Focus

Dichiarazioni indizianti rese da persona offesa-indagato connesso o collegato

Sommario

Abstract | Case report | La prevalenza della qualifica di persona offesa e la riduzione dell’ambito applicativo dell’art. 63, comma 2, c.p.p. | Le Sezioni unite De Simone sulla prevalenza della qualifica di imputato connesso o collegato | In conclusione | In conclusione |

Abstract

Con sentenza Cass. pen., Sez. V, 28 maggio 2014, n. 43508, la suprema Corte ha ribadito una massima ormai tralatizia secondo cui le dichiarazioni autoindizianti rese alla polizia giudiziaria da una persona informata sui fatti non sono utilizzabili contro chi le ha rese ma sono pienamente utilizzabili contro i terzi, perché prevale la qualità di teste-persona offesa del reato in relazione al quale si indaga rispetto a quella di possibile coindagato di reato connesso. Di tali dichiarazioni non può neppure essere eccepita l'inutilizzabilità erga omnes sulla base del fatto che le stesse provengono da un soggetto indagato in reato connesso, non ascoltato con le garanzie previste per la persona sottoposta ad indagini.

Case report

L’ardua tematica degli statusda attribuire ai dichiaranti si intreccia con quella della utilizzabilità delle dichiarazioni indizianti, già oggetto della nota sentenza delle Sezioni unite Carpanelli del 1996. Con tale pronuncia, la Cassazione aveva affermato che le dichiarazioni della persona che fin dall'inizio avrebbe dovuto essere sentita come indagata o imputata sono inutilizzabili anche nei confronti dei terzi, sempre che provengano da soggetto a carico del quale già sussistevano indizi in ordine al medesimo reato ovvero a reato connesso o collegato con quello attribuito al terzo, per cui dette dichiarazioni egli avrebbe avuto il diritto di non rendere se fosse stato sentito come indagato o imputato; restano invece al di fuori della sanzione di inutilizzabilità comminata dal comma 2 dell'art. 63 c.p.p. le dichiarazioni riguardanti persone coinvolte dal dichiarante in reati diversi, non connessi o collegati con quello o quelli in ordine ai quali esistevano fin dall'inizio indizi a suo carico, poiché rispetto a questi egli si trova in una posizione di estraneità ed assume la veste di testimone; restano escluse altresì dalla sanzione di inutilizzabilità, alla stregua della ratio della disposizione, ispirata alla tutela del diritto di difesa, le dichiarazioni favorevoli al soggetto che le ha rese ed a terzi, quali che essi siano, non essendovi ragione alcuna di escludere dal materiale probatorio elementi che con quel diritto non collidono (Cass. pen., Sez. un., 13 febbraio 1997, Carpanelli).

Ebbene, malgrado tale sentenza avesse apparentemente risolto ogni questione, l’eventualità che la persona escussa sia anche offesa dal reato complica ulteriormente il quadro ponendo, anzitutto, il dubbio se, in caso di dichiarazioni indizianti, debba operare il primo o il secondo comma dell’art. 63 c.p. e, in secondo luogo, il problema se la predetta qualifica debba prevalere su quella di imputato connesso o collegato.

La Cassazione, nelle ipotesi in cui si è occupata della questione, ha sempre ribadito che le dichiarazioni indizianti rese dalla persona offesa sono inutilizzabili esclusivamente nei confronti di tale soggetto mentre restano utilizzabili erga alios anche in presenza di una connessione o di un collegamento probatorio (Cass. pen., Sez. III, 1 aprile 2004,; Cass. pen, Sez. II, 1 ottobre 2013, n. 283; Cass. pen., Sez. V, 28 maggio 2014, n. 43508).

La prevalenza della qualifica di persona offesa e la riduzione dell’ambito applicativo dell’art. 63, comma 2, c.p.p.

In sostanza, per la Cassazione, qualora venga sentito come persona informata sui fatti chi cumula su di sé la qualifica di offeso e di indagato connesso, non trova applicazione l’art. 63, comma 2, c.p.p.così come letto dalle Sezioni unite Carpanelli del 1996, bensì l’art. 63, comma 1, c.p.p.

Pertanto, le dichiarazioni indizianti sono inutilizzabili soltanto nei confronti di chi le ha rese, mentre risultano pienamente utilizzabili nei confronti di tutti i terzi, anche in presenza di una connessione o di un collegamento. La sussistenza della qualifica di offeso ha dunque l’effetto di riportare la fattispecie nell’alveo del comma 1 disinnescando l’inutilizzabilità erga alios che sarebbe derivata dal comma 2 sia pure nella lettura correttiva operata dalle Sezioni unite Carpanelli nel 1996.

All’evidenza, tale orientamento fa leva a sua volta sulla massima tralatizia – ed apodittica – in base alla quale la qualifica di persona offesa, per la sua maggiore pregnanza, è destinata a prevalere su quella di persona imputata in un procedimento connesso o collegato (v. ex multis, Cass. pen., Sez. V, 11 dicembre 2008, n. 2096).

Per contro, ove sullo status di persona offesa si fosse ritenuto prevalente quello di imputato connesso o collegato, avrebbe trovato applicazione l’art. 63, comma 2, c.p.p. e le dichiarazioni sarebbero risultate inutilizzabili erga alios salve le ipotesi di assenza di qualsivoglia legame tra i procedimenti e, dunque, di totale estraneità dell’autore delle dichiarazioni rispetto alla vicenda processuale.

Le Sezioni unite De Simone sulla prevalenza della qualifica di imputato connesso o collegato

Occorre, peraltro, tenere presente che la sentenza delle Sezioni unite De Simone del 2010, in materia di incompatibilità a testimoniare, ha modificato il precedente orientamento in base al quale la qualifica di offeso è destinata a prevalere su quella di imputato connesso o collegato affermando esattamente il contrario (Cass. pen., Sez. un., 17 dicembre 2009 - 29 marzo 2010, n. 12067).

Il Collegio esteso ha precisato che una corretta lettura della disciplina tratteggiata dall’art. 371, comma 2 lett. b) – oggi esteso a ricomprendere espressamente anche il caso degli imputati di reati commessi in danno reciproco - impone di ritenere risolta per tabulas la questione. Infatti, tutte le ipotesi di collegamento, previste dalla norma appena citata, rientrano nell’ambito applicativo degli artt. 197 e 197-bis c.p.p., che delineano la regola dell’incompatibilità a testimoniare e le relative deroghe. Peraltro, l’ipotesi sottoposta allo scrutinio della Corte di cassazione non concerneva una situazione di reati commessi in danno reciproco, giacché la situazione di concorso tra la qualifica di offeso e quella di imputato collegato era ravvisabile soltanto in capo ad uno degli imputati. In quel caso, il legame tra i due procedimenti, pur ricadendo sempre all’interno dell’art. 371, comma 2 lett. b), c.p.p. non integrava la fattispecie dei reati commessi in danno reciproco, bensì quella del collegamento probatorio in senso stretto (la prova di un reato influisce sulla prova di un altro reato). Tale peculiarità ha sortito l’effetto benefico di svincolare il principio di diritto affermato dalla Cassazione dall’hortus conclusus dei reati in danno reciproco, estendendolo a tutte le ipotesi nelle quali, più semplicemente, si ravvisi un cumulo di qualifiche ancorché in capo ad uno solodegli imputati connessi o collegati. In relazione a quest’ultima situazione dalla lettera del codice non si ricava la prevalenza dell’una o dell’altra qualifica; pertanto, l’argomento testuale parrebbe non dirimente. Tuttavia, ad un più attenta lettura, la soluzione si coglie attraverso una corretta esegesi delle norme. Infatti, la figura dell’imputato connesso o collegato è disciplinata dall’art. 197 c.p.p. a prescindere dal concorso con qualunque altra qualifica processuale. L’incompatibilità a testimoniare scatta per il solo fatto che esiste un legame di connessione o collegamento, indipendentemente da qualunque altra considerazione. A ben vedere, l’ipotesi dei reati commessi in danno reciproco è disciplinata espressamente non al fine di sancire la prevalenza della qualifica di imputato connesso, bensì allo scopo di stabilire che, in presenza di una offesa reciproca e per ciò solo, la legge considera esistente un collegamento probatorio.

Nel senso dell’applicabilità dell’incompatibilità a testimoniare anche qualora uno solo degli imputati connessi o collegati cumuli pure la qualità di persona offesa depone altresì l’argomento sistematico. Qualora si accogliesse l’interpretazione opposta, l’imputato connesso o collegato, per il solo fatto di essere anche offeso dal reato, perderebbe ex lege le garanzie legate allo status di imputato.

La previsione di una testimonianza coatta tout-court, ai sensi dell’art. 198 c.p.p. creerebbe una ingiustificata disparità di trattamento tra imputati offesi e imputati non offesi attribuendo la posizione deteriore proprio al soggetto che ha subìto anche un vulnus al bene giuridico protetto dalla norma incriminatrice (successivamente, peraltro nel senso della utilizzabilità delle dichiarazioni rese come testimone dalla persona offesa che cumuli in sé la qualifica di indagato connesso o collegato fuori dall’ipotesi di reato commesso in danno reciproco, Cass. pen., Sez. III, 18 giugno 2013, C.).

In conclusione

Malgrado tale significativa presa di posizione delle Sezioni unite De Simone, la Cassazione ha ribadito l’applicabilità all’ipotesi della persona informata sui fatti che cumuli su di sé la qualifica di indagato connesso o collegato e di offeso dell’art. 63, comma, c.p.p. con conseguente utilizzabilità erga alios delle dichiarazioni rese.

Peraltro, nelle sentenze Palminio del 2013 e Barba del 2014, si coglie una precisazione che lascia intendere una consapevolezza della problematicità delle conclusioni raggiunte. Difatti, la Cassazione ha affermato che in ogni caso nell’ipotesi esaminata sarebbe risultato inapplicabile anche l’art. 63, comma 2,c.p.p. giacché l'inutilizzabilità erga omnes prevista da tale norma sussiste solo se al momento delle dichiarazioni il soggetto che le ha rese non sia estraneo alle ipotesi accusatorie allora delineate, in quanto la suddetta inutilizzabilità assoluta richiede che a carico di detto soggetto risulti l'originaria esistenza di precisi, nel senso di non equivoci, anche se non gravi, indizi di reità, senza che tale condizione possa farsi derivare automaticamente dal solo fatto che il dichiarante possa essere stato in qualche modo coinvolto in vicende potenzialmente suscettibili di dar luogo alla formazione di addebiti penali a suo carico, ne' rilevando, a tale proposito, eventuali sospetti o illazioni personali dell'interrogante (cfr. Cass. pen., Sez. un., 23 aprile 2009, n. 23868). Per contro, nel caso di specie, all’epoca dell’audizione della persona offesa non sussistevano concreti e specifici elementi di reità a suo carico per il reato connesso o collegato (analoghe valutazioni, prima della ricordata sentenza delle Sezioni unite del 2009, si leggono anche nella ricordata sentenza Mesanovic del 2004).

Occorre tenere presente che, come precisato chiaramente dalle Sezioni unite Carpanelli, l’art. 63, comma 1, c.p.p. tende a tutelare soltanto il soggetto che ha reso dichiarazioni autoindizianti, donde l'utilizzabilità delle dichiarazioni contra alios; per contro, l’art. 63, comma 2, c.p.p. mira ad evitare il pericolo di dichiarazioni accusatrici, compiacenti o negoziate e, dunque, commina anche l’inutilizzabilità erga alios a tutela della persona attinta da tali relata. Ebbene, la ritenuta prevalenza della qualifica di offeso – con conseguente applicabilità dell’art. 63, comma 1, c.p.p. – tende a tutelare esclusivamente il dichiarante e non tutela il destinatario delle dichiarazioni. Per contro, l’esistenza della qualifica di imputato connesso o collegato avrebbe imposto di dare tutela anche all’esigenza appena ricordata. A conclusioni del genere, avrebbe condotto una valutazione in termini sistematici analoga a quella effettuata dalle Sezioni unite De Simone nel 2010, sia pure con i necessari adeguamenti dovuti alla peculiarità della situazione.

In conclusione

In dottrina sul tema: Aprati, Riflessioni intorno all’art. 63 c. 2 c.p.p.: accertamento dello status di persona già indiziata e ripercussioni in tema di elusione dell’iscrizione nel registro delle notizie di reato, in Cass. pen., 2004, pag. 3666; Ead., Iscrizione soggettiva, indizi di reità e decisività degli atti investigativi tardivi, ivi, 2009, pag. 4142; Bonzano, L’interrogatorio investigativo, Padova, 2012;Cesari, Le dichiarazioni rese in giudizio dal coindagato virtuale: nell’intrico della disciplina codicistica, una messa a punto mancata, in Giur. cost., 2009, pag. 3898; Gaeta, Inutilizzabilità delle dichiarazioni autoindizianti, in Dir. pen. proc., 2007, pag. 1355; Nigro, L’indagato sentito come testimone: quali poteri al giudice in dibattimento?, ivi, 2005, pag. 883; Tonini, Manuale di procedura penale, Milano, 2015.

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