Giurisprudenza commentata

Immissione in commercio di sostanze alterate e responsabilità all’interno dell’azienda

10 Luglio 2015 |

Cass. pen., Sez. III

Alimenti e bevande

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni | Guida all'approfondimento |

Massima

In tema di disciplina degli alimenti, responsabile del reato di messa in commercio di sostanze alimentari in stato di alterazione di cui all'art. 5, lett. d), l. 30 aprile 1962, n. 283, è il soggetto che nell'ambito dell'impresa ha effettivamente svolto la mansione di direzione della produzione, individuando le materie prime e le tecniche produttive da utilizzare, ovvero il titolare o colui che è proposto al settore produttivo con piena autonomia gestionale, non rilevando, al fine di escludere la legittimità della delega, la ridotta dimensione aziendale.

Il caso

Un tribunale condannava il legale rappresentante di un ipermercato, tratto a giudizio assieme al legale rappresentante di una ditta fornitrice di prodotti alimentari, ritenendolo responsabile del reato di cui  all'art. 110 c.p. e art. 5, lett. d), l. 283/1962, per aver detenuto e commercializzato alimenti invasi da parassiti. L’accusa traeva origine da una denuncia di un cliente dell’ipermercato, il quale recatosi dai carabinieri consegnava loro una vaschetta di porchetta acquistata la sera prima ed invasa da parassiti. Sentito in giudizio come teste, il cliente riconosceva di non aver subito alcuna conseguenza pregiudizievole per la salute ma di aver provato solo un comprensibile disgusto per l'accaduto.

Il tribunale escludeva che la contaminazione fosse attribuibile all'incuria del consumatore, essendo stato l'alimento conservato all'interno della confezione sigillata con pellicola fino alla consumazione avvenuta poche ore dopo l'acquisto. Appurato quindi che l’acquisto aveva riguardato una confezione di porchetta già contaminata, il giudice di primo grado escludeva la responsabilità del coimputato fornitore dell’alimento, ritenendo dimostrato che lo stesso aveva consegnato la porchetta all'ipermercato ad una temperatura (80°) talmente elevata da impedire la sopravvivenza dei parassiti, mentre per altro aspetto non era stata dimostrata a carico dello stesso alcuna negligenza nel confezionamento e/o nel trasporto del prodotto.

Il tribunale riteneva dunque del tutto verosimile che la contaminazione fosse avvenuta presso l'ipermercato durante una delle fasi inerenti la messa in vendita del prodotto dal ricevimento dal fornitore dei tronchi di porchetta, alla refrigerazione, al taglio ed al confezionamento.

Ne derivava, secondo il giudice di primo grado, la responsabilità della suddetta contaminazione in capo al responsabile legale dell’esercizio, il quale, stante la sua posizione apicale nell'organigramma dell'azienda, avrebbe dovuto verificare l'adozione di tutte le cautele atte ad evitare la contaminazione del prodotto.

La questione

Sulla base di queste premesse ed in conseguenza del ricorso promosso dall’imputato, la Suprema Corte è stata chiamata a pronunciarsi sul delicato tema della responsabilità penale e della delega di funzioni nell'ambito di strutture organizzative complesse, questa volta con riguardo ai reati alimentari.

Si tratta cioè di verificare la correttezza di una impostazione – quella adottata dal giudice di prime cure – che conduce alla individuazione del legale rappresentante quale soggetto penalmente responsabile per le disfunzioni o gli incidenti che possono verificarsi all'interno di una struttura complessa.

Abbracciando una tale ricostruzione, si corre infatti il rischio di onerare il legale rappresentante di un amplissimo obbligo di controllo nei confronti di ogni singolo accadimento che si verifica all'interno della struttura aziendale; un obbligo nella pratica insuscettibile di adempimento, di modo che quella del soggetto in posizione apicale può risolversi in una responsabilità di posizione, come tale inammissibile in campo penale.

Già in precedenza, la Cassazione – per ultimo Cass. pen., Sez. III, 19 febbraio 2013, n. 11835 – aveva ritenuto che il legale rappresentante della società gestrice di una catena di supermercati non è responsabile qualora essa sia articolata in plurime unità territoriali autonome, ciascuna affidata ad un soggetto qualificato ed investito di mansioni direttive, in quanto la responsabilità del rispetto dei requisiti igienico-sanitari dei prodotti va individuata all'interno della singola struttura aziendale, non essendo necessariamente richiesta la prova dell'esistenza di una apposita delega.

La preliminare divisione dell'organizzazione in settori, zone, unità produttive risulta essere criterio decisivo e dirimente ai fini dell'attribuzione della responsabilità penale, sostituendosi al criterio formale che identifica il legale rappresentante quale soggetto penalmente responsabile e rendendo in tal modo inutile e superflua un'eventuale delega di funzioni.

L’indirizzo appare rispettoso del principio di personalità della responsabilità penale, di cui all'art. 27 Cost., in conseguenza del quale nelle organizzazioni complesse la responsabilità penale non può che attribuirsi ai soggetti che hanno il potere di neutralizzare le fonti del pericolo, godendo di piena signoria sulle dinamiche del rischio all'interno.

Nello stesso solco si colloca Cass. pen., Sez. III, 2 ottobre 2013, n. 3107 che proprio in omaggio al principio della effettività dei poteri di intervento sulle fonti di pericolo afferma che, in tema di reati nel settore degli alimenti, l'efficacia devolutiva della delega di funzioni è subordinata all'esistenza di un atto traslativo dei compiti connessi alla posizione di garanzia del titolare, che sia connotato dai requisiti della chiarezza e della certezza, i quali possono sussistere a prescindere dalla forma impiegata, non essendo richiesta per la sua validità la forma scritta né ad substantiamad probationem.

Le soluzioni giuridiche

Accogliendo il ricorso dell’imputato, la Suprema Corte ha ribadito il principio secondo il quale "risponde del reato previsto dalla l. 30 aprile 1962, n. 283, art. 5, lett. d) (messa in commercio di sostanze alimentari in stato di alterazione) il soggetto che nell'ambito dell'impresa produttrice ha effettivamente svolto la mansione di direzione della produzione, individuando le materie prime e le tecniche produttive da utilizzare, ovvero il titolare dell'impresa o colui che è proposto al settore della produzione, non rilevando, al fine di escludere la legittimità della delega, la ridotta dimensione aziendale". 

Osservazioni

La soluzione adottata dalla Corte, abbastanza scontata se rapportata al caso di specie (contraddistinto da un vizio motivazionale della sentenza di primo grado), appare interessante laddove sembra disancorare la rilevanza penale della delega dal dato relativo alle dimensioni e alle esigenze organizzative dell’azienda da esse dipendenti.

La sentenza richiama e si aggancia ad un filone interpretativo ben illustrato in una pronuncia – Cass. pen., Sez. III, 14 giugno 2005, n. 33308 – ove si sottolinea che raramente il legislatore individua il soggetto attivo del reato proprio attraverso una precisa qualifica giuridica (come avviene, per esempio, nelle contravvenzioni contro la salute e l'igiene sui luoghi di lavoro commesse dai datori di lavoro o dai dirigenti, di cui all'art. 89,d.lgs. 626/1994); più spesso, nella formula legislativa, il soggetto attivo è “chiunque” svolge di fatto l'attività incriminata (come accade nella contravvenzione di gestione non autorizzata di rifiuti, nella contravvenzione di scarico idrico non autorizzato o extratabellare o infine nelle contravvenzioni previste dall'art. 5, l. 283/1962 per la vendita di sostanze alimentari alterate, nocive etc.).

Solo dunque per la prima specie di reati può venire propriamente in rilievo la problematica della delega di funzioni, e del connesso trasferimento di responsabilità penali, dal titolare dell'impresa verso soggetti dipendenti o estranei. Al contrario, nella seconda categoria di reati non si tratta tanto di accertare se ci sia stata una delega di funzioni con efficacia penalmente liberatoria, quanto di individuare colui che ha effettivamente svolto l'attività incriminata.

In base al principio di effettività, si riconosce la responsabilità penale di colui che nell'ambito dell'azienda svolge realmente e in piena autonomia (decisionale e finanziaria) le funzioni che possono mettere in pericolo i beni tutelati dal legislatore e sul quale gravano pertanto gli obblighi imposti dalla norma incriminatrice.

Il soggetto responsabile va individuato pertanto non in base alle qualifiche formali ma alle mansioni effettivamente esercitate nell'ambito dell'organizzazione aziendale; di modo che la delega finisce per essere solo un possibile strumento di identificazione del responsabile, che il giudice deve valutare con prudente apprezzamento del caso concreto, senza essere condizionato da aprioristici schematismi; fermo restando che il soggetto apicale “delegante” ma non svolgente effettivamente la funzione cui corrisponde la responsabilità potrà sempre essere ugualmente responsabile di concorso doloso o di cooperazione colposa nella contravvenzione, laddove abbia continuato a ingerirsi nella funzione delegata, anche soltanto attraverso direttive generali o controlli saltuari.

Non mancano peraltro arresti apparentemente di segno contrario – da ultimo, Cass. pen., Sez. III, 17 ottobre 2013, n. 46710 – che, riportando la bussola del discorso sul piano della operatività della delega di funzioni, afferma che essa può agire quale scriminante della responsabilità penale solo ove le dimensioni dell'impresa siano tali da giustificare la necessità di decentrare compiti e responsabilità: si sostiene infatti che la necessità di decentrare, in funzione partecipativa di professionalità ed esperienze differenziate, l'esercizio dei poteri di direzione e controllo dell'attività produttiva non si pone quando si tratti di una struttura semplice, rientrando in tal caso, si potrebbe dire "per definizione", tra i compiti dell'amministratore della società l'organizzazione dell'impresa e la vigilanza sull'intero andamento aziendale; diversamente ragionando, si consentirebbe al legale rappresentante di sottrarsi ad una responsabilità per legge incombente solo sul medesimo senza che ricorrano le condizioni volte ad evitare che, per l'impossibilità di esercitare un effettivo controllo (attese appunto le rilevanti dimensioni dell'impresa), detta responsabilità finisca per assumere sembianze "oggettive" incompatibili con il principio dell'art. 27 Cost.

Guida all'approfondimento

Alberto Alessandri, Parte generale, in AA.VV., Manuale di diritto penale dell'impresa. Parte generale e reati fallimentari, Bologna, 2004, pp. 59-62.

Cesare Pedrazzi, Profili problematici del diritto penale d'impresa, in Alessandri (a cura di), Diritto penale dell'impresa, Torino, 2007, p. 320.

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