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Conflitti di giurisdizione e di competenza

Sommario

Inquadramento | I presupposti del conflitto | I conflitti per “casi analoghi” | La prevalenza della decisione del giudice del dibattimento | La configurabilità dei conflitti nella fase delle indagini preliminari | La cessazione spontanea | La proposizione del conflitto | Gli aspetti procedurali | Gli effetti della pronuncia risolutiva | Casistica |

Inquadramento

Il conflitto – di competenza o di giurisdizione – si verifica quando vi è una contrapposizione tra due o più organi giudiziari, ordinari o speciali, ciascuno dei quali afferma la propria legittimazione a decidere sulla stessa regiudicanda e nei confronti dello stesso soggetto (conflitto positivo; Cass. pen., Sez. I, n. 45845/2010), ovvero rifiuta reciprocamente tale legittimazione (conflitto negativo). Il tratto distintivo del conflitto di giurisdizione rispetto al conflitto di competenza è di natura esclusivamente soggettiva. Si ha conflitto di giurisdizione quando la contrapposizione si verifica tra giudici ordinari e giudici speciali, investiti di funzioni giurisdizionali in materia penale (tribunali militari e Corte costituzionale), con esclusione dei giudici civili, amministrativi o disciplinari (conflitti c.d. “esterni”).

Il conflitto di competenza, viceversa, si ha quando la contrapposizione riguarda più giudici appartenenti alla giurisdizione ordinaria e che si trovano in posizione di parità decisionale (Cass. pen., Sez. I, n. 2495/1994). Non è configurabile, quindi, un conflitto tra il giudice di appello che, in conseguenza di una ritenuta nullità verificatasi nel giudizio di primo grado, abbia disposto il rinvio degli atti al primo giudice per la rinnovazione del giudizio (così Corte cost. n. 37/2001, che ha dichiarato manifestamente infondata tale questione di legittimità dell'art. 28 c.p.p., sollevata per violazione del principio di indipendenza del giudice – art. 101 Cost. – e della ragionevole durata – 111, comma 2, Cost.: il principio dell'indipendenza dei giudici non esclude che vi siano  disposizioni preordinate al coordinamento dell'esercizio delle funzioni giurisdizionali mediante l'individuazione della competenza e la determinazione degli effetti degli atti processuali, anche in relazione all'attività di altra autorità giudiziaria, allo scopo di perseguire finalità di giustizia e di pervenire alla sollecita definizione del processo.   

Mentre la risoluzione dei conflitti positivi da parte della Corte di cassazione risponde primariamente all'esigenza di evitare il rischio di giudicati contraddittori,oltre che ad esigenze di economia processuale, nel caso di conflitti negativi,la procedura in questione è volta ad evitare situazioni di stasi patologiche.

I presupposti del conflitto

Il presupposto necessario del conflitto ex art. 28 c.p.p. è la presenza di una situazione di stasi processuale (Cass. pen., Sez. I, n. 2787/1997) determinata dalla contemporanea cognizione, o dal contemporaneo rifiuto di prendere cognizione, del medesimo fatto attribuito alla stessa persona da parte di due o più giudici.

 

In evidenza

Per medesimo fatto, in dottrina e in giurisprudenza, si ritiene l'accadimento nella sua dimensione storico materiale, mentre è del tutto pacifico che non assume alcuna rilevanza la qualificazione giuridica del fatto (Cass. pen., Sez. I, n. 3357/1998).

Ai fini della determinazione di tale identità, è indispensabile la piena coincidenza degli elementi strutturali e temporali del fatto, sia dal punto di vista soggettivo che dal punto di vista oggettivo (Cass. pen., Sez. I, n. 12969/2001).

 

Altri presupposti del conflitto sono stati individuati: a) nell'attualità del conflitto (Cass. pen., Sez. I, n. 7021/1999); b) nella pendenza dei processi in conflitto (Cass. pen., Sez. I, n. 4493/1993); c) nella diversità tra i giudici in conflitto, intendendosi con quest'ultimo termine l'ufficio giudiziario; d) nella necessità che la questione di competenza o di giurisdizione costituisca un punto pregiudiziale, anche solo logicamente, all'esame nel merito (Cass. pen., Sez. I, n. 2495/1994).

 

In evidenza

Non è ravvisabile alcun conflitto quando il contrasto riguardi giudici appartenenti allo stesso ufficio giudiziario unitamente considerato, così ad esempio quando i procedimenti siano pendenti di fronte a due Gip appartenenti al medesimo tribunale ovvero l'uno di fronte ad una sezione distaccata e l'altro davanti alla sede principale (Cass. pen., Sez. I, n. 5209/2013; Cass. pen., Sez. I, n. 42172/2006).

I conflitti per “casi analoghi”

L'art. 28, comma 2,c.p.p. prevede l'estensione della disciplina dei conflitti anche ai casi analoghi, ovvero a tutte quelle ipotesi accomunabili a quelle tipizzate dalla medesima ratio legis. Si ha conflitto analogo quando si verifica una stasi processuale non altrimenti superabile (Cass. pen., Sez. I, n. 33129/2004), perché tra gli organi giurisdizionali sorge una questione attinente alla competenza funzionale, ossia in ordine alla legittimazione ad emettere un atto nell'ambito del medesimo procedimento penale (c.d. conflitto analogo in senso oggettivo). L'indeterminatezza della formula ha dato vita ad un'ampia casistica giurisprudenziale.

 

Orientamenti a confronto

è controverso se il contrasto tra il tribunale in composizione monocratica e il tribunale in composizione collegiale possa dar luogo ad un conflitto analogo.

1. Una parte della giurisprudenza ne afferma la configurabilità, in quanto anche in tale ipotesi si realizza una stasi processuale (Cass. pen., Sez. I, n. 45247/2003).

2. Altra parte della giurisprudenza, viceversa, sottolinea che si tratta di un contrasto fra articolazioni interne di un medesimo ufficio giudiziario, che  dev'essere risolto dal dirigente di detto ufficio, avuto anche riguardo a quanto previsto dagli artt. 47 e 47quater ord. giud., i quali attribuiscono, tra l'altro, al presidente del tribunale e al presidente di sezione il compito di provvedere, per quanto di rispettiva competenza, alla distribuzione del lavoro fra le sezioni e fra i singoli giudici (Cass. pen., Sez. I, n. 5725/2003).

 

È configurabile come caso analogo il conflitto tra giudice civile e giudice penale, se e in quanto si determini una situazione di stasi processuale eliminabile solo con l'intervento della Corte regolatrice (Cass. pen., Sez. I, n. 5603/2008; Cass. pen., Sez. I, n. 19547/2004)

Il conflitto può sorgere anche tra giudice dell'esecuzione e giudice del dibattimento (Cass. pen., Sez. I, n. 17543/2012, che ha riconosciuto la competenza del giudice dell'esecuzione in ordine alla domanda di cancellazione di una sentenza di condanna dal certificato penale).

Le Sezioni unite della cassazione hanno escluso che una situazione di disaccordo tra il P.M. e il giudice possa dar vita ad un conflitto, neppure sotto la forma dei casi analoghi, facendo leva sia sul dato letterale, sia sulla qualità di parte riconosciuta al P.M. nel processo penale (Cass. pen., Sez. un., n. 9605/2014). Il P.M. in dissenso con il provvedimento del giudice potrà attivare gli ordinari mezzi di impugnazione, se previsti, oppure in caso di stallo processuale potrà proporre ricorso per cassazione per abnormità del provvedimento (così Cass. pen., Sez. un., n. 19289/2004). Tuttavia, in passato, parte della giurisprudenza ha ammesso il conflitto di competenza tra il giudice per le indagini preliminari e lo speciale collegio previsto in materia di reati ministeriali dall'art. 7 della l. cost. 16 gennaio 1989, n. 1, che può compiere sia atti tipici  del P.M. sia atti propri del Gip (Cass. pen., Sez. VI, n. 207/1997).

Un disciplina specifica è dettata dal codice di rito per la risoluzione dei contrasti, positivi e negativi, che possono sorgere tra i diversi uffici del pubblico ministero (artt. 54, 54bis, 54ter c.p.p.)

La prevalenza della decisione del giudice del dibattimento

Al fine di soddisfare le esigenze di economia processuale il Legislatore ha sancito che in caso di contrasto tra Gup e giudice del dibattimento prevale la decisione di quest'ultimo (art. 28, comma 2, ultima parte, c.p.p.). La regola di prevalenza opera soltanto con riferimento ad atti funzionali alla prosecuzione del giudizio e, secondo la giurisprudenza maggioritaria, quando si tratta di conflitto analogo (Cass. pen., Sez. I, n. 20928/2015; Cass. pen., Sez. I,n. 16555/2010).

Il giudice di legittimità ha ribadito più volte che la regola di prevalenza deve operare in tutte le ipotesi in cui il giudice del dibattimento dichiari la nullità del decreto di rinvio a giudizio, ritenendo presente una delle cause che, per legge, possono dar luogo a detta nullità, laddove il Gup dissenta sostenendo l'insussistenza del vizio (v., di recente, Cass. pen., Sez. I, n. 6911/2015). Mentre è controverso se la regola di prevalenza operi anche quando il giudice del dibattimento dichiari la nullità del decreto che dispone il giudizio – e la contestuale trasmissione degli atti al Gup – per indeterminatezza del capo di imputazione (in senso favorevole Cass. pen., Sez. I, n. 38640/2015; contra, Cass. pen., Sez. I, n. 16203/2010).

Dato il carattere eccezionale della disposizione contenuta nell'art. 28, comma 2, ultima parte, c.p.p. la regola di prevalenza è riferibile soltanto al giudice dell'udienza preliminare e non anche al giudice per le indagini preliminari. Sarebbe configurabile, quindi, un conflitto tipico tra il tribunale in composizione monocratica, che dichiari la nullità del decreto penale di condanna e disponga la restituzione degli atti al P.M., e il Gip ulteriormente investito dall'ufficio requirente per emettere un nuovo decreto penale di condanna (Cass. pen., Sez. I, n. 22710/2013; in senso contrario, con riguardo al giudizio abbreviato, Cass. pen., Sez. I, n. 47960/2012).

La configurabilità dei conflitti nella fase delle indagini preliminari

Il codice di rito stabilisce che nel corso delle indagini preliminari non può essere sollevato un conflitto positivo di competenza territoriale per ragioni di connessione (art. 28, comma 3 c.p.p.): ciascun pubblico ministero è libero così di svolgere le indagini per il reato commesso nel territorio di propria spettanza, in una fase in cui il vincolo di connessione è ancora da verificare. Se ne deduce, a contrariis, che in questa fase sono configurabili conflitti di competenza, positivi o negativi, per materia, per territorio o per materia determinata da connessione (Cass. pen., Sez. I, n. 5447/1995; Cass. pen., Sez. I, n. 1744/1993).

La cessazione spontanea

I conflitti cessano per effetto del provvedimento di uno dei giudici che dichiara, anche d'ufficio, la propria competenza (o giurisdizione) ovvero la propria incompetenza (o il difetto di giurisdizione).

Al contrario della dottrina, la giurisprudenza non richiede alcuna particolare formalità, anche quando il conflitto sia sollevato con sentenza, dal momento che le pronunce di incompetenza non sono suscettibili di passare in giudicato (Cass. pen., Sez. I, n. 22700/2004). Peraltro, la sentenza declinatoria della competenza mediante la quale si realizza la cessazione spontanea del conflitto non è impugnabile per cassazione, stante il disposto dell'art. 568, comma 2, c.p.p. (Cass. pen., Sez. I, n. 46559/2004).

La proposizione del conflitto

Il conflitto può essere sollevato d'ufficio dal giudice con ordinanza (art. 30, comma 1, c.p.p.) – non impugnabile (Cass. pen., Sez. I, n. 3402/1991) – oppure su denuncia delle parti private o del P.M. presso uno dei giudici in conflitto. La denuncia, da proporre in forma scritta (Cass. pen., Sez. I, n. 2890/1994), deve essere motivata.

La parte privata non può sollevare direttamente dinanzi alla Corte di cassazione il conflitto di competenza, ma può soltanto denunciare tale conflitto nelle forme indicate dall'art. 30, comma 2, c.p.p. (Cass. pen., Sez. III, n. 17085/2006).

Non si è in presenza di una denuncia ove la parte si limiti a sollecitare il giudice ad instaurare il conflitto contestando la competenza di un altro organo giudicante (Cass. pen., Sez. I, n. 4092/2013; Cass. pen., Sez. I, n. 113/2013).

Il giudice non può effettuare alcun vaglio di fondatezza della denuncia, che deve essere trasmessa immediatamente alla corte di cassazione con la documentazione necessaria alla risoluzione del conflitto, con l'indicazione delle parti e dei difensori, e con eventuali osservazioni (art. 30, comma 2, c.p.p.). È abnorme il provvedimento con il quale il giudice di merito dichiara inammissibile la denuncia di conflitto, senza investire la Corte di cassazione cui spetta in via esclusiva ogni decisione al riguardo (Cass. pen., Sez. I, n. 1241/1998; Cass. pen., Sez. I, n. 3218/1991).

 

In evidenza

L'ordinanza e la denuncia del conflitto non hanno effetto sospensivo sui procedimenti in corso (art. 30, comma 3, c.p.p.). La disposizione è stata sospettata di incostituzionalità, soprattutto per contrasto con gli artt. 2 e 3 della Costituzione, poichè l'imputato corre il rischio di doversi difendere per il medesimo fatto dinanzi a più giudici. Dopo aver ritenuto la questione non fondata (C. Cost. 59/1993), la Corte costituzionale ha auspicato un intervento legislativo – che ancora oggi non si è avuto – volto a contemperare in modo diverso gli interessi in gioco (C. Cost. 198/1995).

 

Il giudice che ha pronunciato l'ordinanza o che ha ricevuto la denuncia deve informare il giudice in conflitto. Quest'ultimo, a sua volta, è tenuto a trasmettere immediatamente alla corte di cassazione copia degli atti necessari alla risoluzione del conflitto, con l'indicazione delle parti e dei difensori e con eventuali osservazioni (art. 31 c.p.p.).

Gli aspetti procedurali

Il procedimento per la risoluzione dei conflitti di competenza o di giurisdizione si svolge in camera di consiglio, secondo le modalità garantite previste dall'art. 127 c.p.p.: i difensori e le parti hanno facoltà di intervenire dinanzi alla corte di cassazione.

Ai sensi dell'art. 127, comma 9, c.p.p., la Cassazione svolge un controllo preventivo sull'ammissibilità del conflitto, che sarà particolarmente impegnativo nel caso in cui si tratti di un "conflitto per caso analogo". Qualora vi sia stata una denuncia di parte, tale controllo riguarderà anche i profili soggettivi e gli aspetti formali della denuncia.

Alla corte di cassazione sono attribuiti poteri istruttori (art. 32, comma 1, c.p.p.): la corte, infatti, può procedere all'assunzione di informazioni come pure all'acquisizione di atti e documenti che reputa necessari per la decisione del conflitto. Nella procedura incidentale per la risoluzione dei conflitti, il giudice di legittimità ha un potere-dovere di vagliare le ricostruzioni dei giudici in conflitto in ordine alla configurazione del fatto, sia dal punto di vista oggettivo che soggettivo, giacché – in caso contrario – qualora la qualificazione operata non fosse corretta, non sarebbe possibile addivenire ad una risoluzione del conflitto stesso (Cass. pen., Sez I, 12 novembre 2009, n. 43236, nella quale si legge anche che il giudice ben può tener conto di quanto emerge dagli atti e delle diverse ragioni esposte dalle parti). Qualora non si riesca a formulare la qualificazione giuridica del fatto di reato, il conflitto deve trovare soluzione mediante l'attribuzione della competenza per materia al giudice superiore, potendo questi conoscere anche del reato meno grave (Cass. pen., Sez.I, 22 maggio 2012, n. 19368). Analogamente, nel caso di continenza di regiudicande  il procedimento “contenuto" deve essere riunito al procedimento principale davanti al giudice presso il quale pende quello di maggiore ampiezza, sempre che sussista l'identità ontologica del fatto che abbia dato luogo in distinte sedi giudiziarie, per la sua totalità o per una parte di esso, ad altrettanti procedimenti (Cass. pen., Sez. I, 11 gennaio 2008, n. 1512).

Gli effetti della pronuncia risolutiva

Al termine della procedura incidentale, la Corte di cassazione risolve il conflitto con una sentenza che dichiara l'organo al quale spetta la giurisdizione o la competenza in relazione ad una determinata vicenda processuale. In base all'art. 25 c.p.p., tale sentenza ha efficacia vincolante, salvo che sopravvengano fatti nuovi dai quali possa derivare un mutamento di giurisdizione oppure la competenza di un giudice superiore.

 

In evidenza

La dottrina riferisce il limite di cui all'art. 25 c.p.p. ai soli casi in cui i fatti nuovi comportano il difetto di competenza per materia del giudice designato, mentre la giurisprudenza afferma che il sopravvenire di fatti nuovi possa rimettere in discussione anche la competenza per territorio individuata dalla Cassazione (Cass. pen., Sez I, 14 febbraio 2013, n. 9413; Cass. pen., Sez. I, 23 gennaio 2013, n. 8555, per la quale il provvedimento sulla competenza, intervenuto in relazione ad un procedimento incidentale, avrebbe un'efficacia circoscritta al solo ambito dell'incidente; v. anche Cass. pen., Sez I, 29 aprile 2011, n. 20992).

 

L'estratto della sentenza deve essere immediatamente comunicato ai giudici in conflitto e al pubblico ministero presso i medesimi giudici ed è notificato alle parti private (art. 32, comma 2, c.p.p.).

Qualora il conflitto sia risolto in favore di un terzo organo giurisdizionale, saranno i giudici in contrasto a dover trasmettere gli atti a quest'ultimo.

La disciplina codicistica prevede, infine, la conservazione degli atti già compiuti, sia in ordine alle prove, che alle misure cautelari.

Con riferimento a queste ultime, l'art. 32, comma 3, c.p.p. richiama l'art. 27 c.p.p., secondo cui la misura cautelare disposta dal giudice incompetente perde di efficacia se entro venti giorni la misura cautelare non viene rinnovata dal giudice individuato come competente, specificando che nel caso della procedura incidentale per la risoluzione dei conflitti, la misura cautelare perde di efficacia qualora il giudice, individuato come competente, ometta di provvedere alla adozione della nuova misura cautelare nel termine di venti giorni dalla comunicazione dell'estratto della sentenza della cassazione. Tuttavia, come ha chiarito la giurisprudenza, il termine in questione potrà iniziare a decorrere soltanto dal momento in cui il giudice abbia avuto conoscenza dei relativi atti (Cass. pen., Sez I, 19 ottobre 1995, n. 3712

Casistica

 

Presupposti del conflitto di competenza

È inammissibile la denuncia di conflitto tipico presentata dal pubblico ministero per mancanza di un contrasto effettivo tra giudici, nel caso in cui il giudice del dibattimento, dichiaratosi incompetente, abbia trasmesso gli atti al P.M. e quest'ultimo abbia presentato denuncia di conflitto davanti al Gip, senza che quest'ultimo avesse assunto alcuna posizione sulla questione (Cass. pen., Sez. I, 14 maggio 1996, n. 3228)

Presupposti del conflitto per "casi analoghi"

Il conflitto di competenza è configurabile solo tra organi giurisdizionali: una situazione di conflittualità tra il pubblico ministero, che è una parte anche se pubblica del processo e il giudice, non è inquadrabile neppure sotto il profilo dei "casi analoghi" previsti dall'art. 28 c.p.p. (Cass. pen., Sez. unite, 28 novembre 2013, n. 9605, secondo la quale è il P.M. che ha nominato il consulente tecnico e non il giudice procedente l'organo legittimato a proveddere alla liquidazione degli onorari professionali).

Pluralità di  misure cautelari per il medesimo fatto

Non è configurabile il conflitto positivo di competenza nel caso in cui una misura cautelare sia disposta nei confronti della stessa persona da giudici per le indagini preliminari di distinti tribunali per il medesimo fatto: a tale ipotesi, invero, può applicarsi la disciplina di cui all'art. 297, comma 3, c.p.p. relativa alle modalità di computo di decorrenza delle misure medesime (Cass. pen., Sez. I, 4 novembre 2009, n. 43248)

Regola di prevalenza e qualificazione giuridica del fatto

 

Si applica la regola di prevalenza anche quando il tribunale in composizione monocratica, investito con un decreto di citazione diretta a giudizio per un reato per il quale è prevista l'udienza preliminare (nella specie, riciclaggio), restituisca gli atti al P.M. per la celebrazione di questa, e il Gup, ricevuta la conseguente richiesta di rinvio a giudizio, disponga la restituzione degli atti al P.M. per la citazione diretta a giudizio, previa riqualificazione del fatto a norma di una delle fattispecie previste dall'art. 550 c.p. (nella specie, ricettazione) (Cass. pen., Sez. I, 25 febbraio 2014, n. 32389).

Risoluzione del conflitto e termini di durata della custodia cautelare

Qualora l'attribuzione della competenza consegua all'intervento risolutore del conflitto da parte della Corte di cassazione, i termini di durata della custodia cautelare inizieranno a decorrere ex novo dalla data di comunicazione ai giudici in conflitto dell'estratto della relativa sentenza (Cass. pen., Sez. I, 23 marzo 1998, n. 1713).

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