Giurisprudenza commentata

Anonimo e poteri investigativi

23 Luglio 2015 |

Cass. pen., Sez. III

Anonimi (documenti)

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni | Guida all'approfondimento |

Massima

Non è vietato alla polizia giudiziaria di procedere ad indagini sulla base di una denuncia anonima, assumendo sommarie informazioni.

 

Il caso

Processato per il reato di cui all'art. 609-bis c.p. per avere con violenza compiuto atti sessuali su una minore, il ricorrente viene condannato, tenuto conto delle aggravanti di cui all'art. 609-ter, ult. comma, c.p., e all'art. 99 c.p. e dell'attenuante di cui all'art. 609-bis, ult. comma, alla pena di anni 3 e mesi 4 di reclusione. La condanna in primo grado è confermata dalla Corte d'appello di Torino che ridetermina la pena in anni uno e mesi due di reclusione.

L'imputato propone ricorso per cassazione, fondato su tre motivi:

1) inosservanza di norme processuali sotto due profili.

In primis deduce l'inosservanza degli artt. 240 e 191 c.p.p. perché la sentenza impugnata si basa su materiale probatorio inutilizzabile. Il procedimento ha avuto, infatti, inizio sulla base di una lettera anonima la quale non avrebbe potuto portare alla iscrizione nel registro delle notizie di reato. La ricerca di riscontri ha dato esito positivo solo a seguito dell'assunzione di sommarie informazioni dalle quali è emerso che la bambina aveva dichiarato di essere stata toccata dall'imputato. Tutto il materiale precedente tale deposizione doveva essere, pertanto, escluso dal fascicolo delle indagini preliminari, costituendo materiale extra-procedimentale.

Sotto un secondo profilo eccepisce che la testimonianza della minore assunta con l'incidente probatorio è inutilizzabile in quanto l'audizione si è svolta irritualmente alla presenza di soggetto ritenuto incompatibile con l'ufficio di interprete. Si trattava, in particolare dell'insegnante della bambina, l'unica persona alla quale la stessa aveva raccontato l'episodio ma al contempo l'unica persona in condizione di comunicare con lei attraverso il linguaggio dei gesti e dunque anche in grado di suggerirle le risposte. La presenza della stessa, del tutto ingiustificata, essendo la minore già accompagnata dalla madre, aveva rappresentato una indebita ingerenza nella sfera di autodeterminazione del testimone vietata dall'art. 188 c.p.p., essendo di per sé idonea ad influenzare la bambina, inducendola a confermare ciò che in presenza di altri non aveva mai confermato.

2) erronea applicazione della legge penale per erronea qualificazione dei fatti contestati. Invero non vi è nel materiale probatorio alcun elemento circa la sussistenza di profili di minaccia o di violenza.

3) contraddittorietà della motivazione col verbale dello incidente probatorio in ordine alla audizione del perito B.M. sulla attendibilità della minore. Infatti, l'esperta aveva espressamente affermato che la minore non era in grado di collocare temporalmente i fatti e di esprimere il proprio pensiero senza una pesante interferenza interpretativa da parte di terzi, nonché in grado di attribuire ai gesti umani un significato ed una valenza sessuale o meno.

La questione

La Corte di Cassazione è stata chiamata ancora una volta a chiarire quale tipo di attività investigativa possa essere compiuta dall'autorità a fronte di un anonimo che denunci un fatto di reato e quale valenza abbiano gli atti compiuti prima della formale acquisizione di una notitia criminis.

Le soluzioni giuridiche

Il Collegio ha rigettato il ricorso, ritenendo infondati tutti i motivi proposti.

Per quanto concerne il primo motivo, che qui interessa, ossia la denunciata violazione dell'art. 240 c.p.p., la Corte muovendo da alcuni precedenti in materia, evidenzia come nel caso di specie l'autorità abbia agito nel rispetto della legge processuale.

Ed invero, nel caso di specie la polizia giudiziaria, ricevuta la lettera anonima si è limitata al compimento di atti volti a reperire elementi idonei a giustificare un'iscrizione nel registro delle notizie di reato  senza porre in essere altri atti di indagine che implicano e/o presuppongono il fumus commissi delicti o indizi di reità.

Nello specifico essa è pervenuta all'acquisizione della notitia criminis attraverso l'assunzione di sommarie informazioni testimoniali regolarmente raccolte tra i vicini.

Diversamente da quanto sostenuto dal ricorrente secondo cui dell'anonimo non può essere fatto alcun uso, questa è un'attività che ben può collocarsi in una fase preprocessuale volta all'acquisizione di una notizia di reato.

In effetti, secondo un costante orientamento giurisprudenziale “pur non costituendo l'anonimo elemento di prova e pur non potendo del suo contenuto essere fatta alcuna utilizzazione in sede processuale, nulla impedisce che gli elementi contenuti in una denuncia anonima possano stimolare l'attività di iniziativa del P.M. e della polizia giudiziaria al fine di assumere dati conoscitivi, diretti a verificare se dall'anonimo possono ricavarsi gli estremi utili per l'individuazione di una notitia criminis. Tali investigazioni, volte ad acquisire elementi di prova utilizzabili, ponendosi al di fuori delle indagini preliminari non possono consistere in atti che implicano l'esistenza di indizi di reità, quali  perquisizioni, sequestri, intercettazioni telefoniche,  (Cass. Sez. IV, 17 maggio 2005, n. 30313), ma ben possono consistere in attività  che non presuppongono l'esercizio di poteri autoritativi (Cass. Sez. VI, 21 settembre 2006, n. 36003) come la raccolta di sommarie  informazioni testimoniali.

Naturalmente i risultati di tali attività non sono utilizzabili a fini decisori, dovendo il giudice decidere solo ed esclusivamente sulla base degli atti raccolti dopo la formale iscrizione della notizia di reato nell'apposito registro.

Nel caso di specie, come evidenziato dalla Corte, non vi era alcuna prova che il giudice avesse  fondato la sua decisione su elementi conoscitivi acquisiti prima della notitia criminis o che gli stessi avessero in qualche modo inciso sulla deliberazione dell'organo giudicante.

Osservazioni

La sentenza, le cui conclusioni sono del tutto in linea con un costante orientamento giurisprudenziale, costituisce l'occasione per soffermarsi su alcuni temi classici della procedura penale: la notitia criminis, l'anonimo e la sua rilevanza processuale.

Preliminarmente occorre ricordare che il codice non fornisce una rigorosa nozione di notitia criminis: non chiarisce quando debba ritenersi sussistente né in quali atti si debba sostanziare.

Tale vaghezza dei connotati può apparire singolare dal momento che la notizia di reato è il punto di partenza, il presupposto ineliminabile del procedimento. A ben vedere la mancanza di rigidi parametri di riferimento appare giustificata dalla necessità di non condizionare oltre il dovuto l'iniziativa investigativa, lasciando all'autorità giudiziaria le valutazioni relative alla sua sussistenza. Dal sistema processuale è possibile ricavare che, pur essendo imprescindibile l'esplicito riferimento ad un fatto specifico nel quale siano ravvisabili gli elementi essenziali di un reato, per aversi notizia di reato non è necessario che la situazione descritta abbia ad oggetto una fattispecie nella completezza dei suoi elementi  costitutivi, così come individuati dalla norma penale, né che sia indicata l'identità dell'autore del fatto denunciato.

D'altro canto, nessuna norma indica tra i requisiti della notitia criminis la sua attribuibilità ad un soggetto che se ne assuma la paternità: tale requisito deve però ritenersi implicitamente richiesto da un sistema che fornisce una disciplina chiaramente orientata  a limitare gli effetti e la rilevanza giuridica  dei contributi informativi provenienti da fonti non verificabili (artt. 194, comma 3, 195 comma 7, 203 c.p.p.). A queste previsioni si affiancano: l'art 240 che esclude l’acquisizione e l'utilizzazione dei documenti anonimi che non costituiscano corpo di reato o provengano comunque dall'imputato, l'art. 333, comma 3 che, con gli stessi limiti, esclude ogni “uso” delle denunce anonime.

Dal divieto di alcun uso procedimentale dell'anonimo deriva la non iscrivibilità  dello stesso nel registro delle notizie di reato e l'impossibilità di inserire lo stesso nel fascicolo del p.m. (art. 433 c.p.p.) e del giudice (art. 431 c.p.p.).

Non ogni uso dell'anonimo deve, però, ritenersi precluso. Ove si pervenisse ad una tale conclusione e ritenesse vietato ogni impiego dell'anonimo, anche  extra o pre-procedimentale, occorrerebbe spiegare perché la disciplina codicistica complementare (art. 108 disp. att. e art. 5 reg. att.) prescrive la registrazione e la conservazione degli anonimi.

Senza contare che il codice riconosce al pubblico ministero e alla polizia giudiziaria  il potere di 'formare' la notizia di reato eventualmente anche attraverso il ricorso a fonti di informazione “spurie”, le quali possono ben rappresentare il presupposto conoscitivo per procedere ad investigazioni pre-procedimentali, volte alla individuazione di spunti utili per proseguire nella ricerca fino al rinvenimento di una notizia di reato da cui possa prendere avvio il procedimento.

Nulla di, strano, dunque, che sulla base di un anonimo, l'autorità inquirente ponga in essere atti di indagine. Il problema è piuttosto quello di individuare quali atti possano essere compiuti e a quale impiego siano destinati ossia stabilire modalità e limiti di una attività investigativa irrituale.

Spetta all'interprete ricostruire il quadro tenendo conto che trattandosi di una attività che costituisce esercizio di potere  non può essere illimitata ma al contrario deve essere esercitata sempre nel rispetto di diritti e interessi che l'ordinamento contrappone, entro certi limiti, anche alla stessa ricerca del crimine.

Le affinità riscontrabili con le indagini preliminari inducono a ritenere che si possa applicare la medesima disciplina.

Ciò non significa che possano essere compiute tutte le attività di una indagine preliminare. Proprio in quanto attività posta “a monte” dell'apertura di un fascicolo processuale essa può riguardare solo “quegli atti che sono incapaci di arrecare pregiudizio ai diritti del cittadino” (Cass. Sez. III 8 marzo 1995), ossia quelle attività che non presuppongono  l'esercizio di poteri autoritativi (es. assunzione di sommarie informazioni, compimento di consulenze tecniche irripetibili). Sono esclusi, invece, atti coercitivi quali la  perquisizione, il sequestro che presuppongono un  fumus commissi delicti tipico della notizia di reato e, a maggior ragione, le intercettazioni che richiedono gravi o (sufficienti) indizi di reato. Questi ultimi mezzi di ricerca della prova, infatti, esigono, la individuazione di una ipotesi delittuosa da verificare, l'esistenza di rilevanti e convergenti indizi relativi ad una concreta figura di reato. Diversamente si trasformerebbero da strumento di ricerca della prova a mezzo di acquisizione di notizie di reato.

Non solo.

Considerata la natura meramente informativa dell'anonimo non sorge in capo all'autorità investigativa alcun obbligo di attivarsi e i risultati delle eventuali attività poste in essere non possono essere utilizzati  in chiave probatoria.

Orbene, nel caso di specie, pare che i principi sovra esposti abbiano trovato applicazione. La lettera anonima ha costituito il presupposto per procedere allo svolgimento di un attività prodromica all'individuazione di una notitia criminis: nella specie l'acquisizione di sommarie informazioni da persone informate sui fatti.

Del tutto indimostrata è rimasta la circostanza che il giudice abbia utilizzato per la decisione atti compiuti o raccolti prima della formale iscrizione del reato nel registro. Piuttosto pare che tali atti abbiano costituito solo il presupposto per approfondire le ricerche fino al rinvenimento di elementi utili all'avvio di una formale indagine preliminare.

 

Guida all'approfondimento

Cantone, Denunce anonime e poteri investigativi del pubblico ministero, Cass. pen. 1996, 2982C;

Corso, Notizie anonime e processo penale, Padova, 1977;

Ferrua, L'iniziativa del pubblico ministero nella ricerca della notitia criminis, Legisl. pen. 1986, 317;

Marandola, Notizia di reato e indagini preliminari, Cass. pen. 1999, 3459; Ead., I registri del pubblio ministero, Padova, 2001;

Mercone, L'utilizzabilità  penalprocedimentale degli anonimi, Cass. pen.  1995, 748;

Paulesu, Anonimi, documenti, denunce, Dig. disc. Pen., IV, Torino, 1990, 477;

Potetti, Attività del pubblico ministero diretta all'acquisizione  della notizia di reato e ricerca della prova, Cass. pen. 1995, 135.

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