Bussola

Cause di estinzione del reato

13 Febbraio 2018 |

Sommario

Inquadramento | Le singole cause di estinzione del reato previste dal codice penale | Morte del reo | Amnistia | Remissione della querela | Prescrizione del reato, oblazione, e sospensione condizionale delle pena (rinvio) | Estinzione del reato per condotte riparatorie | Ulteriori ipotesi previste dal codice penale: il perdono giudiziale e l’esito positivo della sospensione del processo con messa alla prova | Le cause di estinzione del reato previste al di fuori del codice penale | Gli effetti sostanziali e processuali conseguenti alle cause di estinzione del reato | Aspetti processuali | Casistica |

Inquadramento

 

Aggiornamento a cura di Chiara Fiandanese

 

Il codice penale disciplina le cause di estinzione del reato nel capo I del titolo VI. Esse, insieme alle cause di estinzione della pena, determinano l’estinzione della punibilità di un fatto integrante – sia sul piano oggettivo che su quello soggettivo – un illecito penale.

Le cause estintive del reato, a differenza di quelle che si limitano ad estinguere la pena, operano sulla punibilità in astratto, costituendo una vera e propria rinuncia dello Stato, non solo all’applicazione della sanzione ma, ancor prima, all’accertamento del reato.

La distinzione tra le due cause di estinzione della punibilità si fonda, quindi, sulla sussistenza o meno di una sentenza di condanna passata in giudicato, essendo questa una condizione propria delle sole cause di estinzione della pena.

Le singole cause di estinzione del reato previste dal codice penale

Le cause di estinzione del reato sono numerose: le principali di esse trovano la loro disciplina nel codice penale; altre, invece, sono regolate al di fuori di esso, nel codice di procedura penale o nella legislazione speciale.

Occorre precisare che alcune cause estintive – tra le quali possono essere annoverate l’amnistia impropria, art. 151, comma 1, c.p.; il c.d. “patteggiamento tradizionale”, art. 445, comma 2, c.p.p.; il decreto penale di condanna, art. 460, comma 5, c.p.p.; l’esito positivo della pena sostitutiva del lavoro di pubblica utilità prevista in ordine a taluni reati contravvenzionali del codice della strada, artt. 186 e 187, dlgs. 285/1992 – qualificate per espressa previsione normativa come cause di estinzione del reato (e in quanto tali trattate in questa sede), a rigore, dovrebbero essere inquadrate tra le cause di estinzione della pena, presupponendo necessariamente una condanna ormai divenuta definitiva.

Morte del reo

L’art. 150 c.p. prevede l’estinzione del reato in caso di “morte del reo”, quando ciò avvenga “prima della condanna”. Lo stesso evento, ove intervenga dopo la condanna, determina, invece, l’estinzione della pena inflitta (art. 171 c.p.).

Le due disposizioni attuano il generale principio mors omnia solvit.

Deve a tal proposito ricordarsi che la giurisprudenza di legittimità ha chiarito come debba ritenersi “inesistente la decisione della Corte di cassazione deliberata dopo la morte del reo, intervenuta nelle more del giudizio di legittimità dopo condanna in sede di merito” e come spetti in simili ipotesi alla stessa Corte di cassazione, adita per la declaratoria d'estinzione del reato per morte del reo avvenuta prima della pronuncia, il potere-dovere di dichiarare tale inesistenza (Cass. pen., Sez. I, 5 marzo 2009, n. 14509).

Una risalente pronuncia della Corte di cassazione ha, inoltre, precisato – in merito alla definitività della sentenza di condanna – che qualora l’imputato sia deceduto dopo la sentenza di condanna pronunciata in sua contumacia, prima ancora della notifica dell’estratto contumaciale, e questa non sia impugnata neppure dal difensore o dalle altre parti legittimate, la sentenza diventa irrevocabile, in quanto con la morte si estingue anche il diritto spettante all’imputato di impugnare la sentenza e diventa inattuabile la pretesa punitiva in sede di esecuzione perché la morte estingue la pena (si veda anche Cass. pen., Sez. IV, 5 marzo 2015, n. 14156, secondo cui deve ritenersi inammissibile il ricorso per cassazione proposto avverso la sentenza con la quale la Corte di appello ha dichiarato non doversi procedere per morte del reo, intervenuta successivamente all'introduzione del giudizio di secondo grado).

  

 

In evidenza

La declaratoria di morte del reo, determinando tale evento luttuoso l’estinzione del rapporto processuale ancor prima che del reato, prevale su quella di prescrizione, pur maturata anteriormente, “avendo quest'ultima carattere di accertamento costitutivo, precluso nei confronti di persona non più in vita e in relazione a un rapporto processuale oramai estinto” (Cass.pen.Sez. un.24 settembre 2009, n. 49783).

Come chiarito dalla Corte costituzionale con ordinanza 4 novembre 2011, n. 289, l’estinzione del rapporto processuale con necessario venir meno del reato, consegue solo alla morte dell’imputato e non anche all’incapacità permanente e irreversibile dell’imputatoa partecipare in modo cosciente al procedimento.

La Corte costituzionale, con sentenza interpretativa di rigetto 23 dicembre 2004, n. 413, ha affermato, come l'art. 314, comma 3, c.p.p., in tema di riparazione per ingiusta detenzione, vada interpretato nel senso che il diritto alla riparazione opera anche in favore degli eredi dell'indagato la cui posizione sia stata archiviata per morte del reo, qualora nella sentenza irrevocabile di assoluzione pronunciata nei confronti dei coimputati risulti accertata l'insussistenza del fatto a lui addebitato.

 

Amnistia

L’amnistia rappresenta una causa di estinzione del reato di natura clemenziale.

Essa trova fondamento costituzionale nell’art. 79 Cost.

Tale causa estintiva, dunque, si fonda su un provvedimento di clemenza generale di competenza parlamentare, la cui ragionevolezza dipende, ad avviso del giudice delle leggi, dal rapporto strumentale che si instaura fra esso e le finalità proprie della legislazione generale del settore cui si riferisce (Corte Cost. 16 febbraio 1976, n. 32).

L’amnistia trova la sua disciplina nell’art. 151 c.p.

Si suole distinguere la c.d. amnistia propria, che interviene prima della sentenza di condanna passata in giudicato, dalla c.d. amnistia impropria, che invece opera su un reato oggetto di sentenza irrevocabile.

I reati c.d. amnistiati sono individuati testualmente dal provvedimento di concessione.

In caso di concorso di reati, l’amnistia si applica ai singoli reati per i quali è concessa (art. 151, comma 2, c.p.).

L’efficacia temporale del provvedimento è limitata per espressa disposizione costituzionale, onde evitare un uso disinvolto dello strumento e un effetto criminogeno dello stesso (art. 79, commi 2 e 3, Cost.).

Circa gli effetti, l’amnistia propria ha tutte le caratteristiche tipiche delle cause di estinzione del reato, determinando il venir meno dell’illecito e precludendone il relativo accertamento; tuttavia, gli effetti dell’amnistia propria possono essere oggetto di rinuncia da parte dell’imputato, potendo così egli ottenere di essere giudicato nel merito subendo le conseguenze dell’eventuale sentenza di condanna (Corte Cost. 14 luglio 1971, n. 175).

L’amnistia impropria, invece, limitandosi a far “cessare l’esecuzione della condanna e le pene accessorie”, costituisce più propriamente una causa di estinzione della pena (Cfr. Cass. pen., Sez. III, 18 giugno 2014, n. 50617; Cass. pen., Sez. I, 19 ottobre 2004, n. 45521, secondo cui: “L'amnistia impropria fa cessare l'esecuzione delle pene accessorie, ma non fa venir meno gli effetti penali della condanna, tra i quali rientra l'impossibilità di ottenere la reiterazione della sospensione condizionale della pena”).

 

In evidenza

Il riconoscimento dei benefici dell’amnistia non dà diritto alla riparazione per l'ingiusta detenzione, salvo che la durata della custodia cautelare sofferta risulti superiore alla misura della pena astrattamente irrogabile o irrogata nel qual caso, comunque, la riparazione può essere riconosciuta soltanto per la parte di detenzione subita in eccedenza (Cass. pen., Sez.IV, 19 febbraio 2009, n. 15000; Corte cost. 20 giugno 2008, n. 219).

 

Salva diversa volontà del legislatore gli effetti dell’amnistia non si applicano ai soggetti cui sia stata applicata la recidiva qualificata di cui ai commi 2 e ss. dell’art. 99 c.p., ai delinquenti professionali, abituali o per tendenza (art. 151, comma 5 c.p.).

L’applicazione e il riconoscimento dei benefici dell’amnistia nella fase esecutiva della pena è regolata dall’art. 672 c.p.p.

La revoca dei benefici concessi con l’amnistia è regolata, da un punto di vista processuale, dall’art. 674 c.p.p.

I provvedimenti con cui lo Stato italiano ha concesso amnistia sono numerosi, tanto da essere divenuta, impropriamente, uno strumento ordinario per affrontare problemi endemici della giustizia penale, quale il sovraffollamento carcerario e la mancata depenalizzazione delle fattispecie penali di minore gravità. Tra i più recenti possono essere ricordati i seguenti:

Remissione della querela

Nei reati perseguibili a querela, ovvero quegli illeciti per cui eccezionalmente (art. 50 c.p.p.) la perseguibilità degli stessi è subordinata all’istanza di punizione del colpevole da parte della persona offesa, la remissione della querela (già presentata) determina l’estinzione del reato (art. 152, comma 1, c.p.).

La remissione può essere esercitata, in linea di principio, solo dalla persona offesa querelante, tanto che l’art. 156 c.p. ricollega alla morte di questa l’estinzione di tale facoltà. Sul punto deve dirsi, però, che la Corte costituzionale con sentenza additiva 19 giugno 1975,n. 151 ha riconosciuto tale diritto agli eredi della persona offesa, allorché tutti vi consentano.

Disposizioni particolari sono previste in caso di remissione della querela da parte di persona offesa minorenne o incapace (art. 153 c.p.).

La remissione della querela, per espressa previsione di legge (art. 152, comma 2, c.p.), può essere processuale, allorché sia esercitata in corso di giudizio avanti al magistrato o alla polizia giudiziaria, nel rispetto delle forme previste dal codice di procedura penale (art. 340 c.p.p.), o extraprocessuale, quando invece intervenga al di fuori del procedimento.

Nel solo caso di remissione extraprocessuale, essa può essere espressa o tacita, a seconda che la volontà di non perseguire il colpevole di cui si era chiesta la punizione sia formalmente manifestata, oppure sia indirettamente desumibile da “fatti incompatibili con la volontà di persistere nella querela” (art. 152, comma 2, ultimo periodo, c.p.).

 

Casistica. Remissione tacita della querela

Cass. pen., Sez.IV, 12 dicembre 2013, n. 4059

La remissione extraprocessuale tacita della querela presuppone condotte assolutamente incompatibili con la volontà di persistere nell'istanza punitiva, le quali possono trovare solo conferma nella mancata comparizione in udienza della persona offesa (Resa in un caso in cui la persona offesa aveva negoziato l'assegno consegnatole a titolo di risarcimento del danno e si era resa irreperibile, così da mostrare il suo disinteresse al prosieguo del processo, non presentandosi alle udienze, benché avvertita che la sua mancata presentazione sarebbe stata considerata remissione tacita di querela).

Cass. pen., Sez.fer., 21 agosto 2008, n. 34501

L'impegno, assunto in sede civile, all'atto della separazione personale, da parte del coniuge querelante, di rimettere la querela, non equivale a volontà definitiva valida in sede penale e non può, pertanto, essere considerato come manifestazione di volontà tacita di remissione.

Cass. pen., Sez.IV, 28 marzo 2013, n.18187

Assai dibattuto è se la mancata comparizione in udienza della persona offesa, formalmente notiziata del processo ed avvertita che in caso di sua mancata presenza si sarebbe tratta la volontà di revocare la querela, costituisca o meno remissione tacita; sul punto la giurisprudenza ormai prevalente proponde ormai per la soluzione negativa, facendo seguito all’approdo giurisprudenziale delle Sezioni Unite della S.C. (Cass. pen., Sez. un., 30 ottobre 2008, n. 46088).

Cass. pen., Sez. VI, n. 3931/1979; Cass. pen., Sez. VI, n. 82/1989

La revoca della costituzione di parte civile non costituisce da sola un indice inequivoco di remissione tacita della querela.

Cass. pen., Sez.IV, 18 novembre 2003, n.14826

Sulla base del presupposto che per rimettere la querela l'ordinamento non impone formule sacramentali si è sostenuto che “anche un atto di transazione in merito ai danni conseguenti a determinate ipotesi delittuose può essere sufficiente, quando risulti evidente e chiaro che il soggetto non ha più la volontà attuale di pervenire ad una condanna in sede penale del responsabile del fatto-reato” (resa in un caso in cui la S.C. ha ritenuto l'espressione: "rinuncia di ogni azione giudiziaria", usata in un atto di transazione, una manifestazione espressa della volontà di remissione della querela).

 

  

Per aversi l’effetto estintivo proprio della remissione della querela, salvo che la legge disponga diversamente, essa deve intervenire “prima della condanna” (art. 152, comma 3, c.p.).

Si è precisato, a tal proposito, che:

Dall’art. 155 c.p. deriva che, perché si produca l’effetto estintivo del reato ex art. 152 c.p., la legge non richiede necessariamente ed inderogabilmente l’accettazione della remissione da parte dell’imputato, essendo, invece, sufficiente la mancanza di una (espressa o tacita) ricusazione della medesima (Cass. pen., Sez. V, 12 gennaio 2011, n. 7072; Cass. pen., Sez. IV, 13 novembre 2008, n. 47483, secondo cui “in assenza di altri elementi, anche la contumacia dell'imputato può essere apprezzata quale indice dell'assenza della volontà di coltivare il processo”; contra, Cass. pen., Sez. V, 3 febbraio 2010, n. 16598).

La remissione della querela non può essere sottoposta a termini e condizioni (art. 152, comma 4, c.p.), avendo la natura di actus legitimus, ovvero di negozio giuridico puro. La legge ammette espressamente, invece, la remissione della querela con contestuale rinuncia da parte della persona offesa alle restituzioni e al risarcimento del danno (art. 152, comma 4, ultimo periodo, c.p.).

In forza di ciò, deve ritenersi:

  • inefficace la remissione cui sia stata apposta la condizione consistente nella corresponsione, non effettuata, della somma pattuita a titolo di risarcimento del danno (Cass. pen., Sez.V, 23 marzo 2005, n. 16014);
  • pienamente valida ed efficace la remissione di querela accompagnata dalla mera affermazione "le spese sono a carico dei querelati", non integrando una condizione alla quale il remittente intende sottoporre la remissione stessa (Cass. pen., Sez. V, n. 1218/1995).

Gli effetti della intervenuta remissione di querela consistono:

a) nella estinzione del reato;

b) nell’improseguibilità dell'azione penale;

Tali effetti prevalgono su quelli connessi ad altre eventuali cause estintive (Cass. pen., Sez. V, 20 marzo 2014, n. 21874) e precludono la rilevabilità di alcuna causa di nullità del procedimento (Cass. pen., Sez.V, 25 novembre 2003, n. 581).

La declaratoria di estinzione del reato per remissione di querela non rileva sotto il profilo della ingiusta detenzione, salvo che la durata della custodia cautelare sofferta risulti superiore alla misura della pena astrattamente irrogabile o irrogata nel qual caso, comunque, la riparazione può essere riconosciuta soltanto per la parte di detenzione subita in eccedenza. (Cass. pen., Sez. IV, 19 febbraio 2009, n. 15000; Corte cost. 20 giugno 2008, n. 219).

Gli effetti della remissione sono regolati sotto il profilo soggettivo:

  • dall’art. 154 c.p., in caso di più querelanti: in tal caso il reato si estingue solo con la remissione da parte di tutte le persone offese (comma 1); ove il querelante sia uno, ma più siano le persone offese dal reato, la remissione della querela da parte di questi non pregiudica il diritto di querela da parte delle altre (comma 2).
  • dall’art. 155, comma 2 c.p., ove molteplici siano le persone querelate: in forza del c.d. effetto estensivo della remissione, questa produrrà effetti nei confronti di tutti coloro che hanno concorso alla consumazione del reato; in tal caso, inoltre, la eventuale ricusazione della remissione da parte di uno dei concorrenti neutralizza l’effetto estintivo solo con riferimento al ricusante.

 

In evidenza

In materia di diffamazione a mezzo stampa, circa l’applicabilità dell’effetto estensivo ex art. 155, comma 2, c.p., con riguardo alla posizione del giornalista, del direttore del giornale e del soggetto intervistato si è chiarito che:

  • la remissione della querela proposta nei confronti del direttore del giornale, responsabile ai sensi dell'art. 57 c.p., non estende i suoi effetti nei confronti del giornalista per il reato di diffamazione, in quanto l'autonomia delle due fattispecie criminose è ostativa all'effetto estensivo, il cui presupposto è il concorso di più persone nel medesimo reato (Cass. pen., Sez. V, 6 maggio 2014, n. 38735);
  • nell'ipotesi di diffamazione a mezzo stampa commessa mediante la pubblicazione di un'intervista, la remissione di querela effettuata nei confronti del giornalista estende i suoi effetti anche alla posizione dell'intervistato, in ragione della identità del reato derivante dalla necessaria cooperazione fra i due soggetti e, quindi, dell'applicabilità della norma posta dall'art. 155, comma secondo, c.p. (Cass. pen., Sez. V, 5 febbraio 2014, n. 42918).

 

Per anni è persistito in giurisprudenza il contrasto in merito alla questione se nel procedimento dinanzi al giudice di pace, instaurato a seguito di citazione disposta dal pubblico ministero, configura remissione tacita di querela la mancata comparizione del querelante previamente ed espressamente avvisato che l’eventuale sua assenza sarebbe stata interpretata come volontà di non insistere nell’istanza di punizione.

Una recente pronuncia delle Sezioni unite (23 giugno 2016, n. 31668) ha risolto il contrasto esistente sostenenedo che la remissione processuale si identifica soltanto in una formale espressione della volontà della parte querelante che interviene nel processo, direttamente o a mezzo di procuratore speciale, ricevuta dall'autorità giudiziaria che procede, mentre, in ogni altro caso la condotta significativa di una volontà di rimettere la querela va valutata come extraprocessuale, dovendosi distinguere il luogo della manifestazione della volontà-comportamento dal luogo di apprezzamento della efficacia dello stesso, essendo quest'ultimo invariabilmente "processuale". Deve dunque ritenersi che la condotta costituita dal non essere il querelante comparso in udienza a seguito dell'avvertimento che ciò sarebbe stato considerato volontà implicita di rimessione della querela, può ben essere inquadrata nel concetto di fatto di natura extraprocessuale incompatibile con la volontà di persistere nella querela, a norma dell'art. 152, comma 2, terzo periodo, c.p.

Il nuovo orientamento delle Sezioni unite afferma, inoltre, che a norma dell'art. 29, comma 4, del d.lgs. 274/2000,  il giudice di pace, quando il reato è perseguibile a querela, promuove la conciliazione tra le parti ed è proprio per questo motivo che può essere riconosciuta al giudice stesso la scelta delle modalità più opportune per perseguire tale obiettivo, anche avvertendo le parti che la loro condotta passiva potrebbe essere valutata dallo stesso come volontà tacita del querelante di rimessione e mancanza di volontà di ricusa del querelato. Pertanto, integra remissione tacita di querela la mancata comparizione all’udienza dibattimentale (nella specie davanti al giudice di pace) del querelante, previamente ed espressamente avvertito dal giudice che l'eventuale sua assenza sarà interpretata come fatto incompatibile con la volontà di persistere nella querela.

È importante sottolineare, inoltre, che le Sezioni unite estendono espressamente i principi sopra formulati a tutti i procedimenti e non solo a quelli celebrati davanti al giudice di pace. (Vd. FIANDANESE, Significato della mancata comparizione del querelante nel procedimento davanti al giudice di pace).

Prescrizione del reato, oblazione, e sospensione condizionale delle pena (rinvio)

Per la trattazione delle presenti causa di estinzione del reato si vedano le apposite Bussole Prescrizione del reato, Oblazione e Sospensione condizionale della pena.

Estinzione del reato per condotte riparatorie

L’art. 1, comma 1 della legge 23 giugno 2017, n. 103, entrata in vigore il 3 agosto 2017, ha introdotto nel codice penale, dopo l’istituto dell’oblazione, l’art. 162-ter che prevede una nuova causa di estinzione del reato a seguito di condotte riparatorie.

Tale articolo costituisce un ulteriore strumento di deflazione penale che si affianca, pur con un ambito applicativo minore, alla messa alla prova nel processo penale introdotta dalla l. 67/2014 che prevede ai fini dell'estinzione del reato, l'adozione da parte dell'imputato di condotte riparatorie.

Il comma 1 prevede che debbano sussistere tre condizioni per l’applicabilità. La prima, per la quale la suddetta norma può essere applicata a tutte le ipotesi di reato che sono procedibili a querela della persona offesa e per le quali è ammessa la remissione della stessa. Sono, pertanto esclusi, i reati di cui agli artt. 609-bis, 609-ter e 609-quater (come previsto dall’art. 609-septies, comma 3, c.p.). Nella prima formulazione della norma era escluso anche l’art. 612-bis c.p. quando gli atti persecutori sono commessi con minacce reiterate nei modi di cui all’art. 612, comma 2, c.p. (minaccia aggravata) tra cui con armi o con scritto anonimo, in quanto il comma 4 ultimo periodo prevede che in questi casi la querela è irrevocabile; recentemente, però, in merito a tale reato è intervenuta una ulteriore modifica come vedremo più avanti.

La seconda, in base alla quale la causa di estinzione opera solo in relazione all’imputato che ha riparato interamente il danno cagionato dal reato, attraverso la restituzione o alternativamente attraverso il risarcimento e ha eliminato, quando possibile, le conseguenze dannose o pericolose del reato. Inoltre il giudice, anche qualora manchi l’accettazione della persona offesa, può considerare avvenuto il risarcimento del danno effettuato con offerta reale ai sensi degli artt. 1208 e ss. c.c. qualora ritenga congrua la somma offerta.

La terza, prevede che l’imputato possa adempiere ai suddetti incombenti entro il termine massimo della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado.

Il Giudice è obbligato a sentire le parti e la persona offesa ma non è vincolato a quanto da loro espresso in merito alla questione.

Il comma 2 prevede una deroga nel caso in cui l’imputato dimostra di non aver potuto adempiere entro il termine previsto dal comma 1, a causa di un fatto a lui non imputabile. In questa ipotesi può chiedere al giudice di essere rimesso in termini e può chiedere che sia fissato un ulteriore termine, che non può essere però superiore a sei mesi, per provvedere al pagamento, anche in forma rateale, di quanto dovuto a titolo di risarcimento. Se il giudice accoglie la richiesta, ordina la sospensione del processo e fissa la successiva udienza alla scadenza del termine stabilito e comunque non oltre novanta giorni dalla predetta scadenza, imponendo specifiche prescrizioni qualora si ritenesse necessario.

L’art. 1, comma 2 e 3, della l. 103/2017 prevede che tale norma si applica anche ai processi già in corso alla data di entrata in vigore della legge. In questo caso è prevista una restituzione nel termine utile affinché si possa accedere a tale causa di estinzione. L'imputato, nella prima udienza successiva alla data di entrata in vigore della presente legge, può chiedere la fissazione di un termine, che non può essere superiore a sessanta giorni, per provvedere alle restituzioni o al pagamento di quanto dovuto a titolo di risarcimento e all'eliminazione, quando possibile, delle conseguenze dannose o pericolose del reato. Nella stessa udienza, se l'imputato dimostra di non aver potuto adempiere nel termine di sessanta giorni per cause a lui non imputabili, può chiedere al giudice la fissazione di un ulteriore termine, che non può essere superiore a sei mesi, per provvedere al pagamento, anche in forma rateale, di quanto dovuto a titolo di risarcimento. Anche in questo caso il giudice, se accoglie la richiesta, ordina la sospensione del processo e fissa la successiva udienza alla scadenza del termine stabilito.

Il comma 3 della suddetta legge, inoltre, prevede espressamente che la nuova causa estintiva del reato si applica ai processi in primo grado e in appello e non ai processi pendenti in Cassazione, in quanto giudice privo di poteri e cognizioni di merito per valutare l'adeguatezza delle condotte riparatorie.

Durante il periodo di sospensione del processo, il corso dei termini di prescrizione del reato resta sospeso.

Inoltre, è specificamente prevista l’applicabilità dell’art. 240, comma 2, c.p. (confisca obbligatoria).

Una volta intervenute le condotte riparatorie accompagnate dall’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose, il giudice dichiara l'estinzione del reato.

Una delle prime applicazioni pratiche della norma, si è avuta per opera di un giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Torino con la sentenza n. 1299/2017. L’imputato, per il reato ex art. 612-bis c.p., procedeva ad effettuare un’offerta reale ex art. 1208 c.c., in favore della persona offesa ai sensi dell’art. 162-ter c.p. pari ad euro 1.500,00. Tale offerta non veniva accettata dalla persona offesa, pertanto, la somma veniva depositata su di un libretto di deposito giudiziario. Il Gup, in applicazione del suddetto articolo, ha ritenuto congrua l'offerta avanzata dall'autore degli atti persecutori, quale riparazione del danno e ha pertanto dichiarato estinto il reato per effetto di condotte riparatorie, pronunciando sentenza di non doversi procedere, malgrado il rifiuto della vittima e dichiarando così, anche la perdita di efficacia della misura cautelare del divieto di avvicinamento alla persona offesa.

Tale pronuncia ha suscitato notevole scalpore sollevando numerose problematiche che hanno fatto sì che la questione venisse riesaminata in sede legislativa, al fine di escludere la possibilità di estinzione per condotte riparatorie, ai sensi dell'art. 162-ter c.p., del reato di atti persecutori (c.d. stalking). Il d.l. 148/2017 (recante disposizioni urgenti in materia finanziaria), convertito nella l. 172/2017, entrata in vigore il 6 dicembre 2017 ha aggiunto all'articolo 162-ter c.p., in fine, il seguente comma: «Le disposizioni del presente articolo non si applicano nei casi di cui all'articolo 612-bis».

Ad oggi ancora non vi sono pronunce della Suprema Corte riguardanti tale norma ma ci si aspetta certamente che i punti critici saranno molti e altrettanti saranno gli aspetti che verranno messi in discussione.

Ulteriori ipotesi previste dal codice penale: il perdono giudiziale e l’esito positivo della sospensione del processo con messa alla prova

Perdono giudiziale

Il codice prevede, poi, una specifica causa di estinzione del reato di natura clemenziale, collegata all’età del responsabile, nota come “perdono giudiziale”.

In particolare l’art. 169 c.p. pone le seguenti condizioni:

a) che il reato sia stato commesso dal minore degli anni diciotto;

b) che la legge stabilisca una pena restrittiva della libertà personale non superiore nel massimo a due anni, ovvero una pena pecuniaria non superiore nel massimo a euro 5 anche se congiunta a detta pena (la giurisprudenza, tuttavia, ha chiarito che “in tema di perdono giudiziale, il limite di pena che ne consente l'applicabilità va determinato con riferimento alla sanzione che in concreto il giudice ritenga si possa applicare e non già a quella prevista dalla legge per il reato commesso”; Cass. pen., Sez. II, n. 2239/1991; Cass. pen., Sez. III, n. 743/1983);

c) avuto riguardo alle circostanze indicate nell'articolo 133 c.p., il giudice presuma che il colpevole si asterrà dal commettere ulteriori reati (giudizio prognostico a contenuto discrezionale che non può basarsi sul solo dato dell’incensuratezza dell’imputato; Cass. pen., Sez. I, 30 ottobre 2008, n. 45080);

d) l’imputato non abbia già goduto del beneficio;

A seguito di plurimi interventi della Corte costituzionale con riguardo ai requisiti deve precisarsi che:

  • è costituzionalmente legittimo la mancata estensione del beneficio oltre che al minore di anni 18 anche al maggiorenne parzialmente infermo di mente (Corte cost. 20 giugno 1977, n. 120).
  • il beneficio del perdono giudiziale estende i propri effetti estintivi anche con riferimento ad altri reati connessi per il vincolo della continuazione a quello per cui esso è stato concesso (Corte cost. 5 luglio 1973, n. 108);
  • il beneficio può essere riconosciuto una seconda volta solo nella eccezionale ipotesi in cui si tratti di reato commesso anteriormente a quello per cui è stato concesso con la prima sentenza, sempre che la pena massima per il secondo reato, cumulata con quella prevista per il primo, non superi il limite edittale indicato nella norma (Corte cost. 7 luglio 1976, n. 154, così come corretta con ord. 29 dicembre 1976, n. 274);
  • salvo quanto appena detto, è costituzionalmente legittimo il divieto di una seconda concessione del beneficio, così come la mancata limitazione dell’effetto preclusivo alle sole condanne per delitto (Corte cost. 31 dicembre 1986, n. 295). 

Ove sussistano le condizioni indicate dalla legge e dalle sentenze della Corte costituzionale, il giudice può astenersi dal pronunciare il rinvio al giudizio, e – qualora si proceda al giudizio – può, nella sentenza, per gli stessi motivi, astenersi dal pronunciare condanna.

In merito al perdono giudiziale si veda anche l’art. 19, r.d.l. n. 1404/1934, conv. in l. 835/1935.

Circa gli effetti del beneficio, la giurisprudenza ha chiarito che:

  • estingue tutti gli effetti penali del reato (Cass. pen., Sez. II, n. 2658/1977);
  • pur comportando un accertamento di responsabilità dell'imputato, non può valere come sentenza di condanna agli effetti della recidiva (Cass. pen., Sez.VI, 28 settembre 2012, n. 41231);
  • preclude la condanna dell’imputato al risarcimento del danno (Cass. pen., Sez. II, 29 dicembre 1982);

Circa i rapporti di analogia e differenza tra il perdono giudiziale e la sospensione condizionale della pena si vedano Cass. pen., Sez. II, n. 7751/1991 e Cass. pen., Sez.V,30 settembre 2013, n. 573.

 

Sospensione del processo con messa alla prova dell’imputato

Per la trattazione delle presente causa di estinzione del reato si veda l’apposita Bussole Sospensione del procedimento con messa alla prova.

Le cause di estinzione del reato previste al di fuori del codice penale

Come notato, le principali ipotesi di estinzione del reato trovano la loro disciplina nel codice penale; rilevanti cause di estinzione del reato sono, tuttavia, regolate al di fuori di esso, nel codice di procedura penale o nella legislazione speciale.

Qui di seguito si richiamano le ipotesi principali di estinzione del reato previste dall’ordinamento, al di fuori del codice penale:

  • il c.d. patteggiamento tradizionale ex art. 445, comma 2, c.p.p. con pena applicata non superiore a 2 anni, sola o congiunta a pena pecuniaria; in questo caso ove l’autore del fatto non commetta entro 5 anni (o 2 se trattasi di contravvenzione) dal passaggio in giudicato della sentenza di applicazione pena un nuovo delitto o una contravvenzione della stessa indole, il reato oggetto della sentenza ex art. 444 c.p.p. si estingue, così come ogni ulteriore effetto penale della pronuncia, con espressa possibilità di fruire in futuro della sospensione condizionale della pena;
  • il decreto penale di condanna (art. 460, comma 5 c.p.p.) in questo caso ove l’autore del fatto non commetta entro 5 anni (o 2 anni, se trattasi di contravvenzione) dall’esecutività del decreto penale un nuovo delitto o una contravvenzione della stessa indole, il reato oggetto del decreto penale si estingue, così come ogni ulteriore effetto penale della condanna, con espressa possibilità di fruire in futuro della sospensione condizionale della pena;
  • esito positivo del lavoro di pubblica utilità in materia di guida in stato d’ebbrezza o sotto l’effetto di stupefacenti (artt. 186, comma 9-bis, e 187, comma 8-bis, d.lgs. 285/1992); in caso di svolgimento positivo del lavoro di pubblica utilità, sostituito dal giudice con sentenza o decreto penale di condanna o sentenza di applicazione pena – a seguito di udienza camerale di verifica – il giudice dichiara estinto il reato e dispone la riduzione alla metà della sanzione della sospensione della patente e revoca la confisca del veicolo sequestrato.
  • artt. 36 e 45, comma 3, d.P.R. 380/2001; il rilascio in sanatoria del permesso di costruire, con attestazione della c.d. doppia conformità (compatibilità dell’opera abusivamente realizzata con gli strumenti urbanistici ed edilizi vigenti, sia al momento del fatto, che al momento della domanda di sanatoria) e del pagamento di una somma a titolo di oblazione, estingue i reati contravvenzionali previsti dalle norme urbanistiche vigenti
  • artt. 167 e 181, comma 1-ter,quatere quinquies, d.lgs. 42/2004; è prevista l’estinzione delle contravvenzioni in materia paesaggistica per intervenuto accertamento di compatibilità paesaggistica e per rimessione in pristino stato dei luoghi spontanea e prima della condanna.

Gli effetti sostanziali e processuali conseguenti alle cause di estinzione del reato

La legge determina disciplina i molteplici effetti sostanziali e processuali consequenziali alla declaratoria di estinzione della pena con diverse disposizioni collocate in varie parti del codice.

A tal fine rilevano:

  • l’art. 106 c.p.in ordine agli effetti della recidiva e della dichiarazione di abitualità o di professionalità nel reato;
  • l’art. 198 c.p., in relazione alle obbligazioni civili nascenti da reato;
  • l’art. 210, comma 2, c.p. in merito ai riflessi sulle misure di sicurezza personali;
  • l’art. 236 c.p., in ordine alle misure di sicurezza patrimoniali, che estende l’applicabilità dell’art. 210 c.p. anche alle misure di sicurezza patrimoniali diverse dalla confisca.

  

In evidenza

In ordine ai limiti di applicabilità di detti effetti rilevano le seguenti disposizioni:

  • art. 170 c.p. che, dal punto di vista oggettivo, delimita gli effetti dell’estinzione di un reato, laddove concorra con altri chiarendo che: a) quando un reato è il presupposto di un altro reato (ad es. il furto in relazione alla ricettazione), la causa che lo estingue non si estende all'altro reato; b) quando un reato è elemento costitutivo o circostanza aggravante di un reato complesso (ad es. le percosse o la minaccia rispetto alla rapina), la causa estintiva del primo non si estende al reato complesso; c) in caso di connessione tra più reati (ad es. furto dell’auto per commettere la rapina e darsi alla fuga) l'estinzione di taluno fra essi non esclude, per gli altri, l'aggravamento di pena derivante dalla connessione di cui all’art. 61 n. 2 c.p.;
  • art. 182 c.p. che, dal punto di vista soggettivo, afferma che di regola l’estinzione del reato o della pena ha effetto soltanto per coloro ai quali la causa di estinzione si riferisce;
  • art. 183, comma 1, c.p. che, ratione temporis, prevede che “le cause di estinzione del reato della pena operano nel momento in cui esse intervengono”;
  • art. 183, commi 3, 4 e 5 c.p. che fissa regole in ordine al concorso di più cause che estintive.

 

 

Aspetti processuali

In caso di sussistenza di una causa di estinzione del reato, il procedimento penale dovrà essere definito:

  • nel corso delle indagini preliminari, mediante provvedimento di archiviazione del giudice per le indagini preliminari, su richiesta del pubblico ministero, come chiaramente disposto dall’art. 411 c.p.p. (e ribadito dall’art. 141 disp. att. c.p.p. con riferimento all’intervenuta oblazione della contravvenzione);
  • in ogni stato e grado del processo (id est a seguito di esercizio dell’azione penale), con sentenza di proscioglimento ex art. 129 c.p.p; all’esito dell’udienza preliminare, mediante sentenza di non luogo a procedere ex art. 425 c.p.p;
  • all’esito del giudizio dibattimentale, con sentenza di proscioglimento di non doversi procedere nei confronti dell’imputato, indicandone la causa nel dispositivo, sia nell’ipotesi di accertata sussistenza di una causa di estinzione del reato, sia in caso di dubbio in ordine ad essa (art. 531, commi 1 e 2, c.p.p);
  • all’esito del giudizio dibattimentale, con sentenza di proscioglimento di non doversi procedere nei confronti dell’imputato ex art. 529 c.p.p.,laddove la causa di estinzione del reato fosse sussistente già al momento dell’esercizio dell’azione penale, in quanto l’azione non doveva essere iniziata;
  • in fase esecutiva, con ordinanza del G.E. emessa de plano, eventualmente anche d’ufficio, a seguito di procedura semplificata ex art. 667, comma 4, c.p.p.; in tal caso oltre a dichiarare l’estinzione del reato, il giudice adotterà “i provvedimenti conseguenti” (art. 676, comma 2 c.p.p.).

Casistica

 

 Morte dell’imputato e sentenza

Deve ritenersi inesistente la decisione della Corte di cassazione deliberata dopo la morte del reo, intervenuta nelle more del giudizio di legittimità dopo condanna in sede di merito; in simili ipotesi spetta alla stessa Corte di cassazione, adita per la declaratoria d'estinzione del reato per morte del reo avvenuta prima della pronuncia, il potere-dovere di dichiarare tale inesistenza (Cass.pen., Sez. I, 5 marzo 2009, n.14509).

 

Amnistia e indennizzo per ingiusta detenzione

  

Il riconoscimento dei benefici dell’amnistia non dà diritto alla riparazione per l'ingiusta detenzione, salvo che la durata della custodia cautelare sofferta risulti superiore alla misura della pena astrattamente irrogabile o irrogata nel qual caso, comunque, la riparazione può essere riconosciuta soltanto per la parte di detenzione subita in eccedenza (Cass. pen., Sez.IV, 19 febbraio 2009, n. 15000; Corte cost. 20 giugno 2008, n. 219).

 

Remissione tacita della querela e mancata partecipazione al processo della persona offesa

La remissione extraprocessuale tacita della querela presuppone condotte assolutamente incompatibili con la volontà di persistere nell'istanza punitiva, le quali possono trovare solo conferma nella mancata comparizione in udienza della persona offesa” Cass. pen., Sez.IV, 12 dicembre 2013, n. 4059, già vista);

 

 

La revoca della costituzione di parte civile non costituisce da sola un indice inequivoco di remissione tacita della querela (cfr., Cass. pen., Sez. VI, n. 3931/1979; Cass. pen., Sez. VI, n. 82/1989).

 

Oblazione facoltativa ex art. 162-bis c.p. e deposito della somma al momento dell’istanza

In materia di oblazione facoltativa il deposito della somma pari alla metà del massimo ediittale della pena pecuniaria testualmente previsto dall’art. 162 bis c.p., non è più da considerarsi requisito/condizione di ammissibilità, essendo stato implicitamente abrogato dalla entrata in vigore dell’art. 141 disp. att. c.p.p. (Cass. pen., Sez.III, 11 marzo 2015, n. 18991);

 

Aspetti   processuali

 

In tema di esecuzione, l'art. 676 c.p.p. attribuisce al giudice il potere-dovere di dichiarare l'estinzione del reato allorché si verifichino le condizioni richieste dall'art. 445, comma 2, del codice di rito. (Nell'affermare il principio la Corte ha accolto il ricorso avverso il provvedimento del giudice dell'esecuzione che aveva rigettato l'istanza di declaratoria di estinzione del reato sull'erroneo presupposto che tale sopravvenuta estinzione, ai sensi del citato art. 445, non richiederebbe una formale pronunzia "ricognitiva")(Cass. pen., Sez. IV, n. 498/2002).

 

 

L'estinzione del reato, che ha costituto oggetto di sentenza di patteggiamento, in conseguenza del verificarsi delle condizioni previste dall'art. 445, comma secondo, cod. proc. pen. opera "ipso iure" e non richiede una formale pronuncia da parte del giudice dell'esecuzione (Cass. pen., Sez. V, 22 dicembre 2014, n. 20068).

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