Giurisprudenza commentata

La cognizione relativa alla utilizzabilità dei file estratti da supporto informatico spetta al giudice del dibattimento

17 Maggio 2019 |

Cass. pen., Sez. III,

Sequestro probatorio

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni | Guida all'approfondimento |

Massima

In caso di sequestro probatorio di un supporto informatico, che sia poi restituito previa estrazione di copia dei dati ivi contenuti, il ricorrente che volesse controvertere in merito alla loro utilizzabilità, dovrebbe attendere il processo. Se invece egli intendesse ottenere la restituzione immediata dei documenti estratti dovrebbe formulare una specifica domanda in tal senso.

Il caso

Il tribunale del riesame, dichiarando inammissibile l'istanza, ha confermato il decreto con il quale il pubblico ministero aveva convalidato il sequestro disposto d'iniziativa della polizia giudiziaria, all'esito della perquisizione personale e locale dell'interessato, ed avente ad oggetto il cellulare ed il personal computer dell'indagato che, all'esito della copia integrale dei documenti informatici contenuti nelle loro memorie, venivano restituiti al ricorrente.

In particolare, la decisione di inammissibilità del ricorso è stata fondata su due considerazioni: da un lato, non è stato ravvisato un sequestro probatorio, bensì un'attività di estrazione delle copie dei documenti informatici contenuti nelle memorie dei supporti elettronici esaminati, che impedisce la possibilità di azionare un gravame specifico per contestare i risultati di questa attività di prelievo del dato informatico, atteso il principio di tassatività delle impugnazioni, stabilito in via generale dall'art. 568, comma 1, c.p.p.

D'altra parte, è stato ritenuto carente l'interesse del ricorrente ad impugnare allo scopo di evitare che i documenti informatici entrino nel fascicolo delle indagini preliminari, poiché l'uso processuale di tali dati sarà solo futuro ed eventuale, mentre l'interesse a proporre il gravame deve essere concreto e attuale, correlato agli effetti primari e diretti del provvedimento impugnato e rilevante nella misura in cui l'impugnazione sia idonea a consentire, attraverso l'eliminazione di un provvedimento pregiudizievole, una situazione pratica più vantaggiosa per il ricorrente rispetto a quella esistente.

Nel ricorso per cassazione presentato nell'interesse dell'indagato, valorizzando la privatezza della documentazione acquisita dall'autorità procedente, è stata dedotta l'illegittimità della loro estrazione e, in definitiva, la loro inutilizzabilità.

La questione

La decisione della Suprema Corte, che dichiara infondato il ricorso, affronta - sebbene attraverso una motivazione, invero, sintetica - due diversi profili: il primo, attinente alla possibilità di presentare riesame avverso il decreto di sequestro probatorio del supporto di memorizzazione dei dati informatici anche dopo la sua restituzione, previa estrazione di copia dei dati in esso contenuti; la motivazione in commento esamina altresì l'ipotesi in cui non vi sia stato alcun sequestro probatorio, ma l'autorità giudiziaria si sia limitata a un'attività di estrazione dei dati informatici contenuti nella memoria dell'apparecchio elettronico esaminato.

Le soluzioni giuridiche

La sentenza in commento, anzitutto, si inserisce nell'alveo tracciato dalle Sezioni Unite Andreucci (Cass. pen., Sez. unite, 20 luglio 2017, n. 40963), secondo cui è ammissibile il ricorso per cassazione avverso l'ordinanza del riesame di conferma del sequestro probatorio di un personal computer o di un qualsiasi supporto informatico, nel caso in cui ne risulti la restituzione, previa estrazione dei dati ivi contenuti, sempre che sia dedotto l'interesse concreto e attuale, all'esclusiva disponibilità dei dati. Tale orientamento è stato successivamente arricchito dalle precisazioni contenute nella decisione Riccio, secondo cui l'interesse concreto e attuale – leso dalla indisponibilità esclusiva delle informazioni contenute nelle cose sottoposte a vincolo – non può essere ravvisato nel mero ottenimento di una pronuncia sulla legittimità del provvedimento cautelare (Cass. pen., Sez. VI, 22 febbraio 2018, n. 13306).

Il provvedimento in esame affronta altresì l'ipotesi in cui l'autorità giudiziaria non abbia provveduto al sequestro dell'apparecchio elettronico, ma si sia limitata all'attività di estrazione dei dati informatici dalla memoria dell'elaboratore esaminato.

In questa prospettiva la Suprema Corte ha confermato l'impostazione proposta dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui l'acquisizione delle copie informatiche e dei dati digitali può avvenire mediante la cosiddetta copia forense. Ed invero, secondo l'insegnamento della giurisprudenza di legittimità, dal combinato disposto degli artt. 247, comma 1-bis, e 260, comma 2, c.p.p., deriverebbe la possibilità di adottare misure tecniche e procedure idonee a garantire la conservazione dei dati informatici originali, la loro conformità, nonché l'immodificabilità delle copie estratte per evitare il rischio di alterazioni (Cass. pen., Sez. I, 12 dicembre 2017 (dep. 6 novembre 2018), n. 50021; Cass. pen., Sez. III, 4 ottobre 2016 (dep. 3 luglio 2017), n. 31918). Le norme richiamate, infine, non ipotizzerebbero misure né procedure tipizzate per l'attività di estrazione dei dati informatici.

Ne deriva che, secondo l'insegnamento giurisprudenziale, l'estrazione di un file non costituisce un atto irripetibile, dal momento che non comporta alcuna attività di carattere valutativo su base tecnico - scientifico, né determina alcuna alterazione dello stato delle cose, tale da recare un pregiudizio alla genuinità del contributo conoscitivo in ottica dibattimentale. Di conseguenza, sarebbe assicurata, in ogni caso, la riconducibilità di informazioni identiche a quelle contenute nell'originale.

Rilevata, dunque, l'estrazione dei dati dal supporto elettronico in assenza di un provvedimento di sequestro probatorio, la decisione in commento individua due strade alternative, che possono essere intraprese dall'interessato che intenda tutelare la riservatezza delle informazioni contenuti nei dati informatici acquisiti dalla polizia giudiziaria.

In primo luogo, qualora l'interessato intenda controvertere in merito alla utilizzabilità dei dati acquisiti, dovrà attendere il dibattimento, non potendo, prima di tale fase, instaurare un contraddittorio con il rappresentante della pubblica accusa, dal momento che la cognizione relativa alla legittimità, utilizzabilità e significatività dei mezzi di prova spetta al giudice.

Nel caso, invece, l'interessato intenda ottenere l'immediata restituzione dei documenti informatici, connotati da un marcato contenuto privato, secondo la sentenza in commento, nulla osta alla formulazione di una specifica domanda in tal senso e, in caso di diniego, l'interessato potrebbe presentare impugnazione.

Osservazioni

La premessa e le successive soluzioni indicate dalla sentenza in esame non sembrano essere convincenti.

La natura "volatile" e alterabile del dato digitale suggerisce, prima di tutto, di ricondurre l'attività di acquisizione del dato digitale all'interno dell'istituto dell'accertamento tecnico irripetibile. L'esigenza di una tempestiva acquisizione dei dati informatici, connessa alla natura altamente specialistica delle attività di digital forensics, costituiscono indici ulteriori a favore della natura di accertamento tecnico non ripetibile, da attivare, nei limiti del possibile e salvo l'effettivo pregiudizio investigativo, nelle forme previste dagli artt. 359 e 360 c.p.p.

D'altra parte, il contraddittorio nel momento di acquisizione del dato digitale sembra essere lo strumento più attendibile in una fase acquisitiva particolarmente delicata in quanto suscettibile di condizionare le successive fasi di analisi e di valutazione della digital evidence.

La soluzione prospettata consente inoltre di superare le incertezze che segnano i percorsi individuati dalla decisione in esame, nell'ipotesi in cui l'interessato intenda controvertere sulla loro utilizzabilità. E infatti, l'attivazione dell'accertamento tecnico per l'estrazione dei dati consentirebbe al titolare degli stessi di anticipare il contraddittorio sulla loro utilizzabilità, anziché attendere il dibattimento, con l'ulteriore eventualità che il dato informatico venga posto alla base della richiesta di applicazione di uno strumento cautelare.

Neppure sembra del tutto percorribile la strada di chiedere al pubblico ministero l'immediata restituzione dei documenti digitali, segnato da un contenuto afferente alla sfera privata dell'interessato, e, in caso di diniego, presentare impugnazione. Se, infatti, non è disposto alcun sequestro, ma il pubblico ministero provvede esclusivamente all'estrazione dei dati, il principio di tassatività, che regola i mezzi di impugnazione, esclude la possibilità di presentare un mezzo di gravame avverso il rifiuto alla consegna dei dati informatici estratti, con la conseguenza che l'interessato non potrebbe ricorrere avverso la mancata restituzione dei dati informatici personali.

Guida all'approfondimento

LUPÁRIA, La disciplina processuale e le garanzie difensive, in Lupária - Ziccardi, Investigazione penale e tecnologia informatica, Milano, 2007, 172 ss.

LORENZETTO, Utilizzabilità dei dati informatici incorporati sul computer in sequestro: dal contenitore al contenuto passando per la copia, in Cass. pen., 2010, 1520 ss.

DANIELE, La prova digitale nel processo penale, in Riv. dir. proc., 2011, 283 ss.

ZACCHE', La prova documentale, in Trattato di procedura penale, Ubertis - Voena, XIX, 2012, 8 ss.

PITTIRUTI, Digital evidence e procedimento penale, Torino, 2017.

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