Bussola

Conseguenze civili del reato

Sommario

Inquadramento | Il danno “criminale” ed il danno “civilistico” | La riparazione del danno derivante da reato: a) le restituzioni (art. 185, comma 1) | b) Il risarcimento del danno (art. 185, comma 2) | Riparazione del danno mediante pubblicazione della sentenza di condanna | Spese per il mantenimento del condannato. Obbligo di rimborso. | Le garanzie per le obbligazioni civili: a) Il sequestro | b) L'azione revocatoria penale | Obbligazione civile per le multe e le ammende inflitte a persona dipendente | Obbligazione civile delle persone giuridiche per il pagamento delle multe e delle ammende | Effetti dell'estinzione del reato o della pena sulle obbligazioni civili | Casistica |

Inquadramento

Dalla commissione del reato derivano, oltre che l'applicazione della pena e delle misure di sicurezza, anche conseguenze di ordine civile, in base al principio sancito all'art. 2043 c.c. secondo il quale « qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno ». Diverse le sanzioni di natura civile previste dal Libro I, Titolo VII del codice penale fra le quali si annoverano: a) le restituzioni (art. 185, comma 1, c.p.); b) il risarcimento del danno (art. 185, comma 2, c.p.); c) la pubblicazione della sentenza di condanna (art. 186 c.p.); d) le obbligazioni civili del condannato verso lo Stato; e) le garanzie per le obbligazioni civili che consistono nel sequestro dei beni mobili ed immobili dell'imputato (art. 189 c.p.) e nell'azione revocatoria penale (artt. 192 – 194 c.p.) ove il condannato non faccia fronte alle obbligazioni civili. 

Il danno “criminale” ed il danno “civilistico”

La perpetrazione di un reato determina generalmente due effetti: la violazione del bene giuridico tutelato dalla norma violata ed il realizzarsi dei danni (materiali e morali) che la persona offesa subisce in quanto vittima del reato. Va tenuta presente, tuttavia, la distinzione fra il danno c.d. criminale e quello civilistico.

Per danno criminale, infatti, si intendono quella serie di conseguenze inerenti la lesione o la messa in pericolo del bene giuridico tutelato dalla norma penale violata (Cass. pen., 43188/2004; Cass. pen., 2431/1997; Cass. pen., 1317/1985). Si tratta, quindi, di un danno che, a seguito della violazione della norma penale, essendo arrecato alla società, ha natura pubblicistica. Diverso, invece, è il danno civilistico, ossia il danno che il reato arreca alle singole persone offese e del quale può essere chiesto il risarcimento e/o la restituzione, nel processo penale attraverso la costituzione della parte civile: art. 185 c.p., artt. 74, 538, 578 c.p.p. Il suddetto danno, con tutta evidenza, contrariamente al danno criminale, ha natura esclusivamente privatistica e può essere fatto valere dalla persona offesa anche in sede penale.

La differenza fra le due accezioni di danno, per alcune tipologie di reati è immediata e non si presta ad alcun equivoco: ad es., nell'omicidio il danno criminale è costituito dalla distruzione del bene vita che non costituisce di certo oggetto del danno civilistico ancorché risarcibile agli eredi ove si costituiscano parti civili.

Al contrario, per i reati contro il patrimonio, il contenuto delle due nozioni può talvolta coincidere in quanto, normalmente, il bene giuridico violato consiste nel diritto di proprietà ossia nel danno che l'agente, con il commettere il reato, ha arrecato alla persona offesa privandolo del bene appartenente al suo dominium.

La giurisprudenza dominante identifica il danno criminale con quello che si esaurisce contemporaneamente alla consumazione istantanea del reato sicché quod factum est infectum fieri nequit. Al contrario il danno civilistico permane fino a che l'agente non risarcisca il danno o non restituisca il bene.

In sintesi, si definisce danno criminale o danno penale quello che, avuto riguardo alla natura del fatto da cui è prodotto, consiste nella lesione o messa in pericolo dell'interesse particolare tutelato dalla norma penale incriminatrice: esso ha un carattere specifico rispetto a quell'indifferenziato interesse generale che viene comunque leso da qualsiasi reato per il fatto stesso del contrasto tra il comportamento umano e gli interessi perseguiti dallo Stato. Chi subisce il danno criminale viene detto persona offesa dal reato o parte lesa. Il danno civile, invece, è il c.d. danno risarcibile, ossia quel danno pecuniariamente valutabile che non rappresenta conseguenza immancabile del reato (potendo anche non sussistere). Esso può essere cagionato da qualsiasi reato, sia esso delitto o contravvenzione, sia esso doloso o colposo, di danno o di pericolo, consumato o tentato: è sufficiente, in altri termini, che sia causalmente derivato dal reato.

La riparazione del danno derivante da reato: a) le restituzioni (art. 185, comma 1)

Generalmente per restituzioni si intende il ripristino della situazione preesistente alla commissione del fatto, ricomprendendovi non solo la tradizione materiale o simbolica della cosa mobile o immobile su cui ha insistito l'azione criminosa ma anche l'eliminazione di quanto illecitamente realizzato con il reato medesimo. Discussa, invece, è la riconducibilità all'art. 185, comma 1, c.p. dell'obbligo della restitutio in integrum. I casi di risarcimento in forma specifica, infatti, vengono il più delle volte ritenuti afferenti al comma 2 della stessa norma stante il duplice richiamo alle “leggi civili” operato dall'art. 185 c.p. e la configurazione della reintegrazione in forma specifica alla stregua dell'art. 2058 c.c. come una modalità della medesima, unitaria obbligazione risarcitoria che si affianca al normale risarcimento del danno per equivalente. Sul punto la Cassazione ha ritenuto che l'obbligo alla restituzione di cui al comma 1 dell'art. 185 c.p. comporta a carico dell'autore del reato non solo l'obbligo della riconsegna delle cose sottratte, ma anche quello della restitutio in integrum ossia il ripristino della situazione preesistente al reato (Cass. pen., Sez. VI, 21 marzo 1990, n. 4169). Così, ad esempio, in tema di responsabilità civile, è stata considerata legittima la statuizione del giudice penale che, con la sentenza di condanna, abbia disposto la demolizione di una porzione di un fabbricato abusivo in accoglimento della richiesta di risarcimento del danno in forma specifica avanzata dalla parte civile a norma dell'art. 2058 c.c (Cass. pen., Sez. VI, 26 ottobre 1999, n. 12221).

In aggiunta, anche se in tempi meno recenti, si è osservato che nell'ipotesi in cui la parte civile abbia chiesto il risarcimento in forma specifica ed il giudice abbia pronunciato condanna al risarcimento dei danni in forma pecuniaria da liquidarsi in separata sede, non sia ravvisabile alcuna nullità per vizio di ultrapetizione. In base all'art. 2058, comma 2, c.c., infatti, qualora non risulti possibile disporre la reintegrazione in forma specifica, il giudice può ordinare che il risarcimento avvenga per equivalente. Ne deriva che il risarcimento del danno per equivalente, costituendo un minus rispetto alla più ampia domanda di restituzione in forma specifica, è compreso in quest'ultima e rientra nell'ambito dello stesso petitum (Cass. pen., Sez. III, 9 aprile 1986, n. 2802).

 

In evidenza

L'obbligo di ripristino può costituire anche una sanzione penale accessoria in ordine a determinate categorie di reato, per lo più inerenti alle violazioni di carattere urbanistico od ambientale. In materia paesaggistica, per esempio, l'ordine di rimessione in pristino dello stato originario dei luoghi, disciplinato dall'art. 1-sexies l. 431/1986 ha natura di sanzione penale in quanto è applicato dal magistrato ordinario, come conseguenza obbligata della sentenza di condanna ed è espressione di un potere non meramente surrogatorio, ma primario, esclusivo, autonomo e più ampio rispetto a quello della pubblica amministrazione. Detto ordine, quindi, pur non essendo inquadrabile negli schemi pregressi, è pur sempre sanzione penale tipica. È quindi da escludere il carattere di sanzione civile, poiché il ripristino, di cui all'art. 185 c.p., pur se determinato dallo stato antigiuridico, prodotto dal reato, è connesso con un diritto puramente privato esercitato mediante un'azione giudiziaria, anch'essa privata. È da negare altresì il carattere di pena accessoria, poiché per la sua configurabilità è necessaria una specifica previsione legislativa. Ne deriva che con la sentenza di condanna deve essere, in ogni caso, ordinato il ripristino, come statuizione consequenziale ed obbligatoria (Cass. pen., Sez. III, 18 marzo 1993, n. 1969)

 

Ai sensi dell'art. 10 del d.P.R. 22 settembre 1988, n. 448, recante Approvazione delle disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni, nel procedimento penale davanti al tribunale per i minorenni non è ammesso l'esercizio dell'azione civile per le restituzioni e il risarcimento del danno cagionato dal reato. Inoltre, la sentenza penale non ha efficacia di giudicato nel giudizio civile per le restituzioni e il risarcimento del danno cagionato dal reato.

L'obbligo di restituzione a norma delle leggi civili, ex art. 185, comma 1, c.p., è previsto soltanto a carico del colpevole del reato, a differenza di quanto sancito dal comma 2 ove l'obbligazione risarcitoria coinvolge in solido tanto il colpevole che il responsabile civile. Tuttavia, l'art. 74 c.p.p. stabilisce che anche la condanna alle restituzioni è pronunciata nei confronti del responsabile civile unitamente all'imputato nei casi in cui ne venga riconosciuta la sua responsabilità. Tale incompatibilità deriva verosimilmente dalla diversa accezione che si attribuisce al termine restituzioni: solo attribuendo un significato più ampio al termine, infatti, può porsi in capo al responsabile civile tale obbligo, come previsto dal codice di rito. Una lettura in combinato disposto degli artt. 74 e 538 c.p.p. consente, comunque, di ritenere che il responsabile civile possa essere chiamato a rispondere in solido delle restituzioni solo se citato o intervenuto nel giudizio.

Stante il tenore dell'art. 185 c.p. la natura delle obbligazioni ivi previste è senz'altro civilistica: tuttavia, la limitazione al risarcimento del danno ed alle restituzioni comporta che la fattispecie individuata, di natura sanzionatoria (il Titolo VII del Libro I del c.p. tratta infatti Delle sanzioni civili), debba configurarsi come forma di responsabilità extracontrattuale quand'anche il reato incida su di un rapporto contrattuale esistente tra colpevole e danneggiato dal fatto illecito.

La condanna alle restituzioni non esclude quella al risarcimento, tanto nel caso in cui le prime non siano possibili in toto, quanto in quello in cui, pur essendo integralmente possibili, coesista un'ulteriore ragione di danno come si verifica, ad esempio, per il mancato godimento del bene dal momento dell'amotio, per il deterioramento della cosa ecc. (Cass. pen., sez. II, 20 agosto 1981, n. 4958).

L'obbligo delle restituzioni, nel caso in cui vi siano più condannati, è indivisibile (art. 187 c.p.).

b) Il risarcimento del danno (art. 185, comma 2)

Al risarcimento del danno civile (v. bussola) derivante dal reato sono tenuti tanto il colpevole quanto il responsabile civile. Esso va configurato come danno per responsabilità extracontrattuale ed è soggetto al regime di cui agli artt. 2043 ss. c.c.

Consiste nel danno emergente (effettiva diminuzione patrimoniale subìta) e nel lucro cessante (mancato guadagno), costituenti il danno patrimoniale, e nel danno non patrimoniale, la cui risarcibilità, che l'art. 2059 c.c. limita ai casi tassativamente previsti dalla legge, è prevista dall'art. 185, comma 2, c.p.

La giurisprudenza ha ritenuto non tanto rilevante la quantificazione del danno come immediato e diretto ai fini della risarcibilità quanto, piuttosto, il collegamento causale del danno con il reato, escludendo, quindi, ciò che risulti ad esso connesso solo occasionalmente, anche per la sopravvenienza di un fattore eccezionale, o costituisca mero pregiudizio economico non derivante dalla lesione di un interesse tutelato dalla norma.

In tema di risarcimento del danno conseguente alla commissione di un reato è del tutto irrilevante che l'obbligazione non sia stata dichiarata con la sentenza penale o civile, nascendo essa direttamente dalla commissione del fatto costituente reato; né rileva che non vi sia stata richiesta da parte della persona offesa, non potendo tale omissione equivalere a rinuncia (Cass pen., Sez. V, 31 gennaio 2000, n. 4731)

Il termine reato di cui al comma 2 dell'art. 185 c.p. esclude quei fatti che, pur tipici, siano commessi in presenza di una causa di giustificazione o di una causa scusante (come tali rispettivamente leciti ovvero non colpevoli). Allo stesso modo è escluso il fatto del non imputabile (fatto che in sé stesso, indipendentemente dalla concreta presenza di un responsabile civile, non consente alcun rimprovero al suo autore il quale, quindi, contrariamente a quanto richiesto dalla norma, non può per definizione dirsi colpevole).

Riparazione del danno mediante pubblicazione della sentenza di condanna

La pubblicazione della sentenza prevista dall'art. 186 c.p. ha natura di sanzione civile che può disporsi a carico del colpevole qualora essa costituisca un mezzo per riparare il danno non patrimoniale cagionato dal reato (come, ad es. nei reati di calunnia o diffamazione), diversamente dalla pubblicazione della sentenza prevista dall'art. 19 c.p. che ha natura di pena accessoria. Pertanto, detta misura può essere applicata solo se vi sia un'immediata correlazione tra il danno non patrimoniale subito dalla parte civile e la pubblicazione della sentenza con cui il colpevole del reato che ha cagionato tale danno viene condannato, nel senso che la pubblicità data alla condanna del reo abbia in sé, nel caso concreto, la capacità di porsi come mezzo per riparare quel danno (Cass. pen., Sez. unite, 21 aprile 1989, n. 6168). Come tale essa non è soggetta alla disciplina della prescrizione (Cass., pen., Sez.II, 24 febbraio 2011, n. 9058). Trattasi di un istituto ontologicamente appartenente al processo civile, dal quale mutua la sua disciplina, pur quando l'azione civile venga proposta nel processo penale. Ne consegue che siffatta pubblicazione non può essere disposta d'ufficio in mancanza della domanda della parte istante (Cass. pen., Sez. VI, 15 giugno 1998, n. 7917). Questa avviene per estratto a meno che il giudice non ravvisi la necessità di una sua pubblicazione integrale. Il codice penale prevede come obbligato il colpevole, mentre il codice di rito (art. 543, comma 2, c.p.p.) stabilisce che abbia luogo a spese del condannato e, se del caso, anche del responsabile civile.

 

In evidenza

Nei casi di diffamazione a mezzo stampa, l'art. 9 della legge 8 febbraio 1948, n. 47 stabilisce che il giudice ordina in ogni caso la pubblicazione della sentenza, integralmente o per estratto, nel periodico stesso. Il direttore responsabile è tenuto a eseguire gratuitamente la pubblicazione a norma dell'articolo del codice di procedura penale. Questa norma costituisce una pena accessoria in quanto condonabile, e non sanzione civile. Infatti, tale pubblicazione consegue di diritto ed obbligatoriamente alla condanna al fine di integrare e rafforzare la tutela penale. Ciò è rivelato dal collegamento della pubblicazione non già alla verificazione del danno cagionato dal reato, ma al reato medesimo (Cass., 20 dicembre 2001, n.16078)

 

La Cassazione ha di recente affermato che in tema di patteggiamento, l'illegittimità della subordinazione della sospensione condizionale della pena (v. bussola) alla pubblicazione della sentenza ai sensi dell'art. 186 c.p., conseguente alla violazione della preclusione per il giudice che pronuncia sentenza ex art. 444 c.p.p. di adottare statuizioni implicanti una decisione sul rapporto civile o inerenti al titolo risarcitorio, può essere dedotta solo nel giudizio di cognizione, per mezzo della impugnazione della sentenza viziata, ma non anche in sede di esecuzione, ostando in tale ultimo caso l'intangibilità del giudicato (Cass. pen., Sez. I, 22 gennaio 2014, n. 17662).

Inoltre, la sospensione condizionale della pena non può avere ad oggetto la pubblicazione della sentenza penale di cui all'art. 186 c.p., atteso che quest'ultima non è una pena accessoria ma un 

mezzo di risarcimento del danno non patrimoniale in favore della parte civile che l'ha subito. (Cass. pen., Sez. V, 30 maggio 2001, n. 31680).

Ai sensi del terzo comma dell'art.543 c.p.p. la mancata pubblicazione della sentenza nei termini indicati dal giudice con la sentenza, legittima la parte civile a provvedervi direttamente con diritto a ripetere le spese dall'obbligato. Così come per le restituzioni a norma dell'art.185, comma 1, c.p. anche l'obbligo alla pubblicazione è indivisibile (art.187 c.p.).

Spese per il mantenimento del condannato. Obbligo di rimborso.

L'art. 188 c.p. prevede l'obbligo per il condannato di rimborsare all'erario dello Stato le spese per il suo mantenimento negli stabilimenti di pena e risponde di tali obbligazioni con tutti i suoi beni mobili e immobili, presenti e futuri, a norma delle leggi civili (art. 2740 c.c.).

Si tratta di una obbligazione personale, che non trova applicazione nei confronti della persona civilmente responsabile né degli eredi del condannato. La natura strettamente personale dell'obbligo di rimborso allo Stato delle spese di mantenimento del condannato fa sì che la morte del reo intervenuta dopo la sentenza o il decreto penale irrevocabili di condanna ne determini l'estinzione.

Secondo la Corte costituzionale il debito di mantenimento e di rimborso delle spese processuali ha natura similare a quella della pena: si tratta, infatti, di una sanzione economica ad essa accessoria, in qualche modo partecipe del regime giuridico e delle finalità di questa, in specie quelle di rieducazione che l'art. 27 Cost. attribuisce alla pena (Corte cost., 6 aprile 1998, n. 98). La Consulta ha dichiarato, inoltre, non fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata in relazione agli artt. 53, comma 1 e 27, comma 3, Cost. degli artt. 188, comma 1, 189 n. 3, 274 e 612, comma 3, c.p.p. precisando che l'obbligo del condannato detenuto di rimborsare all'erario le spese di mantenimento in carcere costituisce un effetto risarcitorio civile del reato e che le obbligazioni civili non costituiscono una sanzione accessoria della pena, di cui debbano seguire la sorte, bensì un effetto dell'illecito che è sufficiente a farne gravare il costo a carico dell'autore. In aggiunta, ha puntualizzato che l'art. 53, comma 3, Cost., non si applica alle prestazioni di servizi giudiziari il cui costo si possa determinare divisibilmente, nulla vietando, tuttavia, che il Legislatore, nell'esercizio della sua discrezionalità politica, possa disciplinare altrimenti la materia, eventualmente tenendo conto delle diverse condizioni economiche degli stessi detenuti (Corte cost., 28 novembre 1973, n.167).

Il comma 3 dell'art. 535 c.p.p. pone a carico del condannato le spese di mantenimento sostenute durante il periodo di custodia cautelare a norma dell'art. 692 c.p.p. A sua volta quest'ultima disposizione prevede che qualora l'imputato sia condannato a pena detentiva per il reato per il quale fu sottoposto a custodia cautelare, le spese per il mantenimento durante il periodo di custodia sono poste a suo carico e, se la custodia cautelare supera la durata della pena, sono detratte le spese relative alla maggiore durata.

Una parte della giurisprudenza cassazionista ha affermato che, essendo le spese della custodia cautelare ricomprese fra le cc.dd. spese processuali, non possono essere poste a carico dell'imputato nei casi di applicazione della pena su richiesta delle parti (v. bussola) poiché il titolo di recupero di cui all'art. 535 c.p.p. è costituito da una sentenza di condanna (Cass. pen.Sez. IV, 4 dicembre 2000). Secondo un avverso orientamento, invece, la condanna al pagamento delle spese è compatibile anche nei casi di pronuncia a norma dell'art. 444 c.p.p. stante la sua equiparazione con la sentenza di condanna, sicché ogni deroga deve risultare da una espressa disposizione (Cass. pen., Sez. IV, 1 aprile 2003).

In evidenza

La disciplina delle spese di mantenimento è contenuta nella legge 26 luglio 1975, n. 354, sull'ordinamento penitenziario. In particolare, l'art. 2 considera spese di mantenimento quelle concernenti gli alimenti ed il corredo; il rimborso delle stesse ha luogo per una quota non superiore ai due terzi del costo reale; al principio di ogni esercizio finanziario, il Ministro della Giustizia determina la quota media di mantenimento dei detenuti in tutti gli stabilimenti della Repubblica. Viene, in aggiunta, operato un richiamo alla disciplina di cui all'art. 145 c.p. ai sensi del quale l'obbligo previsto dalla norma in commento deve essere correlato al diritto-dovere del detenuto al lavoro retribuito da cui deve essere detratto l'ammontare dovuto a quel fine (artt. 2 e 24 ord. pen.).

 

Nel caso il condannato versi in disagiate condizioni economiche e abbia tenuto regolare condotta, l'art. 19 della legge 10 ottobre 1986, n.663, recante Modifiche alla legge sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, prevedeva la possibilità per i condannati e gli internati di fruire del beneficio della remissione del debito, intesa come rinunzia dello Stato al suo diritto di credito, secondo quanto previsto dalle norme sull'ordinamento giudiziario (art. 56, l. 26 luglio 1975, n. 354). Con la pronuncia n.342 del 15 luglio 1991 la Consulta ha dichiarato l'illegittimità, per contrasto con l'art.3 Cost., dell'art. 56 ord.pen. assumendo « irragionevolmente discriminatoria la preclusione della remissione delle spese di giustizia […] nei confronti di quei condannati che - per non aver sofferto (in ragione della non gravità del reato commesso, della minore loro pericolosità sociale o per qualsiasi altra causa) alcun periodo di carcerazione (ne' a titolo di custodia cautelare, ne' di espiazione di pena) - appaiono maggiormente meritevoli di un'agevolazione economica che, seppur nella limitata portata dell'istituto, li ponga al riparo da possibili spinte criminogene (soprattutto di microcriminalità) che potrebbero insorgere nel momento di difficoltà economica conseguente alla riscossione da parte dello Stato delle spese di giustizia, riscossione altrimenti sospesa soltanto in caso di insolvibilità del condannato ». Con il d.P.R. 30 maggio 2002, n.115, l'art. 56 ord.pen. è stato definitivamente abrogato.

L'ultimo comma dell'art. 188 c.p. recita: « l'obbligazione non si estende alla persona civilmente responsabile e non si trasmette agli eredi del condannato ». La Corte costituzionale, con la sentenza del 16 aprile 1998, n. 112 ha dichiarato illegittimo tale comma nella parte in cui omette di prevedere la non trasmissibilità agli eredi dell'obbligo di rimborsare le spese del procedimento penale.

Le garanzie per le obbligazioni civili: a) Il sequestro

L'art. 189 del codice penale, prima dell'entrata in vigore delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale adottate con il d.lgs 28 luglio 1989, n. 271, prevedeva l'ipoteca legale dello Stato sui beni dell'imputato a garanzia del pagamento di una serie di spese (in senso lato) ivi tassativamente indicate. Laddove si fosse temuta la dispersione od il venir meno delle garanzie per le quali era ammessa l'ipoteca legale, si consentiva altresì il sequestro dei beni mobili dell'imputato. Gli effetti di entrambi i provvedimenti cessavano con la sentenza irrevocabile di proscioglimento e potevano essere evitati ove l'imputato avesse offerto cauzione. Nei soli casi di sequestro, i crediti indicati nella disposizione si sarebbero dovuti considerare privilegiati rispetto a qualsivoglia altro credito non privilegiato di data anteriore e ai crediti sorti posteriormente, salvi i privilegi stabiliti a garanzia del pagamento dei tributi.

Con l'art. 218 del d.lgs 271/1989 le disposizioni del codice penale che prevedevano l'ipoteca legale sono state formalmente abrogate. Inoltre la Corte costituzionale con ordinanza n. 214 del 1992, ha affermato che l'applicazione delle norme anteriormente vigenti disposta dall'art. 241 d.lgs. 28 luglio 1989, n. 271, per i giudizi in corso alla data di entrata in vigore del nuovo codice va riferita non soltanto alle disposizioni processuali ma anche alla disciplina sostanziale a queste necessariamente correlata dal nesso inscindibile tra diritto e azione, per cui il permanere della vigenza del modulo procedimentale descritto dagli artt. 616 s. del previgente codice per l'ipoteca legale implica e presuppone l'applicabilità dell'istituto stesso ai processi in questione, dovendo viceversa riferirsi l'abrogazione dell'art. 189 sancita dall'art. 218 d.lgs. 271/1989 del citato decreto soltanto ai processi tenuti con il nuovo rito, come conferma l'omessa indicazione di tale ultima norma tra quelle immediatamente applicabili. Analogamente si è espressa anche la Corte di Cassazione secondo la quale « le ipoteche legali iscritte in epoca anteriore all'entrata in vigore del c.p.p. del 1988, in procedimenti che proseguono con l'osservanza delle norme previgenti, restano disciplinate da queste ultime (art. 618-620 c.p.p. del 1930); quindi, nonostante l'avvenuta abrogazione dell'istituto, non debbono essere automaticamente cancellate » (Cass. pen., Sezioni unite, 6 dicembre 1991).

A garanzia del soddisfacimento delle spese processuali, l'ordinamento prevede oggi l'istituto del sequestro penale o conservativo, disciplinato dall'art.189 c.p. e ss. e dagli artt.316 e ss c.p.p. Così come gli analoghi istituti cautelari previsti in sede civile, anche il sequestro penale presuppone la sussistenza dei requisiti del fumus boni iuri (implicito, in questo caso, nella condanna penale) e del periculum in mora.

In ambito civile, trovano applicazione gli artt. 2768 e 2778 c.c. che disciplinano anche l'ordine dei privilegi rispetto agli altri crediti.

Il sequestro può essere attuato sia su beni mobili che immobili, secondo le modalità comuni al procedimento civile (art. 678, 679 c.p.c.) e può ricadere anche sui beni appartenenti al responsabile civile (art. 190 c.p.). Perché si abbia il sequestro conservativo non è necessario che la somma da garantire sia determinata, pertanto l'entità del bene o dei beni da sequestrare può essere valutata dal Giudice secondo un criterio di approssimazione.

Oggetto del sequestro conservativo possono essere unicamente i beni dell'imputato ovvero le somme o le cose a lui dovute da parte di terzi, nei limiti in cui la legge ne consente il pignoramento (Cass. pen., Sez. VI, 22 aprile 2011, n. 16168; Cass. pen., Sez. V, 11 novembre 2009, n. 43026; Cass. pen., Sez. V, 13 gennaio 2004, n. 598). Secondo una parte della giurisprudenza di legittimità, possono essere pignorati anche i beni formalmente intestati a terze persone delle quali l'imputato abbia la disponibilità uti dominus (Cass. pen., Sez.II, 21 dicembre 2010, n.44660; Cass. pen., Sez.VI, 17 maggio 2003, n. 21940).

La violazione degli obblighi di garanzia nascenti dal sequestro conservativo comporta l'applicazione delle sanzioni penali di cui all'art. 388, commi 3, 4, 5 c.p.

b) L'azione revocatoria penale

L'ordinamento penale prevede l'azione revocatoria per gli atti compiuti dal colpevole successivamente alla commissione del reato. In materia trovano applicazione gli artt. 192, 193, 194 c.p. i quali si applicano a garanzia dei crediti indicati dall'art. 189 c.p. (tra i quali rientrano anche le somme dovute a titolo di risarcimento del danno). Diversamente che per il sequestro conservativo, le norme in materia di azione revocatoria non considerano il responsabile civile al quale, pertanto, l'actio pauliana pare non potersi applicare. Nonostante le norme facciano riferimento al colpevole del reato (il ché sembrerebbe presupporre la dichiarazione di colpevolezza dell'imputato), i termini dell'azione non decorrono dalla condanna ma dalla commissione stessa dell'illecito (Cass. pen., Sez. II, 14 luglio 2007, n.13972).

Ai sensi dell'art. 192 c.p. sono inefficaci gli atti a titolo gratuito compiuti dopo la commissione del reato e, dunque, può essere disposto il sequestro conservativo anche sui beni donati dall'imputato successivamente al compimento del fatto perseguito penalmente (Cass. pen., Sez.I II, 20 gennaio 2009, n. 2386).

Per la Cassazione non rientra tra gli atti a titolo gratuito la rinuncia all'eredità (Cass. pen., Sez.V, 6 aprile 2000, n.1294).

Per gli atti a titolo oneroso eccedenti la semplice amministrazione ovvero la gestione dell'ordinario commercio, invece, per i quali vale una presunzione di frode rispetto ai crediti di cui all'art. 189 c.p., è necessaria la prova della mala fede dell'altro contraente ai fini della revoca dell'atto.

Presupposto dell'azione di cui agli artt. 192 e ss.c.p. è la sussistenza dell'eventus damni, ossia del pregiudizio che l'atto arreca al patrimonio del colpevole nei confronti dei crediti derivanti dal reato. Anche se tale presupposto non è espressamente previsto dagli artt. 192 e ss c.p., secondo la struttura generale dell'azione revocatoria, che trova applicazione nel silenzio della normativa speciale, il danno deve essere provato pur non essendone necessaria l'effettività e l'attualità in quanto è sufficiente che il debitore non adempia l'obbligazione e che l'azione esecutiva intentata nei suoi confronti si riveli infruttuosa. Non occorre, pertanto, nemmeno che il credito sia liquido ed esigibile: l'azione, infatti, è proponibile anche nei confronti di crediti sotto condizione o a termine proprio perché l'evento di danno è considerato nella sua accezione più ampia di riduzione delle probabilità di riscossione del credito.

Con riferimento al momento in cui è stato compiuto l'atto, occorre avere riguardo al tempo della commissione del reato e non al suo accertamento con sentenza passata in giudicato. Se il reato è consumato, l'atto deve essere compiuto dopo l'esecuzione di esso; se è tentato, dopo la cessazione dell'attività del colpevole. Se, invece, il reato è permanente o continuato, dato che il reato si perfeziona quando è posta in essere la condotta, occorre aver riguardo a quest'ultima.

La presunzione di frode non vale per gli atti a titolo gratuito o per quelli a titolo oneroso eccedenti l'ordinaria amministrazione compiuti da un soggetto prima della commissione di un reato; questi, infatti, sono revocabili ai sensi dell'art. 194 c.p. solo ove si dimostri la frode di colui che li ha compiuti e, se a titolo oneroso, anche del terzo (c.d consilium fraudis). Trattandosi di un'azione revocatoria nei confronti di atti compiuti prima del sorgere del credito derivante dal reato i presupposti dell'azione sono attenuati rispetto a quelli indicati per la revoca degli atti successivi. La frode in questo caso coincide con il dolo specifico e va intesa come preordinazione dell'atto a pregiudicare il soddisfacimento delle ragioni creditorie.

L'art. 194 c.p. stabilisce anche il limite temporale di un anno prima della commissione del reato, termine oltre il quale gli atti a titolo oneroso precedenti la sua commissione, non sono più aggredibili mediante la revocatoria penale.

La disciplina di tale azione si conclude con una norma di rinvio alle leggi civili per l'individuazione e la tutela dei diritti dei terzi che abbiano acquistato non dall'autore del reato (in quanto a questi si riferiscono gli articoli precedenti), ma dall'avente causa dell'autore del reato, ossia i cc.dd. terzi subacquirenti o acquirenti mediati.

Obbligazione civile per le multe e le ammende inflitte a persona dipendente

Con la l'intervento della legge 24 novembre 1981, n. 689 si è ampliato il raggio di azione dell'art. 196 c.p. attraverso l'estensione dell'obbligazione civile anche alla multa oltre che all'ammenda. Attraverso le disposizioni di cui agli artt. 196 e 197 c.p., il Legislatore ha provveduto al riconoscimento dell'istituto del civilmente obbligato alla pena pecuniaria.

 

In evidenza

Secondo la dottrina maggioritaria, si tratta di una responsabilità civile avente carattere accessorio e sussidiario: è accessoria in quanto consegue alla condanna dell'autore del reato e permane fino a quando non interviene l'estinzione del reato o della pena; è sussidiaria poiché si configura soltanto nel caso in cui il condannato al pagamento della pena pecuniaria versi in uno stato di insolvibilità.

 

La Corte costituzionale ha escluso che l'obbligo al pagamento della somma imposto dall'art. 196 c.p. al civilmente obbligato sia una vera e propria pena, conseguente ad una responsabilità penale per fatto altrui. La natura civilistica dell'obbligo di cui all'art. 196 è, infatti, desumibile dalla sua previsione nell'ambito delle sanzioni civili di cui al Titolo VII del Libro I; dalla sua qualificazione in rubrica come “obbligazione civile”; dal carattere sussidiario di questa misura; dall'ulteriore circostanza che la somma è dovuta quando la persona rivestita dall'autorità, direzione o vigilanza non debba essa stessa rispondere penalmente; dalla inapplicabilità della conversione della pena pecuniaria in pena detentiva in caso di insolvibilità del civilmente responsabile; dall'applicabilità, infine, della misura anche alle persone giuridiche (Corte cost., 14 maggio 1966, n. 40).

Il soggetto obbligato secondo la lettera dell'art. 196 c.p. è la persona rivestita dell'autorità o incaricata della direzione o vigilanza indicata, generalmente, con il termine preponente. I reati per i quali è possibile applicare la norma in esame, in presenza dei relativi presupposti, sono posti in essere, in gran parte dei casi, nell'ambito di una prestazione di lavoro subordinato ma è possibile richiamare anche quelli compiuti da minori sottoposti alla potestà dei genitori o ad altre forme di autorità per motivi di educazione, istruzione et similia

Obbligazione civile delle persone giuridiche per il pagamento delle multe e delle ammende

Ai sensi dell'art. 197 c.p., invece, sono obbligati al pagamento, in caso di insolvibilità del condannato, di una somma pari all'ammontare della multa o dell'ammenda inflitta gli enti forniti di personalità giuridica, eccettuati lo Stato, le regioni, le province ed i comuni, qualora sia pronunciata condanna per reato contro chi ne abbia la rappresentanza, o l'amministrazione, o sia con essi in rapporto di dipendenza, e si tratti di reato che costituisca violazione degli obblighi inerenti alla qualità rivestita dal colpevole, ovvero sia commesso nell'interesse della persona giuridica. Il reato deve derivare dalla violazione di un dovere connesso alle mansioni che il soggetto svolge. Quest'ultima previsione costituisce una delle modifiche introdotte dall'art. 116, l. 24 novembre 1981, n. 689, rispetto alla formulazione originaria dell'art. 197 c.p.

L'art. 6, comma 3, della legge suindicata prevede che se la violazione è commessa dal rappresentante o dal dipendente di una persona giuridica o di un ente privo di personalità giuridica o, comunque, di un imprenditore, nell'esercizio delle proprie funzioni o incombenze, la persona giuridica o l'ente o l'imprenditore è obbligato in solido con l'autore della violazione al pagamento della somma da questo dovuta. Si tratta, pertanto, di una obbligazione solidale che consente la possibilità per l'amministrazione di poter richiedere, indifferentemente, l'adempimento all'autore della violazione o all'ente o all'imprenditore individuale, salva l'opportunità, per questi ultimi, di poter agire in regresso nei confronti del primo.

Così come all'art. 196 c.p., anche l'art. 197, comma 2, c.p. prevede che nei confronti del condannato trovino applicazione le disposizioni di cui all'art. 136 c.p. La conversione, in particolare, avrà ad oggetto non l'obbligazione civile per la pena pecuniaria ma la pena pecuniaria irrogata e, in caso di conversione, il condannato sarà destinatario delle sanzioni sussidiarie della libertà controllata e del lavoro sostitutivo.

Effetti dell'estinzione del reato o della pena sulle obbligazioni civili

Fatta eccezione per le obbligazioni per il pagamento delle somme pari all'ammontare della multa e dell'ammenda poste a carico del civilmente obbligato per la pena pecuniaria di cui agli artt. 196 e 197 c.p., la disposizione in esame stabilisce che l'estinzione del reato e della pena non determina l'estinzione delle obbligazioni civili da esso derivanti. Nonostante la norma sembri riferirsi a tutte le obbligazioni civili da reato, in realtà l'obbligo di rimborso allo Stato delle spese di mantenimento del condannato di cui all'art. 188 c.p. si estingue in caso di morte del reo intervenuta dopo la sentenza o il decreto penale irrevocabili di condanna, avendo tale obbligazione natura personale.

Sul piano processuale, l'art. 578 c.p.p. stabilisce che quando nei confronti dell'imputato è stata pronunciata condanna, anche generica, alle restituzioni o al risarcimento dei danni cagionati dal reato, a favore della parte civile, il giudice di appello e la corte di cassazione, nel dichiarare il reato estinto per amnistia o per prescrizione, decidono sull'impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili. La norma consente, quindi, di continuare ad avvalersi del procedimento penale nei successivi gradi di giudizio al fine di definire le controversie civili, evitando che le parti private siano obbligate ad innestare un ulteriore processo in sede civile.

La Consulta ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 198 e 151, comma 1, c.p. per contrasto con l'art. 3 Cost., per la parte in cui escludono che l'amnistia estingua l'obbligazione del condannato al pagamento delle spese processuali. Secondo la Corte sussiste una differenza fra i casi di amnistia concessa prima della condanna e quelli in cui sia avvenuta successivamente. Nel primo di questi, infatti, non è certo che la spesa del procedimento sia stata occasionata dall'imputato, mentre nel secondo v'è in tal senso una certezza che promana dal giudicato e, pertanto, le due situazioni non possono ragionevolmente essere regolate da norme identiche ed ugualmente comportare l'esonero dall'obbligo di rimborso verso lo Stato (Corte cost., 2 aprile 1964, n. 30).

Casistica

Nel caso di accoglimento del ricorso per cassazione della parte civile avverso una sentenza di assoluzione, nel conseguente giudizio di rinvio, ai fini dell'accertamento del nesso di causalità commissiva, il giudice civile è tenuto ad applicare le regole di giudizio del diritto penale e non quelle del diritto civile, essendo in questione, ai sensi dell'art. 185 c.p., il danno da reato e non mutando la natura risarcitoria della domanda proposta, ai sensi dell'art. 74 c.p.p., innanzi al giudice penale.

(Cass. pen., Sez. IV, 1 luglio 2016, n. 27045)

L'accertamento in sede penale di un'intesa corruttiva, intercorsa tra un parte di un giudizio civile ed il giudice di quel giudizio, costituisce titolo della domanda risarcitoria proposta ex art. 185 c.p., per mezzo della costituzione di parte civile, della parte che ha subìto gli effetti della corruzione e comporta la condanna del corruttore e del giudice corrotto al risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non patrimoniali, cagionati dal reato di corruzione, perché la sentenza penale che tale reato accerta, pur non rinnegando formalmente il principio della intangibilità del giudicato civile, ne travolge il naturale e fisiologico sostegno costituito dalla presunzione dell'esercizio imparziale dell'attività giurisdizionale a monte e sottrae la pretesa risarcitoria al condizionamento della eventuale e futura impugnazione straordinaria per revocazione

(Cass. pen.,Sez. VI, 5 ottobre 2006, n. 33435)

Poiché si deve ritenere che l'art. 2059 c.c. non assolva una funzione sanzionatoria, per far scattare il risarcimento del danno non patrimoniale ai sensi dell'art. 185 c.p. sarà sufficiente la ricorrenza di una fattispecie corrispondente nella sua oggettività alla astratta previsione di una figura di reato; ne consegue che il danno non patrimoniale potrà essere risarcito anche nelle ipotesi in cui, in sede civile, la responsabilità sia ritenuta per effetto di una presunzione di legge.

(Corte cost., 11 luglio 2003, n. 233)

La circostanza attenuante dell'attivo ravvedimento di cui all'art. 62, comma 1, seconda parte, c.p., si riferisce non già ad un atto di risarcimento patrimoniale parziale, ma all'elisione o all'attenuazione di quelle conseguenze del reato che non consistano in un danno patrimoniale o in un danno non patrimoniale, ma economicamente risarcibile, ai sensi dell'art. 185 c.p. Tale interpretazione della norma è l'unica riconoscibile, perché diversamente verrebbero prese in considerazione condotte tra loro incompatibili -risarcimento parziale e risarcimento integrale- che comporterebbero il medesimo effetto (esclusa, nella specie, l'applicabilità dell'attenuante nei confronti degli imputati correi di una rapina aggravata con l'uso di armi che avevano pagato una somma pari ad € 300,00 a ciascuna delle persone offese).

(Cass. pen., Sez. II,3 ottobre 2014 n. 1748)

Gli obblighi risarcitori e le restituzioni non integrano il danno criminale, da intendersi come le conseguenze che ineriscono alla lesione o alla messa in pericolo del bene giuridico tutelato dalla norma penale violata, ma sono invece attinenti al danno 'civilistico', ossia al danno che si arreca, tramite la commissione del reato, alle singole persone offese e del quale può essere chiesto il risarcimento e/o la restituzione, nel processo penale attraverso la costituzione della parte civile ex art. 185 c.p., artt. 74, 538, 578 c.p.p.. In quanto tali, gli obblighi risarcitori e le restituzioni possono condizionare l'applicazione del beneficio della sospensione condizionale della pena nei soli limiti in cui la persona offesa abbia esercitato l'azione civile nel processo penale.

(Cass. pen., Sez. II,18 dicembre 2013, n. 3958)

Non è possibile subordinare la sospensione condizionale della pena all'adempimento di un obbligo risarcitorio in favore della parte offesa senza che quest'ultima abbia esercitato l'azione civile nel processo penale, potendo in tal caso il giudice soltanto prendere in considerazione, al fine di individuare gli adempimenti imponibili, gli accadimenti lesivi riconnessi causalmente al fatto di reato, che ne caratterizzano il contenuto offensivo. Ne consegue che va annullata la sentenza con la quale il giudice, in relazione ad una condanna per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, subordini, in assenza della costituzione di parte civile, la concessione del suddetto beneficio al pagamento della somma non corrisposta a titolo di mantenimento della figlia. La possibilità per il giudice di subordinare la sospensione condizionale della pena all'eliminazione delle conseguenze dannose e pericolose del reato non presuppone, invece, l'esercizio dell'azione civile in sede penale. L'ordinamento rivendica, in tale caso, il diritto d'imporre al soggetto che goda della sospensione condizionale l'obbligo di incidere, secondo modalità definite dal giudice, sui contenuti lesivi del reato commesso

(Cass. pen., n. 933/2003; Cass. pen., 18450/2006).

La costituzione di parte civile del curatore fallimentare nel procedimento penale per bancarotta fraudolenta a carico del fallito (nella specie, a carico degli amministratori della società fallita) non determina l'estinzione del giudizio civile precedentemente introdotto ai sensi dell'art. 64 della legge fall., né la sospensione di quello introdotto successivamente, neppure nel caso in cui il curatore sia stato autorizzato ad estendere la domanda risarcitoria, fondata sui medesimi fatti, al terzo convenuto nel giudizio civile, in qualità di responsabile civile, in quanto si tratta di domande diverse ed, anzi, aventi "causae petendi" opposte, dato che la domanda risarcitoria si fonda su di un fatto illecito-reato e l'altra riguarda un atto lecito, che può essere dichiarato inefficacie anche qualora al disponente ed al beneficiario non si possa rimproverare alcunché; inoltre, il "petitum" dell'azione risarcitoria è rivolto a conseguire la reintegrazione del patrimonio del soggetto depauperato dall'illecito mediante la corresponsione dell'equivalente pecuniario del pregiudizio subito, mentre, nella fattispecie di cui all'art. 64 della l., l'azione ha per oggetto la sanzione di inefficacia del pagamento eseguito dal "solvens" e la restituzione della somma pagata assume carattere strumentale al fine della ricostituzione della massa fallimentare nella consistenza originaria. 

(Cass. pen., Sez. unite, 18 marzo 2010, n. 6538)

In tema di responsabilità civile e di richiesta di risarcimento del danno non patrimoniale, quando è prospettato un illecito, astrattamente riconducibile a fattispecie penalmente rilevanti, (come nella specie, nella quale il danneggiato assume come causa del danno il pignoramento mobiliare eseguito, per un credito accertato come inesistente, nonostante la espressa richiesta al Comune e al Concessionario di interruzione del procedimento per il recupero del credito, e in mancanza di risposta a tale richiesta per spiegarne le ragioni, ed è ipotizzabile la fattispecie di reato prevista dall'art. 328, comma 2, c.p., comma 2) per il quale la risarcibilità del danno non patrimoniale è espressamente prevista dalla legge, ai sensi dell'art. 2059 c.c., e art. 185 c.p., spetta al giudice accertare, incindenter tantum e secondo la legge penale, la sussistenza degli elementi costitutivi del reato, indipendentemente dalla norma penale cui l'attore riconduce la fattispecie; accertamento che è logicamente preliminare all'indagine sull'esistenza di un diritto leso di rilievo costituzionale (cui sia eventualmente ricollegabile il risarcimento del danno non patrimoniale, secondo l'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 2059 c.c., sostenuta dalla giurisprudenza di legittimità oramai consolidata) potendo quest'ultimo venire in rilievo solo dopo l'esclusione della configurabilità di un reato; accertamenti, entrambi, preliminari alla indagine in ordine alla sussistenza in concreto (alla prova) del pregiudizio patito dal titolare dell'interesse tutelato.

(Cass. pen., Sez. III, 11 giugno 2012, n. 9445).

In ragione della ampia accezione del danno non patrimoniale, in presenza del reato è risarcibile non soltanto il danno non patrimoniale conseguente alla lesione di diritti costituzionalmente inviolabili (come nel caso del reato di lesioni colpose, ove si configuri danno biologico per la vittima, o nel caso di uccisione o lesione grave di congiunto, determinante la perdita o la compromissione del rapporto parentale), ma anche quello conseguente alla lesione di interessi inerenti la persona non presidiati da siffatti diritti, ma meritevoli di tutela in base all'ordinamento (secondo il criterio dell'ingiustizia ex art. 2043 c.c.), poichè la tipicità, in questo caso, non è determinata soltanto dal rango dell'interesse protetto, ma in ragione della scelta del legislatore di dire risarcibili i danni non patrimoniali cagionati da reato. Scelta che comunque implica la considerazione della rilevanza dell'interesse leso, desumibile dalla predisposizione della tutela penale.

(Cass. pen., Sez. unite, 11 novembre 2008, n. 26975)

Anche quando il fatto illecito integra gli estremi del reato la sussistenza del danno non patrimoniale non può mai essere ritenuta in re ipsa ma va sempre debitamente allegata e provata da chi lo invoca, anche attraverso presunzioni semplici (cfr., in termini: Cass. civ., Sez. III, ord. n. 8421/2011), risultando pertanto unificato il criterio di accertamento del danno non patrimoniale in relazione alle diverse ipotesi di previsione legale di risarcibilità dello stesso (cfr. Cass. pen., Sez. III, n. 1052/2011, secondo cui il danno non patrimoniale, anche nel caso di lesione di diritti inviolabili, non può mai ritenersi in re ipsa ma va debitamente allegato e provato da chi lo invoca, anche attraverso il ricorso a presunzioni semplici; id. Sez. III, n. 13614/2011; id. Sez. lavoro, n. 7471/2012; id. Sez. VI - I, ord. n. 21865/2013; id. Sez. III, ord. n. 25420/2017)

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