Bussola

Giudizio abbreviato

05 Maggio 2020 |

Sommario

Inquadramento | Il giudizio abbreviato ante l. 479/1999 | Presupposti della richiesta semplice e di quella c.d. condizionata | Forme e limiti temporali | Svolgimento del rito | Congegni di integrazione probatoria | Modifica dell'imputazione | Atti utilizzabili ed effetti premiali |

Inquadramento

Il rito, ammesso dal giudice su richiesta del solo imputato, attribuisce a quest'ultimo un vero e proprio diritto a rinunciare alle garanzie dibattimentali proprie del giudizio ordinario in cambio dell'effetto premiale previsto in caso di condanna.

 

Il giudizio abbreviato ante l. 479/1999

Originariamente fondato sulla logica negoziale, il giudizio abbreviato, chiesto dall'imputato con il consenso del pubblico ministero, era concepito come un procedimento semplificato di natura premiale attraverso il quale si chiedeva l'anticipazione della decisione nell'udienza preliminare. Il pubblico ministero era libero di prestare o no il consenso, senza per ciò essere vincolato a parametri tipizzati, e l'eventuale dissenso non era sottoposto ad alcun sindacato giurisdizionale. Il rito veniva disposto dal giudice in base al criterio della decidibilità “allo stato degli atti”: privato di qualsiasi potere istruttorio, l'organo giurisdizionale doveva utilizzare, ai fini della decisione, esclusivamente gli atti delle indagini preliminari. Su tale impianto è intervenuto il legislatore con la l. 16 dicembre 1999, n. 479, rimodellandone i connotati secondo le “direttrici” della Corte costituzionale. La riforma si era avvertita come necessaria anche al fine di incentivarne l'adozione, visto che l'assetto originario aveva avuto un riscontro inadeguato alle aspettative. Ne è scaturito un giudizio abbreviato del tutto rinnovato rispetto al passato, che, tuttavia, ha continuato a destare perplessità, necessitando così di due nuovi interventi legislativi attuati con le leggi 23 giugno 2017, n. 10312 aprile 2019, n. 33.

 

In evidenza

Sul modello originario del giudizio abbreviato è intervenuta, più volte, la Corte costituzionale, avviando un percorso tendente ad adeguarne l'impianto ai principi costituzionali. Occorreva, anzitutto, prevedere un vaglio giurisdizionale sul dissenso del pubblico ministero e sulla definibilità del procedimento “allo stato degli atti”. Su tali premesse, la Corte individuava nel giudice del dibattimento l'organo più idoneo  a verificare se il dissenso del p.m. fosse da ritenere ingiustificato e, lì dove la verifica si fosse risolta positivamente, a riconoscere all'imputato la riduzione della pena prevista dall'art. 442, comma 2, c.p.p., nonché l'organo di controllo più adatto a verificare la sussistenza del parametro della non definibilità del giudizio “allo stato degli atti” posto a fondamento del provvedimento di rigetto della richiesta di abbreviato presentata dall'imputato e a cui il p.m. aveva dato il proprio consenso (Corte cost., 31 gennaio 1992, n. 23). A tale dictum ne seguivano altri, volti, questa volta, a superare il limite imposto dalla definibilità del procedimento “allo stato degli atti” attraverso l'introduzione di meccanismi di integrazione probatoria (Corte cost., 9 marzo 1992, n. 92; Corte cost., 1° aprile 1993, n. 129; Corte cost., 16 febbraio 1993, n. 56). Gli interventi della Corte costituzionale sfociarono in un vero e proprio appello a un'efficace risoluzione legislativa, devoluto in forma di ultimatum con cui il giudice delle leggi, nel quadro di una organica e generale  riforma  del  giudizio  abbreviato,  chiedeva  al  legislatore  di  provvedere  tempestivamente a correggere “la più volte constatata distonia dell'istituto con i principi costituzionali” (Corte cost., 23 dicembre1994, n. 442). La riforma legislativa giungeva nel 1999, con la l. 16 dicembre 1999, n. 479, mediante la quale furono riscritti i nuovi connotati del giudizio abbreviato. Sul nuovo assetto, come detto, è successivamente intervenuto il legislatore con le leggi 23 giugno 2017, n. 103 e 12 aprile 2019, n. 33.

 

 

Presupposti della richiesta semplice e di quella c.d. condizionata

Il rito è ammesso dal giudice su richiesta del solo imputato, non essendo più necessario né il consenso del pubblico ministero né la preliminare delibazione da parte del giudice sulla definibilità del procedimento “allo stato degli atti”. Come già anticipato, l’imputato diviene, pertanto, titolare di un vero e proprio diritto a rinunciare alle garanzie dibattimentali proprie del giudizio ordinario in cambio dell’effetto premiale previsto in caso di condanna, grazie a un modello deflativo dall’accesso ormai automatico: se richiesto, il giudice è tenuto a disporlo con ordinanza, privando di conseguenza il pubblico ministero del proprio diritto al contraddittorio per la prova. Ridotta a passivo spettatore delle altrui scelte, non essendole riconosciuto alcun diritto di interlocuzione sulla richiesta dell’imputato, la parte pubblica conserva il solo diritto all’ammissione della prova contraria nell’ipotesi prevista dall’art. 438, comma 5, c.p.p., e il diritto a chiedere un termine non superiore a sessanta giorni per lo svolgimento di indagini suppletive nell'ipotesi prevista dall'art. 438, comma 4, c.p.p.

Con la l. 12 aprile 2019, n. 33, il legislatore, tornando sui suoi passi, ha stabilito l'inammissibilità del giudizio abbreviato per i delitti puniti con la pena perpetua. Come noto, tale opzione, originariamente prevista dal codice di rito, era stata dichiarata costituzionalmente illegittima dalla Corte costituzionale con sentenza 23 aprile 1991, n. 176, per poi essere nuovamente inserita dalla c.d. legge Carotti (l. 479/1999), in seguito modificata dalla l. 4/2000. Oggi, a norma del nuovo comma 1-bis dell'art. 438, c.p.p., il rito abbreviato non è più ammesso per i delitti puniti con la pena dell'ergastolo. Di conseguenza, ai sensi del comma 2-bis dell'art. 429 c.p.p., anch'esso innestato dal legislatore del 2019, “se si procede per delitto punito con la pena dell'ergastolo e il giudice dà al fatto una definizione giuridica diversa da quella enunciata nell'imputazione, tale da rendere ammissibile il giudizio abbreviato, il decreto che dispone il giudizio contiene anche l'avviso che l'imputato può chiedere il giudizio abbreviato entro quindici giorni dalla lettura del provvedimento o dalla sua notificazione”.

L’imputato può chiedere o che il processo sia definito in udienza preliminare “allo stato degli atti” oppure che l’ammissione del rito sia subordinata alla condizione che si proceda a una specifica integrazione della prova. Ratio di tale previsione è quella di riequilibrare la posizione della difesa rispetto a una ricostruzione della fattispecie basata prevalentemente sugli atti dell’accusa. Il giudice, a fronte della richiesta “condizionata”,  deve verificare, sulla base degli atti già acquisiti e utilizzabili, che la prova ad integrandum sia necessaria per la decisione e che la sua acquisizione non contrasti con le finalità di economia processuale proprie del rito. L’esito positivo di tale vaglio gli consentirà di accogliere la richiesta sub condicione così come presentata dall’imputato, essendogli precluso sia di modificare i termini della condizione apposta, sia di disporre un accoglimento parziale (secondo Cass., pen., Sez. VI, 23 ottobre 2008, n. 42696, è abnorme il provvedimento che accoglie parzialmente la domanda di rito abbreviato condizionato e il relativo vizio, inquadrato nella nullità di cui all’art. 179, lett. c), c.p.p., potrà essere dedotto in appello, altrimenti si riterrà sanato). Resta salva, exart. 438, comma 6, c.p.p., la possibilità per l'imputato, in caso di rigetto, di ripresentare la richiesta di giudizio abbreviato condizionato non oltre le conclusioni formulate nell'udienza preliminare. Non solo. In ragione del favor per il rito alternativo, è stata altresì concessa la possibilità per l'imputato di reiterare la richiesta del rito semplificato anche non in forma condizionata. Ai sensi del nuovo comma 5-bis dell'art. 438 c.p.p., introdotto dalla l. 23 giugno 2017, n. 103, infatti, con la richiesta di giudizio abbreviato condizionato può essere proposta, subordinatamente al suo rigetto, la richiesta di giudizio abbreviato “secco”, a norma del comma 1, oppure l'applicazione della pena su richiesta a norma dell'art. 444 c.p.p.

La Suprema Corte, con la sentenza Corte cost., 23 maggio 2013, n. 169, ha definitivamente messo un punto sulla quaestio relativa all’immanenza, nel sistema, del principio della necessità di un sindacato giurisdizionale da parte del giudice del dibattimento sul precedente rigetto della richiesta di giudizio abbreviato “condizionato”, statuendo che nulla osta a che sia lo stesso giudice del dibattimento a celebrare il giudizio abbreviato qualora, riproposta la richiesta ex art. 438, comma 5, c.p.p., prima dell’apertura del dibattimento, ritenga ingiustificato il precedente rigetto disposto in udienza preliminare. Sul punto sono intervenute anche le Sezioni unite, che hanno stabilito come la riproposizione della richiesta sia presupposto operativo del meccanismo di controllo introdotto dalla Consulta e come, tanto il giudice del dibattimento quanto quello d’appello, in ipotesi di conferma del rigetto della richiesta riproposta o presentata per la prima volta in giudizio, siano comunque tenuti, all’esito dell’istruttoria dibattimentale, a rivalutarne funditus i presupposti e, di conseguenza, applicare la diminuente prevista dall’art. 442, comma 2, c.p.p. qualora giudichino infondato il precedente diniego (Cass. pen., Sez. un., 27 ottobre2004, n. 44711). È stato ancora precisato che tale controllo non dovrà condursi esclusivamente sulla base del criterio storico – mediante, cioè, una prognosi postuma ex ante – dovendosi tener conto anche del concreto andamento dell’istruttoria dibattimentale che, pertanto, concorrerà “quale strumento di misurazione e verifica di ragionevolezza della decisione sindacata” (Cass., pen., Sez. VI, 11 luglio 2014, n. 48642). Tale orientamento è stato recepito dal legislatore del 2019, il quale con la citata l. 12 aprile 2019, n. 33, ha inserito il comma 6-bis all'art. 438 c.p.p., secondo il quale “qualora la richiesta di giudizio abbreviato proposta nell'udienza preliminare sia stata dichiarata inammissibile ai sensi del comma 1-bis, il giudice, se all'esito del dibattimento ritiene che per il fatto accertato sia ammissibile il giudizio abbreviato, applica la riduzione della pena ai sensi dell'art. 442, comma 2”.

Forme e limiti temporali

Il rito abbreviato può essere chiesto dall’imputato, oralmente o per iscritto, ovvero a mezzo di procuratore speciale, nel corso dell’udienza preliminare “fino a che non siano formulate le conclusioni” a norma degli artt. 421 e 422 c.p.p.

Sull’individuazione del dies ad quem si è formato un contrasto giurisprudenziale risolto recentemente dalle Sezioni unite. Di fronte alla domanda se possa ritenersi tempestiva la richiesta di giudizio abbreviato proposta nel corso dell’udienza preliminare, prima che il giudice dichiari chiusa la discussione ma dopo le conclusioni del pubblico ministero, i giudici di legittimità hanno, anzitutto, ribadito che la richiesta de qua può essere formulata, anche per la prima volta, a seguito dell’attività di integrazione probatoria svolta dal giudice nell’udienza preliminare ai sensi degli artt. 421-bis e 422 c.p.p.; quindi, si sono soffermati sui diversi momenti in cui si snoda lo svolgimento dell’udienza preliminare, precisando come ognuno di essi sia concettualmente distinto e separato, per poi stabilire che la fase delle “conclusioni”, cui si riferisce l’art. 438 c.p.p., coincide con il momento in cui ogni singola parte vi procede in via definitiva. È, dunque, questo il momento ultimo in cui è possibile chiedere il rito abbreviato, successivamente, cioè, alla formulazione delle conclusioni da parte del pubblico ministero e non quello in cui l’ultimo difensore prende la parola (Cass. pen., Sez. un., 15 maggio 2014, n. 20214).

Ai sensi dell’art. 555, comma 2, c.p.p., nei procedimenti davanti al tribunale in composizione monocratica, il rito abbreviato può essere chiesto, nelle forme di cui sopra, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento.

L’imputato potrà, inoltre, chiedere il rito abbreviato con riguardo alle eventuali nuove contestazioni, fisiologiche o patologiche che siano, formulate nel corso dell’istruzione dibattimentale dal pubblico ministero ai sensi degli artt. 516 e 517 c.p.p.

La restituzione di termini e condizioni per esprimere le proprie opzioni sul rito è il risultato di una serie di interventi additivi della Corte costituzionale volti a porre rimedio a situazioni reputate lesive del principio di uguaglianza e del diritto di difesa (Corte cost., 30 giugno 1994, n. 265; Corte cost., 18 dicembre 2009, n. 333; Corte cost., 26 ottobre 2012, n. 237; Corte cost., 5 dicembre 2014, n. 273, Corte cost., 9 luglio 2015, n. 139).

 

Svolgimento del rito

Il giudizio abbreviato si svolge, di regola, in camera di consiglio. La l. 479/1999 ha introdotto la possibilità per l’imputato di chiedere, formalmente e prima che l’udienza abbia inizio, che il rito si svolga nella forma pubblica. La volontà dell’imputato prevale su quella delle altri parti tuttavia, qualora vi siano più imputati, occorrerà che tutti si esprimano a favore della pubblicità dell’udienza, diversamente si procederà per via camerale.

Alla parte civile è concessa la facoltà di non accettare il rito semplificato, nel qual caso, se il giudice pronuncia sentenza di proscioglimento, tale provvedimento non avrà efficacia di giudicato e il danneggiato dal reato potrà esercitare l’azione risarcitoria in sede civile senza subire la sospensione del processo fino alla pronuncia della sentenza definitiva penale, prevista dall’art. 75, comma 3, c.p.p.

Viceversa, se la parte civile accetta il rito si applicherà la predetta sospensione e la sentenza penale passata in giudicato farà stato in sede civile.

 

Congegni di integrazione probatoria

Come detto, con il nuovo modello di rito abbreviato viene meno la caratteristica di giudizio “a prova contratta”. L’impianto probatorio, infatti, potrà essere integrato o su sollecitazione dell’imputato ai sensi dell’art. 438, comma 5, c.p.p., ovvero d’ufficio dal giudice ex art. 441, comma 5, c.p.p.

La prima ipotesi coincide con l’opzione del modello c.d. condizionato. In tal caso l’integrazione potrà riguardare tutti i mezzi di ricerca della prova e i mezzi di prova previsti dal codice di rito, per la cui assunzione si procederà con le forme indicate nell’art. 422 c.p.p.

La seconda è prevista dall’art. 441, comma 5, c.p.p., che attribuisce al giudice ampi poteri di integrazione probatoria sul presupposto che non possa decidere “allo stato degli atti”.

Tale paradigma, quindi, se nel modello originario rappresentava un ostacolo per l’ammissione del rito, oggi, nella ridisegnata struttura, rappresenta invece la condizione in presenza della quale è riconosciuto in capo al giudice il potere-dovere di integrare l’insufficiente quadro probatorio, ammettendo, anche d’ufficio, le prove ritenute necessarie ai fini della decisione.

Il requisito della “necessità” è da correlare a una situazione di incompletezza dell’informazione probatoria in atti, rispetto alla quale è possibile pronosticare un suo completamento per il tramite dell’attività integrativa (Cass., pen., Sez. VI, 17 marzo 2009, n. 11558). Le Sezioni unite hanno, peraltro, stabilito che deve considerarsi necessario quel contributo istruttorio il cui valore probante risiede “nell’oggettiva e sicura utilità/idoneità del probabile risultato probatorio ad assicurare il completo accertamento dei fatti rilevanti nel giudizio” (Cass. pen.,Sez. un., 27 ottobre 2004, n. 44711).

Modifica dell'imputazione

L’art. 441-bis c.p.p., introdotto dalla l. 5 giugno 2000, n. 144, stabilisce che, a seguito dei meccanismi di integrazione probatoria attivabili dall’imputato ai sensi dell’art. 438, comma 5, c.p.p., o dal giudice ex art. 441, comma 5, c.p.p., il pubblico ministero può adeguare l’imputazione alle nuove acquisizioni, procedendo alle contestazioni previste dall’art. 423, comma 1, c.p.p., opzione che, invece, è preclusa quando si procede “allo stato degli atti”.

Si tratta di una ipotesi eccezionale, circoscritta ai casi di modifica dell’imputazione per fatto diverso, reato connesso ex art. 12, comma 1, lett. b), c.p.p. o circostanza aggravante, e strettamente legata alle fattispecie che la giustificano.

In linea di principio, infatti, nel giudizio abbreviato l’imputazione non può essere modificata, salvo che se ne presenti la necessità al fine di adeguare il thema decidendi alle nuove risultanze scaturite dall’attivazione dei predetti congegni integrativi. La Corte costituzionale ha, tuttavia, puntualizzato come, quand’anche si sia proceduto a iniziative probatorie, l’ampliamento dell’accusa non possa essere il frutto di una mera rivalutazione di elementi già acquisiti ma non utilizzati per l’esercizio dell’azione penale (Corte cost., 14 aprile 2010, n. 140).

Una volta “aggiornati” i termini dell’accusa, sono riconosciute all’imputato due alternative:

  • richiedere che il procedimento continui nelle forme ordinarie, oppure
  • scegliere per la prosecuzione del giudizio speciale.

A fondamento della prima opzione vi è il diritto dell’imputato a rivalutare la perdurante convenienza del giudizio abbreviato illo tempore richiesto con riguardo all’imputazione originaria. Il giudice, in tale evenienza, dovrà revocare l’ordinanza con cui era stato disposto il giudizio abbreviato e fissare l’udienza preliminare per la sua prosecuzione, facendo regredire il processo alla fase e allo stato in cui fu presentata la richiesta del rito alternativo. È previsto, inoltre, che gli atti di integrazione probatoria compiuti ai sensi degli artt. 438, comma 5 e 441, comma 5, c.p.p. siano equiparati a quelli compiuti ai sensi dell’art. 422 c.p.p. e che la regressione del processo precluda all’imputato la riproposizione della richiesta di giudizio abbreviato.

Se invece l’imputato decide di proseguire con il rito speciale, l’art. 441-bis, comma 5, c.p.p. gli riconosce il diritto di chiedere, in relazione alle nuove contestazioni, l’acquisizione di nuove prove anche oltre i limiti previsti dall’art. 438, comma 5, c.p.p., riservando al pubblico ministero il solo diritto alla prova contraria.

Il giudice, quindi, in fase di ammissione, dovrà attenersi ai più ampi criteri di cui all’art. 190 c.p.p.

Coerentemente con la scelta di non ammettere il rito semplificato per i delitti puniti con l'ergastolo, il legislatore del 2019, inserendo il nuovo comma 1-bis all'art. 441-bis c.p.p., ha stabilito che “se, a seguito delle contestazioni, si procede per delitti puniti con la pena dell'ergastolo, il giudice revoca, anche d'ufficio, l'ordinanza con cui era stato disposto il giudizio abbreviato e fissa l'udienza preliminare o la sua eventuale prosecuzione”.

Atti utilizzabili ed effetti premiali

Ai sensi dell’art. 442 c.p.p., ai fini della deliberazione, il giudice potrà utilizzare gli atti contenuti nel fascicolo depositato dal pubblico ministero insieme alla richiesta di rinvio a giudizio, la documentazione relativa alle eventuali indagini suppletive compiute sia dall’organo inquirente sia dal difensore dell’imputato, nonché le prove assunte tanto nel corso dell’udienza preliminare quanto durante lo svolgimento del medesimo giudizio abbreviato.

Trattandosi prevalentemente di atti formati al di fuori del contraddittorio, la loro utilizzazione per la decisione si giustifica grazie al consenso dell’imputato che è implicito nella scelta del rito e nella contestuale rinuncia al diritto alla prova.

Ciò rende la previsione in armonia con l’art. 111 Cost., venendosi a integrare proprio una delle deroghe che il medesimo precetto costituzionale contempla al comma 5.

È sorto un contrasto giurisprudenziale relativamente all’utilizzabilità di atti di indagine assunti contra legem. Sul punto sono intervenute le Sezioni unite che hanno affermato come l’accesso al rito semplificato, se è in grado di sanare l’inutilizzabilità c.d. fisiologica, non possa invece sanare quella “patologica”, che è rilevabile anche d’ufficio in ogni stato e grado del procedimento ai sensi dell’art. 191 c.p.p. Ne deriva che è ammissibile l’eccezione d’inutilizzabilità sollevata dall’imputato già ammesso al rito abbreviato, in quanto la relativa natura negoziale non può incidere sul corretto svolgimento del procedimento probatorio e sul potere-dovere del giudice di esserne garante della legalità (Cass. pen., Sez. un., 21 giugno 2000, n. 16). A rafforzare tale soluzione può invocarsi il dettato normativo dell’art. 438, comma 5, c.p.p., che parla di “atti già acquisiti e utilizzabili” per indicare il materiale di cui il giudice dovrà tenere conto per pronunciarsi sull’ammissibilità o meno della richiesta condizionata. 

Recependo in parte qua tale orientamento, il legislatore del 2017, con la l. 23 giugno 2017, n. 103, ha introdotto il comma 6-bis in seno all'art. 438 c.p.p., stabilendo che la richiesta di giudizio abbreviato proposta nell'udienza preliminare determina la sanatoria delle nullità, sempre che non siano assolute, e la non rilevabilità delle inutilizzabilità, tranne quelle derivanti dalla violazione di un divieto probatorio. Ha inoltre previsto che la medesima richiesta preclude altresì ogni questione sulla competenza per territorio del giudice. Va precisato che per prove inutilizzabili - in quanto derivanti da un divieto probatorio - debba intendersi tutte le prove, non solo vietate dalla legge, ma anche formate o acquisite in violazione, o con modalità lesive, dei diritti fondamentali della persona tutelati dalla Costituzione e, perciò, assoluti e irrinunciabili, a prescindere dall'esistenza di un espresso o tacito divieto al loro impiego nel procedimento contenuto nella legge processuale (Cass. pen., Sez. un., 21 giugno 2000, n. 16). Quanto alla sanatoria delle nullità a regime intermedio, l'innesto ricalca l'orientamento ormai consolidato della giurisprudenza secondo il quale la richiesta del rito abbreviato opererebbe un effetto sanante della nullità ai sensi dell'art. 183 c.p.p. (Cass., Sez. un., 26 settembre 2006, n. 39298). Lo stesso non può dirsi per la scelta di precludere ogni questione sulla competenza per territorio. Si tratta di un'opzione, assai discutibile sotto il profilo del rispetto del principio, di matrice primaria, del giudice naturale precostituito per legge, che si pone in contrasto con l'indirizzo consolidatosi nella giurisprudenza di legittimità. Sul punto, infatti, le Sezioni unite, ma anche le pronunce a queste successive, si erano espresse a favore della proponibilità dell'eccezione di incompetenza per territorio in sede di giudizio abbreviato, ove precedentemente respinta dal giudice dell'udienza preliminare (Cass., Sez. un., 29 marzo 2012, n. 27996).  

È da segnalare, inoltre, un importante innesto legislativo, a opera sempre del legislatore del 2017, che investe il tema delle investigazioni difensive “a sorpresa”, ossia quegli atti di indagini unilateralmente raccolti dal difensore e depositati a ridosso della richiesta di giudizio abbreviato. Preliminarmente, occorre brevemente soffermarsi sui plurimi interventi della Corte costituzionale chiamata a pronunciarsi sul raccordo tra rito abbreviato e investigazioni difensive. Con una prima ordinanza il giudice delle leggi, nonostante avesse dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 438, comma 5, c.p.p., nella parte in cui non prevede che, nel caso di deposito delle indagini difensive seguite da richiesta di giudizio abbreviato semplice, fosse consentito al p.m. l'esercizio della prova contraria, così come previsto per il caso di giudizio abbreviato condizionato, ha implicitamente ammesso che la denunciata e anomala sperequazione tra accusa e difesa esiste (Corte cost., ord. 20 giugno 2005, n. 245). Riproposta la questione, questa volta con riguardo all'art. 442, comma 1-bis, c.p.p., nella parte in cui è prevista l'utilizzabilità ai fini decisori degli atti unilateralmente raccolti dal difensore in assenza di situazioni riconducibili alle deroghe al contraddittorio previste dall'art. 111 Cost., la Corte ha dichiarato non fondata la questione. In particolare, secondo il giudice rimettente i risultati delle investigazioni difensive, raccolti unilateralmente da uno degli antagonisti, non avrebbero potuto fare parte integrante del materiale utilizzabile ai fini della decisione, non potendo trovare giustificazione nel consenso dell'imputato, giacché questo doveva esprimersi soltanto sugli elementi raccolti dalle altre parti e sfavorevoli al medesimo imputato. I giudici della Consulta hanno affermato come l'art. 111 Cost., pur contenendo una “protezione costituzionale specifica per l'imputato, particolarmente in tema di prove”, ne preveda, al contempo, una deroga connessa alla sua rinuncia, senza determinare, per tale ragione, uno squilibrio costituzionalmente intollerabile tra le posizioni dei contendenti. Per tali ragioni non poteva dirsi leso il principio della parità delle parti qualora si consentisse l'utilizzabilità degli atti di investigazione difensiva. La fase delle indagini è, infatti, caratterizzata da un marcato squilibrio di partenza fra le posizioni delle parti e tale squilibrio – secondo la Corte – non è stato sanato dalle novità introdotte dalla l. 397/2000 (Corte cost., 22 giugno 2009, n. 184). Interpellata nuovamente sulla legittimità costituzionale degli artt. 391-octies e 442, comma 1-bis c.p.p., nella parte in cui non prevedono, nell'ipotesi di deposito del fascicolo delle investigazioni difensive e richiesta di giudizio abbreviato, un termine processuale per il deposito del predetto fascicolo con la facoltà del p.m. di esercitare il diritto alla controprova, il giudice delle leggi, malgrado si fosse pronunciato per l'inammissibilità della questione (Corte cost., 4 aprile 2011, n. 117), ha fornito alcune precisazioni di natura temporale, con riguardo sia al deposito degli atti investigativi sia all'esercizio del diritto alla controprova, in seguito recepite e dalla giurisprudenza di legittimità e dal legislatore del 2017. Quest'ultimo, infatti, con la l. 23 giugno 2017, n. 103, interpolando il comma 4 dell'art. 438 c.p.p., ha aggiunto che “quando l'imputato chiede il giudizio abbreviato immediatamente dopo il deposito dei risultati delle indagini difensive, il giudice provvede solo dopo che sia decorso il termine non superiore a sessanta giorni, eventualmente richiesto dal pubblico ministero, per lo svolgimento di indagini suppletive limitatamente ai temi introdotti dalla difesa. In tal caso, l'imputato ha facoltà di revocare la richiesta”. La riforma Orlando, dunque, sembra avere accordato un termine al pubblico ministero per lo svolgimento di nuove indagini purché utili per le controdeduzioni da muovere sui temi introdotti dalla difesa, concedendo al contempo all'imputato la facoltà di ripensare all'opzione del rito alternativo, chiedendone la revoca.

La natura premiale del giudizio abbreviato trova riscontro nell'art. 442, comma 2, c.p.p., dove, a seguito delle modifiche introdotte dalla l. 103/2017, è stabilito che, in caso di condanna, la pena è diminuita della metà se si procede per una contravvenzione e di un terzo se si procede per un delitto. Trattandosi di un meccanismo che ha natura processuale, esso non è assimilabile alle circostanze del reato.

La diminuente in questione, infatti, non è soggetta a giudizio di comparazione, non influisce sui termini di prescrizione (Cass. pen., Sez. un., 31 maggio 1991, n. 7707) ed è applicata dal giudice sul quantum della pena che in concreto intenda irrogare, come premio riconosciuto all'imputato che ha optato per un iter processuale “contratto”, dalle garanzie probatorie limitate. Apportando un vantaggio non connesso alle caratteristiche del reato, né alla personalità del reo, si è dubitato della sua legittimità costituzionale, ma la Corte ne ha confermato la piena sintonia con il proposito del legislatore di prevedere in seno all'ordinamento strumenti di rapida e snella definizione del giudizio (Corte cost., 11 giugno 1990, n. 284).

In linea con quanto stabilito dal nuovo comma 1-bis dell'art. 438 c.p.p., che preclude l'accesso al rito abbreviato per i reati puniti con l'ergastolo, sono stati abrogati il secondo e il terzo periodo del comma 2 dell'art. 442 c.p.p., ove si distinguevano due ipotesi a seconda che la pena irrogata fosse quella dell'ergastolo o quella dell'ergastolo con isolamento diurno:

  • nel primo caso, intendendosi ergastolo senza isolamento diurno, esso era sostituito con la reclusione ad anni trenta;
  • nel secondo, invece, in ipotesi di concorso di reati e di reato continuato, l'ergastolo con isolamento diurno era sostituito con l'ergastolo senza isolamento diurno.

Tale distinzione era stata il frutto di un innesto operato a distanza di poco tempo dall'entrata in vigore della l. 479/1999 che aveva reintrodotto la possibilità – in precedenza dichiarata costituzionalmente illegittima da Corte cost., 23 aprile 1991, n. 176– di chiedere il rito abbreviato in relazione ai reati puniti con l'ergastolo, prevedendo, in caso di condanna, la sostituzione di quest'ultimo con la pena di anni trenta di reclusione.

Sotto la ‘discussa' etichetta di “Interpretazione autentica dell'art. 442, comma 2, c.p.p.”, infatti, il legislatore del 2000, con l'art. 7 d.l. 341/2000, conv. in l. 4/2000, correggeva il contenuto dell'art. 442, comma 2, c.p.p. inserendovi la predetta distinzione, con lo scopo, tuttavia, non tanto di risolvere un problema ermeneutico, quanto di rimediare all'irragionevole appiattimento verso il basso della sanzione applicabile, in caso di concorso di reati o di reato continuato, provocato dal nuovo dettato normativo immesso dalla l. 479/1999. Oggi la distinzione è stata soppressa in quanto, come detto, la richiesta di rito abbreviato per reati puniti con la pena perpetua è inammissibile.

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