Giurisprudenza commentata

Reformatio in melius. Per le Sezioni unite la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale non è obbligatoria

25 Giugno 2018 |

Cass. pen, Sez. unite

Appello

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni | Guida all'approfondimento |

Massima

Il giudice d'appello che riformi in senso assolutorio la sentenza di condanna di primo grado non ha l'obbligo di rinnovare l'istruzione dibattimentale mediante l'esame dei soggetti che hanno reso dichiarazioni ritenute decisive ma deve offrire una motivazione puntuale e adeguata, che fornisca una razionale giustificazione della difforme conclusione adottata, anche riassumendo, se necessario, la prova dichiarativa decisiva.

Il principio di immediatezza, privo di garanzia costituzionale autonoma, costituisce fondamentale ma non indispensabile carattere del contraddittorio, modulabile dal Legislatore sulla base dell'incidenza dell'oltre ogni ragionevole dubbio sulla decisione da assumere, sicchè esso diviene recessivo là dove - come nel caso di riforma in senso assolutorio di una sentenza di condanna - detto canone non venga in questione (in motivazione, si è precisato che il principio di immediatezza non può essere usato per modificare la natura del giudizio di appello, sostanzialmente cartolare, e renderlo un novum iudicium.

Il caso

La Corte di assise di Napoli, all'esito del giudizio di primo grado, dichiarava l'imputato responsabile dei reati a lui ascritti – omicidio pluriaggravato in concorso (capo A), detenzione e porto d'arma comune da sparo in concorso (capo B) e riciclaggio aggravato (capo C), unificati sotto il vincolo della continuazione – e lo condannava alla pena dell'ergastolo con isolamento diurno per il periodo di un anno. La sentenza si fondava essenzialmente su dichiarazioni testimoniali, rese, nella fattispecie, da due agenti di polizia giudiziaria e da un collaboratore di giustizia che avevano riconosciuto nell'imputato il soggetto ritratto nelle immagini del sistema di videosorveglianza, installato nel luogo dell'omicidio.

Nel giudizio di secondo grado, tuttavia, la Corte di assise di appello assolveva l'imputato per non avere commesso il fatto (capi A e B) e perché il fatto non sussiste (capo C), dopo una perizia tecnica – il cui esito escludeva la possibilità di identificare la persona ripresa nel filmato utilizzato per i riconoscimenti – e senza riassumere le prove dichiarative raccolte in prime cure.

Il procuratore generale presso la corte di appello, quindi, ricorreva per cassazione deducendo l'erronea applicazione della legge penale con riferimento all'art. 192, comma 2, c.p.p., sul rilievo che la corretta valutazione dei dati indiziari avrebbe condotto a confermare la decisione di condanna.

A fronte dell'impugnativa, l'ufficio spoglio della Sezione prima della Corte di cassazione, prospettando un possibile contrasto tra l'orientamento espresso dalla Sezione seconda (Cass. pen., Sez. II, 20 giugno 2017, n. 41571), per cui l'obbligo di riassumere la prova orale nel giudizio di appello sussiste anche nel caso di riforma in senso assolutorio della sentenza di condanna di primo grado, e i principi affermati dalle Sezioni unite (Cass. pen., Sez. unite, 28 aprile 2016, n. 27620 e Cass. pen., Sez. unite, 19 gennaio 2017, n. 18620), che invece lo escludono, segnalava il ricorso al Primo Presidente per l'eventuale assegnazione alle Sezioni unite. Di qui, la pronuncia in commento, resa dalle Sezioni unite all'esito dell'udienza del 21 dicembre 2017.

 

La questione

Il tema sottoposto allo scrutinio delle Sezioni unite riguarda l'ampiezza dell'obbligo di rinnovazione istruttoria in appello nei casi di riforma della pronuncia di primo grado.

La fattispecie è oggi regolata dal comma 3-bis dell'art. 603, c.p.p.(inserito dall'art. 1, comma 58, l. 23 giugno 2017, n. 103, c.d. legge Orlando) secondo cui, nell'ipotesi di «appello del pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento per motivi attinenti alla valutazione della prova dichiarativa, il giudice dispone la rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale».

La nuova previsione si colloca nel solco della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, che riconosce la violazione dell'art. 6, § 1 e § 3, lett. d, Cedu ove si giunga alla prima condanna in appello dell'imputato, prosciolto in prime cure, sulla base di una mera rivalutazione cartolare delle prove orali e senza riassunzione delle dichiarazioni. Ragion per cui, già prima dell'innesto le Sezioni unite avevano affermato che la totale reformatio in peius impone al giudice di appello di procedere «anche d'ufficio, a norma dell'art. 603, comma 3, c.p.p., a rinnovare l'istruzione dibattimentale attraverso l'esame dei soggetti che abbiano reso dichiarazioni sui fatti del processo ritenute decisive ai fini del giudizio assolutorio di primo grado» (Cass. pen., Sez. unite, 28 aprile 2016, n. 27620, c.d. sentenza Dasgupta). Dovere che si estende, a detta delle Sezioni unite, anche ai casi di appello a seguito di giudizio abbreviato non condizionato (Cass. pen., Sez. un., 19 gennaio 2017, n. 18620, c.d. sentenza Patalano). 

Nella cornice descritta, dunque, la pronuncia in commento (c.d. sentenza Troise) affronta una questione principale – motivo della devoluzione alle Sezioni unite – riguardante la sussistenza, o meno, dell'obbligo di riassumere le dichiarazioni in appello anche in ipotesi di condanna in primo grado e assoluzione in seconde cure. Si tratta, cioè, di stabilire se la rinnovazione delle prove dichiarative, prevista per il caso di totale reformatio in peius (da proscioglimento a condanna), sia obbligatoria anche in ipotesi di totale reformatio in melius (da condanna a proscioglimento).

Oltre a ciò, la Suprema corte coglie l'occasione per esaminare, in più ampia prospettiva, due questioni collaterali – e controverse – concernenti la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale regolata dal nuovo art. 603, comma 3-bis, c.p.p. Più in particolare, viene chiarito se la norma, così come inserita, imponga la rinnovazione istruttoria integrale ovvero delle soledichiarazioni decisive per l'accertamento della responsabilità; e, ancora, se sia applicabile ai procedimenti che si sono svolti in primo grado con il rito abbreviato.

Le soluzioni giuridiche

Con riguardo alla questione principale, concernente – come detto – l'obbligatorietà della rinnovazione istruttoria nell'ipotesi di totale reformatio in melius, la giurisprudenza era divisa.

Malgrado, infatti, avesse preso corpo un orientamento secondo cui il giudice di appello, anche in caso di riforma della sentenza di condanna in senso assolutorio, deve – al di là della motivazione rafforzata – rinnovare previamente la prova dichiarativa, le Sezioni unite, affrontando la questione in via incidentale, con la sentenza Dasgupta avevano escluso tale obbligo. L'assunto era stato confermato dalle decisioni successive, sul rilievo che «l'assoluzione dopo una condanna non deve superare alcun dubbio»: la condanna, infatti, deve intervenire oltre ogni ragionevole dubbio (art. 533, comma 1-bis, c.p.p.), mentre l'assoluzione è possibile anche quando un dubbio sussiste (art. 530, comma 2, c.p.p.).

Discostandosi dall'approdo raggiunto, tuttavia, una più recente pronuncia della seconda Sezione era tornata a pretendere la riassunzione delle dichiarazioni in appello anche nell'eventualità della totale reformatio in melius, sul presupposto che il metodo orale nell'apprezzamento della prova dichiarativa sia da estendere a ogni ipotesi di overturning in seconde cure. Centrale, a questi fini, il principio di immediatezza: senza diretta percezione dei contributi forniti dalle fonti orali, il ribaltamento – «basato su compendi probatori ´deprivati` rispetto a quelli utilizzati dal primo giudice» – sarebbe sempre iniquo e, dunque, censurabile, indipendentemente dagli esiti decisori dell'appello. A maggior ragione, tenuto conto della tutela dovuta alla parte civile e del crescente ruolo riconosciuto alla persona offesa dal reato nel processo penale (d.lgs. 15 dicembre 2015, n. 212, attuativo della direttiva 2012/29/Ue del 25 ottobre 2012).

Chiamata a dirimere il contrasto, la pronuncia in commento ribadisce che non sussiste l'obbligo di rinnovazione istruttoria nei casi di totale riforma in melius.

A questo proposito, occorre considerare che presunzione di innocenza e ragionevole dubbio, cui sono funzionali tanto la percezione diretta della prova dichiarativa quanto l'immediatezza nella sua assunzione, impongono soglie probatorie asimmetriche in rapporto alla tipologia di decisione: certezza della colpevolezza, per condannare (art. 533, comma 1-bis, c.p.p.); dubbio processualmente plausibile, per assolvere (art. 530, comma 2, c.p.p.).

Conseguentemente, in sede di appello l'obbligo di motivazione risulta differente: per sovvertire la sentenza assolutoria serve argomentarela«plausibilità del diverso apprezzamento come l'unico ricostruibile al di là di ogni ragionevole dubbio»; viceversa, per rovesciare quella di condanna è sufficiente giustificare la«perdurante sostenibilità di ricostruzioni alternative del fatto, sulla base di un'operazione di tipo essenzialmente demolitivo». E proprio perché manca, in questo secondo caso, l'obbligo di rinnovare la prova dichiarativa, occorre che il giudice di appello motivi la decisione assolutoria in modo rigoroso, e dia puntuale ragione delle difformi conclusioni assunte.

Nel perimetro tracciato si colloca, secondo le Sezioni unite, anche il principio di immediatezza: privo di valore assoluto, deve essere“considerato recessivo” quando il ragionevole dubbio non venga in questione, come nel caso di riforma della sentenza di condanna. L'identico principio non potrebbe, invece, essere invocato per trasformare la natura del giudizio di appello, sostanzialmente cartolare, in quella di un novum iudicium, con diluizione irragionevole dei tempi processuali.

La pronuncia in esame, peraltro, osserva come la stessa giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, matrice della regola che impone di riassumere le dichiarazioni in seconde cure, non abbia mai preteso il metodo dell'oralità per le ipotesi di reformatio in melius. E anzi, in talune più recenti decisioni la necessità di rinnovazione probatoria in appello è stata esclusa anche per il ribaltamento dell'esito assolutorio, ritenendosi sufficiente una motivazione particolarmente approfondita (Corte Edu, 26 aprile 2016, Kashlev c. Estonia; Corte Edu, 27 giugno 2017, Chiper c. Romania).

D'altro canto, neppure il complesso di garanzie predisposte dalla direttiva 2012/29/Ue in favore della vittima impone agli Stati membri la riassunzione delle sue dichiarazioni in appello quando dalla rivalutazione di attendibilità possa derivare il ribaltamento della condanna. A tale scopo, le Sezioni unite ritengono adeguato il meccanismo di cui all'art. 603, comma 3, c.p.p. che consente al giudice di appello di disporre ex officio la nuova audizione della persona offesa, ove la ritenga «assolutamente necessaria» in relazione al caso concreto.

A sostegno della soluzione proposta si pone, infine, proprio il recente innesto dell'art. 603, comma 3-bis, c.p.p.: limitando la rinnovazione ai soli casi di appello del pubblico ministero avverso la sentenza di proscioglimento, senza imporla quando viene appellata la sentenza di condanna, la nuova previsione «non offre alcuno spazio lessicale» per sostenere l'obbligo di rinnovazione istruttoria nelle ipotesi di totale reformatio in melius. In simili evenienze, semmai, la riassunzione delle dichiarazioni segue le regole ordinarie, per cui sussiste il potere - non il dovere - di rinnovare l'istruttoria nei casi di non decidibilità allo stato degli atti (art. 603, comma 1, c.p.p.) ovvero di assoluta necessità di integrazione ex officio (art. 603, comma 3, c.p.p.). Diversamente, l'appello si vedrebbe trasformato nella «innaturale replica del giudizio di primo grado».

Il richiamo dell'art. 603, comma 3-bis, c.p.p. consente, poi, alle Sezioni unite di precisare i confini operativi della nuova norma, in rapporto a due aspetti collaterali e controversi.

Chiarito, anzitutto, che il pubblico ministero, anche in caso di appello avverso la sentenza di proscioglimento, è tenuto a rispettare i requisiti di specificità ex art. 581 c.p.p., motivando in modo adeguato le proprie richieste, anche istruttorie, al secondo giudice, si afferma che la nuova previsione non impone la rinnovazione istruttoria integrale (prima questione collaterale).

A questo riguardo, il tenore dell'art. 603, comma 3-bis, c.p.p. («il giudice dispone la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale»), identico, sul piano lessicale, alle locuzioni utilizzate nell'art. 603, commi 1, 2 e 3, c.p.p., obbliga il giudice di appello a riassumere non tutte le prove dichiarative, ma solo quelle che – «secondo le ragioni puntualmente e specificamente prospettate nell'atto di impugnazione del pubblico ministero» – siano “considerate decisive” ai fini dell'alternativa proscioglimento-condanna”, nei termini già precisati dalle stesse Sezioni unite con la sentenza Dasgupta. L'eventuale e ulteriore attività istruttoria è ricondotta, invece, nel perimetro della rinnovazione ex officio, sempre se sussiste l'assoluta necessità prescritta dall'art. 603, comma 3, c.p.p.

Sotto diverso profilo, si osserva, ancora, che il testo normativo di nuovo conio non contempla eccezioni di sorta e, dunque, la regola contenuta nell'art. 603, comma 3-bis, c.p.p. risulta applicabile a ogni tipo di giudizio, ivi «compresi i procedimenti svoltisi in primo grado con il rito abbreviato» (seconda questione collaterale).

All'identica conclusione erano già pervenute le Sezioni unite con la sentenza Dasgupta e, più in particolare, con la sentenza Patalano, sul rilievo che il giudice di appello, in ipotesi di totale reformatio in peius, deve comunque superare ogni ragionevole dubbio e, dunque, assumere in seconde cure le prove dichiarative ritenute decisive. Sul piano argomentativo, peraltro, la pronuncia in commento pone in risalto il bilanciamento tra esigenze contrapposte: se, difatti, va tutelato l'esercizio del potere dispositivo delle parti in materia probatoria, con la rinuncia alla formazione della prova nel contraddittorio (art. 111, comma 5, Cost.), occorre anche contenere il rischio di una condanna ingiusta nel giudizio di appello, a seguito di una sentenza assolutoria di primo grado «che ha reso concreta e, per certi versi stabilizzato, la presunzione di innocenza dell'imputato (art. 27, secondo comma, Cost.)». La decisione di condanna, insomma, esige la prova della responsabilità oltre ogni ragionevole dubbio, sia nel giudizio ordinario che in quello abbreviato, poiché l'imputato, con il consenso espresso ex art. 111, comma 5, Cost., rinuncia ad un metodo di accertamento (il contraddittorio nella formazione della prova) ma non all'accertamento della responsabilità nel rispetto del canone epistemologico che invera la presunzione di innocenza (i.e., il ragionevole dubbio). E lo comprova la Corte europea, laddove ritiene che la rinuncia alle garanzie di un processo equo, per essere conforme all'art. 6 Cedu, non deve porsi «in contrasto con alcun interesse pubblico importante» (Corte Edu, 26 settembre 2017, Fontanaro c. Italia).

All'esito dell'analisi, dunque, le Sezioni unite enunciano il principio di diritto:

«Nell'ipotesi di riforma in senso assolutorio di una sentenza di condanna, il giudice di appello non ha l'obbligo di rinnovare l'istruzione dibattimentale mediante l'esame dei soggetti che hanno reso dichiarazioni ritenute decisive ai fini della condanna di primo grado. Tuttavia, il giudice di appello (previa, ove occorra, rinnovazione della prova dichiarativa ritenuta decisiva ai sensi dell'art. 603 c.p.p.) è tenuto ad offrire una motivazione puntuale e adeguata della sentenza assolutoria, dando una razionale giustificazione della difforme conclusione adottata rispetto a quella del giudice di primo grado».

Osservazioni

Nella staffetta incalzante tra giurisprudenza (sentenze “Dasgupta” e “Patalano”), legislatore (nuovo comma 3-bis dell'art. 603 c.p.p.) e - dopo la pronuncia in commento (sentenza “Troise”) - ancora giurisprudenza, la rinnovazione istruttoria in appello fatica a trovare un assetto finalmente stabile. Le incertezze che agitano il suo campo operativo nei casi, qui considerati, di overturning, non sembrano, infatti, del tutto sedate nemmeno a seguito dell'ultimo intervento delle Sezioni unite. A questo proposito, i profili tuttora critici da segnalare sono almeno tre, connessi, rispettivamente, a ciascuna delle questioni - quella principale e le due collaterali - affrontate dalla sentenza “Troise”.

A cominciare dall'ampiezza dell'obbligo di rinnovazione. Assodato, infatti, che il dovere di riassumere le prove dichiarative ex art. 603, comma 3-bis, c.p.p. è riferito alla sola reformatio in peius della sentenza di proscioglimento - anche se non “radicale” (Cass. pen., Sez. II, 8 maggio 2017, n. 24478) - su appello del pubblico ministero, il congegno non opera laddove l'evenienza di un peggioramento si prospetti in relazione alla sentenza di condanna. Ed è vero che una situazione simile sembra oggi circoscritta, avendo il pubblico ministero perso il potere di appellare quoad poenam,con l'eccezione delle sentenze che «modificano il titolo di reato o escludono la sussistenza di una circostanza aggravante ad effetto speciale o stabiliscono una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato»(art. 593, comma 1, c.p.p., sostituito dall'art. 2, comma 1, lett. a, D. Lgs. 6 febbraio 2018, n. 11). In questi casi, nondimeno, essendo ammesso l'appello del pubblico ministero, il giudice di seconde cure resterebbe libero di intervenire sulla condanna di primo grado senza la riedizione delle prove dichiarative, pure in senso peggiorativo per le sorti dell'imputato.

D'altro canto, se il tenore letterale della nuova previsione non ammette letture estensive, a cui era invece pervenuta la giurisprudenza anteriore (Cass. pen., Sez. I, 18 maggio 2017, n. 29165), una conseguente e ipotetica questione di legittimità costituzionale dell'art. 603, comma 3-bis, c.p.p. - con il sostegno della Corte europea in un caso analogo (Corte e.d.u., 4 ottobre 2016, Torja c. Romania) - dovrebbe ora misurarsi proprio con la sentenza “Troise”. Per le Sezioni unite, si è visto, l'obbligo di rinnovazione istruttoria muove dall'esigenza di superare in appello il ragionevole dubbio certificato con la sentenza assolutoria di primo grado. Esigenza, questa, difficile da cogliere quando la prima decisione, sia pure negando la sussistenza di aspetti fondamentali per la determinazione del trattamento sanzionatorio - titolo di reato, circostanza aggravante ad effetto speciale - e legittimando, quindi, la reformatio in peius su appello del pubblico ministero ex art. 593, comma 1, c.p.p., abbia comunque condannato l'imputato al di là di ogni ragionevole dubbio. Insomma, a seguire le Sezioni unite, in casi simili la rinnovazione istruttoria sarebbe un “potere” del giudice di appello (art. 603, comma 3, c.p.p.) e non un suo “dovere” (art. 603, comma 3-bis, c.p.p.).  

Altrettanto problematico resta il fronte della prova dichiarativa “decisiva” che, sola, giustifica la rinnovazione. Il parametro, infatti, assente nel comma 3-bis dell'art. 603 c.p.p., è invece rievocato dalla sentenza “Troise” mediante il richiamo ai principi espressi nella sentenza “Dasgupta”, che l'aveva coniato e definito nel suo raggio semantico. E a questo riguardo, ampliando lo stesso insegnamento “Dasgupta”, sarebbe da preferire l'esegesi che impone di rinnovare le dichiarazioni ogni volta che risultino “rilevanti” (i.e., utili) ai fini dell'accertamento della responsabilità, nel senso che il giudice le abbia incluse tra le prove da porre a fondamento della condanna, così accreditando rilievo alla rivalutazione di attendibilità non soltanto intrinseca ma anche estrinseca.

È certo, peraltro, che l'impulso a rinnovare prove orali ben determinate debba provenire anzitutto dal pubblico ministero appellante. Non a caso, la sentenza Troise ribadisce, a carico della parte pubblica che appelli la sentenza di proscioglimento, l'onere di specificità prescritto dall'art. 581 c.p.p., con peculiare riguardo alle ragioni delle richieste, anche istruttorie. D'altro canto, il nuovo caso di rinnovazione, che non è collocato tra quelli a istanza di parte (art. 603, commi 1 e 2, c.p.p.) ma in coda alla rinnovazione disposta ex officio dal giudice (art. 603, comma 3, c.p.p.), consentirebbe di ritenere sufficiente che il pubblico ministero censuri la valutazione della prova dichiarativa, pur senza chiedere la sua assunzione, stante il dovere del giudice di rinnovare l'istruttoria ex art. 603, comma 3-bis, c.p.p.

A questo proposito, va però evidenziato che lo stesso art. 581 c.p.p., nel testo sostituito dall'art. 1, comma 55, L. n. 103 del 2017, prescrive, oggi, l'«enunciazione specifica, a pena di inammissibilità», non soltanto delle “ragioni” (i.e., «dei motivi, con l'indicazione delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta»: art. 581, comma 1, lett. d, c.p.p.) ma, altresì, «delle richieste, anche istruttorie» (art. 581, comma 1, lett. c, c.p.p.). Di talché, l'appello contro la sentenza di proscioglimento proposto dal pubblico ministero per motivi attinenti alla valutazione della prova dichiarativa, se privo della “specifica” e “motivata” richiesta di riassumere determinate dichiarazioni sarebbe da considerare, a stretto rigore, addirittura inammissibile.

In ultimo, rimane ancora aperto il tema dell'obbligo di rinnovare la prova orale se l'overturning riguarda la sentenza assolutoria resa nel giudizio abbreviato.

È vero, infatti, che la formula ampia dell'art. 603, comma 3-bis, c.p.p. avvalora la soluzione affermativa, prospettata - per l'appunto - dalla sentenza “Troise”, in linea di continuità con i principi espressi nelle sentenze “Dasgupta” e “Patalano”. In tempi recenti, tuttavia, è stato sollevato il dubbio di legittimità di quella stessa previsione, nella parte in cui risulta applicabile ai casi di giudizio abbreviato definibile allo stato degli atti, o non condizionato, poiché ritenuta in contrasto con la rinuncia al contraddittorio nella formazione della prova espressa dall'imputato ex art. 111, comma 5, Cost. (Corte app. Trento. ord. 20 dicembre 2017; Corte App. Milano, ord. 20 febbraio 2018; contra, Corte App. Palermo, ord. 8 febbraio 2018, ha dichiarato la questione di legittimità costituzionale manifestamente infondata).

In argomento, si è visto che le Sezioni unite Troise, a fronte della rinuncia al contraddittorio da parte dell'imputato, considerano prevalente l'esigenza di evitare in appello una condanna ingiusta - tale sarebbe il ribaltamento dell'assoluzione resa in abbreviato, senza assumere in secondo grado le prove orali - e vi è da credere che la Consulta, interpellata sul punto, ne terrà conto.

D'altra parte, proprio l'approdo delle Sezioni unite potrebbe interessare anche casi analoghi, in cui il contraddittorio in prime cure non si è esplicato per accordo tra le parti (artt. 431, comma 2, 493, comma 3 e 500, comma 7, c.p.p.), per inquinamento probatorio (art. 500, comma 4, c.p.p.) ovvero per motivi di tutela del dichiarante (art. 190-bis c.p.p., in relazione all'art. 392, comma 1-bis, c.p.p.).

Più precisamente, se l'overturning da proscioglimento a condanna presuppone sempre l'assunzione orale della prova in appello, la stessa regola, già riconosciuta nel caso del giudizio abbreviato, dovrebbe valere anche nelle eventualità segnalate (in senso favorevole, Cass. pen., Sez. VI, 24 ottobre 2017, n. 53336, con riguardo a dichiarazioni acquisite ex art. 493, comma 3, c.p.p.; contra, Cass. pen., Sez. II, 26 settembre 2017, n. 55068, che ammette la rivalutazione in peius dei verbali di dichiarazioni acquisite ex art. 500, comma 4, c.p.p.). Sicché, ove le prove orali non abbiano luogo in seconde cure - per impossibilità sopravvenuta (ipotesi confermata per incidens dalla sentenza “Dasgupta”), perché inquinate o proprio per proteggere il dichiarante - la totale reformatio in peius resterebbe preclusa.

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