Bussola

Latitanza

Sommario

Inquadramento | L'accertamento della latitanza: il verbale di vane ricerche | Il deposito dell'ordinanza non eseguita e l'avviso al difensore | Gli effetti processuali della latitanza | La cessazione della latitanza | Guida all'approfondimento |

Inquadramento

Latitante, secondo la lettera dell’art. 296 c.p.p., è colui che si sottrae volontariamente all’esecuzione di un ordine con il quale si dispone la carcerazione (c.d. latitanza “esecutiva”) ovvero di un provvedimento cautelare che dispone la misura della custodia cautelare in carcere, gli arresti domiciliari, l’obbligo di dimora o il divieto di espatrio (c.d. latitanza “processuale”).

L’elenco delle misure cautelari che danno luogo alla latitanza è tassativo, di talché non avrà alcun rilievo la sottrazione all’esecuzione di un provvedimento che dispone il divieto di dimora, il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, l’allontanamento dalla casa familiare o l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

La fattispecie giuridica della latitanza si compone di un presupposto, di un elemento oggettivo e di un elemento soggettivo. Il primo consiste nell’esercizio da parte dell’autorità giudiziaria del potere coercitivo attraverso l’emissione di uno dei provvedimenti indicati dall’art. 296 c.p.p.; il secondo nell’impossibilità di eseguire tale provvedimento; il terzo nella volontà del soggetto di porre in essere una condotta che conduca alla mancata esecuzione del provvedimento coercitivo.

Diversamente dall'evasione, la latitanza, che pure costituisce elusione della restrizione della libertà personale, non integra una autonoma fattispecie criminosa, ma è contemplata come circostanza aggravante dal codice penale (art. 61, n. 6 c.p.art. 99, comma 2, n. 3 c.p.art. 576, n. 3, c.p.).

L'accertamento della latitanza: il verbale di vane ricerche

La fattispecie della latitanza si realizza nel momento in cui non può essere eseguito il provvedimento coercitivo a causa della impossibilità di rintracciare la persona che ne è destinataria. Affinché si possa affermare che tale situazione si è verificata e che non si tratta di una semplice e momentanea difficoltà ovvero di negligenza da parte degli organi incaricati dell'esecuzione, è necessario che la polizia giudiziaria svolga approfondite ed esaustive ricerche ovunque si presume possa trovarsi la persona da catturare.

Il codice, diversamente da quanto avviene in materia di irreperibilità (art. 157 c.p.p.), non indica espressamente i luoghi da visitare, ma si ritiene che l'attività investigativa debba estendersi fino a comprendere ogni posto ove possa essersi nascosto il ricercato.

Una interpretazione estensiva delle disposizioni in materia è suggerita, infatti, dalla necessità di accertare che l'impossibilità dell'esecuzione deve essere attribuita alla volontà della persona e non già a un suo occasionale allontanamento dai luoghi abitualmente frequentati. La descrizione di tali indagini deve essere riversata nel verbale di vane ricerche che deve essere trasmesso al giudice affinchè emetta il provvedimento che formalmente dichiara la latitanza.

 

Ricevuto il verbale redatto dalla polizia giudiziaria, il giudice è chiamato a valutare le ricerche compiute e si trova, quindi, dinanzi a un bivio: o le ritiene esaurienti e, conseguentemente, dichiara che il ricercato è latitante, oppure ritiene necessario un approfondimento investigativo e, perciò, restituisce gli atti alla polizia giudiziaria affinché svolga ulteriori indagini.

Nel primo caso, come accennato, il giudice emetterà il provvedimento che formalmente attribuisce alla persona la qualità di latitante e che segna il momento nel quale gli effetti processuali dell'istituto inizieranno a prodursi. In assenza di specifiche indicazioni al riguardo, si ritiene che tale provvedimento assuma la forma del decreto, non essendo percorribile l'alternativa secondo la quale tale declaratoria sarà vestita con la forma dell'ordinanza, atto, quest'ultimo, che richiede l'instaurazione del contraddittorio tra le parti. In tema, non sembra condivisibile il convincimento della dottrina secondo il quale il decreto non deve essere motivato, ma deve contenere un semplice riferimento alla completezza delle ricerche, la cui omissione, peraltro, darebbe luogo a una mera irregolarità e non a una nullità (ex plurimis, Trinci – Ventura, Notificazioni e processo senza imputato, Giuffrè, 2015, p. 430). L'attribuzione della qualità di latitante, infatti, riverbera effetti particolarmente incisivi sui diritti processuali della persona e, perciò, la disamina circa la sussistenza dei presupposti per addivenire a tale declaratoria deve essere oggetto di espressa valutazione da parte del giudicante, con la conseguenza che l'eventuale violazione di tale regola deve essere presidiata da adeguate sanzioni, che siano in grado di restituire nella pienezza dei propri diritti la persona che sia stata ingiustamente dichiarata latitante (nel senso che in simili ipotesi è integrata una nullità assoluta: Cass.pen.,Sez. I, 4 marzo 2010, n. 17703; contra, ossia nel senso che la nullità è di ordine generale a regime intermedio: Cass. pen., Sez. VI, 24 febbraio 2015, n. 10957).

Il decreto in parola ha contenuto ancipite: una parte, come si è visto, è relativa alla descrizione delle ricerche e alle ragioni per le quali il giudice ritiene che la persona si stia volontariamente sottraendo all'esecuzione del provvedimento coercitivo; l'altra parte contiene la nomina del difensore d'ufficio alla persona che ne sia priva e l'ordine di depositare in cancelleria copia dell'ordinanza non eseguita.

È opportuno segnalare che la giurisprudenza della Cassazione ritiene che l'adozione del decreto sia necessaria solo nella declinazione processuale dell'istituto e non già in quella esecutiva (Cass. pen., Sez. V, 19 gennaio 2000, n. 283).

Il deposito dell'ordinanza non eseguita e l'avviso al difensore

Il deposito dell'ordinanza in cancelleria e il successivo avviso al difensore sono finalizzati a consentire, in generale, lo svolgimento dell'attività difensiva e, in particolare, l'esercizio del diritto di impugnazione.

Sul punto, si deve notare, tuttavia, che l'art. 296, comma 2, c.p.p. non è stato modificato dalla l. 8 agosto 1995 n. 332, che, interpolando l'art. 293, comma 3, c.p.p., nella speculare ipotesi in cui l'ordinanza sia stata seguita, ha inserito fra gli atti che devono essere depositati anche la richiesta del P.M. e gli atti presentati con la stessa.

In altre parole, l'ostensione in favore del difensore del latitante sarà meno ampia.

La giurisprudenza di legittimità ha avuto modo di chiarire che tale disciplina non costituisce una lesione del diritto di difesa, né integra una ingiustificata disparità di trattamento, posto che al latitante e al suo difensore è consentito proporre richiesta di riesame dalla quale consegue, ai sensi dell'art. 309, comma 5, c.p.p., la tempestiva possibilità di accedere alla richiesta del P.M. e agli atti con questa presentati, dalla quale potranno scaturire le ulteriori deduzioni difensive nella successiva udienza di discussione (Cass. pen., Sez. I, 9 novembre 2005, n. 42569).

Dal momento in cui l'avviso è notificato al difensore inizia a decorrere il termine per proporre impugnazione. Poiché questa è l'unica finalità dell'adempimento – che non deve essere confuso con l'altro previsto dal combinato disposto degli artt. 165 e 309, comma 2, c.p.p. (Cass. pen., Sez. V, 25 maggio 2004, n. 42363) –, la Suprema Corte ha affermato che l'eventuale omissione non comporta effetti patologici sul prosieguo del procedimento, incidendo esclusivamente sulla decorrenza del termine per l'impugnazione (Cass. pen., Sez. I, 9 aprile 2008, n. 23545). 

Gli effetti processuali della latitanza

Il fine principale delle previsioni in materia di latitanza è quello di consentire, attraverso un bilanciamento degli interessi in gioco, che lo svolgimento del processo non sia ostacolato dalla circostanza che l'imputato si sottrae all'esecuzione di una misura cautelare e che, allo stesso tempo, questi non subisca pregiudizio. Per altro verso, lo stesso istituto mira anche a intensificare e potenziare l'attività investigativa volta alla cattura del ricercato.

Dunque, quanto alla finalità precipua della latitanza, i principali effetti sono rappresentati dalla tempestiva nomina di un difensore d'ufficio a colui che ne sia privo (art. 296, comma 2, c.p.p.), affinché sia consentito lo svolgimento dell'attività difensiva. Nella medesima direzione muovono anche l'instaurazione di un particolare regime di notificazione degli atti (art. 165 c.p.p.), nel quale il difensore diviene il punto terminale, e la previsione di un differente termine di decorrenza per le impugnazioni cautelari (art. 309, comma 2, c.p.p.). In quest'ultimo caso, poi, è previsto anche un meccanismo restitutorio che opera in favore del soggetto che, una volta che sia stato catturato, riesca a dimostrare di non aver avuto conoscenza tempestiva del provvedimento (a tal riguardo, sull'onere probatorio, particolarmente intenso, che grava sull'istante: Cass. pen., Sez. III, 27 febbraio 2015, n. 12539). Ancora, soddisfano identiche esigenze le previsioni che regolano il conferimento della rappresentanza dell'imputato al difensore (art. 165, comma 3, c.p.p.), che opera per tutti gli atti, ad eccezione di quelli cosiddetti “personalissimi” (Cass. pen., Sez. un., 5 ottobre 1994, n. 18), come la richiesta di giudizio abbreviato (Cass. pen., Sez. I, 24 novembre 1993, n. 1315).

La differente finalità di agevolare l'attività di ricerca è, invece, sottesa alle previsioni che consentono di eseguire perquisizioni nei luoghi ove si ritiene possa essere eseguito l'arresto (art. 247 c.p.p.) ma soprattutto di ricorrere all'attività di captazione di conversazioni e comunicazioni, anche tra presenti per reati di maggiore gravità (art. 295, commi 3, 3-bis e 3-ter c.p.p.). In questo caso, si nota una peculiare metamorfosi degli istituti che da mezzi di ricerca della prova si trasformano in strumenti finalizzati a soddisfare esigenze di carattere coercitivo. Conseguentemente, è controversa l'utilizzabilità per fini probatori delle notizie acquisite tramite queste attività di investigazione, anche se la giurisprudenza di legittimità scioglie il quesito in senso positivo (ex plurimis, Cass. pen., Sez. VI, 25 gennaio 2012, n. 9185).

Quelli tratteggiati sono gli effetti che discendono da specifiche previsioni codicistiche in materia di latitanza. La fuga del destinatario di un provvedimento coercitivo, tuttavia, può determinare ulteriori conseguenze sullo svolgimento del processo, soprattutto in quello di cognizione, nel quale l'istituto mostra aspetti di maggiore vitalità.

Il profilo di maggior rilievo attiene alla stessa possibilità di procedere in assenza del latitante, quesito al quale deve darsi risposta positiva in ragione del fatto che la volontaria sottrazione può essere considerata alla stregua di una volontaria sottrazione alla conoscenza degli atti del procedimento e allo stesso tempo consente di affermare che la persona è a conoscenza dell'instaurazione di un procedimento a suo carico (art. 420-bis, comma 2, c.p.p.).

Dall'instaurazione del rito in absentia, deriva l'impossibilità per la persona di partecipare direttamente all'attività dibattimentale e, quindi, di esercitare la propria autodifesa e altri diritti dei quali è possibile fruire soltanto qualora si presenzi in udienza. Ad esempio, l'imputato non potrà rendere l'esame ovvero partecipare a ricognizioni o confronti, così come incontrerà difficoltà di carattere pratico per effettuare la nomina del difensore di fiducia o l'elezione di domicilio, ove non abbia compiuto tali atti prima di darsi alla fuga.

Ai sensi dell'art. 296, comma 3, c.p.p. gli effetti della latitanza operano soltanto nel procedimento penale nel quale la stessa è stata dichiarata. Sorge, allora, l'interrogativo circa le conseguenze che derivano dalla eventuale riunione di un procedimento nel quale è stata dichiarata la latitanza con altro nel quale all'imputato non sia stata attribuita tale qualità. Una prima alternativa potrebbe essere quella di estendere gli effetti della latitanza anche al procedimento riunito, ma tale ipotesi non appare percorribile poiché pregiudicherebbe inutilmente la posizione dell'imputato senza apportare alcun giovamento allo svolgimento del processo. Qualora si accogliesse tale impostazione, ad esempio, la declaratoria di latitanza dovrebbe prevalere sull'eventuale elezione di domicilio che l'imputato abbia eventualmente effettuato nell'altro procedimento, con un evidente peggioramento delle modalità di notificazione degli atti. Dunque, deve ritenersi che qualora vengano a contatto un procedimento nel quale non sia stata dichiarata la latitanza con un altro nel quale tale qualità sia stata attribuita al soggetto a prevalere siano le disposizioni più favorevoli per l'imputato. Ad esempio, allora, l'eventuale nomina del difensore di fiducia dovrebbe prevalere su quella d'ufficio. Laddove tale estensione non sia possibile, dovrà procedersi non già alla riunione, ma alla separazione dei processi, come dovrebbe avvenire nel caso in cui nel medesimo contesto vengano a trovarsi procedimenti nei quali è stata dichiarata la latitanza, sui quali si innesterà il rito dell'assente, e procedimenti nei quali l'imputato è irreperibile e dovrà essere disposta la sospensione ai sensi dell'art. 420-quaterc.p.p.

Al latitante, come dispone l'ultimo comma dell'art. 296 c.p.p., è equiparato per ogni effetto l'evaso. Si tratta di una equiparazione ai soli effetti processuali, foriera di particolari problematiche interpretative con riferimento alla nozione di evasione processualmente rilevante. In assenza di specifiche indicazioni a riguardo, si ritiene che debba farsi riferimento al paradigma dettato dall'art. 385 c.p., in forza del quale è giuridicamente considerato “evaso” colui che legalmente detenuto o arrestato elude infrange il vincolo apposto alla sua libertà personale. Tale impostazione comporta che non vi sarà esatta corrispondenza tra i due istituti poiché alcune ipotesi che rientrano nella nozione di latitanza (ad esempio, la sottrazione all'obbligo di dimora) non avranno rilievo nell'ottica dell'evasione e viceversa (ad esempio, l'evasione della persona arrestata).

La cessazione della latitanza

L'istituto in esame è geneticamente connesso alla frustrazione della pretesa coercitiva dello Stato.

Conseguentemente, la cessazione dell'operatività delle previsioni in materia e la perdita della qualità processuale di latitante è strettamente collegata all'avvenuta soddisfazione di tale pretesa ovvero alla sua rinuncia da parte dello Stato. Il codice indica alcune cause tipiche di cessazione, quali la revoca (alla quale in via interpretativa deve aggiungersi la sostituzione) della misura, ai sensi dell'art. 299 c.p.p., la perdita di efficacia del provvedimento cautelare, l'estinzione del reato o della pena per cui quest'ultimo è stato emesso. A queste fattispecie devono aggiungersi l'arresto del ricercato e la sua spontanea costituzione. Alcune precisazioni, tuttavia, appaiono necessarie per selezionare sia la cause di perdita di efficacia del provvedimento, sia le cause di estinzione del reato e della pena concretamente applicabili. Quanto alle prime, non appaiono interferire con l'operatività dell'istituto le previsioni degli art. 300, commi 2 e 4, c.p.p. (che presuppongono una restrizione della libertà personale in atto o comunque avvenuta che non si concilia con l'elemento oggettivo della latitanza), art. 302 c.p.p. (perché nei confronti del latitante non può darsi corso all'interrogatorio di garanzia) e art. 303 c.p.p. (perché il decorso dei termini di durata massima presuppone l'avvenuta sottoposizione della persona al vincolo cautelare). Quanto alle seconde, invece, l'unica che certamente non interferisce con l'operatività dell'istituto è l'oblazione, anche se soltanto in tema di prescrizione della pena si rinvengono disposizioni specificamente dettate per regolare il rapporto con la latitanza (art. 172 c.p.).

Particolarmente delicata è l'ipotesi di cessazione della latitanza determinata dall'arresto in territorio estero del ricercato. Un primo intervento delle Sezioni unite aveva precisato che tale evento comporta la cessazione della latitanza sia nel caso in cui sia avvenuto nel corso di una procedura estradizionale attivata su richiesta dell'autorità giudiziaria italiana, sia nel caso in cui sia avvenuto per altra causa (Cass. pen., Sez. un., 26 marzo 2003, n. 21035). Conseguentemente, si era andata profilando l'ulteriore questione interpretativa attinente alle conseguenze che produce l'arresto del ricercato in un contesto procedimentale differente da quello nel quale la latitanza è stata dichiarata, soprattutto con riguardo al regime delle notificazioni. Anche tale quesito è stato sciolto dalle Sezioni unite che, intervenendo a comporre il contrasto giurisprudenziale, hanno affermato che la cessazione della latitanza, a seguito di arresto avvenuto all'estero in relazione ad altro procedimento penale, non implica l’illegittimità delle successive notificazioni, eseguite nelle forme previste per l'imputato latitante, fino a quando il giudice procedente non abbia avuto notizia dell'arresto (Cass. pen., Sez. un., 27 marzo 2014, n. 18822). A margine di tale enunciazione, le Sezioni unite hanno anche precisato che, al fine di eliminare ovvero ridurre lo iato che separa l'arresto del ricercato dalla comunicazione al giudice, è compito della polizia giudiziaria di procedere alla costante verifica di tutte le informazioni, desumibili, tra l'altro, dai sistemi informativi nazionali ed internazionali, e di comunicare prontamente alla autorità giudiziaria procedente la notizia dell'arresto.

Guida all'approfondimento

Colaiacovo, Brevi osservazioni sull'elemento soggettivo della latitanza, in Cass. pen., 2014, p. 2221;

Colaiacovo, Il provvedimento dichiarativo della latitanza, in Cass. pen., 2014, p. 3358;

De Matteo, voce Latitanza, in Dig. d. pen., vol. VII, Utet, 1993, p. 335;

Foschini, La latitanza, Giuffrè, 1943;

Gianzi, voce Latitanza, in Enc. dir., vol. XXIII, Giuffrè, 1973;

Marandola, voce Latitanza ed evasione, in Il Diritto – Enciclopedia giuridica, vol. VIII, Il sole 24ore, 2009;

Trinci - Ventura, Notificazioni e processo senza imputato, Giuffrè, 2015.

Leggi dopo