Contrasti giurisprudenziali

Il regime di impugnazione delle sentenze del giudice di pace contenenti statuizioni civili

Sommario

RIMESSIONE ALLE SEZIONI UNITE
VALUTAZIONE DEL PRIMO PRESIDENTE
DECISIONE
DEPOSITO DELLA MOTIVAZIONE

QUESTIONE CONTROVERSA

Allorquando un sistema processuale sui generis finisce per innestarsi nel corpo organico del codice di rito senza le adeguate previsioni di coordinamento ma con singoli richiami alle norme preesistenti e generali clausole di compatibilità, diviene inevitabile assistere a continui indirizzi pretori finalizzati a colmare il vuoto normativo. Anche nel caso del procedimento davanti al giudice di pace penale quindi, nonostante un significativo lasso temporale dalla sua entrata in vigore, continuano ad affacciarsi all'attenzione di Piazza Cavour interessanti e delicate questioni afferenti gli snodi fondamentali del rito, fra le quali la disciplina dell'impugnazione delle sentenze contenenti statuizioni civili. 

 

Le Sezioni seconda e quinta della suprema Corte, con due decisioni pressoché coeve, perpetuano un contrasto pretorio sulle regole che debbono governare l'esercizio dell'impugnazione delle pronunce del giudice di pace che contengano – come spesso accade, nella prassi giudiziaria quotidiana – anche statuizioni civili.

La decisione n. 31678/2015, resa dalla Sezione quinta all'udienza del 22 maggio 2015, prende le mosse dalla clausola di compatibilità dell'art. 2, d.lgs. 274/2000 (secondo la quale, per tutto ciò che non è previsto si osservano, in quanto applicabili, le norme contenute nel codice di procedura penale, fatte salve le esclusioni in esso elencate), puntualizzando che nel novero delle esclusioni esplicite non si rinviene l'art. 574, comma 4, per il quale l'impugnazione proposta avverso i punti della sentenza riguardanti la responsabilità dell'imputato estende i suoi effetti agli altri punti che dipendano dai primi, fra i quali sono ricompresi quelli concernenti il risarcimento del danno, che ha il suo necessario presupposto nell'affermazione della responsabilità penale.

La Corte ritiene quindi, conformemente all'orientamento maggioritario, la norma applicabile anche nel giudizio davanti al giudice di pace, giacché la sua estensione, ricavabile dal dato letterale dell'art. 2 predetto, non risulta limitata dalla norma dell'art. 37, comma 1, parte 2, d.lgs. 274/2000 né dall'art. 574, comma 3, c.p.p.; da ciò discende che anche la mancanza di un espresso gravame avverso le statuizioni civili non appare di ostacolo alla qualificazione dell'impugnazione come appello.

La Corte, muovendo da una considerazione di ordine sistematico, evidenzia infatti – con argomento degno di particolare attenzione – che il regime di impugnazione delle decisioni del giudice di pace non può connotarsi in maniera assolutamente analoga rispetto a quanto previsto per le sentenze del tribunale, laddove la condanna alla sola pena della multa appare giustificare l'esclusione dell'appello (per ovvie finalità deflattive) e laddove la presenza di statuizioni civili rende opportuno prevedere un regime di impugnabilità mediante la sottoposizione all'appello. Anche gli argomenti spesi dalla Corte costituzionale nella decisione n. 426 del 2008, la quale dà atto che l'espressione quelle che applicano la sola pena pecuniaria che si legge nell'art. 17, comma 1, lett. n), della legge delega 468/1999, si riferisce alle pronunce che rechino esclusivamente tale condanna, non accompagnata da statuizioni civili, appare confortare la linearità argomentativa della suprema Corte.

Gli esiti del ragionamento della Corte, che involgono un apprezzamento necessariamente complessivo della vicenda processuale sottoposta all'attenzione del giudice di merito, non sono tuttavia assolutamente condivisi da altro filone ermeneutico della sezione Seconda (sentenza n. 31190/2015), il quale propende all'inverso per l'impossibilità di predicare l'applicazione dell'art. 574, comma 4, c.p.p. al rito innanzi al magistrato onorario.

Onde pervenire a siffatta conclusione, la seconda Sezione consapevolmente si discosta dall'orientamento maggioritario, specificando innanzitutto che l'impianto del d.lgs. 274/2000 si caratterizza per una peculiare eccentricità rispetto al modello tradizionale, eccentricità che impone di interpretare in maniera vincolata il disposto dell'art. 37 (specialmente nella parte in cui la norma prescrive che l'imputato può proporre appello anche contro le sentenze che applicano la pena pecuniaria se impugna il capo relativo alla condanna, anche generica, al risarcimento del danno).

La norma, secondo la Corte, appare di stretta interpretazione proprio perché derogatrice rispetto al sistema generale, correlando l'ammissibilità dell'impugnazione al solo fatto che l'imputato, dolendosi della condanna, avanzi specifiche censure avverso la statuizione risarcitoria (la quale peraltro, come è noto, spesso si manifesta dotata di una maggiore afflittività per l'imputato rispetto ad una pena penalistica di non rilevante entità nonché di difficile esecuzione. Del resto, senza voler rinviare alla copiosa letteratura giuridica in materia, appare sufficiente una mera lettura della Relazione governativa di accompagnamento al d. lgs. 274/2000 per constatare che proprio l'ineffettività della sanzione ha costituito un motivo principe dell'attribuzione di competenze penali al giudice onorario).

Muovendo quindi dal limite della compatibilità di cui all'art. 2 del decreto legislativo, la Corte perviene a conclusioni diametralmente opposte rispetto al cennato orientamento, ritenendo che la disposizione di cui all'art. 574, comma 4, c.p.p. non sia per nulla compatibile con il giudizio davanti al magistrato di pace (senza tuttavia profondersi, a sommesso avviso di chi scrive, in una motivazione particolarmente analitica che illustri con dovizia di particolari le ragioni di tale asserita incompatibilità).

La partita si gioca, ovviamente, sull'articolo 2, d.lgs. 274/2000.

Compatibile, si è detto. E l'uso del corsivo non è casuale. La giurisprudenza di legittimità e la Corte costituzionale, discutendo infatti di un istituto inconciliabile con la speditezza del procedimento voluto dal legislatore, non comparabile, che mal si concilierebbe con la celerità della procedura – allorché sono state chiamate a scrutinare il possibile ingresso davanti al giudice di pace dell'avviso di fine indagine o dei riti alternativi, ad esempio – fanno riferimento al concetto di compatibilità, talvolta citandolo espressamente senza ricorrere alle suddette perifrasi.

Ma l'articolo 2, d.lgs. 274/2000 non accenna alla compatibilità. Esso si riferisce all'applicabilità.

Orbene, applicabilità e compatibilità non possono essere la stessa cosa, pena il tradimento della differente origine lessicale: infatti, una norma si definisce applicabile ad una determinata fattispecie qualora sia possibile – né sia aliunde escluso – regolamentare la fattispecie facendo ricorso ad essa; la compatibilità attiene invece al risultato di una attività valutativa, all'esito della quale può ammettersi od escludersi che una determinata norma giuridica collimi strutturalmente con un istituto giuridico od una serie di istituti.

L'articolo 2, d.lgs. 274/2000, infatti recita: Nel procedimento davanti al giudice di pace, per tutto ciò che non è previsto dal presente decreto, si osservano, in quanto applicabili, le norme contenute nel codice di procedura penale […] ad eccezione delle disposizioni relative … e non, invece: Nel procedimento davanti al giudice di pace, per tutto ciò che non è previsto dal presente decreto, si applicano, in quanto compatibili, le norme contenute nel codice di procedura penale […] ad eccezione delle disposizioni relative ….

Sembra una finezza esegetica ma non lo è, se ancora vuole riconoscersi un significato alla tassonomia legislativa.

Innanzitutto, l'uso del verbo osservarsi, che trova un analogo ed importante precedente nel d.P.R. n. 448/1988 di riforma del processo minorile, non può non alludere all'imperatività del comando insito nella ratio legis, che dimostra di richiedere fortemente l'integrazione delle norme del codice di rito nel procedimento innanzi al giudice di pace, a riprova della circostanza che quest'ultimo rito non è una monade nell'universo processualpenalistico, bensì un modulo procedimentale che, pur nelle inevitabili differenze, ben si amalgama col sistema.

Inoltre, la circostanza che il d.lgs. 274/2000 specifichi gli istituti che, seppur astrattamente applicabili, vengono ope legis esclusi nel processo davanti al giudice di pace, consente di ritenere, argomentando a contrario, che per tutti gli altri istituti non contemplati in tale elenco l'applicazione risulti, se non automatica, quantomeno doverosa qualora se ne integrino i presupposti: il limite dell'applicabilità, essendo diverso da quello della compatibilità, costituisce solo un'endiadi del testo vigente dell'articolo 2.

In altre parole, chi scrive ritiene che la dicitura normativa Si osservano, in quanto applicabili abbia il medesimo significato precettivo della dizione Si applicano, sic et simpliciter: se una norma od un istituto giuridico può applicarsi ad una certa fattispecie, l'osservanza del precetto ne discende immediatamente, in virtù del principio di cogenza.

Detto altrimenti, se una norma non risulta applicabile, giammai essa può essere osservata, giacché nessuna sanzione appresta l'ordinamento per chi non osserva una norma inapplicabile: il giudizio di applicazione è quindi connaturato a qualsiasi fattispecie che il legislatore non disciplina compiutamente ma che necessita dell'integrazione con le regole tracciate per altri istituti del sistema processuale (o anche sostanziale, beninteso).

Altro sarebbe stato se il legislatore, invece, avesse scritto: Si osservano, in quanto compatibili, come plurime volte fa nel corpo del codice di procedura penale. Il giudizio di compatibilità implica difatti una verifica di adattamento e adattabilità di una singola norma all'altra, nel quale entrambe le norme sono poste su di un piano di equivalenza, che opera su un piano diverso dall'adattabilità di una singola norma ad una fattispecie, quale è quella del processo davanti al giudice di pace.

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