Bussola

Profitto

Sommario

Inquadramento | Il profitto nella parte generale: la confisca | Profitto, prodotto, prezzo e provento | La nozione di profitto confiscabile: vantaggio economico | Il problema della pertinenzialità e derivazione causale dal reato: profitti diretti e indiretti | Vantaggi di carattere immateriale e risparmi di spesa | Profitto lordo o profitto netto | Profitto nella confisca a carico delle persone giuridiche | Il profitto nella parte speciale: i reati contro il patrimonio | Conclusione | Casistica | Guida all'approfondimento |

Inquadramento

Il profitto rappresenta una nozione di frequente utilizzo nell'ambito delle scienze penalistiche. Essa, in particolare, è utilizzata in ambito criminologico per designare una gamma di comportamenti criminali, annoverabili nell'ambito della c.d. criminalità del profitto, che mirano all'utile economico violando le regole che disciplinano l'attività (reati d'impresa) o attribuendo all'impresa il ruolo di mera “facciata” per l'acquisizione o la trasformazione di valori patrimoniali ottenuti in modo totalmente illecito (impresa criminale) (ALESSANDRI).

Proprio per la centralità assunta da tale forma di criminalità nelle strategie di politica-criminale degli Stati delle organizzazioni sovranazionali negli ultimi decenni, il concetto di profitto si trova, oggi, allo snodo di importanti questioni di diritto penale.

Si tratta di un concetto a cui il Legislatore fa ampio ricorso. Tuttavia, come è stato evidenziato da autorevole dottrina, a fronte di quest'ampia diffusione del termine, il profitto resta un nozione tutta da precisare nell'ambito penalistico e più in generale punitivo. Tale concetto, inoltre, assume contenuti assai diversi a secondo del contesto, registrandosi differenze significative nella ampiezza della nozione anche nell'ambito dei medesimi istituti in cui viene utilizzata.

Nell'ambito della parte generale, il concetto di profitto viene principalmente in considerazione quale oggetto della confisca, nelle diverse forme in cui si presenta tale sanzione.

Nella parte speciale, il profitto rappresenta un elemento costitutivo di numerosi reati, talvolta quale elemento prossimo all'evento o coincidente con questo (ALESSANDRI), altre volte quale oggetto del dolo specifico

Il profitto nella parte generale: la confisca

Il profitto rappresenta, insieme al prodotto e alle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato, l'oggetto della confisca di cui all'art. 240, comma 1, c.p., cui si affianca, al comma 2, il contiguo concetto di prezzo del reato (vedi bussola Confisca-misura di sicurezza).

Tuttavia, ben al di là di tale limitato ambito, il profitto risulta, insieme al prezzo, l'oggetto di numerose altre forme di confisca, quali ad esempio l'ipotesi di confisca per equivalente di cui all'art. 322-ter c.p. (vedi bussola Confisca per equivalente) e quelle previste dal d.lgs. 231/2001. Più in generale può affermarsi che rispetto alle nuove forme assunte dal proteiforme istituto il profitto, anche quando non è nominato, traspare in controluce come motivo ispiratore della disciplina: inespresso assunto di politica criminale che il “delitto non deve pagare” (ALESSANDRI).

Nonostante la centralità di tale elemento nell'ambito della disciplina della confisca, non è rinvenibile in alcuna disposizione legislativa una definizione della relativa nozione. Il termine, infatti, è utilizzato, nelle varie fattispecie in cui è inserito, in maniera meramente enunciativa, assumendo quindi, secondo quanto affermato dalla giurisprudenza di legittimità un'ampia "latitudine semantica" da colmare in via interpretativa (Cass. pen., Sez. un., n. 26654/2008).


L'ampiezza del concetto di profitto, infatti, quale oggetto delle varie forme confisca, risente della natura e della funzione attribuita alla specifica forma di confisca in cui è preso in considerazione, variando considerevolmente a seconda della funzione punitivo/sanzionatoria ovvero compensativo/riparatoria assunta dalla misura ablativa (vedi voce Confisca per equivalente).

Profitto, prodotto, prezzo e provento

In termini generali, in giurisprudenza e in dottrina, avendo riguardo all'ipotesi generale di confisca di cui all'art. 240 c.p., si distingue tra prodotto, profitto e prezzo del reato, affermando che: il prodotto rappresenta il risultato, cioè il frutto che il colpevole ottiene direttamente dalla sua attività illecita; il profitto, a sua volta, è costitutivo dal lucro, e cioè dal vantaggio economico che si ricava per effetto della commissione del reato; il prezzo, infine, rappresenta il compenso dato o promesso per indurre, istigare o determinare un altro soggetto a commettere il reato e costituisce, quindi, un fattore che incide esclusivamente sui motivi che hanno spinto l'interessato a commettere il reato (Cass. pen., Sez. un., n. 9149/1996).

Particolare importanza applicativa risulta avere la distinzione tra prezzo e profitto del reato, in quanto solo il primo rientra tra le ipotesi di generali confisca obbligatoria, ai sensi dell'art. 240, comma 2, n. 1, c.p. Al riguardo si è chiarito come al concetto di prezzo non possa essere attribuita la definizione di utilità economica ricavata dalla commissione del reato, tanto è vero che la Suprema Corte ha qualificato il danaro guadagnato dallo spacciatore con la vendita di sostanze stupefacenti, ai fini della confiscabilità ex art. 240, comma 2, c.p. come profitto e non come prezzo del reato (Cass. pen., Sez. un., n. 9149/1996). In coerenza con la suddetta definizione del prezzo del reato, la S.C. ha escluso, fra l'altro, che in esso possano identificarsi la cosa incautamente acquistata, il danaro consegnato dalla prostituta al suo sfruttatore, le somme ricavate dalla vendita di terreni abusivamente lottizzati, il denaro esposto nel gioco d'azzardo (Cass. pen., Sez. un., n.4196/2005). Allo stesso modo, i beni e le utilità che il concussore riceve per effetto della sua attività di costrizione o induzione costituiscono, a differenza di quanto deve dirsi per l'utilità ricevuta dal corrotto, il profitto e non il prezzo del reato (Cass. pen., Sez. un., n. 10280/2007).

Un'altra nozione rilevante in materia è quella di provento del reato, di frequente utilizzo nell'ambito degli strumenti normativi internazionale finalizzati al contrasto alla criminalità economica e organizzata per indicare l'oggetto della confisca. Il concetto di provento del  reato è inteso in senso più ampio, comprensivo di tutto ciò che deriva dalla commissione del reato e, quindi, delle diverse nozioni di prodotto, profitto e prezzo (Cass. pen., Sez. un.,  n. 9/1999; Cass. pen., Sez. un., n. 26654/2008). 

La nozione di profitto confiscabile: vantaggio economico

Il profitto è generalmente definito come la conseguenza economica immediata che abbia una diretta derivazione causale dalla commissione dell'illecito (Cass. pen., Sez. un. n. 9149/1996).

L'orientamento giurisprudenziale prevalente sostiene che il vantaggio economico indicato attraverso il termine profitto nel linguaggio penalistico ha assunto un significato più ampio rispetto a quello economico o aziendalistico, non essendo inteso come espressione di una grandezza residuale o come reddito di esercizio, determinato attraverso il confronto tra componenti positive e negative del reddito (Cass. pen., Sez. un., n. 26654/2008).

Così, ma sul punto si tornerà diffusamente in seguito, la giurisprudenza ha avuto cura di sottolineare, in relazione alle ipotesi di confisca di cui all'art. 240, comma 1, c.p., che vantaggio economico non significa utile nettoreddito ma sta ad indicare un beneficio aggiunto di tipo patrimoniale, che non deve essere necessariamente conseguito da colui che ha posto in essere l'attività delittuosa (Cass. pen., Sez.un., n. 29952/2004).

Tale concetto estensivo di profitto sarebbe giustificato dalla esigenza di evitare di riversare sullo Stato […] il rischio di esito negativo del reato, permettendo al reo di rifarsi dei costi sostenuti per la commissione del reato e di sottrarsi al rischio di qualsivoglia perdita economica. Cosa che avverrebbe, nella prospettiva della giurisprudenza di legittimità, qualora, adottando criteri aziendalistici, si limitasse la nozione di profitto a quella di utile netto ricavato dal reato (Cass. pen., Sez. un., n. 26654/2008).

Tale concetto generale di profitto come vantaggio economico, come si vedrà in seguito, trova significative deroghe nell'ambito dei reati realizzati in rapporti sinallagmatici, nell'ambito di un'attività base lecita.

Si ritiene, inoltre che il vantaggio economico debba riguardare l'effettivo incremento patrimoniale e non anche quello atteso o sperato, così non potranno essere confiscati  i crediti, ancorché liquidi ed esigibili, che non siano stati ancora riscossi dall'ente, in quanto si tratta di utilità non ancora percepite dall'ente, ma soltanto attese, in quanto tali non integranti un beneficio aggiunto di natura patrimoniale derivante dall'illecito (Cass. pen., Sez. VI, n. 53430/2014).

Il problema della pertinenzialità e derivazione causale dal reato: profitti diretti e indiretti

Al pari degli beni oggetto di confisca ai sensi dell'art. 240 c.p., si ritiene necessario che il profitto si collochi lungo l'asse di un legame causale con il fatto di reato (ALESSANDRI, voce Confisca). Così, l'orientamento consolidato della giurisprudenza e della dottrina va nel senso che il concetto di profitto del reato, ai sensi dell'art. 240 c.p., presuppone l'accertamento della sua diretta derivazione causale dalla condotta dell'agente, considerando irrilevante ogni altro legame di derivazione meramente indiretta e mediata.

Il  nesso di pertinenzialità al reato del profitto rappresenta un fondamentale criterio selettivo di ciò che può essere confiscato e vale ad escludere un'estensione indiscriminata o dilatazione indefinita ad ogni e qualsiasi vantaggio patrimoniale, indiretto o mediato, che possa comunque scaturire dall'illecito (Cass. pen., Sez. un., n. 26654/2008). L'esigenza di tale nesso di pertinenzialità rappresenta, infatti, uno degli elementi principali che vale ancora a distinguere la confisca quale misura di sicurezza dalle altre forme di confisca annoverabili tra le sanzioni patrimoniali.

Tuttavia, tale requisito ha subito nel tempo un progressivo allentamento che ha portato all'estensione del concetto di profitto confiscabile. In un primo momento, infatti, anche in dottrina, si è sostenuto che il legame di derivazione causale potesse estendersi al primo rapporto di scambio come fonte del profitto stesso» (ALESSANDRI, voce Confisca).

Successivamente, il requisito della diretta derivazione causale del profitto è stato ulteriormente diluito sostenendo come non sia possibile escludere le utili trasformazioni dell'immediato prodotto del reato e gli impieghi redditizi del denaro di provenienza delittuosa dal concetto di profitto, ciò in quanto in questo modo si frustrerebbero le finalità dell'istituto consistenti nel rendere l'illecito penale improduttivo e, quindi, scoraggiare la commissione di ulteriori illeciti (Cass. pen., Sez. un., n. 10280/2007). Pertanto andrebbero ricompresi nel concetto di profitto non soltanto i beni che l'autore del reato apprende alla sua disponibilità per effetto diretto ed immediato dell'illecito, ma anche ogni altra utilità, che lo stesso realizza come effetto anche mediato ed indiretto della sua attività criminosa.

Tale estensione sarebbe necessaria in virtù della mutata funzione accentuatamente general-preventiva e sanzionatoria che la confisca ha progressivamente assunto nel nostro ordinamento, che renderebbe difficilmente giustificabili interpretazioni restrittive del requisito di pertinenzialità, intrinsecamente legato alla funzione speciale-preventiva della confisca come misura di sicurezza.

Così andrebbero annoverati nell'ambito del profitto confiscabile i c.d. surrogati del profitto, ovvero i beni acquistati con danaro di cui risulti accertata la concreta provenienza da reato (v. Cass. pen., Sez. VI, n. 1041/1993, che ha ritenuto profitto del reato titoli di stato acquistati con il danaro ricevuto direttamente dai concussi); nonché le trasformazioni che il danaro abbia subito in beni di altra natura (come nel caso di immobile acquisito con il denaro ottenuto mediante una concussione Cass. pen., Sez. un., n. 10280/2007; v. anche Cass. pen., Sez. II, n. 31988/2006; Cass. pen., Sez. II, n. 31990/2006).

Tuttavia la Corte, pur adottando tale nozione ampia di profitto che si estende ai c.d. profitti indiretti o mediati, ribadisce che è pur sempre necessario che il bene sia ricollegabile causalmente in modo preciso alla attività criminosa posta in essere dall'agente. A tal fine occorre che siano indicati in modo chiaro gli elementi indiziari sulla cui base determinare come i beni sequestrati possano considerarsi in tutto o in parte l'immediato prodotto di una condanna penalmente rilevante o l'indiretto profitto della stessa, siccome frutto di reimpiego da parte del reo del denaro o di altre utilità.

La giurisprudenza, anche recente (Cass. pen., Sez. un., n. 10561/2014),  tenta di porre un limite a tale estensione della nozione di profitto confiscabile richiamando l'attenzione sulla necessità di individuare elementi indiziari che esprimano un collegamento causale con il fatto di reato. Si tratta in di un limite che appare di difficile individuazione, in quanto una volta ammessi i vantaggi indiretti nella nozione di profitto appare estremamente complesso, se non arbitrario, definire con esattezza quali di questi vantaggi indiretti presentino un nesso di derivazione causale sufficiente e quali invece vadano esclusi.

Recentemente le Sezioni unite, dirimendo un precedente contrasto giurisprudenziale, hanno chiarito che, nella ipotesi in cui il profitto sia costituito da una somma di denaro si confonde automaticamente con le altre disponibilità economiche dell'autore del fatto, perdendo qualsiasi connotato di autonomia quanto alla relativa identificabilità fisica. Per tale motivo, non avrebbe alcuna ragion d'essere la necessità di accertare se la massa monetaria percepita quale profitto o prezzo dell'illecito sia stata spesa, occultata o investita: ciò che rileva è che le disponibilità monetarie del percipiente si siano accresciute di quella somma, legittimando, dunque, la confisca in forma diretta del relativo importo, ovunque o presso chiunque custodito nell'interesse del reo (Cass. pen., Sez. un. n. 31617/2015). Con tale sentenza, dunque, si giunge alla conclusione per cui quando il profitto sia costituito dal denaro, non occorre la prova del nesso di derivazione diretta tra la somma materialmente oggetto della confisca e il reato.

In tali casi, inoltre la confisca delle somme denaro dunque si atteggerà sempre come confisca diretta, mentre soltanto nella ipotesi in cui sia impossibile la confisca di denaro sorge la eventualità di far luogo ad una confisca per equivalente degli altri beni di cui disponga l'imputato e per un valore corrispondente a quello del prezzo o profitto del reato, poiché, in tal caso, si avrebbe quella necessaria novazione oggettiva che costituisce il naturale presupposto per poter procedere alla confisca di valore (l'oggetto della confisca diretta non può essere appreso e si legittima, così, l'ablazione di altro bene di pari valore). Non può non rilevarsi come tale ultima affermazione contrasti con quella precedentemente effettuata da altra pronuncia delle Sezioni unite (richiamata in senso adesivo dalla sentenza in esame), per cui l'immobile comprato con il denaro acquisito mediante concussione costituisca profitto del reato passibile di confisca diretta. Anche in questo caso, infatti, la confisca insisterebbe su una res indubbiamente diversa da quella che ha costituito il profitto del reato e dunque si avrebbe quella novazione oggettiva che imporrebbe la confisca per equivalente e non quella diretta (Cass. pen., Sez. un., n. 10280/2007).

Vantaggi di carattere immateriale e risparmi di spesa

Un'ulteriore questione problematica in ordine alla definizione dei confini del profitto confiscabile attiene alla riconducibilità in tale nozione dei vantaggi immateriali, quali ad esempio i risparmi di spesa, i benefici di carattere concorrenziale, la possibile creazione di situazioni di monopolio. Al riguardo, la dottrina si è espressa in senso contrario poiché, in primo luogo, si tratterebbe sempre di vantaggi che non costituiscono un riflesso immediato del reato e, in secondo luogo, poiché sarebbero estremamente difficili da quantificare trattandosi di vantaggi dai contorni intrinsecamente incerti (ALESSANDRI, GRASSO).

In giurisprudenza, al contrario, per quanto riguarda i risparmi di spesa si ritiene che il profitto possa essere costituito da qualsivoglia vantaggio patrimoniale direttamente conseguente alla consumazione del reato e possa, dunque, consistere anche in un risparmio di spesa, come quello derivante dal mancato pagamento del tributo, interessi e sanzioni dovuti a seguito dell'accertamento del debito tributario (Cass. pen., Sez. un., n. 18374/2013; Cass. pen., Sez. un., n. 10561/2014).

Recentemente, un'importante decisione delle Sezioni unite ha determinato un'ulteriore estensione del concetto di profitto confiscabile nell'ambito dei vantaggi immateriali, comprendendovi i risparmi di spesa, derivanti dalle condotte poste in essere in violazione della disciplina di prevenzione degli infortuni sul lavoro da cui è derivata la realizzazione di un omicidio colposo (Cass. pen., Sez. un., n. 38343/2014; in argomento v. anche Cass. pen., Sez. VI, n. 3635/2013).

In particolare, la suprema Corte ha affermato che, trattandosi di un casoove veniva in questione la responsabilità da reato di una persona giuridica per il reato di omicidio colposo commesso con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro, l'idea di profitto deve conformarsi al criterio di imputazione oggettiva dell'illecito all'ente, che, nei reati colposi d'evento, si fonda si fonda sull'interesse o vantaggio riferito alla condotta e non all'evento.

Pertanto, occorrerebbe valutare se dalla condotta dell'autore posta in essere nell'interesse dell'ente sia derivato per lo stesso un vantaggio economica sussumibile nella nozione di profitto confiscabile. Al riguardo si è affermato come, con riferimento ad una condotta che reca la violazione di una disciplina prevenzionistica, posta in essere per corrispondere ad istanze aziendali, l'idea di profitto si collega con naturalezza ad una situazione in cui l'ente trae da tale violazione un vantaggio che si concreta, tipicamente, nella mancata adozione di qualche oneroso accorgimento di natura cautelare, o nello svolgimento di una attività in una condizione che risulta economicamente favorevole, anche se meno sicura di quanto dovuto. Qui si concreta il vantaggio che costituisce il nucleo essenziale dell'idea normativa di profitto (Cass. pen., Sez. un., n. 38343/2014).

Il profitto dunque, nelle ipotesi in esame può essere identificato non solo nei costi dell'installazione e mantenimento dei dispositivi di sicurezza obbligatori ma anche nei risparmi derivanti dalla prosecuzione dell'attività funzionale alla strategia aziendale ma non conforme ai canoni di sicurezza.

Al riguardo non può farsi a meno di notare come, mentre appare ragionevole ricomprendere nel concetto di profitto i risparmi di spesa direttamente conseguenti al reato, quali il mancato pagamento del tributo o la mancata adozione di qualche oneroso accorgimento di natura cautelare, più problematica sembra l'inclusione di vantaggi immateriali indiretti, quali la prosecuzione dell'attività funzionale alla strategia aziendale ma non conforme ai canoni di sicurezza, che oltretutto risultano di difficilissima quantificazione, determinando l'estensione della incertezza normativa sia all'an che al quantum della sanzione patrimoniale.

Profitto lordo o profitto netto

Una delle questioni più dibattute circa la definizione del concetto di profitto confiscabile è quella relativa alla deducibilità dei costi sostenuti dall'autore per realizzare il vantaggio economico, al fine per individuare la somma su cui andrà incidere il provvedimento ablativo.

Come si è visto la giurisprudenza tradizionalmente escludeva tale possibilità, affermando come nella definizione del concetto penalistico di profitto non dovessero utilizzarsi parametri valutativi di tipo aziendalistico che consentano di sottrare i costi sostenuti ai ricavi per determinare il profitto netto, ciò in quanto il crimine non rappresenta in alcun ordinamento un legittimo titolo di acquisto della proprietà o di altro diritto su un bene e il reo non può, quindi, rifarsi dei costi affrontati per la realizzazione del reato (Cass. pen., Sez. un., n. 26654/2008).

Tuttavia a tale principio di ordine generale, la Corte, intervenuta a chiarire la nozione di profitto ai sensi della confisca ai sensi dell'art. 19 del d.lgs. 231 del 2001 introduce significative deroghe in ragione non solo della funzione che la specifica ipotesi di confisca intende perseguire ma anche del contesto in cui si è realizzato il fatto illecito e delle caratteristiche strutturali emergenti dalla vicenda.

Il criterio del profitto lordo, infatti, non trova deroghe né restrizione quando il fatto tipico è stato realizzato nello scenario di un'attività totalmente illecita.

Diversi possono essere gli esiti interpretativi nelle ipotesi in cui il fatto sia realizzato nel corso di un'attività lecita d'impresa nel cui ambito occasionalmente e strumentalmente viene consumato il reato.

In tale contesto, infatti, il fatto tipico può realizzarsi nell'ambito di rapporti contrattuali di natura sinallagmatica. Al riguardo, la Corte richiama la tradizionale distinzione tra reati contratto, in cui vi è una immedesimazione del reato col negozio giuridico e quest'ultimo risulta integralmente contaminato da illiceità con l'effetto che il profitto che ne deriva è interamente assoggettabile a confisca; e reati in contratto, in cui il comportamento penalmente rilevante non coincide con la stipulazione del contratto in sè, ma va ad incidere unicamente sulla fase di formazione della volontà contrattuale o su quella di esecuzione del programma negoziale. In tali categoria di reati è dunque possibile distinguere gli aspetti qualificati dalla legge penale come illeciti, dagli aspetti leciti del relativo rapporto, perché assolutamente lecito e valido inter partes è il contratto (eventualmente solo annullabile ex artt. 1418 e 1439 c.c.). Da ciò discende la conseguenza che il profitto corrispondente agli aspetti leciti del rapporto contrattuale non può essere confiscabile, ma risulteranno aggredibili i soli proventi direttamente ricollegabili ai momenti patologici del negozio (Cass. pen., Sez. un., n. 26654/2008).

Così, ad esempio, in un appalto pubblico di opere e di servizi, pur acquisito a seguito di aggiudicazione inquinata da illiceità (es. truffa o corruzione), il corrispettivo erogato dall'ente per una prestazione effettivamente realizzata dall'appaltatore, non può considerarsi profitto del reato, in quanto trova titolo legittimo nella fisiologica dinamica contrattuale e non può ritenersi sine causa o sine iure. Infatti, qualora nell'ambito di prestazioni sinallagmatiche venisse confiscato l'intero corrispettivo di una delle due parti si determinerebbe una duplicazione del sacrificio economico in capo alla parte che subisce la confisca e, nel caso si tratti di un'amministrazione statale, un ingiustificato arricchimento dell'altra parte».

Così, la Corte ha affermato che, nell'ambito della confisca del profitto di cui all'art. 19 del d.lgs. 231/2001 il profitto è costituito dal vantaggio economico di diretta e immediata derivazione causale dal reato ed è concretamente determinato al netto dell'effettiva utilità eventualmente conseguita dal danneggiato, nell'ambito del rapporto sinallagmatico con l'ente (Cass. pen., Sez. un., n. 26654/2008).

Tuttavia, in dottrina (GRASSO, MONGILLO) la scelta di utilizzare l'utilità percepita dal danneggiato come parametro per determinare le somme deducibili dal profitto lordo nell'ambito dei rapporti sinallagmatici è stata criticata, in quanto si tratterebbe di una entità economica dai contorni incerti che in talune ipotesi potrebbe portare addirittura ad escludere del tutto la confiscabilità del corrispettivo pagato dalla persona offesa. Si pensi ad esempio ai casi in cui, per ottenere l'aggiudicazione di un appalto, un'impresa corrompa un pubblico ufficiale, per essere privilegiata sugli altri concorrenti ma senza alterare il prezzo pattuito. Ebbene si rileva come in questi casi la somma complessivamente percepita dall'ente sarebbe perfettamente bilanciata dal valore della controprestazione erogata alla p.a. e, dunque, applicando il criterio statuito dalle Sezioni unite, non vi sarebbe alcun profitto da confiscare. Inoltre, il criterio in esame ha ricevuto applicazioni contrastanti e la stessa inclusione di determinati reati nella categoria dei reati contratto ovvero nei reati in contratto appare incerta (V. Cass. pen., Sez. II, 11808/2012; in dottrina MONGILLO).

Al fine di introdurre un criterio che utilizzi parametri più chiari e che non conduca agli effetti paradossali sopra descritti, in dottrina si propone di utilizzare il criterio dell'utile netto a base parziale, in virtù del quale andrebbero ammessi in deduzione dai vantaggi direttamente derivanti dal reato i soli costi/spese lecitamente sostenuti per l'attuazione del programma negoziale (MONGILLO), con esclusione dunque della detraibilità di tutti i costi direttamente correlati all'attività illecita (es. costo della tangente), nonché dei c.d. costi inutili, concernenti cioè spese gonfiate o costi per prestazioni non eseguite o eseguite parzialmente (Cass. pen., Sez. VI, n. 53430/2014; GRASSO). 

Profitto nella confisca a carico delle persone giuridiche

Come si è detto la nozione di profitto confisca muta sensibilmente al mutare della natura funzione svolta dalla specifica ipotesi di confisca in cui è preso in considerazione. Un esempio in tal senso è dato dalle varie ipotesi di confisca a carico degli enti, di cui agli artt. artt. 6, 15, 19 e 23 del d.lgs. 231/2001.

Così, ad esempio, nell'ipotesi di confisca del profitto della gestione commissariale di cui all'art. 15 d.lgs. 231/2001, stante il carattere di sanzione sostitutiva della misura ablatoria, il profitto s'identifica, secondo quanto affermato dalle sezioni unite con l'utile netto, poiché, in questo caso la confisca non è ricollegata alla commissione di un reato bensì alla attività di impresa lecita posta in essere dal commissario giudiziale nell'interesse della collettività, avendo semplicemente la funzione di evitare che l'ente benefici degli utili derivanti da una misura che rappresenta una sanzione sostitutiva alle sanzioni interdittive (Cass. pen., Sez. un., n. 26654/2008).

Alla medesima conclusione deve giungersi per quanto riguarda l'ipotesi di confisca di cui all'art 6, comma 4, d.lgs. 231/2001 ove si prevede la confisca del profitto del reato, commesso dai c.d. soggetti apicali, anche nell'ipotesi particolare in cui l'ente vada esente da responsabilità, per avere validamente adottato e attuato i modelli organizzativi disciplinati dalla stessa norma. Tale forma di confisca ha senza dubbio esclusivamente la funzione di ristabilire l'equilibrio economico alterato dal reato-presupposto e non ha una funzione punitiva (Cass. pen., Sez. un., n. 26654/2008). Pertanto, l'oggetto di tale misura ablatoria, erogata a fronte di un illecito per il quale l'ente non può essere considerato “rimproverabile” (Cass. pen., Sez. VI, n. 53430/2014), non può che consistere nel solo utile netto, in modo da perseguire lo scopo di evitare comunque che l'ente si avvantaggi dei guadagni di un'attività illecita (Cass. pen., Sez. VI, n. 53430/2014).

Il profitto nella parte speciale: i reati contro il patrimonio

La riflessione penalistica sul profitto, prima ancora che nel settore nevralgico della confisca, ha trovato tradizionalmente la sua sede nell'ambito dei delitti contro il patrimonio.

Il nostro Legislatore, infatti, ha incentrato gran parte delle fattispecie non solo sulla base della oggettivistica dell'offesa al bene giuridico tutelato, concretizzantesi, nel setto in esame, nel danno patrimoniale sofferto dal soggetto passivo, ma anche sull'elemento di vocazione soggettivistica costituito dal profitto perseguito o realizzato dall'agente.

In dottrina, il ruolo di grande importanza che il Legislatore codicistico ha voluto conferire all'elemento del profitto è stata interpretato come un segno del preminente interesse che il sistema dei reati contro il patrimonio ha per l'autore e la sua figura; interesse senza dubbio superiore a quello riservato al fatto e dunque al danno degli interessi patrimoniali della vittima (Sgubbi; Mantovani; Moccia).

All'interno delle fattispecie incriminatrici in esame il profitto può assumere ruoli diversi: in taluni, rari, casi il profitto appare come evento del reato il suo effettivo conseguimento risulta necessario alla realizzazione del fatto tipico già nella sua componente oggettiva (es. artt. 629 e 640c.p.); in altre ipotesi, più numerose, ipotesi, il profitto risulta essere il contenuto del dolo specifico, l'autore deve quindi aver agito al fine di conseguire profitto, ma non è necessario che tale scopo sia stato effettivamente raggiunto (es. artt. 624, 627, 628 643, 646, 648, ecc.,  c.p. vedi bussola Furto, Rapina, Circovenzione di incapaci, Appropriazione indebita, Ricettazione).

La differente rilevanza tra profitto quale evento della fattispecie e quale oggetto del dolo specifico è stata ritenuta in dottrina foriera di un'irragionevole disparità di trattamento, poiché non si comprenderebbe la ragione per cui un ladro perfezioni il reato anche senza aver realizzato il profitto (es. sottrazione dell'assegno, mentre un truffatore o estortore solo avendolo realizzato (con l'incasso dell'assegno) (MANTOVANI).

Quanto alla nozione di profitto quale elemento della fattispecie, si registra in giurisprudenza, un'accezione particolarmente ampia e onnicomprensiva, tanto da potersi ritenere che in realtà, nei delitti contro il patrimonio, il profitto venga interpretato semplicemente come il giovamento che  tratto direttamente dal reato (ALESSANDRI). Infatti, la giurisprudenza costante, nelle ipotesi in cui il profitto si atteggia quale oggetto del dolo specifico, che il fine di profitto «non ha necessario riferimento alla volontà di trarre un'utilità patrimoniale dal bene sottratto, ma può anche consistere nel soddisfacimento di un bisogno psichico e rispondere quindi a una finalità di dispetto, ritorsione o vendetta» (Cass. pen., Sez. V, n. 19882/2012). Anche nei reati in cui il profitto costituisce l'evento della fattispecie, come nel caso dell'estorsione, si ritiene che il profitto possa avere anche carattere non patrimoniale, essendo però necessario che il danno abbia i caratteri della patrimonialità (v., in materia di estorsione, Cass. pen., Sez. I, n. 9958/1997; in materia di truffa, Cass. pen., Sez. II, n. 18762/2013).

Il profitto quale elemento della fattispecie, dunque, appare risultare una nozione grezzamente criminologica (ALESSANDRI), volutamente svuotata dei contenuti descrittivi e materiali che lo renderebbero dotato di sufficiente certezza e sicurezza operativa (SGUBBI). In questo modo, la valutazione che il giudice è chiamato a svolgere sulla ricorrenza del profitto (come fine o come evento), si risolve in un “giudizio di valore” sul movente o sui risultati del fatto, privo di coordinate stabili ed oggettivamente riconoscibili (SGUBBI).

Conclusione

Appare dunque evidente come, benché anch'essa denotata da incerte applicative, la nozione di profitto quale oggetto della confisca sia di gran lunga più precisa rispetto a quella emergente dall'analisi della disciplina di parte speciale. Ciò probabilmente si spiega in virtù del fatto che, mentre il profitto nella confisca deve essere oggetto di precisa quantificazione da parte del giudice che dovrà applicare la misura ablatoria, la stessa esigenza di quantificazione viene meno quando il profitto è preso in considerazione quale elemento della fattispecie. Ciò in quanto il principio di legalità, sub specie tassatività/determinatezza, mentre risulta essere rigidamente rispettato sul versante sanzionatorio, essendo la precisione e determinatezza della sanzione un principio minimo di civiltà giuridica, risulta più agevolmente aggirabile nell'interpretazione del precetto, con un pericoloso cedimento per il rispetto delle garanzie fondamentali dello Stato di diritto.

Casistica

Nozioni di: prodotto; profitto; prezzo

il prodotto rappresenta il risultato, cioè il frutto che il colpevole ottiene direttamente dalla sua attività illecita; il profitto, a sua volta, è costitutivo dal lucro, e cioè dal vantaggio economico che si ricava per effetto della commissione del reato; il prezzo, infine, rappresenta il compenso dato o promesso per indurre, istigare o determinare un altro soggetto a commettere il reato e costituisce, quindi, un fattore che incide esclusivamente sui motivi che hanno spinto l'interessato a commettere il reato (Cass. pen., Sez. un. n. 9149/1996).

Nozione di vantaggio economico

Vantaggio economico non significa "utile netto" né "reddito" ma sta ad indicare un beneficio aggiunto di tipo patrimoniale, che non deve essere necessariamente conseguito da colui che ha posto in essere l'attività delittuosa (Cass. pen., Sez.un., n. 29952/2004)

Vantaggi immediati e vantaggi mediati

Vanno ricompresi nel concetto di profitto «non soltanto i beni che l'autore del reato apprende alla sua disponibilità per effetto diretto ed immediato dell'illecito, ma anche ogni altra utilità, che lo stesso realizza come effetto anche mediato ed indiretto della sua attività criminosa (Cass. pen., Sez. un., n. 10280/2007).

Risparmi di spesa

Si afferma come il profitto possa essere costituito da qualsivoglia vantaggio patrimoniale direttamente conseguente alla consumazione del reato e possa, dunque, consistere anche in un risparmio di spesa, come quello derivante dal mancato pagamento del tributointeressi e sanzioni dovuti a seguito dell'accertamento del debito tributario» (Cass. pen., Sez. un., n. 18374/2013).

 

L'idea di profitto si collega con naturalezza ad una situazione in cui l'ente trae da tale violazione un vantaggio che si concreta, tipicamente, nella mancata adozione di qualche oneroso accorgimento di natura cautelare, o nello svolgimento di una attività in una condizione che risulta economicamente favorevole, anche se meno sicura di quanto dovuto. Qui si concreta il vantaggio che costituisce il nucleo essenziale dell'idea normativa di profitto (Cass. pen., Sez. un., n. 38343/2014).

Confisca di somme di denaro.

Ove il profitto o il prezzo del reato sia rappresentato da una somma di denaro, questa, non soltanto si confonde automaticamente con le altre disponibilità economiche dell'autore del fatto, ma perde - per il fatto stesso di essere ormai divenuta una appartenenza del reo - qualsiasi connotato di autonomia quanto alla relativa identificabilità fisica. Non avrebbe, infatti, alcuna ragion d'essere - nè sul piano economico nè su quello giuridico - la necessità di accertare se la massa monetaria percepita quale profitto o prezzo dell'illecito sia stata spesa, occultata o investita: ciò che rileva è che le disponibilità monetarie del percipiente si siano accresciute di quella somma, legittimando, dunque, la confisca in forma diretta del relativo importo, ovunque o presso chiunque custodito nell'interesse del reo. Soltanto, quindi, nella ipotesi in cui sia impossibile la confisca di denaro sorge la eventualità di far luogo ad una confisca per equivalente degli altri beni di cui disponga l'imputato e per un valore corrispondente a quello del prezzo o profitto del reato, giacchè, in tal caso, si avrebbe quella necessaria novazione oggettiva che costituisce il naturale presupposto per poter procedere alla confisca di valore (l'oggetto della confisca diretta non può essere appreso e si legittima, così, l'ablazione di altro bene di pari valore) (Cass. pen., Sez. Un., n. 31617/2015).

Profitto lordo e profitto netto

In tema di responsabilità da reato degli enti collettivi, il profitto del reato oggetto della confisca di cui all'art. 19 del d.lg. n. 231 del 2001 si identifica con il vantaggio economico di diretta e immediata derivazione causale dal reato presupposto, ma, nel caso in cui questo venga consumato nell'ambito di un rapporto sinallagmatico, non può essere considerato tale anche l'utilità eventualmente conseguita dal danneggiato in ragione dell'esecuzione da parte dell'ente delle prestazioni che il contratto gli impone. (In motivazione la Corte ha precisato che, nella ricostruzione della nozione di profitto oggetto di confisca, non può farsi ricorso a parametri valutativi di tipo aziendalistico - quali ad esempio quelli del "profitto lordo" e del "profitto netto" -, ma che, al contempo, tale nozione non può essere dilatata fino a determinare un'irragionevole e sostanziale duplicazione della sanzione nelle ipotesi in cui l'ente, adempiendo al contratto, che pure ha trovato la sua genesi nell'illecito, pone in essere un'attività i cui risultati economici non possono essere posti in collegamento diretto ed immediato con il reato) (Cass. pen., Sez. un., n. 26654/2008).

Profitto nei delitti contro il patrimonio

Ol fine di profitto «non ha necessario riferimento alla volontà di trarre un'utilità patrimoniale dal bene sottratto, ma può anche consistere nel soddisfacimento di un bisogno psichico e rispondere quindi a una finalità di dispettoritorsione o vendetta» (Cass. pen., sez. V, n. 19882/2012).

 

Guida all'approfondimento

ALESSANDRI, Criminalità economica e confisca del profitto, in Aa. Vv.,Studi in onore di Giorgio Marinucci, a cura di E. Dolcini – C.E. Paliero, III, Milano, 2006, 2103 ss;

ALESSANDRI, voce Confisca nel diritto penale, in Dig. disc. pen., III, Torino, 1989, 39 ss.;

GRASSO, Art. 240 c.p., in Romano – Grasso – Padovani (a cura di), Commentario sistematico del codice penale, vol. III, Milano, 2011, 605 ss.;

Mantovani, Diritto penale. Parte Speciale, II, Delitti contro il patrimonio, Padova, 2014.

MOCCIA, Tutela penale del patrimonio e principi costituzionali, Padova, 1988;

MONGILLO, I mobili confini del profitto confiscabile nella giurisprudenza di legittimità, in penalecontemporaneo.it, 28 settembre 2012;

SGUBBI, voce Patrimonio (reati contro il), in Enc. dir., XXXII, 1982, 331 ss.

Leggi dopo

Esplora i contenuti più recenti su questo argomento