Giurisprudenza commentata

La nuova durata delle misure cautelari interdittive: un sensibile “cambio di passo”

21 Aprile 2016 |

Cass. pen., Sez. V

Misure interdittive

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni | Guida all'approfondimento |

Massima

La nuova disciplina – che trova sostanza nella novella dell'art. 308, comma 2, c.p.p. – introduce […] un modello flessibile di durata della misura interdittiva […] per un periodo oggetto di valutazione discrezionale del giudice, non superiore nel massimo a dodici mesi.

 

È proprio la discrezionalità che caratterizza attualmente la determinazione della durata della misura, – a differenza del previgente regime contemplante l'automatica caducazione della misura interdittiva, decorso il termine previsto dalla legge – che impone al giudice uno specifico onere motivazione in punto di durata della cautela.

 

Quando il giudice fissa il termine di efficacia della misura interdittiva, tale determinazione costituisce espressione del principio generale per cui l'esercizio di un autonomo potere comporta il dovere di esplicare le ragioni che giustificano la decisione.

Il caso

L'indagato, medico presso una struttura sanitaria convenzionata, viene raggiunto da un'ordinanza di applicazione della misura cautelare interdittiva del divieto di svolgimento della professione medica e delle attività ad essa inerenti per la durata di dodici mesi in relazione ai delitti di concussione e di falso materiale ed ideologico di atto fidefacente. 

Il tribunale del riesame, in sede di appello, annulla l'ordinanza emessa dal giudice per le indagini preliminari relativamente al delitto di concussione e la conferma, ivi compreso il termine di durata di dodici mesi, per il delitto di falso. 

L'indagato presenta ricorso per cassazione adducendo vari motivi, tra cui quello di interesse – accolto dai giudici di legittimità che annullano con rinvio, limitatamente a tale punto, la suddetta decisione  – riguardo all'assenza di motivazione in ordine alla durata fissata in 12 mesi della misura interdittiva, ai sensi dell'art. 308/2 c.p.p. nella sua attuale formulazione.

La questione

Le misure (cautelari personali) interdittive (artt. 287 - 290 c.p.p.) hanno sempre avuto un regime di decorrenza autonomo regolamentato dall'art. 308, comma 2, c.p.p.

La durata di due mesi, sancita con l'ingresso del nuovo codice di procedura penale, trovava l'unica deroga nel caso in cui le misure interdittive fossero state poste a salvaguardia dell'esigenza probatoria: in tali casi, difatti, esse potevano avere una durata più ampia, previa rinnovazione –  art. 301, comma 2, c.p.p. – ma sempre fatto salvo il termine massimo del doppio dei termini sancito dall'art. 303 c.p.p. in tema di custodia cautelare.

La ragione di una durata così breve risiedeva nel fatto che esse, oltre a preservare dal pericolo di reiterazione immediata della condotta contestata, dovevano fungere, prevalentemente, da stimolo per l'organo disciplinare eventualmente competente, cui, così come stabilito dall'art. 293, ultimo comma, c.p.p., l'ordinanza applicativa della misura interdittiva va immediatamente comunicata per disporre l'interdizione in via ordinaria.

L'utilizzo delle misure cautelari interdittive da parte della magistratura di merito è stato, per oltre un ventennio, assai parco sia in ragione di un regime temporale troppo blando, del tutto disancorato dai passaggi di fase dettati per tutte le altre misure cautelari (coercitive), e sia perché, anche in caso di dimissioni dagli uffici pubblici o dalle professioni, ovvero di sospensione da essi in via ordinaria, le norme amministrative consentivano, spesso, delle vere e proprie strumentalizzazioni di “rientro” nel ruolo (pubblico o privato) in precedenza ricoperto non appena la misura interdittiva veniva revocata proprio in forza dell'interdizione disposta in via ordinaria.

Il legislatore, nel 2012, per alcune specifiche figure di reati contro la pubblica amministrazione, aveva, da un lato, allungato la durata delle misure interdittive a sei mesi e, dall'altro, qualora le stesse fossero state poste a salvaguardia di esigenze probatorie, sancito il loro allungamento, disponendo, per esse, non il doppio ma il (più afflittivo) triplo dei termini sancito dall'art. 303 c.p.p. per la custodia cautelare.

In entrambe le circostanze per le misure interdittive era, quindi, stabilita una durata standard, rispettivamente di due e sei mesi, non potendo il giudice modularne la loro durata tant'è che, con il decorso della stessa, ne derivava la loro inefficacia ope legis, senza la necessità di alcuna ordinanza dichiarativa.

Il nuovo testo dell'art. 308, comma 2, c.p.p. stabilisce che: Le misure interdittive non possono avere durata superiore a dodici mesi e perdono efficacia quando è decorso il termine fissato dal giudice nell'ordinanza. In ogni caso, qualora siano state disposte per esigenze probatorie, il giudice può disporne la rinnovazione nei limiti temporali previsti dal primo periodo del presente comma.

Le soluzioni giuridiche

In seguito alla riforma dell'art. 308, comma 2, c.p.p., avvenuta con la legge 47 del 16 aprile 2015, si è creato un contrasto in sede di legittimità in ordine alla necessità o meno di una specifica motivazione avente ad oggetto il termine di durata delle misure (cautelari personali) interdittive.

Mentre, difatti, con la pronuncia del 18 settembre 2015, la suprema Corte di cassazione (Sez. III, n. 39877/2015), sulla scia di precedenti decisioni, ha affermato il principio che, pur alla luce della novella dell'art. 308, comma 2, c.p.p., non vi è alcuna esigenza di specifica motivazione riguardo alla durata della misura interdittiva – in considerazione del fatto che un termine di efficacia per le stesse trova regolamentazione nella regola generale prevista, per le misure interdittive, dal citato art. 308, comma secondo c.p.p. – con la pronuncia del 14 gennaio 2016 (Sez. V, n. 1325/2016), qui in commento, è stata sancita la necessità della motivazione riguardo all'indicazione del termine di durata.

Osservazioni

Con la novella dell'art. 308, comma 2, c.p.p. si è, in primo luogo, abrogata ogni differenza tra categorie di reato uniformandone l'applicabilità in termini di durata.

Non c'è più, difatti, una durata di due mesi per tutti i reati diversi da quelli individuati dal comma 2-bis – ora anch'esso espressamente abrogato – per i quali era stato, invece, stabilito un termine di sei mesi.

La durata non è più predeterminata per legge: essa è affidata alla discrezionalità del giudice, il quale dovrà indicare nel dispositivo dell'ordinanza applicativa il termine entro il quale la stessa trova decadenza.

Il legislatore non ha fissato un limite di durata minimo della misure interdittive mentre ha stabilito un termine massimo di dodici mesi, limite inclusivo dell'eventuale rinnovazione per esigenze probatorie.

Va da sé che, così come accadeva in precedenza, qualsiasi termine di durata venga indicato dal giudice, salvo successivi interventi dello stesso o degli organi di gravame – quest'ultimo, in sede di impugnazione, ben potrebbe, difatti, modificarlo, riducendolo ovvero allungandolo – non necessiterà di alcun intervento dichiarativo decadendo ope legis.

La disciplina delle misure interdittive, proprio in forza del principio di autarchia sopra menzionato, è stata, con l'intervento riformatore, completamente svincolata da quella delle misure custodiali: mentre prima vi era un espresso riferimento, sia pur indiretto, all'art. 303 c.p.p. ora anche questo è scomparso.

Va, di conseguenza, ritenuto, che mentre per la rinnovazione delle esigenze probatorie il termine massimo per le custodiali soggiace alle regole dell'art. 301 c.p.p. – le quali prevedono una prima applicazione non superiore ai trenta giorni ed una rinnovazione per non più di due volte e con un limite massimo di 90 giorni – una misura interdittiva disposta geneticamente, per esigenze probatorie, non ha un limite minimo di durata e, soprattutto, potrà anche avere un limite di fase superiore a quello della custodia cautelare in carcere.

In sostanza, mentre per tutelare le (sole) esigenze probatorie una misura custodiale soggiace ad una tempistica stabilita per legge quella interdittiva seguirà quella dettata dal giudice, il quale potrà modularla, volta per volta, come riterrà opportuno allo sviluppo delle indagini, e fermo restando il tetto massimo dei dodici mesi.

Non v'è dubbio che relativamente alle esigenze probatorie il giudice ha l'obbligo – a pena di nullità, rilevabile d'ufficio – di motivare (art. 292, comma 2, lett. d), c.p.p.) l'indicazione del termine e le ragioni che lo sottendono, così come, non ve n'è altrettale sul fatto che, in caso di mancata rinnovazione, la misura decada per legge (art. 301, comma 1, c.p.p.): tali conseguenze vanno estensivamente ritenute anche laddove le misure interdittive non siano state disposte per esigenze probatorie bensì solo per il pericolo di recidiva.

Occorre chiedersi, a questo punto, se la misura interdittiva che prima aveva un limite di durata inferiore a quello della fase delle indagini preliminari, ora, potrà protrarsi oltre di essa riguardando anche quella del giudizio.

La risposta non può che essere affermativa atteso il voluto dispiegamento fino al termine di un anno e la ben possibile celebrazione di ampi segmenti della fase giurisdizionale, soprattutto con i riti alternativi, in quel raggio temporale.

Poiché nella loro durata le misure interdittive prescindono totalmente dal titolo di reato e dai vari segmenti processuali di cui all'art. 303 c.p.p., può ben accadere che esse abbiano degli effetti, almeno nel breve periodo, più lungo di quelle coercitive con quel che ne dovrebbe conseguire in termini di maggiore utilizzo.

Per quanto riguarda la motivazione avente ad oggetto il termine di durata indicato dal giudice appare senz'altro più condivisibile l'orientamento assunto dai giudici di legittimità con la sentenza in commento, orientamento che, alla luce delle sensibili innovazioni introdotte, tese a rafforzare l'utilizzo da parte dei giudici di merito delle misure interdittive tutte le volte in cui le esigenze cautelari (probatorie e di recidiva) possono essere salvaguardate senza sacrificare la libertà personale degli indagati e circoscrivendo, invece, la restrizione a quella "professionale/lavorativa", rafforza la discrezionalità del giudice in merito al termine ed, allo stesso tempo, vincola la stessa, nell'indicazione della durata, ad una specifica motivazione.

Quest'ultima, proprio alla luce delle altre innovazione introdotte dalla legge 47/2015 riguardo alle cautele, deve essere caratterizzata anch'essa da concretezza ed attualità e nel momento in cui il giudice affronta la gradualità, ex art. 275 c.p.p., l'esame non deve limitarsi alla scelta della misura interdittiva ma anche all'indicazione dei motivi per i quali essa deve avere una durata anziché un'altra in relazione alle esigenze cautelari da salvaguardare.

Guida all'approfondimento

TABASCO, Le misure interdittive, in questa Rivista

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