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L’“accordo”, anteriore al contratto, su condizioni di lavoro contrarie alla legge non salva il datore dalla condanna per estorsione

09 Maggio 2016 |

Cass. pen., Sez. II, 14 aprile 2016 (dep. 5 maggio 2016), n. 18727

Estorsione

Integra il reato di estorsione anche la condotta del datore di lavoro che, anteriormente alla conclusione del contratto, impone al lavoratore ovvero induce il lavoratore ad accettare condizioni contrarie a legge ponendolo nell’alternativa di accettare quanto richiesto ovvero di subire il male minacciato.

È quanto affermato dalla Cassazione penale, II sezione, con sentenza n. 18727, depositata il 5 maggio 2016, confermando così la condanna, emessa nei due gradi di merito, nei confronti del ricorrente per il reato di estorsione continuata, avendo questi agito nella sua qualità di datore di lavoro e con abuso di tale qualità, mediante minaccia di licenziamento, costringendo suoi dipendenti, prima ad accettare le condizioni lavorative loro imposte e a firmare una lettera di dimissioni in bianco, poi, a svolgere di fatto attività lavorativa quotidiana e a e tempo pieno, pur risultando gli stessi assunti con contratto a tempo parziale, e a non fruire di ferie, contributi e T.F.R., costringendoli altresì ad accettare un compenso inferiore a quello che avrebbe dovuto essere loro erogato.

A nulla rileva per i giudici di legittimità la circostanza, rilevata dal ricorrente, per cui ancor prima dell’instaurazione del rapporto di lavoro, tutti i dipendenti erano stati resi edotti delle suddette condizioni lavorative e che avevano, pertanto, deliberatamente accettato avendo la possibilità di scegliere se prestare l’attività lavorativa alle onerose condizioni offerte dall’imputato ovvero di cercare altre e migliori opportunità lavorative. Rileva, infatti, la Cassazione come la particolare condizione del mercato del lavoro e i comportamenti certamente prevaricatori del datore di lavoro hanno fatto sì che, nonostante il lavoratore abbia "accettato" sin dal momento dell’instaurazione del rapporto di lavoro di non rivendicare i propri diritti, tale "accordo" non possa dirsi liberamente raggiunto in quanto condizionato dall’assenza di possibilità alternative di lavoro e quindi estorto.

La Corte spiega, infine, come anche uno strumento teoricamente legittimo, può essere usato per scopi  diversi da quelli per cui è apprestato e può integrare, al di là della mera apparenza, una minaccia, ingiusta, perché è ingiusto il fine a cui tende, e idonea a condizionare la volontà del soggetto passivo, interessato ad assicurarsi comunque una possibilità di lavoro, altrimenti esclusa per le generali condizioni ambientali o per le specifiche caratteristiche di un particolare settore di impiego della manodopera.

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