Giurisprudenza commentata

Evadere (i domiciliari) “solo un po’”: la lieve entità, lo stesso fatto e le conclusioni opposte

21 Dicembre 2015 |

Cass. pen., Sez. VI

Arresti domiciliari

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni | Guida all'approfondimento |

Massima

La valutazione di lieve entità del fatto espressa dal giudice in sede di convalida dell’arresto per il delitto di evasione (dagli arresti domiciliari) non impedisce al giudice che ha geneticamente disposto la restrizione domiciliare di aggravarla, ex art. 276, comma 1-ter, c.p.p., con quella in carcere ritenendo quella stessa violazione, al contrario, grave.

Il caso

L’imputato, ristretto agli arresti domiciliari, ottiene l’autorizzazione a svolgere attività lavorativa esclusivamente presso gli uffici dell’impresa di cui era dipendente.

La polizia giudiziaria, nel corso di un controllo, lo sorprende, nell’orario di lavoro autorizzato , sulla pubblica via, alle 11.05, alla guida di un motociclo ponendolo in stato d’arresto per evasione dagli arresti domiciliari.

In sede di convalida dell’arresto per il reato di evasione dagli arresti domiciliari il giudice monocratico (del giudizio direttissimo) considera il fatto di lieve entità e ripristina la misura domiciliare.

Nel procedimento, invece, in cui l’imputato è sottoposto alla misura domiciliare con autorizzazione a svolgere attività lavorativa il giudice, in via di aggravamento, gli applica la custodia cautelare in carcere.

Il tribunale del riesame, richiamando le motivazioni, in fatto, del giudice che ha aggravato la misura, rigetta l’appello evidenziando che l’imputato era stato sorpreso a circolare, liberamente, sulla pubblica via, a bordo di un motociclo, che avrebbe potuto condurlo in luoghi assai lontani … se non fossero intervenuti i Carabinieri a bloccarlo e che la diversa opinione del giudice monocratico, che non ha ravvisato la gravità del fatto, non vincola il Gip, richiesto dell’aggravamento che ben può valutare diversamente la condotta.

Ricorre in Cassazione l’imputato lamentando la non valutazione da parte del Tribunale del Riesame, in sede d’appello, della lieve entità del fatto attesa la non gravità della trasgressione e la modesta offensività del fatto, così come, invece, ritenuto – in aperta antitesi – dal giudice monocratico.

La questione

Il disposto normativo di cui all’art. 276, comma 1-ter, c.p.p., nella sua formulazione originaria, aveva creato delle serie perplessità applicative laddove adombrava una sorta di automatismo carcerario in caso di trasgressioni alle prescrizioni degli arresti domiciliari, sia esse estrinsecatesi come evasione ovvero come violazione della mera regolamentazione. 

Già la Corte costituzionale, (ordinanza, n. 40/2012), sia pur in sede di manifesta infondatezza, aveva avuto modo di rappresentare la non condivisibile rigidità del meccanismo procedurale evidenziando che la valutazione andasse svolta prendendo in considerazione l’entità, i motivi e le circostanze della trasgressione per poi, successivamente, (ordinanza n. 103/2003) sottolineare che non può ritenersi soluzione costituzionalmente obbligata quella di affidare sempre e comunque al giudice l’apprezzamento del tipo di misura in concreto ritenuta come necessaria … ben potendo tale scelta essere effettuata in termini generali dal legislatore, nel rispetto del limite della ragionevolezza e del corretto bilanciamento dei valori costituzionali coinvolti.  

Sulla scia di tale apertura la suprema Corte di cassazione aveva, quindi, modo di tracciare una linea interpretativa che, sia pur in presenza di vistose oscillazioni (per tutte, vedi, Cass. pen., Sez. V, n. 42017/2009: La trasgressione delle prescrizioni concernenti il divieto di allontanarsi dal luogo di esecuzione degli arresti domiciliari determina, ex art. 276, comma primo ter, c.p.p. la revoca obbligatoria degli arresti domiciliari seguita dal ripristino della custodia cautelare in carcere senza che al giudice, una volta accertata la trasgressione, sia riconosciuto un potere di rivalutazione delle esigenze cautelari), apriva il varco alla valutazione della concreta offensività della condotta trasgressiva (Cass. pen., Sez. III, n. 2806/2012: La revoca obbligatoria degli arresti domiciliari, prevista dall’art. 276, comma primo-ter c.p.p., per l’inosservanza delle prescrizioni degli arresti domiciliari concernenti il divieto di non allontanarsi dalla propria abitazione, impone al giudice di verificare l’effettiva lesività e le caratteristiche strutturali della condotta dell’indagato, che deve in concreto essere qualificata come una effettiva trasgressione). 

Con la legge 47/2015 il legislatore – pur giungendo ad una soluzione di compromesso rispetto alla totale abrogazione del comma 1-ter dell’art. 276 c.p.p. proposta dalla Commissione ministeriale per il processo penale – ha introdotto un limite all’aggravamento e cioè la valutazione, in concreto, della violazione/trasgressione tenendo, doverosamente, conto dell’eventuale lieve entità della stessa. 

La violazione/trasgressione, difatti, pur nella sua offensività (e quindi, nella sua rilevanza penale), può ben essere di lieve entità, tale, quindi, da non determinare la necessità dell’aggravamento in carcere. 

Pertanto, in ossequio al nuovo disposto dell’art. 276, comma 1-ter, c.p.p. – che in caso di trasgressione alle prescrizioni degli arresti domiciliari continua a prevedere l’aggravamento con la misura della custodia in carcere, salvo che il fatto sia di lieve entità –, ben può accadere che si sviluppino due legittimi (e contraddittori) giudizi in merito alla medesima condotta: un primo, del giudice competente per la convalida dell’arresto (consentito anche fuori flagranza) per evasione dagli arresti domiciliari, che lo ritenga di lieve entità e che in ossequio alla novella dell’art. 284, ultimo comma, c.p.p. ripristina la misura domiciliare ritenendo che le esigenze cautelari possano essere soddisfatte con tale misura ed un secondo, del giudice che ha applicato la misura genetica degli arresti domiciliari, che consideri, invece, la violazione grave sanzionandola con l’applicazione della custodia in carcere. 

La gamma delle possibilità prevede, nella prassi giudiziaria, oltre alla coincidenza di giudizio da parte dei due giudici, (nei quali casi, entrambi, concordino  sulla gravità del fatto ovvero sulla lieve entità dello stesso), anche il caso contrario a quello sopra prospettato, e cioè che il giudice competente per la convalida dell’arresto per evasione valuti il fatto grave applicando la misura della custodia in carcere (nonostante il limite edittale della pena inferiore ai tre anni di reclusione: Cass. pen., Sez. II, n. 1411/2015) mentre il giudice dell’aggravamento lo rigetti ritenendolo, invece, di lieve entità

Spetta, pertanto, alla giurisprudenza, il compito, volta per volta, di individuare il perimetro delle violazioni di lieve entità con la consapevolezza che il percorso interpretativo si presterà, certamente, a contraddizioni e valutazioni distoniche.  

Le soluzioni giuridiche

I giudici di legittimità nel rigettare il ricorso dell’imputato, hanno affermato, implicitamente, due principi di diritto. 

La valutazione relativa alla lieve entità della trasgressione, di cui all’art. 274, comma 1 ter, c.p.p. integra un giudizio di merito che, se supportato da motivazione esente da vizi logico-giuridici, … in quanto ancorato a specifiche circostanze di fatto, con esclusione di ogni congettura … è insindacabile in cassazione

Le diverse opinioni che si possono generare nei due diversi procedimenti – quello in cui all’imputato è, geneticamente, applicata la misura domiciliare e quello relativo all’evasione dai domiciliari -, sono assolutamente scisse tra loro ben potendo il giudice, in sede di aggravamento ex art. 276, comma 1 ter, c.p.p., giungere a conclusioni diverse rispetto a quelle svolte nel procedimento per evasione, valutando diversamente (e non di lieve entità) la condotta (o viceversa). 

 

Osservazioni

È di tutta evidenza che la scelta del legislatore, di mantenere la previsione dell’aggravamento della misura degli arresti domiciliari con quella della custodia in carcere, in caso di evasione o di trasgressioni alle prescrizioni imposte ma di mitigarla con la possibilità da parte del giudice di valutare, in concreto, le stesse come di lieve entità comporta alcune inevitabili ma ineliminabili conseguenze. 

La prima di esse (nella sua potenziale reciprocità), è che, in relazione a quella specifica condotta, il giudice dell’aggravamento e quello dell’evasione giungano a conclusioni diverse (= e legittimamente, opposte) con la conseguenza che per l’uno, come accaduto nel caso sopra esposto, quella specifica trasgressione “merita” l’applicazione della custodia in carcere mentre per l’altro la stessa è di lieve entità e le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con la misura domiciliare (art. 284, ultimo comma, c.p.p., novellato anch’esso dalla legge n. 47/2015).   

La seconda è che una medesima condotta non sia valutata diversamente solo in relazione a quell’imputato – il quale non potrà che rimanere, giustamente, sgomento dinanzi a tale apparente contraddizione del sistema – ma anche che la stessa sia posta a fondamento di conclusioni opposte in giudizi diversi creando in tal modo una casistica caotica e priva di riferimenti nomofilachici affidabili. 

Tutto ciò costituisce, come implicitamente sottolineato nella decisione che si commenta, un prezzo inevitabile in quanto da un lato, solo le eventuali contraddizioni decisionali permettono la valutazione discrezionale del giudice e, dall’altro, solo lo spazio lasciato a quest’ultimo consente di garantire al soggetto trasgressore un apprezzamento in concreto della sua condotta. 

Unitamente al parametro della discrezionalità – già introdotto dalla giurisprudenza di merito e di legittimità, sulla scia di quella costituzionale – la novità è data dall’introduzione del parametro (valutativo) della lieve entità. 

In cosa esso si sostanzia? Quali ne sono i limiti e quali, soprattutto, i perimetri di applicabilità? 

Appare evidente il riferimento al criterio dettato dalla recente riforma in materia di non punibilità per particolare tenuità del fatto (art. 131-bis c.p.) tenuto conto anche della circostanza che la pena prevista dall’art. 385 c.p. rientra ampiamente nei limiti edittali stabiliti dal decreto legislativo n. 28/2015

Ebbene, lieve entità del fatto e particolare tenuità del fatto non paiono essere così distanti nella loro portata tanto che, ferma restando la casistica già estrapolabile dalle decisioni intervenute, e quella che andrà formandosi di qui in poi, non appare così azzardato creare un parallelismo applicativo tra le due norme, in modo che sia considerata lieve quell’evasione che potrebbe essere ritenuta particolarmente tenue nel procedimento parallelo.  

In definitiva, tutte le volte in cui appare ragionevole che per quello specifico comportamento, formalmente raffigurante il delitto di evasione dagli arresti domiciliari, il giudice riterrà che nel procedimento di merito potrà giungersi anche ad una definizione per particolare tenuità del fatto egli potrà ritenerlo lieve e non dar luogo all’aggravamento. 

Fermo restando tali linee interpretative generali sarà interessante esaminare le prospettive a mezzo delle quali andrà a svilupparsi non solo tale aspetto, e cioè quello di quale verrà considerata una violazione lieve e quale una violazione grave, la prima foriera sia di declinazioni cautelari meno severe che di definizioni ex art. 131-bis c.p. e la seconda di accesso alla custodia in carcere e di pene effettive da scontare, ma anche quello di incidenza di eventuali giudicati di lieve entità nel corso dello sviluppo della cautela.

 

Potrà ben accadere, difatti, che il giudizio di merito sul delitto di evasione trovi conclusione con assoluta celerità, si pensi ad un patteggiamento, un abbreviato o un’estinzione ex art. 131-bis c.p. già in sede di giudizio direttissimo e poi non fatto oggetto di alcun gravame -, con la conseguenza che pur in presenza di una decisione irrevocabile che sancisce la violazione come di lieve entità il giudice della cautela continui a ritenerlo grave mantenendo la custodia in carcere (o, come detto, viceversa).

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