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Giudizio

21 Settembre 2017 |

Sommario

Inquadramento | Gli atti preliminari al dibattimento | Il dibattimento | (Segue). Gli atti introduttivi | (Segue). Istruzione dibattimentale | (Segue). Nuove contestazioni | (Segue). Discussione finale | Sentenza |

Inquadramento

Il giudizio è la fase processuale, successiva all'emissione del decreto che dispone il giudizio (art. 432 c.p.p.), ricompresa fra gli atti preliminari al dibattimento sino al deposito della sentenza. Il libro VII disciplina il processo di primo grado davanti al tribunale collegiale ed alla corte d'assise, ma le stesse norme si applicano, in via residuale, anche al procedimento che si svolge davanti al tribunale in composizione monocratica, per tutto quanto non espressamente disciplinato nel successivo libro ottavo (artt. 549- 559 c.p.p.). Il giudizio rappresenta il cuore del processo penale: la sede naturale in cui si attuano i principi del giusto processo sanciti dall'art. 111 Cost., in cui si svolge, appieno, il contraddittorio fra le parti davanti ad un giudice terzo. Questo è il momento in cui si esplica maggiormente il diritto dell'imputato di difendersi, provando, rispetto all'imputazione formulata dell'accusa; di partecipare, sottoporsi all'esame o rendere dichiarazioni spontanee, ed anche rimanere assente. In questa fase, accusa e difesa formulano al giudice le questioni processuali preliminari, le proprie istanze istruttorie (artt. 493, 187 e ss. c.p.p.). È il momento centrale dell'accertamento giudiziario in cui il giudice, disposta l'acquisizione delle prove, costruisce il proprio convincimento mediante la valutazione dell' esito delle medesime e le argomentazioni svolte dalle parti durante la discussione finale. Il codice di rito suddivide e disciplina il giudizio in tre fasi: gli atti preliminari, il dibattimento e la sentenza.

Gli atti preliminari al dibattimento

Il compito di emettere il decreto che dispone il giudizio e di fissare l'udienza dibattimentale è attribuito al giudice dell'udienza preliminare, pertanto, è previsto che, nella fase preliminare al dibattimento, il presidente possa, per giustificato motivo, anticipare o differire l'udienza, al fine di adattare al proprio calendario l'udienza già fissata dal Gup nel decreto che dispone il giudizio (art. 465 c.p.p.). In entrambe le ipotesi dovrà esserne data comunicazione alle parti e, in caso di anticipazione, il relativo provvedimento dovrà essere comunicato e notificato almeno sette giorni prima della nuova udienza. Tale termine è stato mutuato da quello concernente la presentazione delle liste testimoniali (art. 468, comma 1, c.p.p.) ed è chiaramente preordinato a consentire alla parte di esercitare pienamente il suo diritto di difesa. La normativa di cui all'art. 465 c.p.p. ha natura speciale e non può essere estesa al di là della specifica previsione, non trovando, pertanto, applicazione successivamente all'apertura del dibattimento, in cui il diritto di difesa ha già avuto modo di esplicarsi (Cass. pen., Sez. II, 17 maggio 2001, n. 27356). In questa fase il presidente, negli stessi casi per i quali è previsto l'incidente probatorio, può, su richiesta di parte, compiere atti urgenti quali l'assunzione di prove non rinviabili, i cui verbali saranno inseriti nel fascicolo dibattimentale (artt. 467, 392 c.p.p.). I difensori possono accedere alla cancelleria per prendere visione sia del fascicolo dibattimentale (artt. 431, 432 c.p.p.), potendone estrarre copia, che dell'eventuale materiale in sequestro (artt. 253, 259, 466 c.p.p.). Le parti potranno depositare la propria lista contenente l'indicazione dei testimoni, periti e consulenti tecnici, nonché di persone imputate in procedimento connesso (art. 210 c.p.p.), che intendono esaminare nella successiva fase dibattimentale (art. 468, comma 1, c.p.p.). La lista dovrà, altresì, contenere l'espressa richiesta di acquisizione di verbali, relativi ad altro procedimento, di cui si richieda l'allegazione (art. 468, comma 4-bis, c.p.p.). Tale atto andrà depositato, a pena di decadenza, nel rispetto del termine, libero e perentorio (art. 172, comma 5, c.p.p.), di 7 giorni prima dell'udienza indicata nel decreto che dispone il giudizio (art. 468 c.p.p.) e, ove non contenga anche la richiesta al giudice di autorizzazione alla citazione dei soggetti indicati, di cui all'art. 468, comma 2, c.p.p. – per la quale è d'obbligo la forma rituale dell'istanza – il deposito potrà avvenire anche a mezzo di trasmissione con mezzi tecnici quali il fax (Cass. pen., Sez. I, 19 settembre 2014, n. 44978). In una pronuncia la Suprema Corte ha avuto modo di statuire, contrariamente all'indirizzo consolidato, che l'eventuale ammissione della deposizione di un testimone indicato nella lista depositata oltre i termini prescritti dall'art. 468 sia colpita dalla sanzione di inammissibilità della prova che, se acquisita, sarà inutilizzabile ai fini della decisione (Cass. pen., Sez. III, 28 maggio 2013, n. 28371; difformi: Cass. pen., Sez. V, 10 ottobre 2010, n. 15325; Cass. pen., Sez. I, 24 settembre 2008, n. 38161; Cass. pen., Sez.VI, 1 febbraio 2005, n. 9214). In ogni caso, la parte che abbia omesso di depositare la lista nel termine di legge, manterrà la facoltà di chiedere la citazione a prova contraria dei testimoni, periti e consulenti tecnici (art. 468, comma 3, c.p.p.), considerato che il termine perentorio per il deposito della lista dei testimoni è stabilito, a pena di inammissibilità, soltanto per l'indicazione della prova diretta e non anche per quella contraria, e che l'opposta soluzione vanificherebbe il diritto alla controprova, il quale costituisce espressione fondamentale del diritto di difesa (Cass. pen., Sez.V, 12 novembre 2013, n.2815). Nel computo del termine per il deposito della lista testimoniale deve essere applicata la disciplina generale relativa alla sospensione dei termini durante il periodo feriale; conseguentemente, se il processo rientra tra quelli che non vengono trattati nel periodo feriale, anche il termine per il deposito della lista si deve ritenere sospeso (Cass. pen., Sez. III, 28 maggio 2013, n. 28371). L'eventuale mancata autorizzazione del Presidente alla citazione di un testimone non determinerà l'inutilizzabilità della testimonianza, comunque eventualmente assunta, sia perché l'art. 468 c.p.p. non prevede espressamente tale sanzione, sia perché l'autorizzazione presidenziale ha soprattutto lo scopo di offrire alla parte privata il medesimo potere coercitivo, attribuito alla pubblica accusa, di ottenere la presenza di testimoni renitenti (Cass. pen., Sez. III, 13 gennaio 2011, n. 7969). Al fine di garantire la discovery, tipica del modello processuale accusatorio ed a pena d'inammissibilità (art. 173 c.p.p.), la lista deve contenere l'indicazione delle circostanze su cui dovrà vertere l'esame dei soggetti di cui si richiede l'escussione. La giurisprudenza tuttavia ha svuotato di significato il precetto normativo e, agevolando la pubblica accusa, ha ammesso che tale onere possa essere soddisfatto anche mediante il generico riferimento ai fatti del processo: nel caso di unica contestazione di reato e per fatti storicamente semplici. La Suprema Corte ha, però, avuto modo di precisare come la Giurisprudenza che ritiene sufficiente il semplice rinvio al capo d'imputazione abbia introdotto un elemento di elasticità e di favore per le parti che deve essere utilizzato in modo prudente e non possa, pertanto, essere invocato in maniera generalizzata senza tenere conto delle esigenze del singolo processo (Cass. pen., Sez. III, 6 maggio 2010, n. 32530). L'obbligo dell'indicazione delle circostanze s'imporrà sempre nel caso in cui le stesse si discostino dal capo d'imputazione ampliando la tematica dell'istruttoria dibattimentale. Nella fase predibattimentale il giudice, con il consenso del pubblico ministero e dell'imputato, potrà pronunciare sentenza inappellabile di proscioglimento (art. 469 c.p.p.) qualora accerti che l'azione penale non doveva essere iniziata o non debba essere proseguita, o il reato sia estinto (artt. 150 ss. c.p.). L'art. 3, d.lgs. 16 marzo 2015, n. 28, in vigore dal 2 aprile 2015, ha introdotto il comma 1-bis all'art. 469 c.p.p., prevedendo una ulteriore causa di proscioglimento per tenuità del fatto ex art. 131-bis c.p., che potrà essere pronunciata dal giudice previa audizione della persona offesa, se comparsa.

La legge 103/2017 (Riforma Orlando) ha introdotto l'art. 162-ter c.p., quale nuova causa di estinzione del reato a seguito di condotte riparatorie del danno. Tale istituto si applica a tutti i reati procedibili a querela rimettibile.

In tali casi, il giudice deve dichiarare estinto il reato, sentite le parti e la persona offesa, quando l'imputato abbia riparato interamente il danno cagionato dal reato mediante le restituzioni o il risarcimento e abbia eliminato – ove possibile – le conseguenze dannose o pericolose del reato. La riparazione deve realizzarsi nel termine massimo della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado.

All'incolpevole inadempimento della riparazione consegue la possibilità, per l'imputato, di chiedere al giudice la fissazione di un ulteriore termine, non superiore a sei mesi, per il pagamento di quanto dovuto a titolo di risarcimento, anche in forma rateale. Il giudice, se accoglie la richiesta, ordina la sospensione del processo (cui si prevede consegua la sospensione della prescrizione) e fissa la successiva udienza alla scadenza del termine stabilito (comunque non oltre i 90 gg. successivi) e, se necessario, impone specifiche prescrizioni.

La disposizione prevede, mediante il rinvio all'art. 240, comma 2, c.p., l'applicazione della confisca obbligatoria.

Il risarcimento del danno può essere riconosciuto anche in seguito ad offerta reale ai sensi degli artt. 1208 e ss. del codice civile, formulata dall'imputato e non accettata dalla persona offesa, ove il giudice riconosca la congruità della somma offerta a tale titolo (l'offerta è reale quando l'imputato materialmente porti con sé il denaro offerto in risarcimento).

All'esito positivo delle condotte riparatorie il giudice deve dichiarare l'estinzione del reato.

Il comma 2 costituisce disposizione transitoria in base a cui la nuova causa di estinzione del reato trova applicazione anche con riguardo ai processi in corso alla data di entrata in vigore della legge in esame; in tal caso il reato è dichiarato estinto anche se le condotte riparatorie sono avvenute dopo la dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado.

Sono, infine dettate dai commi 3 e 4 le disposizioni procedurali per l'applicazione della disciplina dell'art. 162-ter c.p. ai processi in corso.

La disciplina transitoria limita l'applicazione della nuova causa estintiva del reato ai processi in corso in primo grado e in appello; tale limitazione è motivata dal fatto che la Cassazione è giudice privo di poteri e cognizioni di merito per valutare l'adeguatezza delle condotte riparatorie.

Rispetto al testo già approvato dalla Camera (A.S. 2067, art. 2), il Senato ha specificato che l'imputato nella prima udienza può chiedere al giudice, se non è

possibile provvedere al risarcimento del danno per fatto a lui non addebitabile, la fissazione di un termine ulteriore, non superiore a 6 mesi, per provvedere al pagamento, anche in forma rateale.

 

Tale ulteriore strumento di deflazione penale si affianca, pur con un ambito applicativo minore, alla messa alla prova nel processo penale introdotta dalla legge 67/2014.

Anche nella messa alla prova è infatti prevista, ai fini dell'estinzione del reato, l'adozione da parte dell'imputato di condotte riparatorie. L'art. 3 della legge 67/2014 stabilisce che, nei procedimenti per reati puniti con pena pecuniaria ovvero con reclusione fino a 4 anni (sola, congiunta o alternativa a pena pecuniaria), ovvero per uno dei reati in relazione ai quali l'articolo 550, comma 2, c.p.p. prevede la citazione diretta a giudizio, l'imputato possa chiedere la sospensione del processo con messa alla prova. La misura consiste in condotte riparatorie volte all'eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato, ove possibile in misure risarcitorie del danno, nell'affidamento dell'imputato al servizio sociale e nella prestazione di lavoro di pubblica utilità; il corso della prescrizione del reato durante il periodo di sospensione del processo con messa alla prova è sospeso. Al termine della misura, se il comportamento dell'imputato è valutato positivamente, il giudice dichiara l'estinzione del reato, restando comunque applicabili le eventuali sanzioni amministrative accessorie.

Il dibattimento

Il complessivo assetto del processo penale attribuisce rilievo centrale al dibattimento, quale sede fondamentale di verifica giurisdizionale in cui può esplicarsi con pienezza e nel contraddittorio fra le parti il diritto di difesa (Cass. pen., Sezioni unite, 26 giugno 2014, n. 42979). Il termine udienza e dibattimento non coincidono, con il primo si indica il tempo di una singola giornata dedicato allo svolgimento di uno o più dibattimenti, con il secondo la trattazione in udienza di un singolo processo. Il presidente governa l'udienza avvalendosi, se del caso, anche della forza pubblica e decidendo senza formalità, quindi anche oralmente con verbalizzazione in forma integrale (artt. 470, 482, comma 2, 125, comma 6, c.p.p.). L'esercizio di tale potere si esplica sia nei confronti delle parti processuali che, in generale, del pubblico; ne sono espressione gli interventi con cui il presidente: al momento della richiesta di prova, impedisce ogni divagazione, ripetizione, interruzione e ogni lettura o esposizione dei risultati delle indagini preliminari (art. 493, comma 4, c.p.p.); dirige la discussione finale impedendo alle parti divagazioni, ripetizioni ed interruzioni (art. 523, comma 3, c.p.p.); impedisce all'imputato che voglia rendere dichiarazioni spontanee divagazioni rispetto all'oggetto dell'imputazione (art. 494, commi 1 e 2, c.p.p.); impedisce l'accesso all'aula di udienza di determinati soggetti (art. 471, commi 2, 3, 4); limita, eccezionalmente, l'accesso all'aula d'udienza ad un determinato numero di persone. Al fine di rendere trasparente l'amministrazione della giustizia, ed a garanzia dell'indipendenza e dell'imparzialità del giudice, è previsto, a pena di nullità, che l'udienza dibattimentale sia, di regola, aperta al pubblico (art. 471 c.p.p., art. 6 Cedu). Sono espressamente disciplinati dall'art. 472 c.p.p. i casi in cui l'udienza, intesa come fase centrale del giudizio, quindi con esclusione della fase degli atti preliminari e della lettura del dispositivo della sentenza, può svolgersi a porte chiuse. Il processo accusatorio imporrebbe il principio di concentrazione, ovvero che il dibattimento si esaurisca in una unica udienza al fine di consentire al giudice la freschezza dei ricordi in merito alle prove assunte, indipendentemente da quanto cristallizzato nei verbali. Nell'esperienza applicativa, tuttavia, a causa dell'insufficienza dei mezzi e delle strutture dedicati all'amministrazione della giustizia, la deroga a tale principio (art. 477 c.p.p.), peraltro sprovvisto di sanzione processuale e sottratto al giudizio di legittimità, è divenuto la regola. L'art. 477, comma 2, c.p.p. disciplina, in via generale e residuale, le ipotesi di deroga al principio di concentrazione, prevedendo che per ragioni di assoluta necessità il dibattimento possa essere sospeso. Il codice di rito disciplina espressamente, inoltre, ulteriori ipotesi in cui la sospensione del dibattimento è obbligatoria essendo prevista a tutela e garanzia del diritto di difesa dell'imputato (artt. 420-quater, 451, comma 6, 558, comma 7, 519, comma 2, 520, comma 2, 508, 509 c.p.p.). Nel vigente sistema processuale, tuttavia, la sospensione del processo penale è un mezzo eccezionale, cui il giudice deve fare ricorso solo quando la legge espressamente lo imponga in modo automatico ovvero lo consenta nei soli casi in cui la decisione dipenda dalla risoluzione di una questione pregiudiziale costituzionale o civile o amministrativa (art. 3 c.p.p.). Al di fuori di tali ipotesi il giudice penale è tenuto a risolvere ogni altra questione pregiudiziale seppure con efficacia non vincolante oltre quel processo (artt. 478, 479 c.p.p.; Cass. pen., Sez. VI, 18 giugno 2013, n. 44261). L'attività d'udienza è trasfusa nel relativo verbale, redatto e sottoscritto dall'ausiliario che assiste il giudice e vistato dal presidente a conclusione dell'udienza o alla chiusura del dibattimento (480, 481, 482, 483). Il verbale di udienza nel processo penale fa piena prova fino a querela di falso di quanto in esso attestato ed in caso di divergenza di detto verbale con quello redatto in forma stenotipica, in assenza della querela, deve darsi prevalenza al verbale redatto dall'ausiliario che assisteva il giudice in udienza, trattandosi di atto redatto da un pubblico ufficiale nell'esercizio delle sue funzioni il cui regime di efficacia è sancito dalla norma generale di cui all'art. 2700 c.c. (Cass. pen., Sez. I, 1 aprile 2004, n. 20993). 

(Segue). Gli atti introduttivi

Prima di dare inizio al dibattimento il presidente controlla la regolare costituzione delle parti (art. 484 c.p.p.). Qualora il difensore dell'imputato non sia comparso il presidente designerà un sostituto, ai sensi dell'art. 97, comma 4, c.p.p. fra i difensori d'ufficio, quindi valuterà le cause della relativa assenza e le ragioni dell'eventuale legittimo impedimento. La legge 28 aprile 2014, n. 67, entrata in vigore il 17 maggio 2014, ha eliminato dal codice di rito l'istituto della contumacia, lasciando il posto al binomio assenza-presenza. Qualora l'imputato non compaia si applicherà la disciplina degli artt. 420-bis, 420-ter, 420-quater e 420-quinquies, c.p.p. come sostituiti dalla legge 67, ed espressamente richiamati dall'art. 468, comma 2-bis, c.p.p. La celebrazione del processo in assenza dell'imputato sarà possibile esclusivamente qualora egli abbia espressamente rinunciato ad assistervi, o venga accertato che egli sia stato effettivamente informato della data dell'udienza ovvero vi sia prova che egli abbia, in precedenza, acquisito la conoscenza dell'esistenza del procedimento penale a suo carico. In tali casi l'imputato è rappresentato dal difensore. In difetto il giudice, rilevata l'assenza dell'imputato deve disporre la notifica dell'avviso dell'udienza a mani proprie del medesimo e, se il tentativo fallisce, procedere alla sospensione del processo. L'imputato contro il quale si sia proceduto in assenza durante l'udienza preliminare può chiedere, in ogni stato del dibattimento, di rendere dichiarazioni spontanee (art. 489 c.p.p.) e se fornisce la prova che la sua assenza all'udienza preliminare è stata dovuta ad una incolpevole mancata conoscenza della celebrazione del processo (art. 420-bis, comma 4, c.p.p.) potrà essere rimesso in termini per formulare istanza di giudizio abbreviato (art. 438 c.p.p.) o di applicazione pena (art. 444 c.p.p.). L'ordinanza che dispone di procedere in assenza dell'imputato è revocata anche d'ufficio se, prima della decisione, questi compaia fornendo la prova che l'assenza è stata dovuta ad incolpevole mancata conoscenza della celebrazione del processo: se tale eventualità si verifica durante il giudizio di primo grado, l'imputato avrà diritto di formulare richiesta di prove ai sensi dell'art. 493 c.p.p.

La legge 103/2017 (art. 1, commi 77, 78 e 79) ha introdotto e riformato la disciplina della partecipazione a distanza al procedimento penale da parte dell'imputato o del detenuto sia nel giudizio ordinario che nel rito abbreviato nonché la partecipazione a distanza all'udienza camerale.

In particolare, le modifiche apportate all'art. 146-bis, disp.att.c.p.p. prevedono che partecipi a distanza:

  • la persona che si trova in carcere per uno dei gravi delitti di cui all'art. 51, comma 3-bis, c.p.p.e per delitti di terrorismo nei processi in cui è imputata anche in relazione a reati per i quali sia in stato di libertà; la partecipazione a distanza si applica anche alle udienze civili (comma 1);
  • la persona ammessa a programmi o misure di protezione, anche urgenti o provvisorie (comma 1-bis).

L'eccezione a tale regola - ovvero la presenza fisica in udienza - può essere prevista dal giudice con decreto motivato qualora lo ritenga necessarioe comunque non opera mai per i detenuti soggetti alle misure di detenzione speciale di cui all'art. 41-bis dell'ordinamento penitenziario (nuovo comma 1-ter). Tale previsione affida quindi al giudice una valutazione del tutto discrezionale in ordine alla necessità della presenza fisica in udienza. La partecipazione a distanza può essere, poi, disposta dal giudice, sempre con decreto motivato, fuori dalle ipotesi obbligatorie, quando ravvisi ragioni di sicurezza, ovvero quando il dibattimento sia particolarmente complesso o debba essere assunta la testimonianza di un recluso (nuovo comma 1-quater). Viene riformulato il comma 2 dell'art. 146-bis disp. att. c.p.p. per prevedere la semplice comunicazione della partecipazione al dibattimento a distanza da parte del presidente del tribunale o della corte di assise (nella fase degli atti preliminari), ovvero dal giudice (nel corso del dibattimento); sono soppressi i riferimenti agli atti con cui è disposta la misura (decreto motivato nella fase preliminare; ordinanza in dibattimento) nonché l'obbligo di comunicazione del decreto a parti e ai difensori almeno 10 gg. prima dell'udienza. È, poi, aggiunto un comma 4-bis che permette che il giudice consenta, nei processi in cui si procede con collegamento audio-video, che le altri parti e i loro difensori possano intervenire con le stesse modalità assumendosi i costi di collegamento.

L'art. 1, comma 81 della l. 103/2017prevede che le disposizioni sulla nuova disciplina della partecipazione a distanza al procedimento penale da parte dell'imputato o del detenuto nel dibattimento ordinario (comma 77), nel procedimento in camera di consiglio (comma 78), nel rito abbreviato (comma 79) e nel procedimento di applicazione delle misure di prevenzione personali antimafia acquistano efficacia decorso un anno dalla pubblicazione della legge in esame sulla Gazzetta ufficiale.

Una deroga è introdotta (e quindi la relativa disciplina sarà immediatamente efficace) in relazione all'esame a distanza nel dibattimento (comma 77) quando la persona interessata sia detenuta in quanto ritenuta al vertice di associazioni mafiose (art. 416-bis, comma 2, c.p.), terroristiche (art. 270-bis, comma 1, c.p.) o dedite al traffico di droga (art. 74, comma 1, d.P.R. 309/1990).

Le parti necessarie, quali p.m. ed imputato, non necessitano di un formale atto di costituzione per prendere parte al processo, mentre questo sarà necessario per le parti private, meramente eventuali, quali la parte civile (art. 78 c.p.p.), il responsabile civile (artt. 84, 77, comma 4, 85, comma 1, c.p.p.), il civilmente obbligato per la pena pecuniaria (art. 89, comma 2, c.p.p.). Il giudice decide immediatamente con ordinanza, previa discussione del p.m. e di un difensore per ogni parte privata, senza possibilità di repliche, su ogni questione preliminare prevista dall'art. 491 c.p.p.; la relativa ordinanza sarà impugnabile, a pena d'inammissibilità, solo con l'impugnazione della sentenza (art. 586 c.p.p.). Terminate le attività introduttive si procede alla lettura del capo d'imputazione e alla dichiarazione di apertura del dibattimento da parte del presidente (art. 492 c.p.p.), cui seguono le richieste di prova delle parti ed i relativi provvedimenti di ammissione del giudice (artt. 493, 495 c.p.p.). Nella fase d'ammissione delle prove si verifica un primo confronto fra le parti in merito a ciò che è legittimamente suscettibile di essere portato all'attenzione del giudice. Le parti potranno concordare l'acquisizione al fascicolo per il dibattimento (art. 431, comma 2, c.p.p.) di atti contenuti nel fascicolo del pubblico ministero, nonché della documentazione relativa all'attività d'investigazione difensiva (327-bis, 391-bis e ss. c.p.p.), o richiedere che dal medesimo fascicolo vengano espunti gli atti non ricompresi nell'elenco di cui all'art. 431 c.p.p. (148 disp. att.). Solo le prove ammesse garantiranno alle parti, anche a quelle che non abbiano richiesto la prova (495, comma 4-bis, c.p.p.) il diritto alla loro acquisizione. In difetto di sanzione processuale ed in applicazione del principio di cui all'art. 111, comma 3, Cost., si deve ritenere che le istanze istruttorie diverse da quelle orali disciplinate dall'art. 468, comma 1, c.p.p. possano essere formulate fino alla conclusione dell'istruttoria dibattimentale. In particolare, la giurisprudenza ammette che in caso di documenti, cioè di atti "precostituiti", non operino le limitazioni temporali indicate dall'art. 493, fermo restando che in caso di esibizione di documenti, successiva all'esposizione introduttiva, deve essere garantito alle altre parti il diritto di esaminarli, secondo quanto prescrive il successivo art. 495, comma 3, c.p.p. (Cass. pen., Sez. VI, 27 gennaio 2009, n. 5908). Il difensore dell'imputato dovrebbe, tuttavia, valutare attentamente l'opportunità di poter illustrare in anticipo il propri percorso probatorio, antitetico a quello dell'accusa, al fine di orientare i successivi comportamenti ed interesse del giudice. Per questo motivo potrebbe essere utile anticipare anche la produzione documentale, predisponendola in un indice chiaro e ragionato che permetta al giudice di consultarla agevolmente facilitandogli il compito di comprendere la tesi difensiva. La produzione documentale potrà, altrimenti, essere strategicamente ritardata nel corso dell'esame testimoniale. Non essendo previsti limiti temporali neppure per lo svolgimento delle investigazioni, la giurisprudenza ammette, inoltre, che per tutta la durata del dibattimento sia sempre esercitabile l'attività integrativa d'indagine di cui all'art. 430 c.p.p., ben potendo le parti formulare in ogni momento richieste al giudice anche oltre il limite previsto dall'art. 493 c.p.p. (Cass. pen., Sez. II, n. 31512/2012). Alcuni mezzi di prova, quali il confronto o l'assunzione della testimonianza del teste de relato, potranno, necessariamente, essere richiesti solo dopo l'assunzione di altre prove. Fino all'inizio della discussione, inoltre, sarà possibile richiedere l'ammissione di tutte quelle prove la cui rilevanza sia emersa solo in base alle conoscenze acquisite durante l'istruttoria dibattimentale. Esaurita l'illustrazione delle richieste di prove, il presidente informa l'imputato della sua facoltà di rendere, in ogni stato del dibattimento, dichiarazioni spontanee, quindi, sentite le parti, che potranno formulare eccezioni, provvede con ordinanza motivata, a pena di nullità (art. 125, comma 3, c.p.p.), alla decisione in merito all' ammissibilità delle stesse. Anche questa ordinanza sarà impugnabile solo unitamente alla sentenza. Il giudice, in ossequio al diritto alla prova delle parti (art. 190 c.p.p.), e facendo riferimento ai fatti dalle stesse indicati ex art. 493 c.p.p., che dovranno rientrare a propria volta in quelli previsti dall'art. 187, sarà tenuto ad escludere solo le prove vietate dalla legge e quelle giudicate manifestamente superflue o irrilevanti in quanto non pertinenti al thema probandum (art. 190 c.p.p.). Ammessa una prova sorgerà, per ciò stesso, il diritto all'ammissione delle prova contraria (art. 495, comma 2, c.p.p.). 

(Segue). Istruzione dibattimentale

Il modello processuale di stampo accusatorio prevede, in ossequio al principio del contraddittorio nella formazione della prova, l'utilizzo dello strumento processuale dell'esame incrociato per l'assunzione della prova orale. Nell'intenzione del legislatore del 1988, tale mezzo avrebbe dovuto assicurare efficacemente la ricostruzione dei fatti processuali, tuttavia, il codice riserva solo poche norme, peraltro sfornite di sanzione processuale, alla disciplina della cross-examination che, nel tempo, è stata indebolita sia dalla prassi che dalla giurisprudenza di legittimità. L'istruttoria dibattimentale inizia con l'assunzione delle prove richieste dal p.m. e prosegue con le prove richieste dalle altre parti private, nel medesimo ordine imposto per la relativa richiesta dall'art. 493, comma 1, c.p.p.: il P.M., i difensori della parte civile, del responsabile civile, della persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria e dell'imputato. Le parti, in ogni caso, saranno libere di concordare un diverso ordine di assunzione e ciascuna sceglierà quale ordine seguire per l'escussione dei propri testimoni a seconda di come vorrà prospettare al giudice la ricostruzione logica e strategica dei fatti. In ogni caso i testimoni citati, prima di deporre, non devono poter comunicare né con le parti, né con i loro difensori, o consulenti tecnici, né assistere all'esame degli altri testi, né essere in qualsiasi modo informati di ciò che avviene nell'aula d'udienza (art. 149 disp. att. c.p.p.);anche tale previsione, tuttavia, non ha sanzione e, pertanto, dell'eventuale violazione dovrà darsi atto a verbale, potendo essere liberamente valutata dal giudice ai fini dell'attendibilità del teste. Prima di deporre, i testi, a pena di nullità della deposizione (art. 181 c.p.p.), dovranno assumere l'impegno di riferire la verità secondo la formula prevista dall'art. 497, comma 2, c.p.p. L'esame incrociato si svolge in tre distinte fasi: esame, controesame e riesame. Mediante l'esame diretto del teste, la parte che ne ha richiesto l'escussione, intende provare al giudice la fondatezza della propria tesi. L'esame assolve alla funzione costruttiva della narrazione dei fatti processuali. La parte che procede all'esame, e quella che ha un interesse comune, dovranno evitare la formulazione di domande suggestive. Anche in questo caso, tuttavia, la Suprema Corte ritiene che la violazione del divieto di porre domande suggestive di cui all'art. 499 c.p.p., in mancanza di una sanzione processuale, rilevi soltanto sul piano della valutazione della genuinità della prova, che potrà risultare compromessa esclusivamente se infici l'intera dichiarazione e non semplicemente la singola risposta fornita alla domanda suggestiva, ben potendo il giudizio di piena attendibilità del teste essere fondato sulle risposte alle altre domande (Cass. pen., Sez. III, 22 ottobre 2014, n. 4672). La Cassazione esclude, inoltre, che il divieto di porre domande suggestive possa valere per il giudice il quale può rivolgere al testimone tutte le domande ritenute utili a fornire un contributo per l'accertamento della verità, ad esclusione di quelle nocive, in relazione alle quali la relativa eccezione dovrà essere proposta nel corso dell'acquisizione dell'atto istruttorio e non può essere sollevata per la prima volta con l'atto d'impugnazione (da ultimo: Cass. pen., Sez. III, 14 aprile 2015, n. 21627; Cass. pen., Sez. I, 17 settembre 2014, n. 44223; contra: Cass. pen., Sez. III,18 gennaio 2012, n. 7373, secondo cui: «il divieto di porre al testimone domande suggestive si applica a tutti i soggetti che intervengono nell'esame, operando, ai sensi del comma secondo dell'art. 499 c.p.p., per tutti costoro, il divieto di porre domande che possono nuocere alla sincerità della risposta e dovendo, anche dal giudice, essere assicurata, in ogni caso, la genuinità delle risposte ai sensi del comma sesto del medesimo articolo». Fattispecie di esame di minore persona offesa del reato ex art. 609-quater c.p.; ancora nel caso di testimone minorenne: Cass. pen. Sez. III, 11 maggio 2011,n. 25712). Chi esamina dovrà attenersi alle circostanze indicate nella propria lista testimoniale, o ad ulteriori circostanze emerse nel corso dell'esame, sempre che queste non fossero già note all'epoca del deposito della lista. All'esame seguirà, quindi, l'eventuale controesame delle altre parti che non abbiano chiesto l'assunzione del teste, escluse quelle che hanno un interesse comune, le quali saranno libere di rivolgere al teste anche domande suggestive al fine di vagliarne l'attendibilità e scalfire la costruzione della vicenda operata in sede di esame. Il controesame potrà svolgersi solo se si sia precedentemente svolto l'esame diretto. Secondo la Dottrina, nel caso in cui un teste sia comune ad accusa e difesa ed entrambe abbiano indicato, nelle proprie liste, le medesime circostanze, l'esame diretto dovrà essere svolto dal p.m., mentre, nel caso in cui manchi tale coincidenza, la difesa dovrà svolgere l'esame sulle circostanze diverse da quelle dell'accusa ed il controesame sulle circostanze del p.m., e viceversa per l'accusa. Solo se sia stato svolto il controesame si potrà procedere al riesame. Con il riesame, ciascuna parte si riapproprierà della propria fonte dichiarativa, cercando di ricostruirne il narrato eventualmente minato nel corso del controesame. A tutte le parti è vietato rivolgere ai testimoni domande che possano nuocere alla sincerità delle risposte, c.d. nocive, e devono procedere senza lederne il rispetto (art. 499 c.p.p.). L'esame dei testimoni dovrebbe essere effettuato direttamente dalla parte, senza intermediazione del giudice, salvo nel caso di testimone minorenne (art. 498, comma 4, c.p.p.) e delle domande, eventualmente, richieste dagli enti e dalle associazioni rappresentativi di interessi lesi dal reato (artt. 93, 505 c.p.p.), mediante domande su fatti specifici. Tuttavia, la giurisprudenza esclude che la violazione del divieto di porre domande su fatti specifici o non pertinenti possa inficiare la deposizione determinandone la nullità o l'inutilizzabilità (da ultimo: Cass. pen., Sez. III, 9 ottobre 2014, n. 45931). Il principio che regola la conduzione dell'esame incrociato è quello dell'oralità, salvo il caso in cui il testimone possa essere autorizzato a consultare, in aiuto alla memoria, documenti dal medesimo redatti (comprese le ipotesi in cui il teste abbia effettivamente contribuito alla sua redazione), che, comunque, in assenza di accordo delle parti non potranno fare ingresso nel fascicolo dibattimentale. Le Sezioni unite hanno, tuttavia, avuto modo di affermare come debba considerarsi legittima l'acquisizione al fascicolo per il dibattimento di prospetti riassuntivi di attività di polizia giudiziaria, elaborati da ufficiale di p.g. che, esaminato come testimone, ad essi abbia legittimamente fatto riferimento nel corso della deposizione, consultandoli in aiuto della memoria (Cass. pen., Sezioni unite, 24 gennaio 1996, n. 2780). La Cassazione ammette, inoltre, che quando la deposizione del testimone abbia ad oggetto una complessa attività di polizia giudiziaria, caratterizzata anche da plurime acquisizioni documentali, la consultazione di documenti in aiuto della memoria, di cui all'art. 499, comma 5, possa realizzarsi attraverso la lettura dei dati risultanti da documenti redatti dallo stesso teste, ovvero, nel caso di ufficiale o agente di polizia giudiziaria, dei verbali e degli altri atti di documentazione dell'attività da lui svolta che tali dati riportano (Fattispecie in cui è stato ritenuto legittimo l'utilizzo di prospetti formati dal teste che riassumevano il contenuto di documenti acquisiti nel corso delle indagini dall'articolazione di polizia giudiziaria di cui il medesimo faceva parte: Cass. pen., Sez.V, 5 dicembre 2014, n.15613). Durante ciascuna fase dell'esame incrociato, le parti potranno opporsi alle domande formulate dalla parte avversa perché ritenute nocive, non pertinenti, suggestive o implicative, o in caso di scorretto esercizio delle contestazioni (art. 500 c.p.p.). Su tali opposizioni il presidente è tenuto a decidere immediatamente e senza formalità. Durante il dibattimento, il giudice, d'ufficio o su richiesta di parte, può disporre una perizia (art. 224 c.p.p.). Anche per l'esame dei periti e consulenti tecnici si osservano le regole dell'esame testimoniale in quanto applicabili; essi hanno sempre la facoltà di consultare documenti, pubblicazioni e note scritte che possono sempre essere acquisite, anche d'ufficio, al fascicolo dibattimentale (artt. 501 c.p.p., 152 disp. att. c.p.p. e 190, comma 2, c.p.p.). L'imputato ha diritto al silenzio e può, quindi, scegliere se sottoporsi all'esame (ed al successivo controesame) o meno, limitandosi alle sole dichiarazioni spontanee. Occorrerà, pertanto, che la difesa valuti caso per caso, l'opportunità che egli si sottoponga all'esame richiesto dal P.M. o, addirittura, se richiederne direttamente l'esame

, tenuto conto che egli non giura e non è tenuto a dire la verità. Sarà utile, se non necessario, che l'imputato si sottoponga all'esame quando abbia già reso dichiarazioni compromettenti nel corso delle indagini: per evitare che, ai sensi dell'art. 513 c.p.p., queste vengano automaticamente acquisite e portate a conoscenza del giudice. Anche durante l'esame, tali precedenti dichiarazioni potranno essere utilizzate nei suoi confronti per le contestazioni, ex art. 503, comma 3, c.p.p. ma, in questo caso, sarà pur sempre possibile alla difesa tentare di confutare la difformità delle dichiarazioni rese nel corso dell'esame dibattimentale rispetto alle precedenti. La Dottrina ritiene possibile che l'imputato, proprio in virtù del suo diritto al silenzio, possa prestare il proprio consenso a sottoporsi all'esame limitatamente ad una o più imputazioni e possa rispondere solo su alcuni temi: in questo caso il contegno dell'imputato andrà valutato come rifiuto a rispondere, in parte qua, all'esame e non come rifiuto di rispondere alla domanda (art. 209, comma 2 c.p.p.); relativamente ai punti non oggetto di consenso si potrà procedere ai sensi dell'art. 513 c.p.p., qualora egli abbia precedentemente reso dichiarazioni. L'esame delle parti private avrà luogo appena terminata l'assunzione delle prove a carico dell'imputato, nell'ordine previsto dall'art. 503 c.p.p.; anche all'esame delle parti private si applicano le norme previste per la testimonianza (artt. 503, comma 2, 498 e 499 c.p.p.). Di fatto, il giudice mantiene anche nel processo accusatorio delineato dal Codice del 1988 importanti poteri d'intervento nel momento di formazione della prova che si esplicano già sin dalla decisone sulla loro ammissibilità. Egli, non solo può escludere le prove ritenute superflue, ma può compiere un giudizio di rilevanza sulle stesse, incidendo in tal modo concretamente sulla strategia delle parti. Ancora, come detto, può disporre d'ufficio la perizia (art. 224, comma 1, c.p.p.); durante l'esame incrociato può sempre intervenire per assicurare, fra l'altro, la pertinenza delle domande (art. 499, comma 6, c.p.p.). Al termine dell'istruttoria, poi, il presidente, sulla base dei risultati probatori, o a seguito delle letture disposte, potrà ampliare, autonomamente o su richiesta di altro componente del collegio, il thema decidendum, indicando alle parti temi di prova nuovi o più ampi, utili per la completezza dell'esame (art. 506, comma 1, c.p.p.). Spetterà, comunque, alle parti condurre l'esame nei limiti indicati ed, eventualmente, indicare nuovi mezzi di prova. In caso d'inerzia delle parti, tuttavia, il giudice, sussistendo il presupposto dell'assoluta necessarietà, potrà sempre procedere direttamente all'assunzione della prova, ai sensi dell'art. 507 c.p.p. Sino a quando la prova non sia stata acquisita, il giudice potrà anche revocarne l'ammissione, previo contraddittorio fra le parti e con ordinanza motivata su una valutazione di superfluità della stessa a fronte di fatti ritenuti già provati in dibattimento. Il giudice potrà, inoltre, ammettere prove in precedenza escluse operando un diverso apprezzamento in merito alla loro rilevanza oppure escludendo l'esistenza di un divieto probatorio in precedenza ritenuto sussistente. Ad ulteriore integrazione dell'attività delle parti, una volta che queste abbiano esaurito le loro domande, il giudice potrà rivolgere domande alle persone già esaminate anche mediante richiesta di precisazioni o chiarimenti, salvo il diritto delle parti di concludere l'esame. Infine, in via eccezionale, e solo se ciò risulti assolutamente necessario, è consentita, d'ufficio o su richiesta di parte, l'acquisizione di nuovi mezzi di prova (art. 507 c.p.p.). Se la prova non è stata richiesta dalle parti, l'esame sarà iniziato dal presidente (151, comma 2 disp. att.) al fine di verificare se la prova debba essere attribuita all'accusa o alla difesa e stabilire, all'esito, quale delle parti dovrà condurre l'esame e quale il controesame. Si può, quindi, a ragione affermare che il giudice è imparziale ma non estraneo alla formazione della prova. Tutta l'attività istruttoria dovrà essere trasfusa nel verbale (art. 510 c.p.p.) redatto in forma integrale; solo in via eccezionale è previsto che lo stesso possa essere redatto in forma riassuntiva ma in tal caso sarà obbligatoria la registrazione fonografica (art. 134, comma 3, c.p.p.). Nel procedimento davanti al giudice monocratico il verbale può essere redatto in forma riassuntiva solo se vi sia il consenso delle parti (art. 559, comma 2, c.p.p.). Il verbale dovrà contenere le generalità dei testimoni, periti, consulenti ed interpreti. Il verbale sarà nullo se vi sia incertezza assoluta sulle persone intervenute (art. 142 c.p.p.), mentre è ritenuto meramente irregolare dalla giurisprudenza nel caso in cui le omesse generalità siano reperibili aliunde da un atto inserito nel fascicolo del dibattimento, come ad esempio le liste testimoniali depositate (Cass. pen., Sez. unite, 19 luglio 2012, n. 41461). Mediante il meccanismo delle letture di cui agli artt. 511- 514 c.p.p. gli atti dei quali è stata data lettura, unitamente a quelli assunti ex art. 495 c.p.p., divengono utilizzabili per la decisione e sono inseriti, unitamente al verbale d'udienza, nel fascicolo dibattimentale (art. 515 c.p.p.). In luogo della lettura, anche d'ufficio, il giudice può indicare specificatamente gli atti utilizzabili.

(Segue). Nuove contestazioni

Il dibattimento costituisce la sede naturale della formazione della prova in cui, progressivamente, si delineano i contorni del thema decidendum. Dopo l'assunzione delle prove, la pubblica accusa sarà in grado di confermare, o meno, l'accusa. Tuttavia, il P.M. può procedere alla modifica dell'imputazione mediante nuove contestazioni e, ciò, anche nel caso in cui l'esigenza sorga da elementi acquisiti nelle fasi antecedenti l'istruttoria dibattimentale (Cass. pen., Sez. unite, 28 ottobre 1998, n. 4). La giurisprudenza più recente e maggioritaria, infatti, riconosce al P.M. il potere di procedere nel dibattimento alla modifica dell'imputazione o alla formulazione di nuove contestazioni senza specifici limiti temporali o di fonte, in quanto l'imputato ha facoltà di chiedere al giudice un termine per contrastare l'accusa, esercitando ogni prerogativa difensiva come la richiesta di nuove prove o il diritto ad essere rimesso in termini per chiedere riti alternativi o l'oblazione (da ultimo: Cass. pen., Sez. VI, 11 aprile 2014, n. 18749; Corte cost. 22 giugno 1994, n. 265; Corte Cost. 29 dicembre 1995, n. 530; Corte Cost.18 dicembre 2009, n. 333; Corte cost. 5 dicembre 2014, n. 273). Il P.M. esercita un potere di contestazione autonomo svincolato dal controllo del giudice che sarò solo successivo. In particolare, se a seguito della modifica dell'imputazione il reato risulta diverso da quello attribuito alla cognizione del tribunale in composizione collegiale anziché monocratica, l'inosservanza delle disposizioni sulla composizione del giudice andrà rilevata o eccepita, a pena di decadenza, immediatamente dopo la nuova contestazione. Nello stesso termine andrà eccepita la mancata celebrazione dell'udienza preliminare se per il diverso reato contestato questa sia prevista (art. 516 c.p.p.). Il P.M. può procedere alla modifica dell'originaria imputazione allorquando il fatto contestato, corrispondente ad un'ipotesi di reato, risulti diverso. Con riferimento al principio di correlazione fra imputazione contestata e sentenza, per aversi mutamento del fatto occorre una trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta nella quale si riassume l'ipotesi astratta prevista dalla legge, sì da pervenire ad un'incertezza sull'oggetto dell'imputazione da cui scaturisca un reale pregiudizio dei diritti della difesa; ne consegue che l'indagine volta ad accertare la violazione del principio suddetto non va esaurita nel pedissequo e mero confronto puramente letterale fra contestazione e sentenza perché, vertendosi in materia di garanzie e di difesa, la violazione è del tutto insussistente quando l'imputato, attraverso l'iter del processo, sia venuto a trovarsi nella condizione concreta di difendersi in ordine all'oggetto dell'imputazione (Cass. pen., Sezioni unite, 19 giugno 1996, n.16). Nel caso in cui, la riqualificazione del fatto avvenga ex officio, senza che sia stato concesso all'imputato, in alcuna fase della procedura, la possibilità di esserne informato e di predisporre la più opportuna difesa, si avrà violazione del principio del giusto processo e del contraddittorio solo quando il titolo di reato ravvisato sia più grave e dunque l'imputato venga a subire conseguenze più sfavorevoli per effetto del mutamento del nomen iuris. Solo in questa ipotesi occorre ritenere che il diritto al contraddittorio, investendo ogni profilo dell'accusa, vada assicurato informando l'imputato e il suo difensore dell'eventualità di una qualificazione giuridica del fatto diversa da quella contestata (esclusa, nella specie, la necessità di alcuna contestazione, essendo stata attribuita al fatto una qualificazione giuridica meno grave – art. 319 c.p. – di quella enunciata nell'imputazione – art. 317 c.p.: Cass. pen., Sez. VI, 30 dicembre 2014, n. 13798). L'atto con il quale il P.M. modifica l' imputazione ex artt. 516-517 c.p.p. non ha efficacia interruttiva della prescrizione non essendo ricompreso fra quelli tassativamente indicati dall'art. 160, comma 2 c.p. (Cass. pen., Sez. V, 30 gennaio 2015, n. 9696). L'art. 517 c.p.p. consente al P.M. di procedere a nuove contestazioni anche nel caso in cui, nel corso dell'istruttoria dibattimentale, emerga un reato connesso ex art. 12, comma 1, lett. b) o una circostanza aggravante non menzionati nel decreto che dispone il giudizio, sempre che la cognizione non appartenga alla competenza di un giudice superiore. In tale ipotesi il giudice dovrà dichiarare la propria incompetenza per difetto con sentenza e trasmettere gli atti al p.m. presso il giudice competente (art. 23 c.p.p.). Nel caso in cui nel corso del dibattimento emerga, invece, un fatto nuovo per il quale si debba procedere d'ufficio, il p.m. procederà a richiedere la trasmissione degli atti al proprio ufficio per procedere in via autonoma nei confronti dell'imputato ed eventuali concorrenti. Il giudice disporrà la trasmissione degli atti solo in relazione al fatto nuovo trattenendo presso di sé quelli relativi al fatto oggetto dell'originaria contestazione. Il presidente potrà autorizzare il p.m., che ne faccia richiesta, a procedere alla contestazione suppletiva nella medesima udienza, se vi sia il consenso dell'imputato e se ciò non pregiudichi la speditezza dell'istruttoria (art. 518 c.p.p.). In tutti i casi in cui si procede a nuove contestazioni (artt. 516, 517 e 518, comma 2, c.p.p.), salvo il caso di contestazione della sola recidiva (art. 99 c.p.), il presidente dovrà informare l'imputato del diritto di richiedere un termine a difesa; in tal caso il dibattimento verrà sospeso per un tempo non inferiore a venti giorni (art. 429 c.p.p.) e non superiore a quaranta e le parti potranno chiedere l'ammissione di nuove prove ai sensi dell'art. 507 c.p.p. (art. 519 c.p.p.). Se le nuove contestazioni di cui agli articoli 516 e 517 devono essere effettuate nei confronti dell'imputato assente, la relativa contestazione sarà inserita, a richiesta del P.M., nel verbale d'udienza che verrà notificato per estratto all'imputato (art. 520 c.p.p.); il dibattimento sarà sospeso per un termine non inferiore a venti e non superiore a quaranta giorni. Il giudice, nella sentenza, potrà sempre dare al fatto una definizione giuridica diversa da quella enunciata nell'imputazione, sempre che il reato non ecceda la sua competenza, né risulti attribuito alla competenza di un giudice superiore. Il giudice disporrà, invece, la trasmissione degli atti al P.M. ogni volta in cui accerti che il fatto è diverso da quello descritto nel decreto che dispone il giudizio o nella contestazione suppletiva effettuata, o che il p.m. ha proceduto a una nuova contestazione fuori dai casi previsti dagli artt. 516, 517 e 518, comma 2, c.p.p. (art. 521 c.p.p.), o se, a seguito ad una diversa definizione giuridica o alle contestazioni suppletive il reato risulti tra quelli attribuiti alla cognizione del tribunale per cui sia prevista l'udienza preliminare e questa non si sia tenuta. L'inosservanza delle norme previste per le nuove contestazioni è sanzionata da nullità (artt. 178, lett. c), 180 c.p.p.) e la relativa sentenza sarà nulla nella parte relativa al fatto nuovo, al reato concorrente o alla circostanza aggravante (art. 522 c.p.p.). A fronte della contestazione di un fatto diverso o di un reato concorrente, l'imputato avrà la facoltà di proporre domanda di oblazione relativamente ad essi, sussistendone i requisiti di cui agli artt. 162 e 162–bis (Corte cost., 29 dicembre 1995, n.530) (art. 141, comma 4-bis disp. att. c.p.p.).

(Segue). Discussione finale

Con il passaggio dal rito inquisitorio a quello accusatorio, il momento della discussione finale ha perso parte della propria centralità e della sua funzione persuasiva. Tale funzione si esplica, ora, durante tutto il corso del giudizio in cui le parti hanno modo di rivelare al giudice la propria strategia processuale indirizzandolo verso la bontà della propria tesi. Tuttavia la prova non è auto evidente e, pertanto, andrà comunque spiegata ed interpretata attraverso l'argomentazione persuasiva che si esplica, esaurita l' assunzione delle prove, nella fase della discussione finale in cui, ciascuna delle parti (P.M., difensori di parte civile, del responsabile civile, della persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria, e dell'imputato) illustrerà al giudice la propria tesi e formulerà le proprie conclusioni. La parte civile dovrà presentare le proprie conclusioni in forma scritta, avendo cura di specificare, quando abbia fatto richiesta di risarcimento danni, anche la determinazione del relativo ammontare la cui omissione, tuttavia, non comporta alcuna nullità, né impedisce al giudice di pronunciare condanna generica al risarcimento. Ciascuna parte avrà diritto di replica, mentre non sono ammesse controrepliche. A pena di nullità l'imputato ed il suo difensore, se ne fanno richiesta, devono poter avere la parola per ultimi. La discussione finale può eccezionalmente venire interrotta solo nel caso in cui emerga l'esigenza di assumere nuove prove che siano ritenute assolutamente necessarie, procedendo a norma dell' art. 507 c.p.p.

Sentenza

Il principio d'immediatezza e concentrazione impone che, esaurita la fase dibattimentale, il giudice, senza soluzione di continuità, deliberi, nel segreto della camera di consiglio (art. 125, comma 4, c.p.p.), la sentenza. Il giudice potrà utilizzare solo le prove legittimamente acquisite nel corso del dibattimento e la colpevolezza dell'imputato non potrà essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all'esame da parte dell'imputato e del suo difensore (artt. 526, 111 c.p.p.). Alla deliberazione dovranno concorrere, a pena di nullità assoluta ed insanabile (art. 179, comma 2, c.p.p.), i medesimi giudici che hanno partecipato al dibattimento (principio d'immutabilità del giudice). Il collegio giudicante è diretto dal presidente e decide, separatamente le questioni preliminari non ancora risolte ed ogni altra questione processuale, quindi, vengono trattate le questioni di fatto e di diritto concernenti l'imputazione che non risultino precluse dalla precedente decisone, le questioni relative all'applicazione delle pene e delle misure di sicurezza, e quelle concernenti la responsabilità civile. Ciascun giudice esprime la propria opinione ed il proprio voto che viene raccolto dal presidente. In caso di parità di voti prevale la soluzione più favorevole all'imputato. La deliberazione non può essere sospesa se non in caso di assoluta impossibilità o nell'ipotesi in cui si renda necessario procedere, in camera di consiglio, alla lettura del verbale redatto con la stenotipia o all'ascolto o alla visione di riproduzioni fonografiche o audiovisive di atti del dibattimento (art. 528 c.p.p.). La sentenza potrà essere di proscioglimento (artt. 529, 530 c.p.p.) o di condanna (art. 533 c.p.p.). Il codice del 1988 ha abolito l'assoluzione per insufficienza di prove, prevedendo che la prova insufficiente o contraddittoria sia equiparata alla mancanza di prova (art. 530, comma 2, c.p.p.) ed implichi il proscioglimento pieno. Le due ipotesi assolutorie di cui ai commi 1 e 2 dell'art. 530 c.p.p., in linea teorica, non dovrebbero distinguersi neppure per quanto concerne gli effetti civili della sentenza (art. 652 c.p.p.), tuttavia, la giurisprudenza della cassazione civile ha adottato un orientamento restrittivo che riserva al giudice civile il potere di valutare autonomamente l'eventuale responsabilità dell'autore della condotta illecita nel caso di assoluzione ex art. 530, comma 2, c.p.p. statuendo che: ai sensi dell'art. 652 c.p.p. (nell'ambito del giudizio civile di danni) e dell'art. 654 c.p.p. (nell'ambito di altri giudizi civili) c.p.p., il giudicato di assoluzione ha effetto preclusivo nel giudizio civile solo quando contenga un effettivo e specifico accertamento circa l'insussistenza o del fatto o della partecipazione dell'imputato e non anche quando l'assoluzione sia determinata dall'accertamento dell'insussistenza di sufficienti elementi di prova circa la commissione del fatto o l'attribuibilità di esso all'imputato e cioè quando l'assoluzione sia stata pronunziata a norma dell'art. 530, comma 2, c.p.p. (da ultimo: Cass. civ., Sez. III, 9 marzo 2010, n. 5676). Il proscioglimento nel merito comporterà l'adozione di sentenza di assoluzione, mentre quello per improcedibilità o estinzione del reato comporterà la pronuncia di sentenza di non doversi procedere. Il giudice pronuncerà sentenza di non doversi procedere quando accerti che l'azione penale non doveva essere iniziata o proseguita, oppure in caso di mancanza, insufficienza o contraddittorietà della prova di una condizione di procedibilità, o perché il reato è estinto o sussista il dubbio su una causa di estinzione del reato (art. 531 c.p.p.; tra le cause generali di estinzione previste dal codice penale: morte del reo 150 c.p.; amnistia art. 15 c.p.; remissione della querela 155 c.p.; prescrizione del reato art. 157 c.p.; oblazione artt. 162 e 162-bis c.p.; perdono giudiziale per i minorenni art. 169 c.p.). L'assoluzione potrà essere pronunciata per:

  1. insussistenza del fatto: quando le prove acquisite non permettono di accertare l'esistenza dell'elemento oggettivo del reato contestato (condotta, evento, nesso di causalità, presupposto oggettivo del fatto tipico);
  2. l'imputato non ha commesso il fatto: se il fatto reato esiste ed è provato ma non è attribuibile all'imputato;
  3. se il fatto non costituisce reato: nel caso in cui il fatto è stato commesso in presenza di una causa di giustificazione o manca l'elemento soggettivo del reato (tale formula assolutoria non fa stato nel giudizio civile o amministrativo);
  4. il fatto non è previsto dalla legge come reato: nel caso in cui sia raggiunta la prova del fatto descritto nell'imputazione maquesto non corrisponde ad alcuna norma incriminatrice astratta (perché inesistente o abrogata);
  5. perché il reato è stato commesso da persona non imputabile: l'imputato è stato ritenuto incapace di intendere e di volere (artt. 85 ss. c.p.);
  6. perché il reato è stato commesso da persona non punibile: a causa di particolari stati soggettivi, condizioni o qualifiche dell'imputato, quali le immunità previste dal diritto internazionale o dal diritto interno (art. 68 Cost.), per difetto di condizioni oggettive di punibilità (art. 44 c.p.), o per la presenza di cause di esclusione della pena di natura speciale (artt. 376, 384, 649 c.p.).

Quando il reato è perseguibile a querela, nel pronunciare l' assoluzione perché il fatto non sussiste o perché l'imputato non lo ha commesso, il giudice condannerà il querelante al pagamento delle spese processuali, oltre alla refusione del danno e delle spese a favore dell'imputato e del responsabile civile che ne abbiano fatto richiesta (artt. 542, 427 c.p.p.), salvo nel caso in cui l'assoluzione abbia luogo per il riconoscimento della causa di non punibilità della provocazione, ex art. 599 c.p. (Cass. pen., Sez.V, 7 gennaio 2015, n. 11090). La sentenza di condanna implica l'accertamento dell'esistenza di prove sufficienti ad affermare la colpevolezza dell'imputato, al di là di ogni ragionevole dubbio. La regola di giudizio prevista dall'art. 533, comma 1, c.p.p. andrà integrata con quella prevista dall'art. 530, comma 1, c.p.p. imponendo al giudice di assolvere l'imputato ogni qualvolta permanga il dubbio che i fatti si siano svolti in modo difforme da quanto prospettato dall'accusa. Con la sentenza di condanna il giudice applica la pena, eventuali misure di sicurezza e decide sull'azione civile esercitata nel processo penale, liquidando direttamente il danno o pronunciando condanna generica e rimettendo le parti davanti al giudice civile. In quest'ultimo caso, la parte civile potrà richiedere ed ottenere la liquidazione di una provvisionale, immediatamente esecutiva, nei limiti del danno per cui è stata raggiunta la prova (artt. 539, 540, comma 2, c.p.p.). Se ricorrono giustificati motivi, a richiesta di parte civile, la condanna alle restituzioni ed al risarcimento del danno è dichiarata provvisoriamente esecutiva. La sentenza di condanna pone a carico dell'imputato le spese processuali e di eventuale mantenimento durante la custodia cautelare. Nei casi previsti dall'art. 36 c.p. il giudice stabilisce se la sentenza debba essere pubblicata per estratto o per intero su uno o più giornali determinati (art. 536 c.p.p.). Inoltre, la parte civile può richiedere al giudice che la sentenza venga pubblicata, a spese del condannato, quale mezzo per riparare il danno non patrimoniale causato dal reato (artt. 186, 543 c.p.p.). Al termine della deliberazione, il presidente redige e sottoscrive il dispositivo, nonché una concisa esposizione dei motivi di fatto e di diritto su cui essa si fonda; nel caso in cui non sia possibile provvedere all'immediata redazione dei motivi, vi si provvede non oltre il quindicesimo giorno da quello della pronuncia, salvo i casi in cui la motivazione risulti particolarmente complessa in cui sarà possibile provvedervi non oltre il novantesimo giorno; in ogni caso il termine andrà indicato nel dispositivo. La sentenza è pubblicata in udienza mediante lettura del dispositivo e, nel caso in cui la motivazione sia contestuale, depositata in cancelleria immediatamente dopo oppure nei diversi termini indicati nel dispositivo per la redazione della motivazione. Nel caso in cui questi ultimi termini non siano rispettati, si dovrà provvedere alla notifica dell'avviso di deposito al p.m. ed alle parti private, nonché a chi risulti difensore dell'imputato al momento del deposito. L'art. 546 c.p.p. indica i requisiti della sentenza, la quale sarà nulla se manca la motivazione (art. 125, comma 3, c.p.p.), se manca o è incompleto nei suoi elementi essenziali il dispositivo, o se manca la sottoscrizione del giudice.

La riforma Orlando (l. 103/2017) è intervenuta anche sulla formulazione dell'art. 546 c.p.p.in materia di requisiti della sentenza, con l'intento di rafforzare gli elementi della motivazione in fatto.

In base al primo comma dell'art. 546 c.p.p., la sentenza contiene: a) l'intestazione “in nome del popolo italiano” e l'indicazione dell'autorità che l'ha pronunciata; b) le generalità dell'imputato o le altre indicazioni personali che valgono a identificarlo nonché le generalità delle altre parti private; c) l'imputazione; d) l'indicazione delle conclusioni delle parti; e) la concisa esposizione dei motivi di fatto e di diritto su cui la decisione è fondata, con l'indicazione delle prove poste a base della decisione stessa e l'enunciazione delle ragioni per le quali il giudice ritiene non attendibili le prove contrarie;f) il dispositivo, con l'indicazione degli articoli di legge applicati; g) la data e la sottoscrizione del giudice.

La novella – sostituendo integralmente la lett. e) del comma 1 - prevede che la sentenza debba contenere anche l'indicazione dei risultati acquisiti e dei criteri di valutazione della prova adottati (anziché l'indicazione delle prove alla base della decisione) avendo riguardo:

  • all'accertamento dei fatti e alle circostanze relative all'imputazione e alla loro qualificazione giuridica;
  • alla punibilità̀ e alla determinazione della pena e della misura di sicurezza;
  • alla responsabilità̀ civile da reato;
  • all'accertamento dei fatti dai quali dipende l'applicazione di norma processuali. 
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