Focus

Le peculiarità della valutazione della chiamata in reità o correità nei procedimenti di criminalità organizzata: i collaboratori di giustizia

Sommario

Abstract | La chiamata in (cor)reità nei procedimenti aventi ad oggetto reati di criminalità organizzata e l’attendibilità intrinseca del dichiarante | Dichiarazioni de relato e fatti inerenti alla vita del sodalizio criminoso | L'attendibilità estrinseca e l'oggetto del riscontro | A proposito della valutazione frazionata | In conclusione |

Abstract

La giurisprudenza e la dottrina in più occasioni hanno puntualizzato e specificato i criteri di valutazione elaborati in tema di chiamata in reità e correità con riguardo ai reati c.d. di criminalità organizzata (in particolare di tipo mafioso). Allorché è stata chiamata a pronunciarsi nell’ambito di procedimenti aventi tale oggetto, la Corte regolatrice – com’è ovvio – ha avuto riguardo alle propalazioni provenienti dai collaboratori di giustizia e, proprio in ordine ad esse, ha espresso principi di diritto relativi ai medesimi profili che più in generale attengono ai criteri di valutazione delle dichiarazioni eteroaccusatorie già passati in rassegna.

Di seguito si darà conto di talune delle peculiarità proprie della valutazione di tali dichiarazioni, nei procedimenti inerenti agli illeciti in discorso, alla luce di alcuni tra i più rilevanti arresti in materia.

La chiamata in (cor)reità nei procedimenti aventi ad oggetto reati di criminalità organizzata e l’attendibilità intrinseca del dichiarante

Al fine di apprezzare la chiamata in reità o correità quando il thema decidendum riguarda fatti di criminalità organizzata, èopportuno prendere le mosse dalla verifica dell’inclusione o meno del dichiarante all’interno del gruppo criminoso in relazione al quale ha inteso riferire le proprie conoscenze, ponderando all’uopo elementi autonomi rispetto alla sua stessa narrazione che diano conto della sua asserita collocazione all’interno del contesto criminale de quo. Quanto più approfondita sarà la contezza della specifica collocazione e qualità criminale della persona escussa (segnatamente, nel caso delle organizzazioni di tipo mafioso, sotto i profili dell’intensità della sua appartenenza, del ruolo rivestito in seno al sodalizio, del contesto spazio-temporale e relazionale in cui egli si è mosso), tanto più potrà vagliarsi l’affidabilità del contributo probatorio da lui offerto.

Soprattutto quando il contesto criminale sia rappresentato da un’organizzazione che opera da lungo tempo, mediante soggetti i cui ruoli sono ben definiti, e nel rispetto di determinate competenze territoriali, la conoscenza del livello di coinvolgimento del dichiarante consente di meglio determinare la valenza probatoria delle sue dichiarazioni che, come è stato acutamente rilevato in dottrina, vanno calate nella realtà operativa di riferimento. Ciò consentirà pure, ove necessario, di affrontare con consapevolezza logico-ricostruttiva le eventuali discrasie, gli ipotetici conflitti tra dichiarazioni rese da diversi soggetti con riguardo agli stessi fatti o al ruolo rivestito di medesimi soggetti.

Ancora, sarà opportuno considerare i motivi alla base della scelta di collaborare e – come si è detto – sottoporre a vaglio il disinteresse, la genuinità, la spontaneità del racconto. È bene notare che il disinteresse, nel caso dei collaboratori di giustizia, non potrà certamente essere identificato con un’improbabile ed inesigibile indifferenza rispetto ai benefici premiali riconosciuti dalla vigente legislazione. Sotto detto profilo, invero, ci si dovrà riferire:

  • da un lato, alla posizione processuale del chiamato in (cor)reità, e quindi verificare se sussista inimicizia ovvero se ricorrano motivi di rancore, vendetta e rivalsa nei confronti dell’accusato ovvero motivi di contrasto fra accusatori e accusati, valutandone altresì la gravità: e tuttavia “l’esito positivo di un tale riscontro non [potrà], di per sé, determinare come automatica e necessaria conseguenza l’inattendibilità delle accuse, ma deve soltanto indurre il giudice stesso ad una particolare attenzione onde stabilire se, in concreto, i motivi di contrasto accertati siano tali da dar luogo alla suddetta conseguenza” (Cass. pen., Sez. I, 31 maggio 1995, n. 2328);
  • dall’altro lato, dovrà essere riguardata la posizione processuale del dichiarante, al momento della sua scelta collaborativa: in quest’ottica, tanto più disinteressato dovrà essere considerato il contributo investigativo offerto, quanto più lieve apparirà la posizione processuale del collaboratore in relazione agli elementi di prova acquisiti dagli inquirenti, a suo carico, fino al momento dell’inizio della collaborazione; similmente, tanto più credibile risulterà il propalante, quanto più con la propria scelta collaborativa egli abbia consentito di far luce su delitti dei quali gli inquirenti ignoravano gli autori, coinvolgendo nella responsabilità per tali reati innanzi tutto se stesso, oltre che altri soggetti. 

A proposito dell’autonomia genetica delle propalazioni la Corte di Cassazione, facendo applicazione dei principi già esposti, ha puntualizzato che “le dichiarazioni rese in dibattimento dal collaboratore di giustizia che abbia avuto contatti con altri collaboratori possono essere poste a fondamento di una sentenza di condanna solo all'esito di approfondita ed esaustiva motivazione che escluda ogni negativa incidenza degli incontri e dei colloqui sulla credibilità, autonomia ed affidabilità delle dichiarazioni medesime” (Cass. pen., Sez. I, 12 dicembre 2013, n. 7277).

Inoltre, il Giudice di legittimità ha espressamente riconosciuto valenza probatoria alle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia in relazione a fatti dei quali non sono coimputati. In particolare, ad avviso del Supremo Collegio “un collaboratore di giustizia, anche non coimputato o non indagato nello stesso procedimento, può essere credibile quando ha acquisito le notizie propalate nell'ambito della sfera di criminalità organizzata in cui sia inserito, purché venga accertata l'intrinseca attendibilità delle sue dichiarazioni, nonché la sussistenza di riscontri esterni, i quali, in caso di più chiamate convergenti, possono anche consistere nella circostanza che le dichiarazioni riconducano, anche se in modo non sovrapponibile, il fatto all'imputato, essendo sufficiente la confluenza su comportamenti riferiti alla sua persona e alle imputazioni a lui attribuite, cioè l'idoneità delle dichiarazioni a riscontrarsi reciprocamente nell'ambito della cosiddetta «convergenza del molteplice»” (Cass. pen., Sez. I, 23 giugno 2010, n. 31695, cfr. pure Id., Sez. I, 18 aprile 2012, n. 35627).

Dichiarazioni de relato e fatti inerenti alla vita del sodalizio criminoso

A proposito delle dichiarazioni de relato, deve osservarsi che – come in più occasioni ha affermato la Suprema Corte – non sono assimilabili a pure e semplici dichiarazioni de relato quelle con le quali un soggetto imputato o indagato dello stesso reato o per reati connessi o interprobatoriamente collegati fra loro riferisca in ordine a fatti o circostanze attinenti alla vita e alle attività di un sodalizio criminoso, dei quali sia venuto a conoscenza nella qualità di aderente al medesimo sodalizio, trattandosi, in tal caso, di un patrimonio conoscitivo derivante da un flusso circolare di informazioni dello stesso genere di quello che si produce – di regola – in ogni organismo associativo, relativamente ai fatti di interesse comune: cfr. Cass. pen., Sez. I, 11 dicembre 1993, n. 11344; Id., Sez. I, 6 maggio 2010, n . 23242; Id., Sez. un., 4 luglio 2013, n. 29923).

L'attendibilità estrinseca e l'oggetto del riscontro

In relazione alla verifica dell’attendibilità estrinseca e, dunque, a proposito dei riscontri, la Suprema Corte ha chiarito che “in tema di associazione di tipo mafioso, la mera frequentazione di soggetti affiliati al sodalizio criminale per motivi di parentela, amicizia o rapporti d’affari, ovvero la presenza di occasionali o sporadici contatti in occasione di eventi pubblici e in contesti territoriali ristretti, non costituiscono elementi di per sé sintomatici dell’appartenenza all’associazione, ma possono essere utilizzati come riscontri da valutare ai sensi dell’art. 192, comma 3, c.p.p., quando risultino qualificati da abituale o significativa reiterazione e connotati dal necessario carattere individualizzante” (Cass. pen., sez. VI, 5 maggio 2009, n. 24469).

 

In ordine ai limiti entro i quali le propalazioni provenienti dai collaboratori di giustizia possano fungere da riscontro di una chiamata di correo, in giurisprudenza si è osservato che “in tema di prova dei reati associativi, la conferma dell'attendibilità di un'accusa mossa da un collaboratore di giustizia può essere costituita dalla dichiarazione di un altro collaboratore avente ad oggetto un fatto diverso ma comunque indicativo della partecipazione all'associazione, a nulla rilevando che il riscontro attenga ad un accadimento collocabile in un diverso contesto temporale, se quest'ultimo sia comunque compreso nel periodo di contestazione del reato, in quanto il «fatto» da dimostrare non è il singolo comportamento dell'associato ma la sua appartenenza al sodalizio “(Cass. pen., V, 3 febbraio 2015, n. 21562); il thema decidendum, infatti, riguarda la condotta di partecipazione o direzione, con stabile e volontaria compenetrazione del soggetto nel tessuto organizzativo del sodalizio; ed è, dunque, a tale condotta che deve riferirsi il riscontro (Cass. pen., Sez. V, 26 novembre 2014, n. 17081).

 

Ancora, la giurisprudenza ha puntualizzato che “la chiamata in correità può trovare riscontro in una chiamata «de relato»”, anche se “eseguita da collaboratore non coimputato” (Cass. pen., Sez. I, 18 aprile 2012, n. 35627).

A proposito della valutazione frazionata

Infine, con riguardo alla c.d. valutazione frazionata delle dichiarazioni rese da un collaboratore di giustizia, la Corte regolatrice ha chiarito che “qualora sia dedotta l'inattendibilità sulla base di quanto affermato in una precedente sentenza, il giudice procedente, pur non essendo vincolato a tale valutazione, deve motivare adeguatamente e specificamente il proprio diverso apprezzamento” (Cass. pen., Sez. VI, 12 dicembre 2013, n. 2900; fattispecie in cui la Corte ha ritenuto insufficiente la motivazione del giudice di merito che si era limitato a rilevare la sussistenza di mere precondizioni di attendibilità, quali l'inserimento del collaborante nel contesto criminale ed il carattere anche autoaccusatorio delle dichiarazioni rese).

In conclusione

La valutazione delle dichiarazioni eteroaccusatorie nell’ambito dei procedimenti aventi ad oggetto reati c.d. di criminalità organizzata si uniforma ai principi che più in generale valgono per la chiamata in (cor)reità, per vero elaborati soprattutto con riferimento a detti procedimenti ed alla narrazione dei collaboratori di giustizia che in essi ha spesso grandissima rilevanza. Le puntualizzazioni che in giurisprudenza ed in dottrina sono state rese con riguardo a tale valutazione, in realtà, costituiscono specificazioni dei medesimi e più generali criteri.

Segnatamente, alla luce di quanto esposto appena sopra, in sintesi qui si ribadisce che l’apprezzamento della chiamata in reità o correità nei procedimenti di criminalità organizzata richiede la verifica:

  • della specifica collocazione e qualità criminale della persona escussa (in particolare, dell’inclusione o meno del dichiarante all’interno del gruppo criminoso che nella specie rileva), ben potendo attribuirsi rilievo alle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia pure su condotte in relazione alle quali non sono state elevate imputazioni nei loro confronti;
  • dei motivi alla base della scelta di collaborare (da non indentificarsi con l’indifferenza rispetto ai benefici premiali previsti dalla normativa vigente), sub specia della posizione processuale sia del chiamato in (cor)reità che del dichiarante;
  • dell’autonomia genetica delle propalazioni.

In secondo luogo, una chiamata di correo:

  • può trovare riscontro in un’altra chiamata di correo, la quale ultima abbia ovviamente positivamente superato il vaglio di attendibilità intrinseca, sempre che questa offra elementi di conferma in relazione alla condotta che costituisce il thema decidendum;
  • tale riscontro può trarsi anche da una chiamata de relato.
  • Infine, non devono qualificarsi dichiarazioni de relato quelle aventi ad oggetto fatti o circostanze attinenti alla vita e alle attività di una societas scelerum, di cui il collaboratore sia divenuto edotto quale appartenente al medesimo sodalizio.
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