Indagini scientifiche

La violenza di genere: dal maltrattamento al femminicidio

Sommario

Abstract | Introduzione | Il quadro normativo in Italia | I dati sulla violenza alle donne | I principali miti da sfatare sulla violenza sulle donne | Tipologie di violenza | La violenza nelle diverse fasi di vita della donna | Le cause della violenza | | Perché queste donne fanno fatica a lasciare il partner? | Ma cosa succede quando “scappano”? | Femminicidio | Criticità dell'indagine | Guida all'approfondimento |

Abstract

La violenza di genere è la violenza contro le donne e i minori, basata sul genere, ed è ritenuta una violazione dei diritti umani. È una violenza che si annida nello squilibrio relazionale tra i sessi e nel desiderio di controllo e di possesso da parte del genere maschile sul femminile. Si tratta di un fenomeno complesso che coinvolge tutti gli ambiti della vita delle persone e delle istituzioni che, a vario titolo, sono chiamate ad intervenire: sociale, psicologico, economico, giuridico, di protezione e tutela dei minori, di sicurezza sociale. 

Introduzione

Proprio per la sua complessità e specificità, tale argomento richiede di essere trattato in maniera efficace attraverso un intervento coordinato e congiunto delle forze chiamate a contrastarla.

La violenza di genere, secondo l'articolo 1 della Declaration on the elimination of violence against women adottata dall'Onu nel 1993, (gender-based violence) consiste in «ogni atto di violenza fondato sul genere che comporti o possa comportare per la donna danno o sofferenza fisica, psicologica o sessuale, includendo la minaccia di questi atti, coercizione o privazioni arbitrarie della libertà, che avvengano nel corso della vita pubblica o privata []». La violenza di genere, come affermano l'Onu, la Comunità europea e tutte le ricerche di questi ultimi anni, appartiene più alla normalità che alla patologia, si tratta di un fenomeno che interessa maggiormente i rapporti familiari e che coinvolge donne di ogni estrazione sociale, di ogni livello culturale, attraversa tutte le culture e i livelli di reddito e tutte le fasce di età, provocando danni vari che hanno conseguenze sulla salute mentale e comportando alti costi sociali ed economici, non solo per le donne, ma per l'intera comunità.

L'Organizzazione mondiale della sanità considera la violenza di genere come una priorità della sanità pubblica e una violazione dei diritti umani; si tratta di un fenomeno sottostimato soprattutto perché la maggior parte dei casi di violenza sulle donne avviene all'interno del contesto familiare e pertanto di difficile rilevazione. Come afferma TERRAGNI: «Il modo in cui una società reagisce alla violenza nei confronti delle donne rappresenta uno specchio per comprendere il modo in cui essa intende le relazioni tra uomini e donne, i loro comportamenti, il loro modo di interagire».

La violenza contro le donne è in larga parte un problema di cultura, nel senso che da una parte riflette e dall'altra rafforza le profonde disuguaglianze e i diversi ruoli che la società affida all'uomo e alla donna in virtù del loro sesso alla nascita. 

Il quadro normativo in Italia

In Italia solo con la modifica del diritto di famiglia del 1975 (legge 151 del 19 maggio 1975) viene abolita l'autorità del marito e la facoltà di utilizzare i mezzi di correzione” e di disciplina nei confronti della propria moglie, stabilendo le regole perché moglie e marito abbiano pari diritti e doveri.

Solo nel 1981 scompare dal nostro codice penale il delitto d'onore, che permetteva, al marito che avesse ucciso la propria moglie, di godere di sensibili sconti di pena nel caso in cui ella fosse stata infedele, e il matrimonio riparatore (ex art. 544 c.c.), che consentiva, a colui che dopo lo stupro di una donna avesse conseguito matrimonio con la stessa, la cancellazione del reato.

Un cambiamento significativo rispetto alla lettera sulla violenza alle donne, nel contesto culturale e giuridico, viene segnata dall'approvazione della legge 66/1996 sulla violenza sessuale che ha sancito il passaggio del reato di violenza sessuale da reato contro la morale e il buon costume, a reato contro la persona e la libertà individuale. Riconosce infatti un diritto soggettivo da tutelare, nel rispetto della persona lesa, e non una lesione di un ordine pubblico di cui spesso la donna veniva considerata causa.

Dal 1997 una direttiva del Presidente del Consiglio, partendo dalla Piattaforma di Pechino, impegna le istituzioni italiane a prevenire e contrastare tutte le forme di violenza fisica, sessuale e psicologica contro le donne, dai maltrattamenti in famiglia al traffico di donne e minori a scopo di sfruttamento sessuale.

Nel 2001 viene emanata la legge 154/2001 sull'allontanamento da proprio domicilio del familiare violento, con procedimento civile e penale.

Il percorso legislativo di attenzione ed implementazione delle norme a tutela e promozione del benessere della donna continua inoltre in Italia con l'istituzione nel 1996 del Ministero per le pari opportunità, la promulgazione del Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e paternità, l'emanazione del decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198, codice delle pari opportunità che raccoglie in unico documento le principali norme a favore delle donne, mogli, madri e lavoratrici, comprese quelle sulla violenza nelle relazioni familiari.

Nel 2009 ancora si inserisce l'approvazione in Italia del decreto legge 11 del 23 febbraio recante Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori (stalking).

Successivamente il 17 febbraio 2011 è stato dato avvio al primo piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking attraverso il quale si intendeva coinvolgere tutti i soggetti interessati dei settori socio-culturale, sanitario, economico, legislativo e giudiziario.

Il 28 maggio 2013 l'Italia ha ratificato la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, sottoscritta ad Istanbul nel 2011.

Tale Convenzione impegna gli stati firmatari alla protezione, prevenzione, eliminazione della violenza contro le donne e domestica, promuove la lotta alla discriminazione di genere e la predisposizione di un quadro globale di politiche, misure di protezione e assistenza a favore delle vittime.

In questo percorso di riconoscimento della violenza, sostenuto da indagini e ricerche nazionali e non, un ruolo fondamentale è stato svolto, a partire dagli anni Ottanta in Italia e negli anni Settanta nelle altre nazioni europee, dai centri antiviolenza e dalle case di accoglienza per donne maltrattate che hanno dato visibilità alla violenza facendo emergere la sua drammaticità ed incidenza.

I dati sulla violenza alle donne

Il reperimento dei dati su questo fenomeno complesso e caratterizzato da molto sommerso è difficile per la diffidenza delle vittime a parlare e a denunciare i fatti. Non vi sono statistiche complessive sul maltrattamento, ma l'Organizzazione mondiale della sanità, afferma che una donna su cinque abbia subito nella sua vita una qualche forma di violenza. E la violenza rappresenta la prima causa di morte per le donne di età compresa tra i 16 e i 50 anni.

In Italia, i dati Istat sulla violenza alle donne, pubblicati nel 2015 che fanno riferimento al 2014, ci dicono che ben 6 milioni e 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. E questi dati, comunque, mettono in luce una situazione migliorativa rispetto a quella delineata dai dati del 2006.

Interessante è il quadro che emerge dai dati statistici.

Secondo l'Istat le donne straniere hanno subìto violenza fisica o sessuale in misura simile alle italiane nel corso della vita (31,3% e 31,5%). La violenza fisica è più frequente fra le straniere (25,7% contro 19,6%), mentre quella sessuale più tra le italiane (21,5% contro 16,2%). Le straniere sono molto più soggette a stupri e tentati stupri (7,7% contro 5,1%).

Le donne moldave (37,3%), rumene (33,9%) e ucraine (33,2%) subiscono reiterate violenze. I partner attuali o ex commettono le violenze più gravi. Il 62,7% degli stupri è commesso da un partner attuale o precedente. Gli autori di molestie sessuali sono invece degli sconosciuti nella maggior parte dei casi (76,8%).

Il 10,6% delle donne ha subìto violenze sessuali prima dei 16 anni. Considerando il totale delle violenze subìte da donne con figli, aumenta la percentuale dei figli che hanno assistito ad episodi di violenza sulla propria madre (dal 60,3% del dato del 2006 al 65,2% rilevato nel 2014).

Emergono importanti segnali di miglioramento rispetto all'indagine precedente: negli ultimi 5 anni le violenze fisiche o sessuali sono passate dal 13,3% all'11,3%, rispetto ai 5 anni precedenti il 2006. Ciò è frutto di una maggiore informazione, del lavoro sul campo ma soprattutto di una migliore capacità delle donne di prevenire e combattere il fenomeno e di un clima sociale di maggiore condanna della violenza.

Alla maggiore capacità delle donne di uscire dalle relazioni violente o di prevenirle si affianca anche una maggiore consapevolezza. Più spesso considerano la violenza subìta un reato (dal 14,3% al 29,6% per la violenza da partner) e la denunciano di più alle forze dell'ordine (dal 6,7% all'11,8%). Più spesso ne parlano con qualcuno (dal 67,8% al 75,9%) e cercano aiuto presso i servizi specializzati, centri antiviolenza, sportelli (dal 2,4% al 4,9%). La stessa situazione si riscontra per le violenze da parte dei non partner. Rispetto al 2006, le vittime sono più soddisfatte del lavoro delle forze dell'ordine. Si segnalano però anche elementi negativi. Non si intacca lo zoccolo duro della violenza, gli stupri e i tentati stupri (1,2% sia per il 2006 sia per il 2014). Le violenze sono più gravi: aumentano quelle che hanno causato ferite (dal 26,3% al 40,2% da partner) e il numero di donne che hanno temuto per la propria vita (dal 18,8% del 2006 al 34,5% del 2014). Anche le violenze da parte dei non partner sono più gravi. Tre milioni e 466 mila donne hanno subìto stalking nel corso della vita, di queste, 1 milione e 524 mila l'ha subìto dall'ex partner, 2 milioni 229 mila da persone diverse dall'ex partner.

I principali miti da sfatare sulla violenza sulle donne

Relativamente tale ambito inoltre molti sono i convincimenti che spesso non hanno un vero e proprio riscontro nei dati reali. Tra questi alcuni si riferiscono al fatto che:

 

La violenza domestica si manifesta solo in contesti familiari culturalmente ed economicamente poveri.

Ciò non ha riscontro nei dati statistici; la violenza domestica purtroppo è un fenomeno “trasversale” che può presentarsi anche in contesti socialmente abbienti e di buon livello culturale;

 

La violenza domestica è causata da droga o alcool.

A ulteriore supporto della trasversalità del fenomeno si riscontra la presenza di comportamenti violenti e maltrattanti anche in assenza di problematiche correlate all'utilizzo di sostanze stupefacenti, alcol o in generale di dipendenze, in contesti famigliari e relazionali disfunzionali ma apparentemente ben integrati nel contesto sociale, lavorativo ed economico;

 

Alle donne piace essere picchiate e subire violenza dai propri compagni.

Credenza particolarmente distorsiva riferita ad aspetti relazionali e culturali disfunzionali;

 

La violenza alle donne è un fenomeno poco diffuso.

I dati ufficiali sopra riportati sono esemplificativi della portata del fenomeno, stante anche la presenza di un numero “oscuro” di violenze non denunciate;

 

La donna è più a rischio con persone estranee o straniere.

Dai dati sopra riportati infatti appare evidente che la maggior parte delle violenze di maggiore gravità sono riferibili ad un contesto famigliare o di coppia;

 

La violenza non incide sulla salute della donna.

Le conseguenze psicologiche e fisiche delle vittime di violenza domestica, sessuale, ecc., hanno una portata spesso “devastante” sul loro equilibrio psichico, relazionale, affettivo perdurante nel tempo ed invalidante (disturbo post traumatico da stress, disfunzionalità delle relazioni significative, possibilità di reiterare scelte vittimizzanti);

 

La violenza alle donne non è causata da una perdita di controllo.

Ad ulteriore supporto di aspetti legati più “culturali” e di modelli relazionali disfunzionali.

Tipologie di violenza

La violenza domestica è un fenomeno sommerso, trasversale, continuativo e ciclico. Non esiste una sola forma di violenza e spesso, in ogni singolo caso, sono presenti in modo contemporaneo più forme di violenza che la donna è costretta a subire. Tra queste gli esperti identificano:

violenza fisica: identifica qualsiasi azione e comportamento che può provocare segni più o meno evidenti, dai lividi alle lesioni gravi fino alla morte (inclusi comportamenti quali: spintonare, pizzicare, sputare contro, calciare, gettare dalle scale, lanciare oggetti, tirare i capelli, bruciare con le sigarette, sfregiare con l'acido, strangolare, ecc.);

 

violenza sessuale: identifica qualsiasi forma di attività sessuale imposta contro la propria volontà (inclusi comportamenti quali: coercizione alla sessualità, essere insultata e/o umiliata durate i rapporti sessuali, essere obbligata a ripetere scene pornografiche o a guardarle, essere prestata ad altri per avere rapporti sessuali);

 

violenza psicologica: si riferisce a qualsiasi atteggiamento, verbale e non verbale, volto a ledere la libertà e l'identità personale. È una forma di abuso e di mancanza di rispetto lesiva l'identità della donna. Tali comportamenti si insinuano gradualmente nella relazione e, spesso la donna fatica a vederne la negatività. Procura grande sofferenza e si può manifestare con molteplici tipologie e modalità quali il convincere la donna che non vale nulla, sminuire la sua femminilità e sessualità, sminuirne il ruolo di madre, insultarla, denigrarla, farla sentire in colpa con critiche continue, sminuirla e sbeffeggiarla davanti ai figli, trattarla come un oggetto, farle assumere comportamenti diversi da quelli che lei avrebbe normalmente e liberamente, renderla oggetto di maniacale possessività, metterne in dubbio quanto lei prova o dice, sottrarle o danneggiarle cose o animali a lei cari, convincerla che è instabile o pazza, ecc.;

 

violenza economica: si riferisce a tutto ciò che direttamente o indirettamente concorre a rendere la donna dipendente, fino al punto di non avere mezzi economici sufficienti a soddisfare i bisogni di sussistenza propri e/o dei figli (inclusi comportamenti quali: privare delle informazioni relative al conto corrente, non condividere le decisioni rispetto al bilancio familiare, costringerla a spendere il suo stipendio esclusivamente per le spese domestiche, ricoprirla di debiti, impedirle di lavorare, non darle il denaro per comprare il cibo per se e per i figli, ecc.);

 

comportamento persecutorio (stalking): delinea tutti quei comportamenti persecutori messi in atto quando la donna cerca di allontanarsi o ha interrotto una relazione. Si tratta di una forma di vera e propria persecuzione che si protrae nel tempo, caratterizzata da una serie di comportamenti tesi a fare sentire la vittima sotto costante controllo, in tensione e in stato di pericolo (ad esempio: aspettarla sotto casa, seguirla nei suoi spostamenti, fare incursioni sul posto di lavoro per farla licenziare, mandarle innumerevoli messaggi, telefonarle durante il giorno e la notte, minacciarla di morte, danneggiarle l'auto, ecc.). Gli effetti possono essere devastanti: viene minato il senso dell'autonomia e dell'indipendenza della donna, facendola sentire “in trappola”. Molte donne come conseguenza riportano anche disturbi del sonno, difficoltà a concentrarsi fino ad arrivare, nei casi più estremi, a depressioni.

 

violenza spirituale: comporta la distruzione dei valori e della fede religiosa di una donna attraverso la ridicolizzazione sistematica, costringendo una donna con la violenza o il ricatto a fare cose contrarie ai suoi valori, o a non fare cose obbligatorie nella sua religione.

 

Infine, come già precedentemente evidenziato, non ci si deve dimenticare che molto spesso quando una donna è vittima di violenza da parte del partner ci sono minori che assistono a tali violenze (si parla di violenza assistita) o subiscono loro stessi violenza da parte dell'aggressore. Spesso i figli assistono ai litigi domestici.

Gli studi scientifici ci dicono che i bambini che assistono alla violenza tra genitori presentano un rischio più elevato per una moltitudine di problemi affettivi e comportamentali, tra cui ansia, depressione, scarsi risultati scolastici, problemi cognitivi, basso livello di autostima, incubi ecc.

La violenza nelle diverse fasi di vita della donna

Dalla disamina delle ricerche svolte emerge che la donna può diventare vittima di violenza in diverse situazioni e fasi della propria vita, spesso in concomitanza di situazioni di maggiore fragilità, vulnerabilità e criticità situazionali.

Si riscontrano infatti particolari situazioni di criticità per esempio nel periodo perinatale che può comportare aborti selettivi, maltrattamenti fisici e psicologici durante la gravidanza o addirittura gravidanze forzate.

O ancora violenza durante l'infanzia riferibile ad infanticidio selettivo, maltrattamento, violenza assistita o abuso sessuale.

Violenza in preadolescenza e adolescenza riferita a matrimoni coatti, mutilazioni genitali, violenza sessuale e prostituzione infantile, molestie. Ed infine violenza in età adulta ove possono emergere situazioni di violenza nelle relazioni intime, stalking ed omicidio, stupro e molestie sessuali, e violenza nella terza età riferito al maltrattamento in famiglia.

Le cause della violenza

Nella valutazione delle cause sottostanti i comportamenti violenti di fatto colpisce la “banalità” di tale fenomeno, che non necessariamente può correlarsi ad aspetti psicopatologici.

La violenza contro le donne infatti non si eredita geneticamente, non è causata da malattia mentale, non è causata da uso di alcool e droga, non è il risultato di stress o rabbia, non è dovuta a cattivo temperamento, non è conseguenza di comportamenti della vittima e non è un problema di relazione. La violenza verso contro le donne è un comportamento appreso che si manifesta perché una relazione abusante si basa sulla credenza che una persona ha il diritto di controllare ed avere il potere su un'altra persona.

La violenza segue generalmente un ciclo; sarebbe difficile infatti pensare che una donna si possa innamorare di un carnefice che così si dovesse presentare sin dall'inizio.

Questi uomini all'inizio sono infatti molto attenti e premurosi con le compagne; solo in seguito e gradualmente inizia a crescere la tensione nella relazione che porta a scontri anche per motivi futili ove l'uomo sente che sta per perdere il controllo sulla situazione o sulla compagna e ciò lo porta ad agire la violenza. Solo attraverso la violenza l'uomo riesce a recuperare sicurezza e controllo e una volta affermata la violenza subentra un senso di colpa e di vergogna che lo porta a scusarsi e redimersi innescando così la cosiddetta fase di “luna di miele” caratterizzata dal ritorno dell'affettività e delle attenzioni per riavvicinare ciò che si ha paura di perdere. Tale omeostasi ha breve durata in quanto accumulandosi tensione si verificherà un nuovo conflitto e nuove forme di violenza in cui la donna, nella speranza vana di recuperare un equilibrio, si ritroverà prigioniera e vittima, spesso inconsapevole della pericolosità relativamente la sua incolumità.

Le tappe della violenza, riassumendo, prevedono elementi quali: isolamento, percezioni distorte, sfinimenti ed impedimenti, umiliazioni, obbligo di soddisfare ogni richiesta, minacce, attuazione di un controllo totale, concessioni occasionali.

Subire violenza è un'esperienza traumatica per la donna e le conseguenze sulla salute possono essere molto gravi. La violenza provoca importanti danni fisici e psichici, a breve ed a lungo termine, ed in alcuni casi può dare luogo, direttamente o indirettamente (omicidio, suicidio, gravi patologie correlate) alla morte della vittima. La violenza implica una grave e pervasiva invasione del sé, annientando il senso di sicurezza della donna e la fiducia in sé stessa e negli altri. La donna può diventare depressa, avere disturbi d'ansia e disturbi del comportamento alimentare.

Dai dati dell'OMS emerge che la violenza sulle donne con il conseguente carico di stress ad essa associato, può determinare un notevole numero di disturbi fisici quali: dolore cronico, disturbi ginecologici, disturbi gastrointestinali, cefalee e dolori cronici. In tal senso si identificano:

conseguenze fisiche:

  • ferite di vario genere con distribuzione assiale: bruciature, lacerazioni, tagli, occhi neri, commozione cerebrale, fratture degli arti e del volto, lesioni intraddominali. Ù
  • Disturbi dell'apparato riproduttivo: gravidanza indesiderata, infezioni trasmissibili sessualmente, aborto spontaneo, gravidanza a rischio, basso peso del feto alla nascita, malattia infiammatoria pelvica, disfunzioni sessuali, dolore cronico pelvico, sterilità.
  • Condizioni croniche: sindromi di dolore cronico, sindrome dell'intestino irritabile, disordini gastrointestinali, disturbi somatici, asma, emicranie.
  • Danni permanenti: danni alle articolazioni, perdita parziale dell'udito o della vista, cicatrici dovute a morsi, bruciature, uso di oggetti taglienti.

Conseguenze mortali: omicidio, suicidio e morte materna.

Conseguenze psicologiche: che identificano le principali conseguenze psicologiche della violenza quali la perdita di autostima, sentimenti di vulnerabilità e di perdita, senso di inadeguatezza, dispersione e senso di impotenza, autocolpevolizzazione, angoscia, paura per se e per i figli, difficoltà di concentrazione e di attenzione, senso di confusione, sintomi fisici correlati allo stress, ecc. Fino ad arrivare alla manifestazione di vere e proprie patologie psichiatriche quali: disturbo postraumatico da stress, ansia, fobie, attacchi di panico, disturbi psicosomatici, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbi del sonno, depressione. C'è poi il rischio di condotte autolesionistiche come abuso di alcool, droghe, farmaci e tentativi di suicidio.

Conseguenze relazionali e materiali (sociali). La violenza provoca infatti anche conseguenze sociali tra cui: isolamento sociale e materiale, perdita delle relazioni significative, perdita del lavoro, perdita della casa e del tenore di vita precedente, incapacità di ritrovare fiducia nel sesso maschile.

Perché queste donne fanno fatica a lasciare il partner?

Quanto sopra descritto evidenzia in modo drammatico le disfunzionalità relazionali dei componenti della diade e diventa difficile, da esterni, identificare le motivazioni che rendono alcuni di questi legami così forti ed indissolubili se pur tragicamente negativi. Ci si chiede perché le donne vittime di violenza da parte di un partner non cerchino di allontanarsi ma rimangano, a volte anche per molti anni, a subire costanti violenze. Le conseguenze della violenza possono essere molto gravi e decidere di uscire dal circuito della violenza o decidere di rimanere nella relazione violenta può dipendere dalla risposta che la donna riceve nel momento in cui chiede aiuto e dal sostegno offerto o meno dalle persone che incontra: familiari, amici, professionisti, forze dell'ordine.

Spesso le donne abusate hanno paura e percepiscono una situazione di pericolo, hanno paura di dover affrontare il maltrattante durante il processo, subiscono un senso di colpa e autobiasimo (la donna si sente responsabile e quindi crede di non meritare aiuto).

Spesso hanno bambini e non li vogliono allontanare dall'altro genitore, pensando erroneamente che è meglio un genitore violento rispetto al vuoto di uno dei due genitori.

Sono isolate perché questo è ciò che fanno gli uomini violenti per avere più potere sulle loro vittime.

Possono provare sentimenti di protezione nei confronti del partner ed avere l'idea che le cose possano cambiare (ottimismo). La bassa autostima le porta a pensare che se l'uomo è violento con loro è perché lo meritano, possono avere credenze religiose relative alla promessa di matrimonio (l'ho sposato e deve essere per sempre). A volte pensano di salvare la famiglia o hanno dipendenza economica dal loro maltrattante, paura del cambiamento, desiderio di dimenticare, negazione/minimizzazione della violenza subita (tipico di chi subisce un trauma). Fino ad arrivare alla paura di essere uccise o che comunque la violenza si aggraverà per la rabbia del partner e la perdita di fiducia nelle istituzioni.

Ma cosa succede quando “scappano”?

In media le donne maltrattate tentano di lasciare il proprio partner circa 5-7 volte prima di riuscire a porre termine alla relazione. Prima di ricevere una risposta adeguata e di supporto in media una donna ha già cercato aiuto dalle 5 alle 12 volte. Vengono aggredite più e più volte prima di chiedere aiuto. Il momento dopo la separazione la espone a un maggior rischio. In molti casi i tentativi di queste donne di lasciare il partner però sono vani e rendono l'abusatore ancora più violento. Le donne che si separano dal compagno violento corrono un rischio maggiore del 75% di essere uccise. Principali motivazioni per uscire dalla violenza sono la percezione di rischio sui figli e la paura di morire.

Femminicidio

Il fenomeno della violenza alle donne resta di enormi proporzioni e i numeri parlano chiaro attraverso i dati Istat: quasi sette milioni di donne hanno subìto qualche forma di abuso nel corso della loro vita, dalla violenza domestica allo stalking, dallo stupro all'insulto verbale, la vita femminile è costellata di violazioni della propria sfera intima e personale. Spesso lo scopo è quello di minare profondamente l'indipendenza della donna e cancellarne l'identità.

Il tragico estremo di tutto questo è rappresentato dal femminicidio, che anche se in leggero calo rispetto agli anni precedenti, dimostra di essere ancora un reato diffuso ed un problema che necessita di una risposta non solo giudiziaria, ma culturale e educativa. In Italia ogni due giorni viene uccisa una donna.

Nel nostro ordinamento giuridico però non esiste una denominazione specifica per il reato di femminicidio o per quello di omicidio, si tratta di terminologie criminologiche ma ormai utilizzate anche in contesti giuridici, investigativi e dai mass media. Si parla di femminicidio, ogni qualvolta la vittima dell'omicidio è una donna e la morte è riconducibile alla sua appartenenza al genere femminile: una forma strema di terrorismo sessuale motivato da odio, sadismo, bisogno di controllo e di esercizio di potere sulla donna, per acquisirne e sancirne la presunta proprietà.

Non si parla di femminicidio quando una donna viene uccisa in modo “fortuito” durante una rapina o una azione di criminalità organizzata. Più dell'82% per cento dei delitti commessi a scapito di una donna (oltre 4/5), nel nostro paese, è classificato come femminicidio. Si parla di femminicidio domestico quando vengono uccise donne in ambito domestico, come nel caso di bambine o donne adultere, ammazzate per aver disonorato la famiglia.

C'è poi il femminicidio nelle relazioni intime che in Italia è sicuramente la categoria maggiormente diffusa. Sono quei delitti perpetrati da partner attuali o da ex partner, nei confronti delle loro compagne o ex compagne, quasi sempre per gelosia, possesso, o come forma estrema di esercizio del potere. I casi di cronaca attuali sono esemplificativi delle dinamiche soggiacenti.

Criticità dell'indagine

La violenza alle donne per lungo tempo è stato considerata un fenomeno privato, da relegare nel segreto del focolare domestico. Si credeva anche che gli uomini violenti fossero degli individui di ceto sociale basso, degli individui poveri, frustati, spesso alcolizzati che si vendicavano sulla donna del proprio decadimento sociale e delle umiliazioni subite. Oggi, in base alla ricerca scientifica e ai dati statistici, si sa che tale fenomeno è assai più ampio e riguarda tutti i ceti sociali e le culture.

Ancora oggi purtroppo esistono radicate ed errate convinzioni che vedono la donna subordinata all'uomo e come soggetto dipendente nel rapporto affettivo.

La donna si occupa dei figli e delle casa mentre l'uomo gestisce finanze e deve essere giustificato anche nei suoi comportanti aggressivi. Tollerare una relazione tra i sessi in cui esista uno squilibrio di potere rende difficile il riconoscimento della violenza.

Un primo fondamentale elemento di prevenzione e protezione è dunque rappresentato da un cambiamento a livello sociale e culturale. 

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