Giurisprudenza commentata

Responsabilità per alimenti confezionati “chiusi” e non rispondenti alle prescrizioni igieniche

23 Febbraio 2016 |

Cass. pen., Sez. III

Alimenti e bevande

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni | Guida all'approfondimento |

Massima

In materia di alimenti, l'esimente speciale di cui all'art. 19 della legge 30 aprile 1962, n. 283 – secondo cui le sanzioni ivi previste non si applicano nei confronti di chi immette in commercio prodotti in confezioni originali, quando la non corrispondenza alle prescrizioni riguardi i requisiti intrinseci o la composizione dei prodotti o le condizioni interne dei recipienti e sempre che il commerciante non sia a conoscenza della violazione o che l'involucro originale non presenti segni di alterazione – non opera quando il prodotto alimentare provenga da un produttore straniero, poiché, non essendovi la certezza del rispetto delle prescrizioni imposte dalla legge italiana per prevenire il pericolo di frode o di danno alla salute del consumatore, il distributore ha l'obbligo di verificare la conformità del prodotto, anche importato in confezioni originali, mediante controlli tali da garantirne la qualità.

Il caso

Un tribunale condanna il legale rappresentante di una catena di supermercati per aver venduto, detenuto per la vendita e distribuito al consumo pesce spada congelato in stato di alterazione, comunque nocivo in quanto avente quantità di mercurio superiori al limite normalmente previsto, omettendo gli opportuni controlli.

Avverso la sentenza è proposto ricorso per cassazione, deducendo la violazione dell'art. 42 c.p., perché non si sarebbe considerato che i supermercati gestiti dal soggetto imputato acquistano prodotti da soggetti che devono fornire la prova dei controlli a campione che eseguono sui vari lotti di produzione e li pongono solo successivamente in vendita. Nel caso di specie, tali controlli sulla presenza di mercurio nel pesce avevano dato sempre esito negativo, di modo che sono da ritenersi manifestamente illogiche le argomentazioni utilizzate dal giudice di merito nel senso che i controlli sarebbero stati inefficienti perché nel pesce era contenuto mercurio e nel senso che il legale rappresentante della società avrebbe dovuto compiere personalmente le analisi.

Il ricorrente deduce ancora l'erronea applicazione della disposizione incriminatrice, perché si sarebbe ritenuta sussistente la pericolosità degli alimenti in conseguenza del solo superamento dei limiti alla presenza di mercurio nel pesce, senza considerare che la consulenza tecnica di parte aveva invece escluso tale pericolosità, che deve essere valutata in concreto caso per caso.

Infine, viene prospettata l'erronea applicazione della legge 283 del 1962, art. 19, perché non si sarebbe considerato che il prodotto si presentava in confezione originale, sigillato dal produttore.

La questione

Secondo la giurisprudenza consolidata – cfr. Cass. pen., Sez. IV, n. 7692/2007 – non solo il produttore, bensì anche il rivenditore di prodotti sfusi ha l’obbligo di garantire la perfetta conformità igienico-sanitaria della merce immessa o da immettere al consumo; ne deriva la necessità, se del caso, del compimento di analisi di controllo, a meno che la deperibilità del prodotto sia talmente rapida da non consentire accertamenti di questo tipo per i tempi di risposta (talvolta distinguendo tra rivenditore all’ingrosso e rivenditore al dettaglio, solo quest’ultimo potendo – nelle circostanze suddette – eludere l’obbligo che altrimenti grava di regola su di lui).

Un regola differente vale per i prodotti confezionati: l’art. 19 della legge 283 del 1962 dispone che le sanzioni previste nella stessa legge non si applicano al commerciante che vende, pone in vendita o comunque distribuisce per il consumo prodotti in confezioni originali, qualora la non corrispondenza alle prescrizioni della legge stessa riguardi i requisiti intrinseci o la composizione dei prodotti o le condizioni interne dei recipienti e sempre che il commerciante non sia a conoscenza della violazione o la confezione originale non presenti segni di alterazione.

L’esimente prevista nell’art. 19 non opera però nel caso dell’importatore, in quanto l’art. 12 della stessa legge 283/1962 vieta l’introduzione nel territorio dello Stato di qualsiasi prodotto alimentare non conforme ai requisiti previsti dalla normativa nazionale e rimanda all’art. 6 per le sanzioni alla violazione del divieto.

Peraltro, nel caso di prodotti comunitari che siano in regola con la disciplina comunitaria armonizzata non può essere fatta valere, tanto meno sul piano penale, la eventuale difformità degli stessi rispetto alla normativa interna, che andrebbe perciò disapplicata: laddove non vi si sia armonizzazione comunitaria, opera il principio del mutuo riconoscimento secondo cui  se un prodotto è legalmente fabbricato e/o commercializzato in un Paese membro, non può esserne vietata la circolazione in nessuno dei Paesi che fanno parte dell’Unione europea. Alla regola sono posti però dei limiti che consentono allo Stato membro di far valere il prioritario criterio di tutela della salute dei consumatori per imporre l’applicazione della legge interna in ipotesi più restrittive (come capita, per esempio, in materia di additivi, rientranti nella categoria di sostanze potenzialmente pericolose).

Le soluzioni giuridiche

Accogliendo il ricorso dell’imputato, la suprema Corte ha preliminarmente evidenziato la manifesta infondatezza dell’argomento difensivo relativo alla pericolosità per la salute del pesce contenente mercurio in quantità superiori a quelle consentite, sottolineando al riguardo  che la contravvenzione prevista dalla lettera d) dell’art. 5 della legge 283 del 1962 è fattispecie di pericolo, per il cui perfezionamento è sufficiente che il prodotto possa essere nocivo per la salute e non anche un concreto effettivo pericolo per la salute: ciò che conta, dunque, è la potenzialità lesiva di un ripetuto consumo di cibo contenente sostanze non autorizzate, che pur essendo innocue in piccole percentuali, possono divenire dannose se assunte in quantità maggiore. In definitiva, il superamento dei limiti di concentrazione del mercurio fissati dalla legge è perciò da solo sufficiente ad integrare sul piano oggettivo la contravvenzione contestata.

Infondato è stato giudicato altresì il motivo di impugnazione relativo all’invocata applicazione dell’art. 19 della legge 283 del 1962.

La Corte ricorda che tale esimente speciale non opera quando il prodotto alimentare sia stato confezionato all'estero, provenga cioè da un produttore straniero del quale non vi è la certezza che sia obbligato a osservare tutte le prescrizioni imposte dalla legge italiana per prevenire il pericolo di frode o di danno alla salute del consumatore: in tale ipotesi, infatti, colui che commercia il prodotto sul territorio nazionale non può ritenersi legittimato a presumere l'adempimento di obblighi giuridicamente inesistenti a carico del produttore (cfr. Cass. Pen., Sez. III, Sentenza n. 17547/2010). L'importatore, commerciante all'ingrosso o al dettaglio, che opera sul territorio nazionale è tenuto a verificare, pertanto, la conformità del prodotto o dei componenti di esso alla normativa sanitaria con controlli tali da garantire la qualità del prodotto anche se importato in confezioni originali.

Tuttavia – e di qui l’accoglimento del ricorso -  la Corte ha censurato la sentenza di merito laddove il giudice del merito ha desunto l'inadeguatezza dei controlli e la conseguente colpa dell'imputato dalla semplice circostanza dell'avvenuto ritrovamento di un campione di pesce con quantità di mercurio superiore a quella consentita dalla legge.

Così argomentando – osserva la Cassazione – si finisce per far indebitamente coincidere l'elemento soggettivo con l'elemento oggettivo del reato. Manca, in altri termini, nella sentenza una compiuta analisi dei meccanismi di controllo sulla qualità degli alimenti svolti nel caso di specie, con riferimento alle modalità, alle metodologie, alle cadenze temporali degli stessi.

Osservazioni

La soluzione adottata dalla Corte appare corretta in rapporto al caso di specie, contraddistinto da un vizio motivazionale della sentenza di primo grado.

La sentenza appare in linea con la distinzione della posizione di responsabilità, per alimenti confezionati “chiusi” non rispondenti alle prescrizioni igieniche interne, fra l’importatore e il semplice commerciante al dettaglio.

Il primo è obbligato a introdurre nei confini nazionali sostanze alimentari rispondenti ai requisiti igienico-sanitari previsti dalle disposizioni in materia, anche se le sostanze sono confezionate in paesi dell’Unione Europea, e la sua inottemperanza determina la responsabilità dello stesso a titolo di colpa in relazione alle ipotesi di cui all’art. 5 della legge 283 del 1962, configurabile ancor prima della effettiva messa in commercio del prodotto alimentare sul territorio, atteso che il limite della libertà di circolazione dei prodotti nell’ambito dell’Unione è legittimamente configurabile a salvaguardia della salute pubblica (Cass. pen., Sez. III, n.  2205/2006); responsabilità da cui si libera dimostrando di aver effettuato gli opportuni controlli, quanto meno a campione.

Il rivenditore non può essere invece ritenuto colpevole del procedimento di lavorazione e produzione per quegli alimenti che siano immessi al consumo in confezioni originali, tranne nei casi in cui i vizi si possano constatare all’esterno o il rivenditore stesso ne sia a conoscenza.

L’esonero deve ritenersi esteso anche a tutti quei prodotti “imballati” o sfusi che non rivelino esteriormente alcun vizio e per i quali l’analisi o qualsiasi appropriato controllo si risolverebbe, per l’estrema deperibilità del prodotto, nella non commestibilità dello stesso e dunque nella impossibilità di immetterlo al consumo: tuttavia, è richiesto che il commerciante adotti tutte le cautele necessarie, affinché possa dirsi legittimo l’affidamento sulla conformità a legge del prodotto.

Rilevante appare, nella materia, la riflessione della giurisprudenza sul concetto di “confezione originale”: per Cass. pen. Sez. III, n. 5975/2013, ai fini della applicazione dell'articolo 19 della legge 30 aprile del 1962, n. 283, la nozione presuppone la sussistenza di recipienti o contenitori chiusi, destinati a garantire l'integrità originaria della sostanza alimentare da qualsiasi manomissione e ad essere aperti esclusivamente dal consumatore di essa. In sintesi, perché possa parlarsi di confezione originale, deve essere assicurata la chiusura del contenitore, la destinazione alla conservazione del prodotto e l'impossibilità di apertura da parte di soggetto diverso dal consumatore. La sussistenza di tali requisiti deve essere esclusa nei casi in cui il contenitore, ancorché chiuso ma non sigillato, venga utilizzato non per garantire l'integrità originaria dei prodotti, quanto per impedirne lo spargimento o l'insudiciamento nella fase di commercializzazione o per altre ragioni, quali l'esigenza di assicurarne il trasporto (Cass. pen., Sez. VI, n. 5199/1993).

Certamente, nella prassi esistono situazioni “di confine”, come nell’ipotesi di involucro contenente prodotti ortofrutticoli freschi consistente in una vaschetta di plastica trasparente avvolta in una retina: in questo caso, è da escludersi che la confezione abbia come finalità quella di garantire l'integrità originaria del prodotto e la sua conservazione, in quanto il semplice avvolgimento in una vaschetta e/o in una retina non impedisce al prodotto di insudiciarsi o venire a contatto con agenti o sostanze esterne; tuttavia, è altrettanto evidente che una tale tipologia di involucro non consente, di regola, al venditore l'apertura della confezione senza la manomissione, con conseguente impossibilità di successiva commercializzazione del prodotto.

Sul punto, occorre specificare che non può richiedersi una diligenza o prudenza eccezionale a coloro che vengano in rapporto, nelle fasi di produzione o distribuzione, con sostanze alimentari in assenza di specifiche prescrizioni normative; nondimeno, è loro imposto un dovere di condotta commisurato a quello riferibile alla media degli esercenti la medesima attività, da accertarsi in termini concreti e fattuali (Cass. pen, Sez. VI, n. 2711/1994). 

Guida all'approfondimento

DI AMATO, Codice di diritto penale delle imprese e delle società, Giuffrè, 2011, 880 e ss.

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