Indagini scientifiche

Omicidi in famiglia. Identikit di un matricida

19 Febbraio 2019 | , Omicidio doloso

Sommario

Abstract | Il profilo criminale del parenticida e la dinamica del crimine | Casa Report | (Segue). La perizia psichiatrica | Criticità dell'indagine | Guida all'approfondimento |

Abstract

Tra gli omicidi in ambito famigliare, come già accennato negli articoli precedenti, si ritrovano anche gli omicidi degli ascendenti (genitori).

Nella letteratura scientifica il parenticidio consiste nell’omicidio di entrambi i genitori da parte di un figlio e in tal senso si differenzia dal parricidio (omicidio del padre) e dal matricidio (omicidio della madre). Come per le altre tipologie di omicidio in famiglia i casi più numerosi si concentrano nel Nord Italia.

Il profilo criminale del parenticida e la dinamica del crimine

Il parenticida (o omicida di uno dei due genitori) è generalmente di sesso maschile e di età media di 29 anni con una vita affettiva e relazionale limitata e insoddisfacente, instabile o assente.

Generalmente disoccupato o con lavoro precario, presenta una limitazione nell’autonomia e nell’indipendenza economica, fattore che può generare interessi di tipo economico o quantomeno insofferenza e scarsa tolleranza delle imposizioni dei famigliari derivanti da esso.

Tuttavia l’interesse economico non è il solo movente di tali delitti. La litigiosità cronica può essere un ulteriore fattore in particolare riferibile a giovani al di sotto dei 25 anni.

Come per gli altri reati dello stesso tipo infatti, dal punto di vista psicologico, l’omicidio dei genitori è anch’esso correlato alla presenza di emozioni molto forti nell’omicida quali l’odio, la paura, la rabbia, il risentimento, la frustrazione ma anche al contrario il desiderio di libertà da un rapporto troppo morboso, totalizzante e invischiante o patologico.

Come tutti gli omicidi si può considerarlo come la massima manifestazione di violenza interpersonale, ma ancora di più emerge senza dubbio la sua complessità in relazione alla tipologia del rapporto, così stretto e profondo dal punto di vista psicologico e relazionale.

Non tanto e non solo quindi perché si esplica in ambito familiare ma, soprattutto, in quanto quello con i genitori è il legame più forte, nel bene e nel male, che un individuo ha nella sua vita sin dai primi giorni di vita.

In questa tipologia di reato si ritrovano nelle motivazioni sia aspetti francamente utilitaristici (acquisizione dell’eredità o comunque di denaro), sia di discontrollo delle emozioni e delle reazioni (impeto durante litigi) sia infine legati ad aspetti francamente patologici e di distorsione della relazione.

Nello specifico, se l’atto violento si estrinseca nei confronti della figura paterna spesso si possono ritrovare alla base motivazioni legate al conflitto intergenerazionale o aspetti utilitaristici ed economici. Per quanto riguarda la figura materna invece le motivazioni possono essere molto più complesse e collegate alla relazione affettiva, se pur con le evidenti distorsioni del caso.

Nel caso sia presente una patologia psichiatrica si tratta generalmente di sindromi schizofreniche o di depressione grave. In altri di tossicodipendenza cronica o alcolismo.

La dinamica del crimine infine spesso non è relativa a un fatto improvviso e incontrollato ma preparato e organizzato anche rispetto all’occultamento del o dei cadaveri.

Di seguito si è scelto di presentare un caso realmente avvenuto riportandone la storia sia rispetto agli eventi e alla loro ricostruzione, sia rispetto alla valutazione psichiatrica disposta dal magistrato al fine di accertare un eventuale vizio di mente e conseguentemente una eventuale capacità di intendere e di volere al momento del fatto grandemente o totalmente scemata.

Casa Report

Il caso in oggetto si riferisce a un matricida all’epoca dei fatti di 58 anni, imputato per «aver cagionato la morte di X, sua ascendente dopo averne simulato l’allontanamento volontario dall’abitazione in cui vivevano insieme» e «dopo aver cagionato la morte ne distruggeva il cadavere, dissezionandolo in nove parti», racchiudendo le stesse in diversi sacchi di plastica nera occultandoli in cantina.

Dalla documentazione raccolta emergeva che, a seguito della segnalazione di alcuni condomini dello stabile dell’indagato al corpo di Polizia Locale della città per i cattivi odori provenienti presumibilmente da materiale in putrefazione nelle cantina, intervenivano sul posto un medico legale e il personale del Reparto Investigazioni Scientifiche dei Carabinieri. Gli accertamenti permettevano di acquisire alcuni dati tra i quali:

  • la cantina da cui perveniva cattivo odore era pertinente a unità abitativa della vittima, persona anziana che ospitava il figlio e la di lui convivente. Da più di un mese risultava assente da casa e questa situazione piuttosto inusuale per la signora, anziana e con problemi di deambulazione, aveva allarmato i vicini di casa a lei affettivamente più legati. Con la perquisizione venivano rinvenuti diversi sacchi per la raccolta dei rifiuti con all’interno parti sezionate di un corpo;
  • sentito il figlio che precedentemente aveva fornito spiegazioni ai vicini relative ad un ricovero ospedaliero, lo stesso dichiarava che la propria madre ultrasettantenne e con problemi di deambulazione, aveva improvvisamente abbandonato l’abitazione per recarsi in Inghilterra presso l’altro figlio, presumibilmente in aereo. Precisava che aveva comunque provveduto a ritirare la pensione della madre e di averla utilizzata anche durante il periodo di sua assenza. Riferiva di essere stato in cantina e di aver notato il forte odore di materiale in decomposizione ma di averlo attribuito a qualche carcassa di animale;
  • tali dichiarazioni risultavano in contrasto con quelle che precedentemente aveva fornito a più persone mentre emergeva che lo stesso aveva avuto frequenti litigi con la madre che riteneva che lui si approfittasse di lei interessato solo alla sua pensione e mal tollerava la convivente che lui le aveva imposto a casa;
  •  i vicini di casa riportavano inoltre che la vittima si era confidata raccontando che il figlio spendeva tutti i soldi della sua pensione e che non le piaceva la compagna di lui perché trasandata e poco pulita. Inoltre riportavano che alle loro richieste il figlio aveva sempre risposto depistandoli (dicendo cioè che stava dormendo, era dal parrucchiere, era stata ricoverata in ospedale, ecc.).

(Segue). La perizia psichiatrica

In considerazione del grave delitto e delle modalità con le quali era avvenuto, soprattutto in relazione alle modalità con le quali il corpo era stato depezzato ma di fatto non occultato (essendo nella cantina pertinente e in stato di decomposizione facilmente identificabile per l’odore), la perizia psichiatrica è risultata doverosa. Di seguito la ricostruzione della valutazione.

Il quesito di seguito riportato chiedeva:

«Accerti il perito esaminata la persona di Y con riferimento alle note della sua personalità sotto il profilo criminologico e psichiatrico se lo stesso sia affetto eventualmente da patologia, in ogni caso se all’epoca del delitto l’indagato sia stato completamente capace di intendere e di volere le sue azioni o se la capacità stesse fosse, per patologia o per note psicotipe della sua personalità, grandemente scemata o esclusa, verifichi il perito anche in conseguenza della risposta al primo quesito la eventuale condizione di pericolosità nonché la capacità processuale dell’indagato al momento».

All’interno dell’elaborato peritale erano stati esaminati alcuni atti tra i quali:

  • la precedente sentenza di condanna dell’indagato per un precedente reato di omicidio volontario con tutta la relativa documentazione del tribunale di sorveglianza;
  • la cartella clinica della precedente carcerazione;
  • il Casellario Giudiziale;
  • l’interrogatorio davanti al Gip;
  • i verbali di escussione dell’indagato ed interrogatori davanti al PM;
  • il verbale dell’interrogatorio del coimputato (compagna);
  •  i fotogrammi del luogo di rinvenimento del cadavere;
  • il riscontro autoptico;
  • i memoriali redatti dell’indagato e diario clinico del carcere dove l’indagato si trovava recluso.

Dall’esame clinico emergeva che il signor Y non presentava una storia di psicopatologia documentata, durante i colloqui si dimostrava disponibile e completamente collaborante.

Inoltre, il perito aveva potuto utilizzare i memoriali scritti spontaneamente dal periziando per approfondire ulteriormente la sua storia di vita.

La sua storia era sicuramente molto particolare.

Era nato all’estero da madre italiana e padre nordafricano, primogenito con un fratello più piccolo, all’epoca abitante all’estero.

Entrambi i suoi genitori avevano lavorato nell’ambito dello spettacolo.

Con il padre, raccontava, aveva avuto un ottimo rapporto ed era stato sempre un riferimento, mentre la figura della madre veniva descritta come marginale dal punto di vista affettivo e relazionale e anche molto severa “… ha influito molto meno sul mio trascorso di bambino”.

Aveva studiata al conservatorio ed era diventato un buon musicista.

Anche il rapporto con il fratello minore veniva descritto come “difficile” ma dal punto di vista del fratello, secondo lui. Riferiva che “io ero più grande, più bello e più intelligente, più tutto … lui era quello che doveva soccombere”.

La vita familiare non era stata comunque semplice per lui.

Con la famiglia infatti, avevano affrontato molti viaggi e numerosi cambiamenti di residenza a causa del lavoro dei genitori.

Inoltre, cresciuto, non era mutato il suo stile di vita e riportava in perizia di aver avuto una vita piuttosto avventurosa, con numerose avventure e storie d’amore, alcune delle quali sfociate in matrimoni poi, in breve naufragati.

Nel periodo in cui ancora era sposato con l’ultima moglie ebbe però un grave incidente stradale che gli provocò un grave danno ad un arto che, “con il dolore nel cuore” gli impedì di proseguire la carriera di musicista.

Dopo questo evento si era impegnato nell’ambito finanziario, aveva divorziato dalla moglie e si era dedicato a numerose relazioni amorose ed amicali che, purtroppo, lo portarono ad uccidere il rivale in amore, omicidio volontario per il quale aveva scontato 17 anni di carcere.

Durante il periodo di semilibertà Y aveva conosciuto una “ragazza fragile con problemi psicologici e familiari” di cui si era innamorato, con la quale era andato a convivere e che nel procedimento in essere risultava la sua complice nella commissione del reato.

Proprio la convivenza con questa ragazza, a casa della madre dell’indagato, aveva scatenato la gelosia di quest’ultima che, a detta di Y, era stata la causa dell’efferato delitto commesso.

Infatti in casa c’era stata nell’ultimo periodo molta tensione ed era capitato spesso che Y e la madre alzassero la voce ed entrassero in conflitto.

Egli riportava: “mi indispone una persona che alza il volume … non accetto, cambio umore … se poi urla e lo fa in modo attivo per ferire è chiaro che … la situazione diventa difficile, brutta, pericolosa …”.

In queste condizioni risultava molto difficile la convivenza ma non vi erano altre soluzioni percorribili per questioni economiche.

L’omicidio, per quanto riportato, si era verificato dopo pochi mesi di convivenza, un giorno in cui era solo a casa con la madre e, dopo l’ennesima discussione in cui la madre aveva riportato “vivacemente” il suo disappunto sulla sua convivente, lui aveva reagito e l’aveva colpita uccidendola.

Aveva poi occultato il cadavere con l’aiuto di un amico.

Ma chi era l’indagato? Durante i colloqui Y si presentava non troppo curato nell’aspetto e nella persona ma molto disponibile al racconto di sé e al dialogo.

Non presentava disturbi evidenti del pensiero ed era particolarmente loquace, bisognoso di dilatare ogni racconto con numerosi e coloriti particolari, racconti che riportavano una certa grandiosità ed un piacere nel descrivere la sua persona in modo positivo, pur presentando una affettività piuttosto limitata, un distacco emotivo da quello che raccontava.

Dai test emergeva non avere problemi di tipo cognitivo, di avere un quoziente intellettivo nella norma ma sicuramente non brillante come ci si poteva attendere dal modo in cui si rappresentava.

Dai test clinici non emergevano patologie particolari ma invece una scarsa capacità di tollerare la frustrazione, una impulsività rilevante collegata ad una tendenza pervasiva all’ oppositività verso gli altri.

Veniva confermata la tendenza a riporre eccessiva fiducia nelle proprie possibilità ed una ipervalutazione di sé stesso, una grandiosità permanente. Fortemente autocentrato e anticonformista presentava un assetto narcisistico e aggressivo con note paranoidee.

Tale personalità poteva essere definita come quella di “O Lider Maligno” definito da Aubrey Immelman, dove il Narcisismo maligno, tratti antisociali, visione paranoidea ed aggressività libera si compongono in un quadro psicopatologico complesso.

Con quanto sopra riportato quindi l’arto compromesso durante l’incidente stradale, gravemente deturpato e distrofico, stante le caratteristiche di personalità di Y, non poteva essere integrata nell’Io del soggetto, anche a causa del problema che aveva posto rispetto al suo lavoro (aveva determinato la fine di un lavoro che per Y rappresentava moltissimo) e alla ferita narcisistica profonda che, come un grave trauma psichico, aveva modificato la sua personalità.

Inoltre dal punto di vista fisico, la menomazione poneva dei dubbi relativamente all’accusa di occultamento di cadavere stante anche il depezzamento del cadavere.

Y in ogni caso ha sempre presentato un comportamento relativamente organizzato con qualche defaillance.

Dal punto di vista clinico emergeva un quadro compatibile con la conservazione della capacità di intendere e di volere, capacità che andava valutata in relazione alla dinamica relazionale madre-figlio, e anche alla crisi acuta accaduta la mattina in cui era avvenuto il reato.

Il carattere di Y autocentrato, insofferente alle urla, con un umore instabile lo rendeva particolarmente suscettibile e pericoloso nel caso di reazione ad una frustrazione sentita come pesante.

La gelosia della madre nei confronti della convivente metteva di fatto a grave rischio il rapporto stesso, in quel momento per lui basilare stante anche le sue condizioni fisiche, economiche e il ridimensionamento della sua vita avventurosa.

La madre, nervosa e minacciosa nei confronti della compagna lo limitava e non lo comprendeva nelle sue esigenze.

Il giorno del delitto le lamentale e i commenti erano sfociati in una lite in cui la mamma aveva insultato la sua compagna, lui cercando di difenderla aveva detto alla madre che così stava mancando di rispetto a lui che era suo figlio ma lei a quel punto lo aveva schiaffeggiato facendolo reagire. L’aveva così colpita con un aggetto contundente.

Da quanto emerso non è stato possibile ipotizzare che il periziando avesse programmato il matricidio né, che avesse compiuto tale gesto aggressivo con la ferma intenzione di uccidere la madre.

Più plausibile invece è stata considerata l’ipotesi che si sia trattato di un agito in uno stato emotivo-passionale, sicuramente innescato da situazioni conflittuali che andavano ad incidere sullo stato emotivo già irascibile e impulsivo di Y e sui suoi tratti narcisistici e di grandiosità, limitandolo in modo frustrante sino a farlo reagire in modo scomposto.

E scomposto è risultato soprattutto il comportamento successivo, quando successivamente l’omicidio lo stesso aveva depezzato la madre, ma ne aveva incomprensibilmente conservato il cadavere, senza preoccuparsi della possibilità di essere da lì a breve scoperto.

Il perito, riconsiderando tutti gli elementi analizzati e cioè la personalità del reo, il contesto relazionale del reato, il comportamento del periziando durante il reato e nei momenti successivi, il periodo seguente il fatto, le tracce mnestiche presentate dal periziando, arrivava alle seguenti conclusioni.

L’infermità psichica, se pur di grado non elevato, in assenza di franchi elementi psicotici, configurava una condizione di grande riduzione della capacità di intendere e di volere, che portava ad un vizio parziale di mente (art. 89 c.p). La capacità di intendere e di volere al momento del fatto, risultava grandemente scemata.

 La capacità processuale era invece conservata, in assenza di patologie psichiatriche nosograficamente definibili come da DSM-IV, consentendo a Y di partecipare coscientemente al processo.

Infine la storia personale del periziando, il suo iter giudiziario, le sue intrinseche caratteristiche personologiche disturbate, la psicopatia, il narcisismo maligno, la tendenza al passaggio all’atto estremo omicida, occorso in due acclarate occasioni, rilevavano rispetto al giudizio di sussistenza di pericolosità sociale. Il pattern comportamentale del soggetto, affetto da un grave disturbo di personalità, era stato riconosciuto come improntato alle reazioni esplosive, al passaggio all’atto, alle manifestazioni aggressive con capacità limitate di autoregolamentarsi.

Criticità dell'indagine

Il parenticidio è tra gli omicidi nel contesto familiare, uno dei meno frequenti a livello statistico. Anche in questo caso, come nell’uxoricidio, la rilevanza di aspetti psicopatologici nel movente alla base del delitto è di fatto molto limitata per quanto riguarda la sua incidenza sulla capacità di intendere e di volere.

Spesso il parenticidio (parricidio e matricidio) risultano essere delitti legati a stati emotivo-passionali, a conflittualità e litigiosità oppure ad interessi economici e di appropriazione dell’eredità.

Non mancano comunque rilevanti distorsioni relazionali e dinamiche patologiche alla base di questo tipo di delitto.

Di fatto, anche nel caso di interesse economico e di fredda determinazione non si può non considerare la relazione fondante di genitori-figlio, basilare per l’individuo e la sua storia.

Nel caso sopra descritto infatti emerge, nonostante la conflittualità e l’interesse economico di fondo. ma ancor di più il desiderio di libertà da vincoli e da situazioni di frustrazione quotidiana, la continuazione di un legame forte ed indissolubile tra Y e la madre, sebbene ambivalente, nel mantenere con sé il suo cadavere.

Guida all'approfondimento

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