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Oblio nella Riforma Cartabia non è oblio di Stato

Sgombriamo il campo dall’equivoco culturale del “diritto all’oblio di Stato” che sarebbe stato introdotto dalla Riforma Cartabia. La riforma si occupa dell’oblio limitatamente all’ambito della comunicazione dei provvedimenti definitivi e non ha nessun’altra velleità di trattazione, al pari delle disposizioni sulla privacy nelle pronunzie giudiziali che obbligano a oscurare i nomi delle parti.

 

Decreto di archiviazione, sentenza di non luogo a procedere, sentenza di assoluzione sono titoli per ottenere il diritto all’oblio in automatico ingiungendo la deindicizzazione al motore di ricerca. Così la Riforma Cartabia all’art. 1, comma 25, pare favorire l’indagato o l’imputato. In realtà, ove si sovrapponesse ad anni di accurata giurisprudenza, l’equivoco culturale dell’ “oblio di Stato” potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio ovvero si potrebbe ragionare “a contrario” sostenendo che la legge prevede il diritto all'oblio nei riguardi di indagati e imputati solo in presenza o di un decreto di archiviazione o di una sentenza di non luogo a procedere o di una sentenza di assoluzione escludendo molte altre situazioni in cui invece fino ad oggi - grazie al sostegno della giurisprudenza e dei criteri ad hoc - era possibile chiedere ed ottenere la deindicizzazione. Esempio lampante quello dell'ordinanza degli arresti domiciliari poi revocata. In realtà la riforma si occupa dell’oblio limitatamente all’ambito della comunicazione dei provvedimenti definitivi e non ha nessun’altra velleità di trattazione, al pari delle disposizioni sulla privacy nelle pronunzie giudiziali che obbligano a oscurare i nomi delle parti. Tuttavia, merita sottolineare questa specificità dell’art. 1 comma 25 affinchè non si crei un equivoco culturale su un malinteso “oblio di Stato” sovrapposto ad anni di accurata giurisprudenza dedicata al rapporto tra archivi digitali di cronaca giudiziaria e diritto all’oblio.

 

Il disegno di legge delega per la riforma del processo penale o Riforma Cartabia, approvato in via definitiva il 23 settembre 2021 dal Senato, all’art. 1 comma 25 stabilisce il diritto all’oblio in automatico “nel rispetto della normativa dell'Unione europea in materia di dati personali”. In realtà la normativa UE e in particolare l’art. 17 del GDPR introduttivo del diritto all’oblio a livello di legge (in giurisprudenza es. CGUE Costeja/Google 13.05.2014 e nei provvedimenti dei Garanti Privacy era già emerso da tempo) non avevano nessun bisogno dell’assist del d.d.l. per affermare il diritto all’oblio anche verso gli indagati e gli imputati. Ormai le rassegne di legittimità e di merito denotano un orientamento consolidato in materia secondo il quale archivi dei giornali online e privacy ovvero diritto alla conservazione dell’attualità della propria identità digitale trovano bilanciamento in base al principio di proporzionalità nella pratica della deindicizzazione.

Si tratta di un orientamento inaugurato dal nostro Garante Privacy con il provvedimento “Archivi storici on line dei quotidiani: accoglimento dell’opposizione dell’interessato alla reperibilità delle proprie generalità attraverso i motori di ricerca” - 11 dicembre 2008, fonte ispiratrice della storica Cass. 5525/2012 e poi consacrato dalla CGUE Costeja/Google del 13 maggio 2014. Nel 2016 il diritto all’oblio è stato normativizzato dall’art. 17 del GDPR entrato in vigore dal 2018.

Tuttavia, l’esistenza dell’art. 17 GDPR non ha fermato il corso del diritto che ha continuato a declinarsi nella giurisprudenza e nei provvedimenti delle Autorità di controllo.

Nell’ambito specifico del rapporto tra ex notizie di cronaca giudiziaria e diritto all’oblio ovvero l’ambito afferente al penale, sia consentito osservare che la Riforma Cartabia coglie solo uno degli aspetti possibili e cioè quello inerente all’archiviazione e alla decisione finale del processo. Certamente tale impianto normativo - stante la specifica finalità di riforma del processo penale - non consentiva ulteriori trattazioni del diritto all’oblio salvo quella funzionale alla comunicazione dei provvedimenti definitivi (archiviazione e sentenze).

Pagine di accurata giurisprudenza sul rapporto tra gli archivi digitali di cronaca giudiziaria e diritto all’oblio non devono essere poste in secondo piano da un malinteso culturale inneggiante all’introduzione dell’oblio di Stato grazie alla Riforma Cartabia. La professione di tale equivoco manipola il vero senso dell’art. 1 comma 25 e fa un cattivo servizio alla tutela della “biografia telematica” (Corte di Cassazione, Sez. I - , ordinanza n. 15160 del 31/05/2021) di molti indagati e imputati.

Il fantomatico “oblio di Stato” traente i propri presupposti unicamente dal decreto di archiviazione, dalla sentenza di non luogo a procedere, dalla sentenza di assoluzione, nulla avrebbe potuto operare nei riguardi dell’imprenditore - mai stato oggetto di apertura di indagini - stigmatizzato da un articolo digitale non troppo risalente per la sua presunta vicinanza a clan mafiosi evinta da intercettazioni telefoniche di terzi. Invece la Cassazione (Corte di Cassazione, Sez. 1 - , Ordinanza n. 15160 del 31/05/2021) sulla scorta di un orientamento consolidato evolutosi nel tempo ha concesso il diritto all’oblio ritenendo che “il diritto di ogni persona all'oblio, strettamente collegato ai diritti alla riservatezza e all'identità personale, deve essere bilanciato con il diritto della collettività all'informazione, sicché, anche prima dell'entrata in vigore dell'art. 17 Regolamento (UE) 2016/679, qualora sia pubblicato sul "web" un articolo di interesse generale ma lesivo dei diritti di un soggetto che non rivesta la qualità di personaggio pubblico, noto a livello nazionale, può essere disposta la "deindicizzazione" dell'articolo dal motore ricerca, al fine di evitare che un accesso agevolato, e protratto nel tempo, ai dati personali di tale soggetto, tramite il semplice utilizzo di parole chiave, possa ledere il diritto di quest'ultimo a non vedersi reiteratamente attribuita una biografia telematica, diversa da quella reale e costituente oggetto di notizie ormai superate”.

 

La pronunzia della Cassazione Civile a Sezioni Unite sul diritto all’oblio (Cass. Civile Sent. Sez. U n. 19681/2019 sulla rubrica settimanale dei casi storici locali di cronaca nera) si concentra su un caso di diritto all’oblio non afferente a internet ma risulta importante per la ricostruzione del quadro giurisprudenziale, molto ripreso dall’Ordinanza interlocutoria (Cass. civ., sez. III, ord. 5 novembre 2018, n. 28084).

L’Ordinanza interlocutoria ricorda i criteri raccolti fino a quel momento in modo non del tutto sistematico dalla giurisprudenza interna ed europea per l’applicazione del diritto all’oblio: la notorietà dell'interessato, il suo coinvolgimento nella vita pubblica, il contributo ad un dibattito di interesse generale, l'oggetto della notizia, la forma della pubblicazione ed il tempo trascorso dal momento in cui i fatti si sono effettivamente verificati nonchè la sproporzione tra l’esigenza informativa e i diritti dell’interessato. L’Ordinanza rinvia alle Sezioni Unite affinchè enucleino una volta per tutte i criteri univoci per l’applicazione del diritto all’oblio ma le Sezioni Unite rifuggono da una simile operazione sostenendo che “alle Sezioni Unite non è affidata «l'enunciazione di principi generali e astratti o di verità dogmatiche sul diritto, ma la soluzione di questioni di principio di valenza nomofilattica pur sempre riferibili alla specificità del singolo caso della vita» (sentenze 22 maggio 2018, n. 12564, n. 12565, n. 12566 e n. 12567)”.

 

Condividendo a pieno le Sezioni Unite, possiamo concludere che il diritto all’oblio attiene al caleidoscopio dei casi della vita e non può essere preconfezionato in principi generali e astratti dalla legge in un unidimensionale “oblio di Stato” che lungi dal fornire l’effettività della tutela generata dall’automatismo del comando normativo ne ridurrebbe drasticamente i casi di ammissibilità.

 

 

Fonte: Diritto e Giustizia

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