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Arresto in flagranza e fermo

Sommario

Inquadramento | I presupposti dell’arresto: la flagranza di reato | L’arresto obbligatorio e facoltativo | Soggetti legittimati all'arresto | Il fermo di indiziato di delitto | La procedura di convalida dell'arresto e del fermo |

Inquadramento

Pur nella diversità dei presupposti, l’arresto in flagranza ed il fermo di indiziato di delitto si sostanziano in una restrizione eccezionale e provvisoria della libertà personale, tendenzialmente propedeutica all'applicazione di una misura cautelare personale.

Com’è noto, l'art. 13 della Costituzione, nel sancire la inviolabilità della libertà personale, ne ammette limitazioni solo “per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge” (cosiddetta doppia riserva di legge e di giurisdizione).

In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge, il Costituente riconosce alle autorità di pubblica sicurezza il potere di adottare provvedimenti coercitivi provvisori, la cui efficacia, però, cessa ove non convalidati dall’autorità giudiziaria entro termini stringenti (96 ore).

In aderenza alla riserva tassativa di legge impartita dal Costituente, il Legislatore ordinario ha dedicato all'arresto ed al fermo una disciplina di dettaglio all'interno del Libro V del codice di procedura penale, intitolato alle indagini preliminari.

La strumentalità delle misure in esame, comunemente definite precautelari, rispetto alle misure cautelari vere e proprie ben avrebbe giustificato una collocazione sistematica delle prime nel Libro IV del codice di rito, riservato alle seconde.

La scelta del Codificatore di inserire la disciplina precautelare nel libro successivo, subito dopo l’attività d’indagine della polizia giudiziaria (Titolo IV) e del pubblico ministero  (Titolo V), sembra invece orientata a dare risalto sia alla fase investigativa nel cui ambito si colloca la loro adozione, sia alla titolarità dell’iniziativa precautelare in capo agli organi inquirenti.

 

I presupposti dell’arresto: la flagranza di reato

Scopo precipuo dell’arresto è quello di bloccare il compimento di un’azione delittuosa in corso, assicurando il colpevole all’autorità giudiziaria.

Presupposto della misura, sia essa obbligatoria o facoltativa, è dunque la flagranza di reato.

Secondo la definizione codicistica contenuta nell’art. 382 c.p.p., lo stato di flagranza si configura quando il reo:

  • venga colto nell’atto di commettere il reato;
  • sia inseguito dalla polizia giudiziaria, dalla persona offesa o da altri, subito dopo la commissione del reato;
  • sia sorpreso con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima.

Tutte le ipotesi considerate sono accomunate da una più o meno stringente relazione di immediatezza tra la condotta delinquenziale e la sua percezione ad opera di terzi.

Nel primo dei casi indicati, l’accertamento del fatto delittuoso avviene in presa diretta, mentre la condotta tipica del reato è ancora in atto (cosiddetta flagranza in senso stretto). Nelle altre due residue ipotesi, invece, tra fatto delittuoso e percezione non v’è concomitanza, bensì un rapporto di stretta susseguenza (cosiddetta quasi flagranza).

Incerti sono i limiti spazio-temporali propri della quasi flagranza.

In particolare, significative divaricazioni interpretative si sono registrate sulla nozione di inseguimento subito dopo il reato.

Secondo un primo indirizzo, la reale portata della citata locuzione andrebbe colta al di là della sua stretta etimologia. Da un punto di vista tecnico-giuridico, il concetto di quasi flagranza ricomprenderebbe ogni azione di P.G. diretta ad intercettare il reo, purché iniziata subito dopo la commissione del reato e portata a compimento – anche se a distanza di ore – senza soluzione di continuità (cfr. ex plurimis Cass. pen., Sez. II,12 novembre 2014 - dep. 4 dicembre 2014, n. 50873, nonché Cass. pen., Sez. I, 11 giugno 2014 - dep.  1 luglio 2014, n. 28246).

Altro orientamento, di contro, ha rilevato come la eccessiva dilatazione del concetto di inseguimento sminuisce il rapporto di immediatezza tra fatto di reato ed intervento coercitivo, finendo per dare copertura ad arresti differiti extra legem. E ciò in stridente contrasto con i canoni dell’art. 13 della Costituzione già considerati. Proprio sul rilievo della necessaria immanenza tra delitto e percezione, i giudici supremi hanno precisato che la nozione di inseguimento non va confusa con quella di continuità delle indagini (Cass. pen., Sez. IV, 12 gennaio 2000, n. 3998), escludendo lo stato di flagranza in caso di arresto compiuto dalla polizia dopo lo svolgimento di brevi indagini, quando il reo si era ormai sottratto al controllo diretto dell’offeso o di terzi percettori del reato (Cass. pen., Sez. VI, 3 aprile 2012 - dep. 17 maggio 2012, n. 19002; negli stessi termini v. Cass. pen., Sez. V, ud. 31 marzo 2010 - dep. 19 maggio 2010, n. 19078).

Analoghe tensioni interpretative si registrano relativamente all’ipotesi del rinvenimento di cose e tracce dalle quali appaia che l’agente abbia commesso il reato immediatamente prima. L’avverbio di tempo – utilizzato non a caso dal legislatore – preclude l’arresto quando la scoperta delle tracce criminose avvenga ad apprezzabile distanza di tempo dalla commissione del delitto, con ciò escludendosi un potere d’intervento diacronico della polizia.

Da ultimo, va fatto cenno a talune eccezionali ipotesi di arresto consentite fuori dai casi di flagranza.

Il cosiddetto arresto differito è previsto, tra gli altri, per i reati di evasione (art. 385 c.p.), di violazione degli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale (art. 9, l. 27 dicembre 1956 n. 1423), di reati commessi in occasione di manifestazioni sportive, purché, in quest'ultima evenienza, sia eseguito nelle 48 ore dal fatto di reato (art. 8,l. 401 del 1989). Trattasi di situazioni affatto eterogenee rispetto alle quali la stessa misura dell’arresto sembra caratterizzata da una diversità di scopo. Nei primi due casi, difatti, la misura tende a ristabilire una condizione restrittiva illecitamente violata.

Con riguardo alle c.d. violenze negli stadi, invece, il differimento della coercizione mira piuttosto a scongiurare i maggiori rischi per la sicurezza e l’incolumità pubblica derivanti dal distoglimento delle forze di polizia dalle funzioni di controllo e prevenzione preminenti durante pubblici tumulti.

La possibilità di ritardare la misura precautelare è prevista, infine, anche allo scopo di assicurare l'acquisizione di prove funzionali all'accertamento di gravi reati. Il differimento dell'arresto per esigenze probatorie è ammesso per i delitti in materia di stupefacenti, per alcuni reati contro la personalità individuale, di estorsione, di sequestro di persona a scopo di estorsione, di riciclaggio, di usura, etc.

Nei casi considerati, gli investigatori possono omettere o, comunque, ritardare l'intervento coercitivo, purché ne diano pronto avviso al pubblico ministero, il quale può disporre diversamente.

L’arresto obbligatorio e facoltativo

Il codice sancisce l’obbligo di procedere all’arresto in relazione a reati la cui estrema gravità è presunta iuris et de iure.

A mente dell’art. 380 c.p.p., gli agenti di polizia procedonoall’arresto di chiunque sia colto in flagranza di un delitto non colposo, consumato o tentato, punito con l’ergastolo ovvero con la reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni e nel massimo a venti anni (c.d. criterio quantitativo). E’ necessario che il reato per cui si procede rispetti la doppia soglia edittale, nel minimo e nel massimo. Ai fini della determinazione della pena, trovano applicazione gli stessi criteri stabiliti dall'art. 278 c.p.p. per le misure cautelari personali. Non si tiene dunque conto della continuazione, né della recidiva, né tantomeno delle circostanze del reato, fatta eccezione di quelle comuni contemplate dagli artt. 61 n. 5 c.p. (aggravante della c.d. minorata difesa) e 62 n. 4 c.p. (attenuante del danno patrimoniale di speciale tenuità) e di quelle speciali o ad effetto speciale.  Rientrano in questa prima categoria gravi fatti delittuosi, quali: l'omicidio, la strage, il sequestro di persona a scopo di estorsione, taluni gravi delitti contro la personalità interna dello Stato (artt. 276 e ss. c.p.), etc.

A prescindere dai limiti edittali dianzi richiamati, l'arresto è previsto come obbligatorio, altresì, in relazione ad altre fattispecie delittuose, indicate specificatamente per titolo nel comma 2 dell'art. 380 cit. c.p.p. (c.d. criterio qualitativo).

Il suddetto catalogo ha formato oggetto di ripetute revisioni, in funzione delle scelte di politica criminale succedutesi nel tempo. Attualmente, vi sono ricompresi delitti, consumati o tentati, come: l'incendio boschivo doloso, il naufragio, il disastro ferroviario ed altri reati contro l'incolumità pubblica, taluni delitti contro la personalità individuale o contro la libertà sessuale, i maltrattamenti contro familiari e conviventi, gli atti persecutori, alcuni casi di furto in abitazione o aggravato, di ricettazione, di rapina, di estorsione, delitti in materia di armi ed esplosivi, di sostanze stupefacenti o psicotrope, reati di criminalità organizzata di tipo semplice o di stampo mafioso, etc.  

L'estrema gravità dei suddetti reati, valutata presuntivamente dal Codificatore, esclude ogni margine di discrezionalità in capo all’operatore di polizia chiamato ad effettuare l’arresto. L'agente di P.G. che colga taluno in flagranza di uno dei reati anzidetti non potrà esimersi dall’intervento coattivo.   

L'adozione della misura precautelare è invece rimessa al prudente apprezzamento degli organi di polizia nei casi previsti dall’art. 381 del codice di rito (c.d. arresto facoltativo).

Ancora una volta il Legislatore ha fatto ricorso al duplice criterio quantitativo e qualitativo.

È prevista la facoltà di arresto, intanto, nei confronti di chi sia colto in flagranza di un delitto non colposo, consumato o tentato, punito con la reclusione superiore nel massimo a tre anni.

 

In evidenza

Ancorché risultino superati i suddetti limiti edittali, è esclusa la facoltà di arresto del testimone o della persona chiamata a fornire informazioni alla P.G. o al pubblico ministero, per i reati concernenti il contenuto della deposizione ovvero il rifiuto di fornirla (artt. 381, comma 4-bis, e 476, comma 2, c.p.p.).

 

È altresì consentito l’arresto dell’autore di un delitto colposo per il quale sia stabilita la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni.

Può infine disporsi l’arresto in relazione alle fattispecie delittuose ricomprese nell’elenco nominativo di cui al comma 2 dell’art. 381 citato, per le quali non rileva alcun limite edittale. Tra di esse, si annoverano: la violenza o minaccia ad un pubblico ufficiale per il compimento di un atto d'ufficio, il commercio di sostanze alimentari nocive, il reato di lesioni personali dolose (fuori dei casi di competenza del giudice di pace), la violazione di domicilio, il furto semplice, la truffa, l'appropriazione indebita, taluni reati di falso o contro la pubblica amministrazione, etc.

Il mancato riferimento della norma da ultimo considerata alla forma tentata, esplicitamente menzionata nel primo comma dell'art. 381, come pure nel secondo comma dell’art. 380 c.p.p., ha indotto alcuni interpreti a ritenere che le ipotesi speciali di arresto facoltativo non ricomprendano gli omologhi delitti tentati. In questa direzione si è espressa la Corte di cassazione, chiamata a pronunciarsi sulla facoltà di arresto dell’autore di un tentativo di truffa (Cass. pen., Sez. II, 5 ottobre 2005 - dep. 15dicembre 2005, n. 45511, nonché Cass. pen. Sez. II, 14 dicembre 1998 - dep. 16 gennaio 1999, n. 7441). L’autonomia delle categorie del delitto consumato e tentato, unitamente al silenzio serbato dal codificatore nell’art. 381, comma 2, c.p.p. citato, ha convinto i giudici supremi a circoscrivere la facoltà di arresto ai soli reati catalogati portati a consumazione.   

Nella flagranza di uno dei reati suddetti, la misura precautelare è disposta dagli agenti o dagli ufficiali di polizia giudiziaria quando lo giustifichi alternativamente la gravità del fatto o la pericolosità del soggetto. Quanto al primo parametro, esso non può inferirsi semplicemente dalla fattispecie astratta che viene in rilievo, ma va desunto dalle concrete modalità di perpetrazione dell'illecito, dalle conseguenze che ne sono derivate e dagli altri criteri oggettivi di cui all'art. 133, comma 1, c.p.

La pericolosità dell'indiziato, a sua volta, potrà essere dedotta, oltre che dalle circostanze del fatto concreto, anche dai molteplici indici della personalità contemplati dal comma 2 dell'art. 133 citato.

L'ampiezza dei due presupposti considerati esalta l'importanza del ruolo delle forze di polizia.

Alla prudente valutazione degli agenti, difatti, è rimesso il concreto accertamento delle condizioni legittimanti la coercizione, fermo restando che, in caso di arresto, decisivo sarà sempre il controllo a posteriori dei magistrati deputati alla convalida.

Soggetti legittimati all'arresto

Preposte all’arresto sono sicuramente le Forze di Polizia.

Dubbia è, invece, la legittimazione dei magistrati dell’Ufficio del pubblico ministero, di cui non si fa menzione nelle disposizioni dedicate all'arresto dal Titolo VI.

Un'apertura in tal senso sembrerebbe potersi desumere dall’art. 476 del codice di rito, norma che riconosce al pubblico ministero il potere di disporre l'arresto per i reati commessi in udienza (diversi da quelli concernenti il contenuto di deposizioni testimoniali).

Nondimeno, l'interpretazione restrittiva delle norme, suggerita dalla riserva di legge in materia di libertà personale, induce a ritenere che il potere d’arresto riconosciuto all’inquirente dall’art. 476 citato abbia connotazione straordinaria, insuscettibile di estendersi al di fuori dei casi in esso espressamente contemplati (negano la legittimazione attiva del P.M., fra le altre, Cass. pen., Sez. VI, 30 maggio 1994, RP 1995, 166; Cass. pen., 25 marzo 1994, Palumbo, CP 1995, 581; Cass. pen., Sez. VI, 25 giugno 1993, Di Marco, GI 1994, II, 645; di contro, nel senso che l’eventuale ordine di arresto impartito dal pubblico ministero non valga a rendere illegittimo l’atto, assicurando semmai maggiori garanzie all’indagato, Cass. pen. 25 maggio 1993, De Marco, ANPP 1994, 109, nonché Cass. pen., Sez. VI, 6 maggio 1994, GP, 1995, III, 303).   

In via del tutto eccezionale, il codificatore ha riconosciuto ai privati una facoltà di arresto esercitabilenei casi previsti dall'art. 380 c.p.p. (c.d. arresto obbligatorio). Nella flagranza di uno dei reati ivi indicati, il privato cittadino è messo di fronte ad una duplice legittima alternativa: quella di catturare il reo, anche con l'uso della forza, oppure di rimanere inerte, non esponendosi al rischio di una reazione in suo danno.

Dubbi di costituzionalità sono stati sollevati rispetto alla facoltà di arresto da ultimo considerata, seppure sotto la vigenza dell’analoga norma contemplata dall’art. 242 del codice del 1930.

Il giudice delle leggi ha ritenuto infondato il prospettato contrasto della norma codicistica con l’art. 13, comma 3, della Costituzione, che riserva all’autorità di pubblica sicurezza il potere di arresto. In presenza dei presupposti di legge, difatti, il privato che effettui un arresto assume, sia pure in via straordinaria e temporanea, la posizione funzionale propria di un organo di polizia munito di poteri autoritativi di stampo pubblicistico. Nella condizione data, pertanto, il privato cittadino non si differenzierebbe affatto da un agente di P.G. in servizio (Corte Cost. sent. 89/1970, GC 1970, 1119).

Il privato che abbia eseguito un arresto è tenuto a consegnare senza ritardo il soggetto catturato ed eventuali corpi di reato alla polizia giudiziaria. Gli ufficiali di P.G. che abbiano preso in carico l’indagato, a loro volta, dopo avere redatto il verbale della consegna, devono mettere l’arrestato a disposizione del p.m. entro ventiquattro ore dall’arresto operato dal privato (e dunque non dalla consegna).

Il fermo di indiziato di delitto

Il fermo, al pari dell’arresto, è una misura eccezionale e temporanea avente incidenza limitativa della libertà personale. A differenza dell'arresto, però, il fermo non presuppone la flagranza di reato, bensì il pericolo che l'indiziato si dia alla fuga. Scopo precipuo della misura in esame, dunque, non è quello di neutralizzare un’azione criminosa in corso ma, più semplicemente, quello di scongiurare il pericolo che il reo si sottragga alla giustizia.

In base al disposto dell’art. 384 c.p.p., presupposti necessari per l’adozione di un provvedimento di fermo sono:

  • la commissione di un delitto;
  • la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza in capo ad un soggetto;
  • il fondato pericolo di fuga dell’indiziato.

Nell’ordine, la misura è applicabile solo quando si procede per delitti puniti con la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel minimo a due anni e superiore nel massimo a sei anni (c.d. criterio quantitativo), ovvero, concernenti le armi da guerra e gli esplosivi o commessi per finalità di terrorismo, anche internazionale, o di eversione dell’ordine democratico (c.d. criterio qualitativo).

È controverso se tra i reati-presupposto rientrino anche quelli tentati, posto che, diversamente da quanto stabilito per l’arresto obbligatorio, della predetta forma di reato l'art. 384 c.p.p. non reca alcuna menzione.

Il generale richiamo ai criteri di determinazione della pena sanciti dal combinato disposto degli artt. 278 e 379 c.p.p. sembrerebbe offrire una risposta affermativa al dubbio sollevato, almeno con riferimento ai reati per i quali opera il criterio c.d quantitativo. Di contro, in base al principio dell'autonomia delle categorie del delitto consumato e tentato, evocato dalla giurisprudenza di legittimità per risolvere l'analoga questione sollevata in tema di arresto facoltativo (cfr. le già richiamate Cass. Pen., Sez. II, ud. 05.10.2005, dep. 15.12.2005, n. 45511, nonché Cass. Pen. Sez. II, ud. 14.12.1998, dep. 16.01.1999, n. 7441), dovrebbero rimanere esclusi dall’area di operatività del fermo, se contestati in forma tentata, i delitti nominativamente indicati nell’art. 384, comma 1, ultima parte.

Il quadro indiziario che giustifica la restrizione provvisoria deve presentare lo stesso standard di gravità che, a mente dell’art. 273 c.p.p., legittima l’adozione di una misura cautelare personale. Occorre, pertanto, che la provvista indiziaria valga a ricondurre il fatto-reato ad un soggetto determinato, se non col grado di certezza tipico del giudizio di merito, quantomeno nei termini dell'elevata probabilità propri della prognosi cautelare.     

Quanto all'ultimo dei presupposti elencati, vale a dire il pericolo di fuga, esso deve sempre valutarsi in concreto, alla stregua degli specifici elementi del caso prospettato. In base al dettato normativo, esso può desumersi anche dal possesso di documenti falsi e, più in generale, dalla impossibilità di procedere alla identificazione dell’indiziato, quando tali circostanze siano sintomatiche del pericolo di fuga.

Il requisito in commento non è integrato dalla mera possibilità di fuga. Occorre invece che vi sia la ragionevole probabilità che l’indiziato faccia perdere le proprie tracce, di guisa che il pericolo appaia effettivo, reale e non meramente congetturale o immaginario (Cass. pen., Sez. I, 9 giugno 1998 - dep. 8 luglio 1998, n. 3364).

Per quel che riguarda la legittimazione attiva, il potere di disporre il fermo spetta in via ordinaria al pubblico ministero, che vi provvede con decreto motivato, insuscettibile di impugnazione. Eccezionalmente, quando l'autorità inquirente non ha ancora assunto la direzione delle indagini o, comunque, non sia possibile, per la situazione di urgenza, attendere il provvedimento del magistrato, la misura precautelare potrà essere adottata dalla polizia giudiziaria per poi essere convalidata dall'A.G., secondo le procedure appresso indicate.

La procedura di convalida dell'arresto e del fermo

Il procedimento di convalida dell'arresto e del fermo attua la riserva di giurisdizione posta dal Costituente a presidio della libertà personale. A norma dell'art. 13, comma 3, della Carta, le restrizioni provvisorie eccezionalmente adottate dalla polizia devono essere sottoposte allo scrutino dell'autorità giudiziaria nel termine di quarantotto ore e divengono inefficaci se non convalidate nelle successive quarantotto ore.

Nell'attuale assetto codicistico il potere di ratifica delle misure precautelari risulta attribuito esclusivamente al giudice e non anche  al pubblico ministero, cui spetta, invece, l'iniziativa del procedimento.

L'iter della convalida è articolato in tre sottofasi che vedono progressivamente impegnati gli organi di polizia, il pubblico ministero, il giudice. Ogni fase è scandita da precisi termini perentori.

Nella prima fase, subito successiva all'arresto o al fermo, l'indiziato viene preso in consegna dall'organo di P.G., sul quale incombono precisi doveri.

Intanto, dell'avvenuta restrizione deve essere data immediata notizia all'Ufficio Pubblico Ministero del luogo ove è avvenuto l'arresto o il fermo, funzionalmente competente ad attivare il giudizio di convalida. Allo stesso magistrato dovrà essere trasmesso nel termine di ventiquattro ore (dilazionabile fino a quarantotto) il verbale delle operazioni compiute, contenente l'enunciazione delle ragioni che hanno determinato la restrizione, nonché la menzione dell'osservanza delle prescrizioni a tutela del diritto di difesa dell'indiziato.

In forza della recente novella apportata al comma 1 dell'art. 386 c.p.p. dal d.lgs. 1 luglio 2014 n. 101, all'atto dell'arresto o del fermo, all'indiziato deve essere consegnata una comunicazione scritta o, in mancanza, resa precisa informazione orale (con riserva di provvedere quanto prima all'adempimento cartolare) circa:

  • la facoltà di nominare un difensore di fiducia e di avvisare i propri familiari;
  • il diritto di essere informato sull'accusa elevata a suo carico e di accedere agli atti sui quali l'arresto o il fermo si fonda;
  • il diritto di essere condotto dinanzi all'autorità giudiziaria per l'interrogatorio e l'eventuale convalida della misura nel termine massimo di novantasei ore;
  • il diritto di avvalersi della facoltà di non rispondere e di impugnare il provvedimento del giudice;
  • il diritto di accedere, alle condizioni di legge, al patrocinio legale per i non abbienti;
  • il diritto di accedere all'assistenza medica di urgenza;
  • il diritto alla traduzione degli atti o all'assistenza di un interprete, ove ignori la lingua italiana.

Gli organi di polizia devono quindi informare immediatamente il difensore di fiducia nominato dall'arrestato ovvero quello d'ufficio eventualmente designato dal pubblico ministero ex art. 97 c.p.p..

Essi, con il consenso dell'indiziato, danno altresì notizia senza ritardo ai familiari dell'avvenuto arresto o fermo (art. 387 c.p.p.). I prossimi congiunti sono legittimati a nominare un difensore al ristretto, fintantoché questi non vi abbia provveduto personalmente (art. 96, c. 2, c.p.p.).

Il diritto di conferire col difensore è assicurato all'indagato sin dal primo momento della esecuzione della misura. Tuttavia, quando ricorrano eccezionali ragioni di cautela, il Pubblico Ministero, può, con decreto motivato, dilazionare l'esercizio del diritto al colloquio fino a quando l'arrestato o il fermato non sia posto a disposizione del giudice della convalida e, dunque, per un massimo di quarantotto ore dall'arresto (art. 104, commi 2 e 4, c.p.p.).

Una volta esauriti gli adempimenti più urgenti, gli ufficiali di polizia devono porre l'arrestato o il fermato a disposizione del Pubblico Ministero al più presto e, comunque, non oltre ventiquattro ore dall'inizio della restrizione.

La "consegna" al pubblico ministero si compie mediante la conduzione dell'indiziato in uno dei luoghi deputati alla sua custodia provvisoria in vista della convalida. Di norma (art. 386, commi 4 e 5, c.p.p.), l'accompagnamento viene effettuato presso la casa circondariale o mandamentale del luogo in cui è stata eseguita la misura precautelare, salvo che il magistrato non ritenga idonei alla custodia l'abitazione dell'indiziato o taluno degli altri luoghi deputati all'arresto domiciliare (luoghi di privata dimora, ovvero luoghi pubblici di cura o di assistenza, case famiglie protette...). L'opzione è esattamente ribaltata quando si procede alla convalida dell'arresto ed al giudizio direttissimo dinanzi al giudice monocratico. A seguito della recente revisione dell'art. 558 c.p.p., disposta con il d.l. 211/2011 (meglio noto come primo decreto "svuota carceri"), convertito nella l. 9/2012, la custodia provvisoria dovrà eseguirsi, di regola, presso il domicilio dell'arrestato e solo in via gradata presso altra idonea struttura nella disponibilità della P.G. (camere di sicurezza) o, in estremo subordine, all’interno della casa circondariale.

La conduzione dell’indagato nel luogo di custodia provvisoria segna la fine della prima e l'inizio della seconda fase del procedimento di convalida.

A partire da questo momento, è rimesso al pubblico ministero l'onere di determinarsi in ordine alla proposizione delle richieste di convalida della misura precautelare e di applicazione di una misura coercitiva vera e propria. 

A tal fine, diversamente da quanto stabilito in ambito cautelare, l'inquirente può procedere all'interrogatorio del soggetto in vinculis prima che lo stesso sia condotto dinanzi al giudice della convalida (sulla legittimità costituzionale del diverso ordine di precedenza dell'interrogatorio del p.m. in fase di convalida ed in fase cautelare, v. Corte Cost., 05.11.1996, n. 384, CP 1997, 669). Il compimento dell'atto deve essere preceduto dal tempestivo avviso al difensore, il quale ha il diritto (non l'obbligo) di presenziarvi.

Quanto alle modalità di documentazione dell'interrogatorio, trovano applicazioni le speciali prescrizioni dell'art. 141-bis c.p.p.: l'atto dovrà essere integralmente registrato con mezzi di riproduzione fonografica o audiovisiva, a pena di inutilizzabilità. Dell'interrogatorio dovrà inoltre redigersi verbale in forma riassuntiva, mentre alla trascrizione della fonoregistrazione si provvederà solo a richiesta di parte.

Valutati gli elementi a sua disposizione, il p.m. deciderà se:

  • disporre la liberazione immediata dell’indiziato, ove ritenga il difetto di taluno dei presupposti giustificativi dell'arresto o del fermo ovvero siano inutilmente decorsi i termini di fase o, ancora, non ravvisi gli estremi per l’applicazione di misure coercitive (art. 121 disp. att. c.p.p.);
  • richiedere la convalida dell’arresto o del fermo con o senza la contestuale applicazione di una misura cautelare personale.     

La richiesta di convalida, da effettuarsi entro 48 ore dall’arresto o dal fermo (pena la perdita di efficacia della misura), apre la terza ed ultima fase del procedimento in esame.

La richiesta deve essere rivolta al giudice per le indagini preliminari del luogo in cui la misura è stata eseguita, ovvero al giudice del dibattimento, quando il pubblico ministero decida di procedere nelle forme del rito direttissimo.

Il Gip investito della richiesta è tenuto a fissare l’udienza di convalida al più presto e, comunque, entro le successive 48 ore, dandone avviso al pubblico ministero ed al difensore dell’indagato.

L’udienza, di tipo camerale, è celebrata con la partecipazione necessaria del difensore. Il pubblico ministero non ha l’obbligo di presenziarvi. Tuttavia, se ritiene di non comparire, è tenuto a formulare per iscritto le sue richieste in ordine alla libertà dell’indiziato, trasmettendole al giudice in tempo utile per l’udienza.

Nella camera di consiglio, il pubblico ministero, se comparso, argomenta le proprie richieste. Si procede quindi all’interrogatorio dell’arrestato o del fermato, ove vi consenta. Il giudice sente in ogni caso il suo difensore che, in quella sede, avrà modo di articolare le proprie controdeduzioni in ordine alle richieste dell'accusa.

All'esito dell'udienza, il giudice assume due distinte decisioni. Decide sulla convalida dell'arresto o del fermo con ordinanza motivata, ricorribile per cassazione. Detto provvedimento deve essere pronunciato in udienza o depositato in cancelleria nelle quarantotto ore successive dal momento in cui l'arrestato o il fermato è stato posto a disposizione del giudice con la richiesta di convalida, pena la perdita di efficacia della misura. Con separata ordinanza (ancorché contenuta nello stesso stampato), il giudice decide altresì sull'eventuale richiesta di applicazione di misure cautelari avanzata dal P.M. Quest'ultimo provvedimento è suscettibile di impugnazione dinanzi al tribunale della libertà, a mente degli artt. 309 e ss. c.p.p..

Le due decisioni sono affatto indipendenti l’una dall’altra, stante la diversità dei presupposti legittimanti le misure cautelari e precautelari. Il decidente potrà ratificare l’arresto o il fermo e negare l’applicazione della cautela, come pure non convalidare la misura precautelare (ad esempio per inosservanza dei termini) ed applicare, pur nondimeno, una misura coercitiva.  

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