale, utilizzabile quindi ai fini delle contestazioni previste dall’art. 500 c.p.p., l’atto con il quale la polizia giudiziaria aveva raccolto delle dichiarazioni dopo il ricovero in ospedale della persona offesa, la cui mancata sottoscrizione, peraltro, era stata giustificata con le precarie condizioni in cui detta persona, al momento, si trovava (Cass. pen., Sez. I, 24 giugno 1999, n. 8219).

 

La documentazione degli atti ad iniziativa della polizia giudiziaria avviene ordinariamente mediante annotazione, costituendo il verbale, in merito a tali atti, una forma eccezionale di documentazione, alla quale si ricorre solo nei casi espressamente previsti.

Mediante annotazione si procede alla documentazione degli atti anche quando il pubblico ministero abbia delegato la polizia giudiziaria e gli atti da documentare siano di contenuto semplice o di limitata rilevanza.

Negli altri casi, viceversa, si dovrà procedere alla documentazione mediante verbale giacché la polizia giudiziaria agisce quale longa manus del pubblico ministero (E. Rocchi, Verbali e verbalizzazione, cit., p. 1758).

Per gli atti che descrivono fatti o situazioni compiuti prima che il pubblico ministero abbia impartito le direttive per lo svolgimento delle indagini come si evince dall’art. 357, comma 2, lett. f), c.p.p., la documentazione dovrebbe avvenire sempre nella forma del verbale.

In particolare, il verbale è previsto in relazione a quegli atti di polizia giudiziaria che possono incidere sulla libertà personale o che sono destinati ad essere utilizzati direttamente o mediante le contestazioni in dibattimento.

 

In evidenza

In ogni caso, l’obbligo di redigere il verbale delle attività di cui all’art. 357, comma 2, c.p.p. non impone anche la redazione di un  autonomo verbale per ciascuna delle attività svolte specie ove vi sia una contestualità di tempo e di luogo, non essendo ciò prescritto da alcuna disposizione di legge.

D’altronde, salvo particolari disposizioni di legge, il verbale è nullo quando non risultano individuate le persone intervenute (o vi è incertezza al riguardo) (Cass. pen., Sez. VI, 16 aprile 2012, n. 28133), ovvero quando manca la sottoscrizione del pubblico ufficiale che lo redige. Al di fuori di questi casi, vale il criterio pragmatico dell’idoneità dell’atto al conseguimento dello scopo, che si deve ritenere soddisfatto ogni volta in cui la documentazione adottata in concreto consenta l’individuazione delle fonti di prova. Pertanto, l’inosservanza dell’obbligo di verbalizzazione, nell’ipotesi in cui si sia proceduto ad una diversa forma di documentazione, non impedisce, secondo la giurisprudenza di legittimità, l’introduzione dell’atto nel fascicolo del pubblico ministero ed è utilizzabile ai fini cautelari e per il rinvio a giudizio, sebbene in nessun caso sia suscettibile di utilizzazione nel dibattimento, essendo richiesto, in tale fase, il rispetto della forma di documentazione di cui all’art. 357, comma 2, del codice di procedura penale (Cass. pen., Sez. III, 8 ottobre 1997, Mangiolfi, in Riv. pen., 1998, p. 196).

 

L’art. 115 disp. att. c.p.p. stabilisce il contenuto minimo dell’annotazione, disponendo che essa debba indicare l’ufficiale o l’agente di polizia giudiziaria che ha compiuto l’attività di indagine, il giorno, l’ora e il luogo in cui le attività sono state eseguite, la enunciazione succinta del loro risultato, nonché le generalità o altre indicazioni utili all’identificazione dei soggetti da cui la polizia giudiziaria abbia assunto informazioni o di cui si sia avvalsa per il compimento degli atti.

In relazione al contenuto e non alla tipologia del documento in cui è rappresentato va valutata l’irripetibilità di un atto.

Pertanto, costituiscono atto irripetibile le annotazioni di polizia giudiziaria e cioè i documenti sui quali vengono annotate giornalmente le condotte criminose osservate nel corso delle indagini (Cass. pen., Sez. IV, 29 ottobre 1999, n. 6504).

Dal contenuto l’annotazione sembrerebbe riproporre la relazione di servizio, ma tra di esse intercorre una differenza fondamentale: l’annotazione mira a documentare l’attività compiuta, la relazione di servizio è volta ad informare altri dell’attività svolta.

Tuttavia, l’art. 357, comma 1, c.p.p. stabilisce che la polizia giudiziaria annota secondo le modalità ritenute idonee ai fini delle indagini, anche sommariamente, tutte le attività svolte, comprese quelle dirette alla individuazione delle fonti di prova

 

Orientamenti a confronto
Sulla base di tale norma la giurisprudenza di legittimità ha ritenuto utilizzabile, sotto forma di testimonianza de relato, una relazione di servizio – redatta da un agente di polizia giudiziaria infiltrato all’interno di una organizzazione criminale – nella parte in cui essa faceva riferimento con citazioni testuali, a dichiarazioni rese dai presenti, atteso che, in tal caso, l’agente di polizia, anche per salvaguardare la propria incolumità personale, era stato costretto a tenere celata la propria qualità, non potendo, perciò, in alcun modo, procedere alla verbalizzazione nelle forme di rito (Cass. pen., Sez. VI, 26 marzo 1997, n. 1444). Nello stesso senso, ma con riferimento a dichiarazioni assunte ex art. 351, comma 1-bis, c.p.p., Cass. pen., Sez. I, 30 giugno 1999, n. 4582. Sul punto, cfr., anche, Cass. pen., Sez. Un., 28 maggio 2003, n. 36747, che ha precisato come le informazioni assunte, ex art. 351 c.p.p., vadano sempre documentate mediante verbale, aggiungendo che il divieto della testimonianza indiretta della polizia giudiziaria copre non solo le dichiarazioni regolarmente acquisite, ma anche quelle che si sarebbero dovute acquisire con le modalità di cui all’art. 351; per converso, potrebbero essere oggetto di una testimonianza de relato della polizia giudiziaria e documentabili mediante annotazione, le dichiarazioni rese da terzi e percepite dalla polizia giudiziaria al di fuori di uno specifico contesto procedimentale di acquisizione delle stesse

Del pari, è stata ritenuta legittima l’acquisizione al fascicolo per il dibattimento, quali atti irripetibili, delle relazioni di servizio della polizia giudiziaria aventi ad oggetto l’attività di osservazione e pedinamento, trattandosi di documentazione di atti per loro natura irripetibili e rispetto ai quali l’immediatezza della percezione può essere e deve essere documentata in uno scritto che ne garantisca la genuinità e la preservi da errori di ricordo (Cass. pen., Sez. II, 26 marzo 1997, n. 4095).

Viceversa, sono state ritenute inutilizzabili le relazioni di servizio della polizia giudiziaria in cui si documentino o si riferiscano semplicemente le circostanze in cui è stata acquisita la notitia criminis, giacché non potrebbero essere qualificate come atti originariamente irripetibili ex art. 431 c.p.p., e, di conseguenza, utilizzate dal giudice ai fini della decisione (Cass. pen., Sez. I, 18 marzo 1999, n. 7253).

Di recente, anche le dichiarazioni accusatorie rese alla polizia giudiziaria ma non verbalizzate, sono state ritenute inutilizzabili (Cass. pen., Sez. III, 4 dicembre 2013 n. 6386. In precedenza, conformi a tale orientamento, Cass. pen., Sez. III, 7 giugno 2012, n. 36596; Cass. pen., Sez. II, 25 gennaio 2012, n. 6355; Cass. pen., Sez. III, 3 novembre 2009, n. 48508; Cass. pen., Sez. VI, 1 aprile 2003, n. 21937. Contra, Cass. pen., Sez. I, 15 maggio 2010, n. 32963; Cass. pen., Sez. I, 16 marzo 2010, n. 15437; Cass. pen., Sez. II, 1 luglio 2005, n. 30113).

 

Gli atti documentati dalla polizia vanno trasmessi al pubblico ministero, e vengono conservati in un apposito fascicolo custodito presso l’ufficio del pubblico ministero, dal quale saranno estratti gli atti che dovranno essere inseriti nel fascicolo per il dibattimento.

L’art. 431 c.p.p. prevede che siano inseriti i verbali degli atti irripetibili compiuti dalla polizia giudiziaria, i verbali degli atti irripetibili compiuti dal pubblico ministero e i verbali degli atti assunti nell’incidente probatorio.  

La verbalizzazione nella fase dibattimentale

Il codice di procedura penale detta delle prescrizioni specifiche, contenute negli artt. 480-483, per la redazione del verbale dell’udienza dibattimentale, che si aggiungono alla normativa generale sulla documentazione degli atti contenuta nel Titolo III del Libro II. Le ragioni sottese ad un regime di documentazione particolarmente rigoroso per il dibattimento, ed, in particolare, per l’istruttoria, vanno ricercate nella assolutizzazione (E. Rocchi, Verbali e verbalizzazione, cit., p. 1762) del dibattimento quale luogo deputato alla formazione della prova, secondo  i principi dell’oralità e del contraddittorio, che rende indispensabile la riproduzione delle risultanze dibattimentali con la massima fedeltà e completezza (G. Illuminati, Giudizio, in Compendio di procedura penale, cit., p. 792).

Il verbale, che è redatto dall’ausiliario che assiste il giudice assolve ad una funzione di rappresentazione dell’atto e potrà essere utilizzato nelle fasi successive del processo al fine di prevenire o superare eventuali incertezze sul suo compimento. Peraltro, accluso al fascicolo per il dibattimento, potrà essere utilizzato, come promemoria, dal giudice in camera di consiglio. A tal proposito, l’art. 528 c.p.p. consente al giudice di sospendere la deliberazione ove reputi necessaria la trascrizione immediata del verbale redatto in forma stenotipica (E. Turco, Sub art. 480, in Commentario breve al codice di procedura penale, cit., p. 2207). Fra i requisiti fisiologici del verbale di udienza l’art. 480 c.p.p. annovera il luogo, la data e l’ora di apertura e di chiusura dell’udienza, i  nomi e i cognomi dei giudici e del rappresentante del pubblico ministero, le generalità dell’imputato o le altre indicazioni personali che consentono di identificarlo, le generalità delle altre parti e dei loro rappresentanti, i nomi e i cognomi dei difensori.

Il codice, oltre a definire il contento del verbale, prescrive, anche, le modalità attraverso le quali si dovrà procedere alla documentazione, individuando specificamente le attività la cui verbalizzazione deve avvenire in forma integrale o riassuntiva.

L’art. 481 c.p.p. dispone che siano verbalizzate sinteticamente le richieste e le conclusioni del pubblico ministero e dei difensori, mentre i provvedimenti dati oralmente dal giudice debbono essere riprodotti integralmente. In virtù dell’art. 140 c.p.p. è ammessa la verbalizzazione in forma solo riassuntiva quando si tratti di atti semplici o di limitata rilevanza (Cass. pen., Sez. I, 15 gennaio 2010, n. 19511).

Le parti hanno un potere di controllo sulla correttezza della documentazione dell’udienza. A tal proposito, infatti, l’art. 483 c.p.p. riconosce loro il diritto di fare inserire nel verbale, entro i limiti strettamente necessari, ogni dichiarazione a cui abbiano interesse, purché non contraria alla legge. Inoltre, le parti hanno il diritto di presentare memorie scritte a sostegno delle proprie richieste e conclusioni, che sono allegate al verbale. Tuttavia, il deposito in cancelleria, invece che in udienza, per l’allegazione al relativo verbale delle memorie scritte presentate dalle parti a sostegno delle conclusioni dibattimentali, non determina nullità, bensì una mera irregolarità (Cass. pen., Sez. II, 20 maggio 2008, n. 25225).          

Sulle questioni che possono sorgere relativamente al contenuto del verbale e alle eventuali richieste di rettificazione o di cancellazione di parti di esso decide il presidente con ordinanza, immediatamente.

Nel caso di delitti previsti dagli artt. 51, comma 3-bis e 407, comma 2, lett. a), n. 4, c.p.p., ovvero quando sussistano particolari ragioni di sicurezza o di ordine pubblico, o, ancora, quando il dibattimento appaia particolarmente complesso e la presenza dell’imputato possa arrecare ritardo nel suo svolgimento, o, infine, quando si proceda nei confronti di detenuto sottoposto al regine previsto dall’art. 41-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, il dibattimento può celebrarsi con la partecipazione a distanza dell’imputato.

Il collegamento a distanza, mediante videoconferenza, deve essere attivato con modalità tali da assicurare la contestuale, effettiva e reciproca visibilità delle persone presenti in entrambi i luoghi e la possibilità di udire quanto viene detto.

Per garantire tali esigenze il legislatore prevede che nel sito collegato sia presente un ausiliario del giudice o un ufficiale di polizia giudiziaria, il quale, oltre ad attestare la presenza dell’imputato ed accertarne l’identità, dando atto che non sono posti impedimenti all’esercizio dei diritti e delle facoltà a lui spettanti, deve verificare le modalità operative del collegamento, comunicando al giudice l’esistenza eventuale di difficoltà di comunicazione. Delle operazioni svolte viene redatto verbale, a norma dell’art. 136 c.p.p., per poi confluire nel fascicolo per il dibattimento.

Il verbale in forma integrale costituisce la forma ordinaria di documentazione delle prove dichiarative assunte in dibattimento. In esso vanno indicate le generalità dei soggetti esaminati, la cui omissione comporta la nullità della deposizione.

Del pari è obbligatoria l’indicazione degli avvisi e degli avvertimenti presidenziali al teste, come prescritto dall’art. 497, comma 2, del codice di procedura penale.

L’ausiliario del giudice, che redige materialmente il verbale, indica le domande formulate e le risposte date.

Pur non scomparendo, la verbalizzazione in forma riassuntiva costituisce una eccezione alla regola del verbale in forma integrale, cui si può ricorrere soltanto quando il giudice ritenga che si tratti di atti a contenuto semplice o di limitata rilevanza, o ancora quando vi sia una contingente indisponibilità di mezzi di riproduzione o di ausiliari tecnici.

È evidente, infatti, l’inidoneità strutturale della verbalizzazione riassuntiva a documentare da sola un materiale probatorio che si forma nell’ambito dell’udienza dibattimentale e che, quindi, viene in essere contestualmente alla redazione del verbale (E. Marzaduri, Sub art. 510, in Commento al nuovo codice di procedura penale, coordinato da M. Chiavario, vol. V, Torino, 1990, p. 418).

La nullità dei verbali

I verbali, alla stregua degli altri atti processuali, possono essere viziati da nullità. Il codice di rito penale prevede quali cause di nullità del verbale solo l’incertezza assoluta sulle persone intervenute e la mancata sottoscrizione da parte del pubblico ufficiale che ha redatto il verbale. Il legislatore, discostandosi dall’art. 161 c.p.p. abr., che individuava tra le ipotesi di invalidità anche la mancanza o l’erronea indicazione della data dell’atto, ha compresso notevolmente la sfera delle situazioni invalidanti, con conseguente espansione delle irregolarità formali. In altri termini, sono stati ridotti i vincoli formali per favorire la celerità del processo (S. Bersano Begey, Sub art. 142, in Commento al nuovo codice di procedura penale, coordinato da M. Chiavario, vol. II, Torino, 1989, p. 173).

Alle ipotesi contenute nell’art. 142 c.p.p. vanno aggiunte le altre due cause di nullità previste dagli artt. 109, 213, commi 2 e 3, 214, comma 3, 215, comma 3, e 216, comma 2, c.p.p.

La prima attiene alla obbligatoria redazione del verbale in lingua italiana, ovvero anche in tale lingua allorché il cittadino italiano, che appartiene ad una minoranza linguistica riconosciuta, chieda di essere esaminato o interrogato nella propria madrelingua.

La seconda si riferisce alla disciplina delle ricognizioni, che prevede la nullità del mezzo di prova assunto in caso di mancata menzione nel verbale di alcune formalità (G. P. Voena, Atti, cit., p. 219).

Ovviamente, la nullità si realizza quando l’incertezza sulle persone intervenute risulti invincibile, ossia non possa essere superata attraverso elementi contenuti nel verbale medesimo o in atti processuali allo stesso allegati, che attestino l’intervento nel processo di tutti i soggetti che vi abbiano partecipato.

 

Casistica

Cass. pen., Sez. un., 19 luglio 2012, n. 41461

L’omessa indicazione nel verbale delle generalità dei difensori non è ritenuta causa di nullità salvo che per effetto dell’omissione si ravvisi incertezza assoluta sul fatto che l’imputato stesso sia stato effettivamente assistito.

Cass. pen., Sez. VI, 20 gennaio 2005, n. 5455

L’omessa menzione nel verbale di udienza della presenza di uno dei difensori dell’imputato è ritenuta una mera irregolarità non produttiva di vizi per detto verbale e, comunque, per la sentenza conclusiva del giudizio.

Cass. pen., Sez. V, 5 marzo 1998, n. 5770

Costituisce mera irregolarità la mancata precisazione delle generalità del pubblico ministero nel verbale del dibattimento, allorché risulti effettiva la sua partecipazione; ciò in quanto la nullità che colpisce il verbale d’udienza, ex art. 142 c.p.p., attiene all’incertezza assoluta in ordine all’intervento dei soggetti che devono partecipare al dibattimento, non alla indicazione nominativa dei partecipanti.

Cass. pen., Sez. III, 6 febbraio 1996, Fusco, in C.E.D. Cass., n. 204707

Quando la sentenza è sottoscritta dagli stessi magistrati che la pronunciarono e fecero effettivamente parte del collegio, l’errata indicazione, nella intestazione della sentenza, del nome di un giudice che non prese parte al dibattimento, al posto del giudice che concorse a pronunciarla, non è causa di nullità e costituisce un mero errore materiale ed una semplice irregolarità formale, in quanto la reale situazione trova incontestabile riscontro e documentazione nelle risultanze del verbale del dibattimento

Cass. pen., Sez. V, 17 aprile 1985, Venettozzi, in Cass. pen., 1986, p. 1568

Non esiste nullità quando nel verbale del dibattimento sia indicato soltanto il cognome del giudice, purché l’omissione non sia in grado di determinare alcuna incertezza sull’identità del giudice medesimo 

 

In relazione alle violazioni di prescrizioni inerenti alle modalità di documentazione degli atti, non ricomprese nelle cause di nullità espressamente previste dall’art. 142 c.p.p., la giurisprudenza, non ravvisando ipotesi di nullità di ordine generale previste dall’art. 178 c.p.p., ha sempre ritenuto che ricorra la mera irregolarità (Cass. pen., Sez. I, 4 novembre 1991, n. 11984).

Tuttavia, ha ritenuto che ricorra una nullità di ordine generale, allorché non venga violata una singola prescrizione relativa alle modalità documentative, ma manchi del tutto la documentazione (Cass. pen., Sez. III, 26 giugno 2008, n. 37463).

 

Casistica

Cass. pen., Sez. III, 13 novembre 2003, n. 3348

Non ricorre alcuna nullità o inutilizzabilità dei verbali di udienza, nel caso in cui il giudice del dibattimento abbia disposto la contestuale redazione del verbale in forma riassuntiva in assenza delle condizioni richieste dall’art. 140 c.p.p., in quanto tale inosservanza non determina alcuna sanzione processuale, non rientrando tra  le ipotesi dell’art. 142 c.p.p., né in altre previsioni.

Cass. pen., Sez. I, 18 aprile 1997, n. 4824

Non ricorre la nullità dei verbali di udienza e, conseguentemente, nemmeno la nullità della sentenza, nel caso in cui, pur essendo stata disposta la verbalizzazione a mezzo di registrazione, il verbale sia stato in parte redatto in forma riassuntiva: ed invero la mancanza di registrazione non integra alcuna nullità del verbale e della sentenza, non essendo prevista al riguardo alcuna sanzione processuale.

Guida all'approfondimento

S. Bersano Begey, Sub artt. 139-142, in Commento al nuovo codice di procedura penale, coordinato da M. Chiavario, vol. II, Torino, 1989;

S. Cavini, L'incompatibilità a testimoniare dell'ausiliario, in Cass. pen., 1995, p. 1946;

F. Cervetti, Verbale (dir. proc. pen.), in Enc. dir., vol. XLVI, Milano, 1963;

G. Conti, Forme di documentazione, forme di verbalizzazione e strumenti di documentazione: alcune precisazioni a margine di una sentenza della Corte costituzionale, in Cass. pen., 1991, II, p. 91;

N. Galantini, Sub artt. 134-142, in Commentario del nuovo codice di procedura penale, diretto da E. Amodio – O. Dominioni, vol. II, Milano, 1989;

A. Galati, Gli atti, in D. Siracusano – A. Galati – G. Tranchina – E. Zappalà, Diritto processuale penale, I, Milano, 2001;

S. Cavini, L’incompatibilità a testimoniare dell’ausiliario, in Cass. pen., 1995, p. 1946;

V. Garofoli, La riproduzione fonografica od audiovisiva ex art. 141 bis, tra dubbi interpretativi ed esigenze di garanzia, in Cass. pen., 2005, p. 2222;

G. Illuminati, Giudizio, in Compendio di procedura penale, a cura di G. Conso – V. Grevi – M. Bargis, Padova, 2014;

G. Locatelli, La documentazione degli atti di indagine del p.m. e delle investigazioni difensive, in Cass. pen., 1997, p. 591;

E. Marzaduri, Sub art. 510, in Commento al nuovo codice di procedura penale, coordinato da M. Chiavario, vol. V, Torino, 1990;

A. Nappi,  Documentazione degli atti processuali, in Dig. disc. pen., vol. IV, Torino, 1990; 

G. Reynaud, Documentazione degli atti del procedimento, in Atti del procedimento penale. Forma e struttura, a cura di E. Marzaduri, Torino, 1996;

E. Rocchi, Verbali e verbalizzazione, in Dig. disc. pen., Agg. III, t. II, Torino, 2005;

A. Scalfati, Estesa alle dichiarazioni spontanee rese al p.m. l’operatività dell’art. 141-bis, in Dir. pen. proc., 1998, p. 324;

S. Signorato, Analele Universitătii de Vest din Timisoara, seria Drept, 1, 2014;

S. Signorato, Sub art. 134, in Commentario breve al codice di procedura penale, a cura di G. Conso – G. Illuminati, Padova, 2015;

G. Spangher, La pratica del processo penale, II, Padova, 2012;

E. Turco, Sub art. 480, in Commentario breve al codice di procedura penale,  a cura di G. Conso – G. Illuminati, Padova, 2015;

G. P. Voena, Atti, in Compendio di procedura penale, a cura di G. Conso – V. Grevi – M. Bargis, Padova, 2014.

Leggi dopo

Esplora i contenuti più recenti su questo argomento

Focus

Focus

Su Verbale e verbalizzazione

29 Gennaio 2016
Il valore probatorio del verbale
di Giuseppe Tabasco

Vedi tutti »