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Mutamento dell’organo giudicante e rinnovazione della testimonianza della parte offesa. Una violazione del diritto Ue?

17 Ottobre 2017 |

Trib. Bari, Sez. II pen., 10 ottobre 2017 (dep. 10 ottobre 2017), ord.

Giudizio

Il tribunale di Bari, Sez. II penale, con ordinanza depositata il 10 ottobre 2017 ha sottoposto, ai sensi dell’art. 267 T.F.Ue, alla Corte di giustizia dell’Unione europea la questione pregiudiziale «se gli artt. 16, 18 e 20, lett. b) della direttiva 2012/29/Ue debbano essere interpretati nel senso che essi ostano a che la persona offesa debba essere sottoposta nuovamente all’audizione dinanzi al mutato giudicante quando una delle parti processuali ai sensi dell’art. 511, comma 2, c.p.p. e 525, comma 2, c.p.p. (come costantemente interpretati dalla giurisprudenza di legittimità) neghi il consenso alla lettura dei verbali delle dichiarazioni già in precedenza rese dalla stessa persona offesa nel rispetto del contradditorio a un giudice diverso nello stesso processo».

 

La normativa nazionale prevede che, qualora si realizzi il mutamento del giudice monocratico o del componente del collegio, debba rinnovarsi l’audizione del dichiarante che sia già stato sentito nel rispetto del contradditorio del giudice precedente o dal collegio così come originariamente composto, senza che possa disporsi semplicemente la lettura delle dichiarazioni già rese  e legittimamente inserite nel fascicolo del dibattimento, quando l’esame sia possibile e sia stato richiesto da una delle parti. Pertanto, qualora venga disposta la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale e il giudice ammetta la prova dichiarativa nuovamente richiesta non si potrà procedere alla lettura ex art. 511 delle dichiarazioni già rese, se non in  presenza del consenso di tutte le parti processuali; la ratio di tale disciplina è quella di assicurare che il procedimento di formazione della prova avvenisse sotto la diretta percezione del giudicante. Tale sistema potrebbe contrastare con la direttiva 2012/29/Ue che vincola gli Stati membri ad adottare una disciplina che assicuri protezione alle vittime dei reati nel procedimento penale. Il tribunale di Bari rileva, in particolare, come la ripetizione della prova dichiarativa già resa dalla persona offesa risulterebbe in contrasto con quanto affermato dalla Corte di giustizia Ue nella sentenza Pupino, dove la Corte enunciava «la necessità di garantire alle vittime particolarmente vulnerabili un trattamento specifico che consenta la loro deposizione al di fuori dell’udienza pubblica e prima della tenuta di quest’ultima tramite incidente probatorio, con la duplice finalità di impedire la perdita degli elementi di prova e di ridurre al minimo le audizioni dei minori». Il giudice sottolinea come «la rinnovazione  della testimonianza resa dalla persona offesa  non rappresenta solo una sofferenza psicologica ulteriore cui la vittima viene sottoposta, ma rappresenta anche un defatigante allungamento dei tempi processuali in violazione dei principi, anche sovrannazionali, sulla ragionevole durata del processo. L’art. 16 della direttiva 2012/29/Ue, sotto questo aspetto mira a sollecitare gli Stati membri affinché assicurino alle vittime una decisione in merito al risarcimento  del danno da parte del reo entro un lasso di tempo ragionevole. La tempestiva riparazione del danno viene frustrata inevitabilmente dalla disciplina del codice di rito che richiede il consenso di tutte le parti processuali per evitare la riassunzione delle prove dichiarative dinanzi al nuovo giudicante.

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