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Aspettando la riforma del processo penale. Non basta un facile ottimismo

Pur nella piena consapevolezza e comprensione per le difficoltà nelle quali è nata la riforma del processo penale (sia consentito rinviare al nostro: La riforma Cartabia nel labirinto della politica, in Dir. pen. e proc. n. 9) non possono non sottolinearsi, anche a prescindere da più marcati dubbi di incostituzionalità relativamente agli effetti della declaratoria di improcedibilità di cui all’art. 344-bis c.p.p. che s’intende introdurre, alcune problematicità sistematiche (si sta parlando di giustizia penale) che vanno oltre i profili della ragionevolezza.

 

Non può non segnalarsi la schizofrenia legata al funzionamento dei due orologi nelle dinamiche dello svolgimento del processo penale: il percorso del tempo finalizzato alla prescrizione del reato e il decorso del tempo teso ad assicurare una durata ragionevole al processo. Invero, si vorrebbe che i due percorsi - che sino ad oggi si sono mossi soltanto con interferenza degli sviluppi processuali sul tempo del primo - assumano una qualche autonomia, attraverso l’introduzione della declaratoria di improcedibilità (l’art. 344-bis c.p.p., appunto).

La riferita schizofrenia consiste appunto in questo elemento che il decorso del secondo parte dopo che si è bloccato lo scorrere del primo, senza nessuna reciproca interferenza di quanto per uno (il processo) è avvenuto prima e senza nessuna considerazione per il primo (il reato) di ciò che matura dopo.

Per spiegarsi meglio. Sino ad un certo punto (la sentenza di primo grado) si valuteranno tutti quegli elementi tradizionalmente legati alle ricadute del tempo (diciamo in sintesi: oblio) sul reato che da quel momento diventeranno del tutto irrilevanti nel successivo percorso del processo e senza alcun rilievo al tempo del processo sino a quel momento; da quello stesso momento (la sentenza di primo grado) senza che rilevi il tempo che il processo ha avuto in precedenza si considera solo il tempo della fase di impugnazione, anche se nel frattempo sarebbe maturato il tempo “dell’oblio”.

 

Al di là del fatto dogmatico, che tale peraltro non è, questi due elementi inevitabilmente condizionano le scelte di gestione dei processi che saranno effettuate in modo diversificato rispetto alle censure determinate dal legislatore.

In altri termini, anche se pure prima il tempo (della prescrizione) condizionava i tempi del disbrigo degli affari, ora i due tempi lo faranno agevolmente ma in modo diversificato tra un prima e un dopo, senza nessun coordinamento, trattandosi di tempi diversamente misurati.

Una prescrizione calcolata su tutta la durata del processo opererà solo per un suo segmento (il primo grado) con il rischio del rallentamento della fase di primo grado; una durata ragionevole di tutto il processo (art. 111 Cost.) opererà solo per una secca parte del suo sviluppo con tempi diversificati tra i reati così da dover accelerare per i meno gravi e poter rallentare per quelli più gravi.

L’evidente assurdità del meccanismo si evidenzia in caso di annullamento della sentenza di primo grado: torna a correre la prescrizione (che era cessata) e diventa del tutto irrilevante anche il tempo ragionevole del processo che era iniziato a decorrere.

Peraltro – sia detto incidentalmente – il secondo periodo dell’art. 161-bis c.p. evidenzia palesi profili di irragionevolezza nella riconsiderazione del decorso della prescrizione dopo la regressione in primo grado o nella fase precedente.

 

Non mancano altri profili di criticità legati, sotto vari profili, alla individuazione del tempo che è necessario a far maturare l’improcedibilità.

Ma in questo contesto, affidare al giudice procedente la legittimazione alla decisione sulla proroga suscita riserve molto ampie, anche al di là di una certa elasticità dei presupposti, con conseguenze forti sulla garanzia per l’imputato della durata ragionevole del processo e sul diritto delle altre parti alla decisione e scelte del giudice e della Cassazione sulle sorti del processo.

Si può entrare in un dedalo di ipotesi problematiche molto numerose: responsabilità del giudice in caso di mancata richiesta di proroga; richiesta di proroga negata; richiesta di proroga infondata; responsabilità per l’intervenuta scadenza dei termini; criteri di scelta tra proroghe e scadenze. E così via.

Una certa approssimazione, determinata dalla concitazione della fase conclusiva di definizione degli accordi tra le forze politiche, va considerata anche in materia di tutela degli interessi civili.

Nel mentre si scrivono le norme in seguito all’entrata in vigore della legge con modifica immediata nel codice, anche se a effetti differiti, per effetto del regime transitorio, si approva una direttiva di delega che (entro un anno) riscriverà la materia specificamente sul punto.

 

Un ulteriore elemento di criticità è costituito dal mancato richiamo nell’art. 649 c.p.p. dell’art. 344-bis c.p.p., che invece richiama gli artt. 344 e 434 c.p.p., con la conseguenza che non trattandosi né di una sentenza né di condanna, né di proscioglimento resta incerta la possibilità di una riattivazione del circuito punitivo.

In caso di risposta affermativa, resterebbe da verificare se medio tempore il reato non si sia prescritto.

Si potrebbe obiettare che essendo intervenuta la sentenza di primo grado non si potrebbe più parlare di prescrizione. Si potrebbe tuttavia replicare che quella decisione è stata travolta da quella di improcedibilità richiamando, per analogia il secondo periodo dell’art. 161-bis c.p. Forse un chiarimento non sarebbe inopportuno.

 

Si dirà: sarà la giurisprudenza a risolvere alcuni problemi; il miglioramento di efficienza con gli strumenti messi in campo supererà le criticità; si potranno introdurre modifiche e correzioni.

Anche se l’occasione riformatrice, come si è detto, andrebbe colta: la giustizia penale merita di meglio e la fretta, come si dice, può produrre effetti negativi.

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