Contrasti giurisprudenziali

Dolo d'impeto e configurabilità della circostanza aggravante di cui all'art. 61 n. 4 c.p.

QUESTIONE CONTROVERSA

La prima Sezione della Corte di cassazione con sentenza n. 435 del 1 luglio 1982, ha ritenuto che l'aggravante prevista dall'art. 61 n. 4 c.p. – l'avere usato sevizie o crudeltà verso le persone – è compatibile con il dolo d'impeto. Nel caso esaminato è stato valorizzato il dato oggettivo delle modalità della condotta ovvero la reiterazione dei colpi inferti alla vittima, al capo, con uno scalpello, con progressiva violenza sino a cagionarne la morte e l'assenza di ogni sentimento di umana pietà da parte del soggetto agente che aveva fatto assistere all'omicidio, i figli piccoli della vittima, quale quid pluris idoneo ad integrare l'aggravante in parola.

La Corte ha specificato che l'uso delle sevizie e crudeltà se obiettivamente riscontrato, non assume una connotazione giuridica diversa solo perché posto in essere a seguito di una determinazione volitiva coeva o immediatamente precedente alla condotta esecutiva del reato, poiché l'art. 61 n. 4 c.p., e cioè l'uso delle sevizie o della crudeltà non esige affatto, per la sua applicabilità, neppure implicitamente, che si tratti di un reato premeditato o preordinato

Con tale pronuncia i giudici di legittimità hanno valorizzato il dato delle modalità di esecuzione del reato ed hanno evidenziato che le stesse esorbitavano dal normale processo di causazione dell'evento, ritenendo configurabile l'aggravante in parola indipendentemente dalla forma o dalla graduazione dell'elemento soggettivo del delitto, ravvisando la circostanza aggravante anche nel caso di delitto commesso con dolo d'impeto ovvero frutto di una decisione improvvisa (in tal senso anche Cass. pen., Sez. I, 28 maggio 2009, n. 24894) .

Va premesso che il dolo d'impeto, categoria in sè non normativizzata ma di creazione teorica e per certi versi giurisprudenziale, può essere definito come la risposta immediata o quasi immediata ad uno stimolo esterno (così Cass. pen., Sez. I, 30 settembre 2005, n. 39791). Tale declinazione del dolo è stata tradizionalmente ritenuta compatibile con l'aggravante del nesso teleologico (così, ex pluribis, Cass. pen., Sez. VI, 19 settembre 2002, n. 7344), impostazione da cui già può derivarsi la logica inferenza che tale risposta immediata o quasi immediata non collide con una connessa e coeva ulteriore intenzionalità; con la circostanza aggravante dei motivi futili (Cass. pen., Sez. V, 26 gennaio 2010, n. 17686) o della minorata difesa considerata strutturalmente compatibile con il dolo d'impeto poiché i due elementi si collocano su piani diversi: l'una (la minorata difesa) su quello oggettivo, l'altra (il dolo d'impeto) su quello soggettivo (Cass. pen., Sez. I, 13 novembre 2008, n. 48108).

Il dolo d'impeto è stato invece ritenuto incompatibile con il riconoscimento della continuazione con altri episodi delittuosi perché esclude la volizione preventiva e preordinata dell'insieme (Cass. pen., Sez. I, 30 marzo 2010, n. 23810; Cass. pen., Sez. I, 2 luglio 2013, n. 35639), mentre è stata ammessa la compatibilità logica e giuridica tra il dolo d'impeto e il dolo eventuale, posto che l'agire sulla spinta emotiva del momento, non esclude la lucidità mentale e le facoltà cognitive che consentono di prevedere ed accettare il rischio dell'evento come conseguenza della propria azione (Cass. pen., Sez. I, 7 marzo 2013, n.23517).

Ciò che risulta particolarmente controversa è la individuazione degli elementi costitutivi della circostanza aggravante di cui all'art. 61 n. 4 c.p. (richiamata quanto al delitto di omicidio volontario dall'art. 576 n. 2 c.p.), a seconda che questa si manifesti nella forma delle sevizie o della crudeltà e la sua collocazione sistematica quale circostanza soggettiva o oggettiva.

Le incertezze interpretative hanno portato la giurisprudenza a qualificare analoghe modalità di estrinsecazione della condotta delittuosa, consistente nella reiterata inflizione di ferite superficiali (finalizzate ad arrecare non la morte della vittima bensì ulteriori sofferenze), alternativamente in termini di crudeltà ovvero di sevizie. Nella sentenza della Sezione I, n. 1894 del 18 gennaio 1996 (in cui veniva in considerazione il caso di omicidio volontario in cui il soggetto agente aveva infierito sulla vittima, tagliuzzandole i glutei dopo averle tolto i pantaloni), la Corte ha affermato che ai fini della configurabilità della circostanza aggravante di cui all'art. 61 n. 4 c.p. vanno ricomprese nel concetto di crudeltà tutte le manifestazioni che denotano, durante l'iter criminoso, l'ansia di appagare la propria volontà di arrecare dolore; mentre nella sentenza Cass. pen., Sez. I, 14 febbraio 1980, n. 5901, riguardante il caso dell'omicidio di una donna mediante lenta asfissia, dopo averle procurato ferita sfregiante al volto, percosse da cui la frattura di costole e numerose ferite sul collo, non profonde le quali prolungando la sua agonia determinarono alla fine la sua morte, tale procedimento causativo è stato ricondotto nell'ambito delle sevizie, presentando la crudeltà una connotazione prevalentemente morale.

In entrambi i casi la circostanza in parola si atteggia a circostanza aggravante di natura soggettiva poiché viene più gravemente sanzionato il soggetto che attraverso un processo causativo dell'evento, sviluppantesi al di fuori dei normali mezzi di attuazione del reato, dimostra un animo particolarmente  malvagio.

All'impostazione giurisprudenziale in principio illustrata, condivisa dalla Sezione prima che ha evidenziato il contrasto riscontrando oscillazioni interpretative sia in ordine alla individuazione degli elementi costitutivi dell'aggravante della crudeltà, sia in ordine alla sua compatibilità con il dolo d'impeto ed ha rimesso la questione alle Sezioni unite (cfr. ordinanza del 13 gennaio 2016, n. 18955), è seguito un filone interpretativo che invece ha ritenuto incompatibili i due elementi del reato, con la conseguenza che l'accertamento dell'elemento soggettivo, nella forma del dolo d'impeto, inteso come risposta immediata o quasi immediata ad uno stimolo esterno, senza alcuna programmazione preventiva (perché ciò avrebbe richiesto la contestazione della diversa aggravante della premeditazione), esclude che possa ipotizzarsi l'aggravante di cui all'art. 61 n. 4 c.p.

In particolare la Sezione prima con sentenza n. 8163 del 10 febbraio 2015, ha affermato che in tema di omicidio, il giudice, per ritenere la sussistenza dell'aggravante di aver agito con sevizie e crudeltà, deve preliminarmente procedere all'esame delle modalità complessive  dell'azione e del correlato elemento psicologico, poiché, essendo il fondamento della circostanza costituito dall'esigenza di irrogare una maggior pena, correlata alla volontà dell'agente di infliggere sofferenze "aggiuntive" rispetto a quelle ordinariamente  implicate dalla produzione dell'evento, ai fini della sua configurabilità, non possono assumere rilievo elementi di disvalore di per sé insiti nel finalismo omicidiario o in diversa e autonoma circostanza. (Fattispecie in cui la Corte ha escluso la sussistenza dell'aggravante della crudeltà, riconosciuta dal giudice di merito con prevalente riferimento al numero di colpi inferti e all'abbandono della vittima in stato agonico, evidenziando che tali elementi si collocavano in un contesto di dolo d'impeto e di finalismo omicidiario correlato a tale condizione psicologica).

Nel caso specifico, si è ritenuto che il numero dei colpi inferti alla vittima e l'averla abbandonata in stato agonico, non fossero di per sé deponenti per la sussistenza dell'aggravante della crudeltà e sevizie che trova il suo fondamento in una maggiore meritevolezza di pena lì dove le circostanze concrete dell'azione consentano di identificare un effettivo superamento della normalità causale determinante l'evento, con volontà di infliggere alla vittima sofferenze aggiuntive rispetto a quelle "ricomprese" nella ordinaria incriminazione del fatto tipico. Ciò perché il sistema penale non consente di considerare punibile più di una volta (anche sotto il profilo circostanziale) la medesima condotta causativa dell'evento preso di mira e tipizzato dalla norma incriminatrice (divieto del bis in idem sostanziale come corollario del più generale principio di tassatività e determinatezza delle incriminazioni).

In linea con tale pronuncia che muove dalla considerazione che la circostanza in oggetto ha natura soggettiva in quanto sintomatica di una maggiore pericolosità del soggetto, ulteriori e recenti arresti giurisprudenziali (tra le altre, Cass. pen., Sez. I, 24 ottobre 2013, n. 725; Cass. pen., Sez. I, 16 maggio 2012, n. 33021) hanno sottolineato che, nel delitto di omicidio volontario, la mera reiterazione dei colpi inferti (anche con uso di arma bianca), non può determinare la sussistenza dell'aggravante dell'aver agito con crudeltà se tale azione non eccede i limiti connaturali rispetto all'evento preso di mira e non trasmoda in una manifestazione di efferatezza, fine a se stessa. La suprema Corte esclude la possibilità di fissare un preciso limite "numerico" dei colpi inferti, oltrepassato il quale l'omicidio può dirsi aggravato dall'aver agito con crudeltà, sottolineando la necessità di esaminare le modalità complessive dell'azione e del correlato elemento psicologico del reato posto in essere.

In particolare è stato affermato che la circostanza aggravante di cui all'art. 61 n. 4 c.p., ricorre nella seconda ipotesi (avere agito con crudeltà) quando le modalità della condotta esecutiva di un delitto rendano evidente la volontà di infliggere alla vittima sofferenze che trascendono il normale processo di causazione dell'evento e costituiscono un elemento aggiuntivo, un quid pluris rispetto all'attività necessaria ai fini della consumazione del reato, per cui la condotta del reo merita più severa punizione perché resa particolarmente riprovevole dalla gratuità e superfluità rispetto al processo causale dei patimenti cagionati alla vittima mediante un'azione perciò indicativa di malvagità, insensibilità e mancanza di qualsiasi sentimento di umana pietà. In tal senso si sono espresse diverse sentenze della suprema Corte (Cass. pen., Sez. I, 20 maggio 2013, n. 27163; Cass. pen., Sez. I, 16 maggio 2012, n. 33021; Cass. pen., Sez. I, 27 maggio 2011, n. 30285; Cass. pen.,Sez. I, 27 maggio 2008, n. 25276; Cass. pen., Sez. I, 9 dicembre 2007, n.4495; Cass. pen., Sez. I, 6 luglio 2006, n. 32006; Cass. pen., Sez. VI, 17 febbraio 2003, n. 15098; Cass. pen., Sez. I, 6 ottobre 2000, n. 12083) che hanno ribadito che la pluralità di colpi inferti con arma da taglio, oppure con corpi contundenti, era richiesta per poter realizzare l'intento omicida quale conseguenza necessitata dall'impiego di uno strumento materiale di efficacia letale non immediata; in altri termini in siffatte situazioni operative il meccanismo causale prescelto ed innescato dall'esecutore imponeva l'insistenza di gesti offensivi e non manifestava un atteggiamento di crudele accanimento contro la vittima per incrementarne le sofferenze oltre quanto necessario per causare l'evento. Aderendo a tale principi la Corte nella sentenza n. 725/ 2013 sopra citata, ha ritenuto che l'aver colpito la vittima più volte con una spranga di ferro al capo, causandone la morte, non può dirsi abbia esorbitato il normale processo causale dell'evento mortale in relazione allo strumento mortifero impiegato e che abbia rappresentato un quid pluris rispetto all'esplicazione dell'attività necessaria per conseguire quello scopo per rivelare disprezzo verso la vittima ed il desiderio di infliggerle inutili patimenti: difetta dunque la gratuità della condotta.

Per quanto riguarda più specificatamente il concetto di crudeltà è stato affermato che rientrano in tale concetto tutte quelle manifestazioni esecutive che, non necessarie per l'attuazione dell' evento voluto, denotano, durante l'iter criminoso l'indole particolarmente malvagia dell'agente e la sua ansia incontenibile di appagare la tendenza istintiva ad arrecare dolore. L'infierire sulla vittima agonizzante con numerosi colpi di coltello e lo sfregiare il volto della stessa, rappresentando un di più per i mezzi usati e per le modalità dell'azione rispetto a quanto è necessario per causare l'evento, costituiscono una volontaria e inutile atrocità e rivelano l'animo particolarmente malvagio dell'agente integrando gli estremi dell'aggravante prevista dall'art. 61 n. 4 c.p. (Cass. pen., Sez. I, 25 marzo 1969); analogamente è stato affermato che per la sussistenza dell'aggravante della crudeltà , atteso il suo carattere prevalentemente soggettivo, occorre che il colpevole abbia avuto la volontà di usare mezzi idonei ad arrecare sofferenze più gravi di quelle necessarie per la realizzazione dell'evento voluto (Cass. pen., Sez. I, 2 marzo 1971, n. 217). Nello stesso solco interpretativo sia pure aggiungendo che per l' integrazione della aggravante in parola è necessaria la percezione da parte della vittima, dell'ulteriore tormento non necessario per la perpetrazione del reato: Cass. pen., Sez. I, 22 giugno 1971, n. 556 che ha affermato che l'aggravante dell'aver agito con crudeltà verso le persone, ricorre se le modalità esecutive dell'azione criminosa si rivelano particolarmente dolorose per il soggetto passivo e, come tali, indicano una assoluta mancanza di sentimenti umanitari da parte del soggetto attivo del reato. Secondo tale impostazione è necessario, pertanto, che le sofferenze ed i dolori fisici, maggiori di quelli necessari per commettere il delitto progettato, vengano arrecati alla vittima quando essa è ancora in vita e può risentirne tutta l'atrocità, mentre essi sono irrilevanti, ai fini della sussistenza dell'aggravante, allorché la persona offesa è già deceduta.

Invero il parametro della effettiva percezione (o meno) delle maggiori sofferenze e dei dolori fisici per commettere il delitto progettato, sono state di seguito svalorizzate dalla sentenza Cass. pen., Sez. I, 29 ottobre 1998, n. 4678 che ha affermato la circostanza aggravante di aver agito con crudeltà verso le persone non è esclusa dal fatto che la vittima, per le lesioni precedentemente subìte, sia sicuramente priva di conoscenza. Ed infatti, per la sua configurabilità non è richiesta l'attitudine del soggetto passivo a percepire l'afflittività degli atti di crudeltà, essendo la circostanza in questione essenzialmente imperniata sulla considerazione dell'autore dell'illecito e sulla conseguente maggiore riprovevolezza di un modus operandi connotato da una particolare insensibilità, spietatezza o efferatezza.

In tutti i casi esaminati la giurisprudenza ha comunque riconosciuto all'aggravante di cui all'art. 61, comma 4, c.p., una connotazione meramente soggettiva partendo dal fondamento normativo dell'aggravamento di pena, giustificato dalla esigenza di sanzionare il particolare disvalore costituito ora dall'indole particolarmente malvagia dell'agente e dalla sua ansia incontenibile di appagare la tendenza istintiva ad arrecare dolore, ora dalla carenza, manifestata al di là della attuazione della condotta criminosa, di ogni sentimento di compassione e del più elementare senso di umana pietà; ora dalla particolare insensibilità, spietatezza, efferatezza ed atrocità .

Rispetto alla problematica della compatibilità dell'aggravante dell'art. 61 n. 4 c.p., con il dolo d'impeto, occorre verificare se l' avere ritenuto l'azione delittuosa frutto di un dolo d'impeto, valga ad escludere, oppure no, tenuto conto delle modalità esplicative dell'azione omicidi aria, la configurabilità della circostanza in parola.

RIMESSIONE ALLE SEZIONI UNITE

All'udienza 13 gennaio 2016, la prima Sezione penale della Corte di cassazione (ordinanza del 13 gennaio 2016 - dep. il 6 maggio 2016 n. 18955), ha rimesso alle Sezioni unite la decisione della seguente questione oggetto di contrasto giurisprudenziale: se avuto riguardo agli elementi costitutivi della aggravante della crudeltà, la modulazione dell'elemento psicologico del delitto, nel forma del dolo d'impeto abbia influenza sulla configurabilità della circostanza in questione.

Il Collegio, su ricorso del pubblico ministero era stato chiamato a pronunciarsi, sul prospettato vizio di violazione di legge (art. 576 c.p.p.) avuto riguardo alla esclusione, nella sentenza di primo grado, resa in esito al giudizio abbreviato, della circostanza aggravante di cui all'art. 61 n. 4 c.p.; deduceva il P.M. che il giudice aveva erroneamente scisso l'elemento oggettivo del numero complessivo delle centoundici coltellate (di cui 39 al padre dormiente nel letto e 72 alla madre intenta guardare la televisione e immobilizzata ad un braccio), dalle modalità esecutive del reato ritenendolo invece elemento afferente esclusivamente alla sfera soggettiva dell'imputato quale forma di connotazione del dolo, confondendo così il movente dell'odio covato nel tempo nei confronti dei genitori, con l'elemento soggettivo del reato.

La Sezione prima aderendo all'impostazione giurisprudenziale in principio illustrata (Cass. pen., 1 luglio 1982, n. 435), osservava che la ravvisata matrice soggettiva dell'aggravante di cui all'art. 61 n. 4 c.p., individuata nell'indole particolarmente malvagia e nel profilo personologico del reo, caratterizzato dalla carenza del più elementare senso di umana pietà e dalla perversa tendenza istintiva ad arrecare dolore, sembra costituire un dato preesistente e dunque indipendente, rispetto alla insorgenza dell'elemento psicologico del reato. Sicché la relativa modulazione nella forma del dolo d'impeto si appalesa affatto impertinente rispetto all'ambito della sussistenza dell'aggravante de qua posto che, all'evidenza, la condotta perpetrata con dolo d'impeto integra – ovvero no – alternativamente la aggravante della crudeltà, a seconda che risulti espressiva della pravità del reo , assolutamente prescindendo dalla connotazione dell' elemento psicologico della condotta.

VALUTAZIONE DEL PRIMO PRESIDENTE

Il primo Presidente ha fissato per il giorno 23 giugno 2016 l'udienza per la trattazione della questione se avuto riguardo agli elementi costitutivi della aggravante della crudeltà, la modulazione dell'elemento psicologico del delitto, nella forma del dolo d'impeto abbia influenza sulla configurabilità della circostanza in questione.

 

DECISIONE

All'udienza del 23 giugno 2016 le sezioni unite hanno deciso che: Il dolo d’impeto, designando un dato meramente cronologico, non è incompatibile con la circostanza aggravante della crudeltà di cui all’art. 61, comma 1, n. 4, c.p.

La circostanza aggravante dell’avere agito con crudeltà, di cui all’art. 61, comma 1, n. 4, c.p., è di natura soggettiva ed è caratterizzata da una condotta eccedente rispetto alla normalità causale, che determina sofferenze aggiuntive ed esprime un atteggiamento interiore specialmente riprovevole, che deve essere oggetto di accertamento alla stregua delle modalità della condotta e di tutte le circostanze del caso concreto, comprese quelle afferenti alle note impulsive del dolo.

DEPOSITO DELLA MOTIVAZIONE

Il 29 settembre 2016 sono state depositate le motivazioni della sentenza n. 40516 del 23 giugno 2016, con la quale le Sezioni unite della Corte di cassazione, risolvendo un contrasto giurisprudenziale, hanno affermato che la circostanza aggravante dell'aver agito con crudeltà e sevizie di cui all'art. 61, comma 1, n. 4 c.p., non è incompatibile con il dolo d'impeto in particolare hanno osservato che il dolo d'impeto, designando un dato meramente cronologico, non è incompatibile con la circostanza aggravante della crudeltà di cui all'art.  61 primo comma n. 4 c.p.ed hanno ulteriormente enunciato che la circostanza aggravante dell'avere agito con crudeltà di cui all'art. 61 primo comma n. 4 c.p.  è di natura soggettiva ed è caratterizzata da una condotta eccedente rispetto alla normalità causale, che determina sofferenze aggiuntive ed esprime un atteggiamento interiore specialmente riprovevole, che deve essere oggetto di accertamento alla stregua delle modalità della condotta e di tutte le circostanze del caso concreto comprese quelle afferenti alle note impulsive del dolo.  

La sentenza in commento fornisce una risposta alla questione rimessa all'attenzione dell'autorevole consesso, ponendo in evidenza, delineandone i confini, i profili delle categorie dogmatiche di riferimento, distinguendo in particolare gli elementi costitutivi del reato di carattere soggettivo: il dolo e la circostanza aggravante della crudeltà e sevizie, dai motivi dell'azione che in quanto tali non incidono sul reato ma rilevano ai fini della graduazione della pena che va modulata, ai sensi dell'art. 133 c.p., sulla personalità dell'autore del reato. 

Le Sezioni unite sottolineano che la circostanza aggravante di cui all'art. 61, comma 1, n. 4 c.p., è caratterizzata dall'avere usato nel procedimento di causazione dell'evento, modalità aggressive eccedenti rispetto alla normalità causale, si tratta di un quid pluris caratterizzato dalla superfluità e gratuità dei patimenti che dimostra la particolare riprovevolezza di un modus agendi connotato da particolare insensibilità, spietatezza ed efferatezza; ai fini della configurabilità dell'aggravante, non si richiede che la vittima del reato abbia effettivamente percepito la gratuita afflittività della condotta essendo la circostanza imperniata sulla considerazione del comportamento dell'autore dell'illecito e sulla conseguente maggiore riprovevolezza della condotta, connotata da particolare insensibilità ed è necessario che la condotta crudele sia diretta verso la vittima ancora in vita in quanto l'aggravante è configurabile solo quando l'azione si diriga verso una persona e tale è l'uomo soltanto finché vive. L'aggravante, aggiunge la suprema Corte, è poi compatibile con il vizio parziale di mente ma va esclusa quando la condotta sia espressione della patologia; in proposito il Collegio riserva ulteriori considerazioni alla fase decisoria più analiticamente dedicata al caso concreto, al tema della imputabilità e della capacità a delinquere del reo. Ritiene la Corte che sia sempre necessario valutare caso per caso, tenendo conto delle circostanze del caso concreto, potendosi verificare, come nel caso sottoposto all'esame del giudice di merito, che le modalità dell'azione siano espressive di una spinta criminogena e di motivi a delinquere che afferiscono più alla sfera della personalità del soggetto agente che alla materialità del reato. Sottolinea ancora la Corte che la circostanza aggravante di cui all'art. 61 n. 4 c.p., si colloca tra le circostanze di natura soggettiva indicate dall'art. 70 c.p. e ciò perché, ad avviso dell'autorevole consesso, le particolari modalità dell'azione rilevano più che per la particolare afflittività della condotta tipica che conduce all'evento, per il contrassegno di spietatezza che conferiscono, nel complesso, alla volontà illecita, manifestatasi nel delitto. Tale atteggiamento di gratuita eccedenza viene considerato intrinsecamente volontario e quindi doloso, con la precisazione che non si tratta di dolo d'evento ma se ne recuperano le categorie, i tipi , per la più immediata e agevole esplicazione del pensiero e catalogazione dei moti interiori, entro schemi noti al lessico giuridico. Conclusivamente le Sezioni unite ritengono che l'aggravante in parola sia una circostanza soggettiva a colpevolezza dolosa ove la maggiore pena è giustificata in ragione di una riprovevolezza aggiuntiva riguardante l'azione e non il suo autore si infligge una pena più severa perché la condotta è efferata e non perché l'agente è una persona crudele.

Le Sezioni unite procedono poi alla verifica della compatibilità, o meno, del dolo d'impeto con la circostanza aggravante, attraverso un metodo di indagine di carattere indiziario, pacificamente ritenuto unico strumento possibile per l'indagine sulla colpevolezza, ( Cass. pen., Sez. unite, n. 28343/2014) e giudica corretta la decisione del giudice di merito, che aveva escluso la circostanza aggravante, non perché incompatibile con il dolo d'impeto, come proposto dalla Sezione remittente ma perché il reato, per le sue modalità esplicative, non era riconducibile a quella volontà di provocare sofferenze ulteriori, tipica della circostanza aggravante ma ad una “parossistica impulsività”.

Il quesito principale viene risolto, dall'autorevole Collegio, attraverso il richiamo alle categorie dogmatiche (della circostanza aggravante e del dolo) ed alle forme di loro manifestazione, escludendo l'esistenza di una qualche ragione logica di ontologica incompatibilità che, si sottolinea, è frutto piuttosto, di confusione e sovrapposizione tra tale forma di elemento soggettivo e le componenti impulsive della condotta.

Una condotta illecita infatti può essere fulminea ed estemporanea ma al contempo fredda e ordinata oppure lungamente preordinata ed essere poi realizzata in una condizione psichica emotivamente perturbata dalla stessa drammaticità dall'atto. Il supremo Collegio evidenzia che la letteratura sul dolo formatasi perlopiù per esigenze di classificazione, non fornisce un contributo saliente al governo del criterio di imputazione soggettiva del reato e che la dottrina meno recente ha valorizzato, per connotare specificamente il requisito soggettivo, il criterio temporale precisando che dolo d'impeto è caratterizzato da una risoluzione che insorge improvvisa e vien subito tradotta in azione (tale specie di dolo viene considerata meno grave in quanto esprime una ponderazione sommaria delle implicazioni del fatto); mentre il dolo di proposito è caratterizzato da un considerevole distacco temporale tra il sorgere dell'azione criminosa e la sua esecuzione per cui il coefficiente psicologico è più forte, giacché più viva è la coscienza dell'atto e delle sue conseguenze, a tale categoria viene generalmente ricondotta la premeditazione, prevista come circostanza aggravante dagli artt. 577, 582 c.p. La stessa giurisprudenza, sottolinea ancora l'autorevole Collegio, fa riferimento alla figura del dolo d'impeto, più per escluderne l'autonoma incidenza sui singoli elementi di sistema che per lo specifico peso regolativo ed a tal proposito ricorda che il dolo d'impeto caratterizzato da una risoluzione che insorge improvvisamente e viene subito tradotta in azione, non è incompatibile  con il nesso teleologico, in quanto l'ideazione e l'esecuzione del reato mezzo e del reato fine possono coincidere, mantenendo il collegamento strumentale e funzionale tra essi (Cass. pen., Sez. VI, n. 34285/2012); né con i motivi abietti e futili (Cass. pen., Sez. V, n. 17686/2010; Cass. pen., Sez. I, n. 24894/2009), si sottolinea, ancora , che il dolo d'impeto non è incompatibile con il dolo eventuale posto che anche al dolo d'impeto inerisce naturalmente un profilo di consapevolezza e previsione degli esiti della condotta voluta, in funzione del nesso causale che deve legare i due termini del fatto (Cass. pen. Sez. I, 23517/2013). Le Sezioni unite concludono ritenendo che il dolo d'impeto che connota la risposta immediata o quasi immediata ad uno stimolo esterno, non esclude la lucidità ma non richiede neppure una immediatezza assoluta della risposta allo stimolo, essendo diversi, in ogni soggetto, i tempi di reazione (Cass. pen., Sez. I, n. 39791/2005). Esso designa dunque un dato meramente cronologico e non è incompatibile con la circostanza aggravante della crudeltà di cui all'art. 61,comma 1, n. 4 c.p. poiché quest'ultima, avente, come detto, natura soggettiva, esprime un atteggiamento interiore particolarmente riprovevole da accertare alla stregua delle modalità della condotta e di tutte le circostanze del caso concreto, comprese quelle afferenti alle note impulsive del dolo. 

A questo proposito le Sezioni unite introducono l'ulteriore e diverso aspetto della questione che involge il profilo della personalità dell'autore del reato e la sua imputabilità. Si prendono in considerazione i tratti impulsivi della condotta : la concitazione, la rabbia, il rancore e si afferma che in taluni casi essi possono spiegare l'incalzante agire aggressivo, escludendo tuttavia l'esistenza della evocata colpevolezza di crudeltà.

Date queste premesse, poggianti su chiare categorie dogmatiche, le Sezioni unite procedono alla soluzione del caso concreto, esaminando , innanzi tutto, il metodo di valutazione utilizzato dal giudice di merito e censurando, in prima battuta, ripetutamente, sotto vari punti di vista, la tecnica redazionale della motivazione, giungendo tuttavia a condividerne sia il metro di valutazione che valorizza le caratteristiche della condotta, sia la decisione finale, che esclude la ricorrenza della circostanza aggravante, non per l'incompatibilità della stessa con il dolo d'impeto ma per la insussistenza dei tratti distintivi della stessa. La suprema Corte sottolinea che l'indagine volta alla rilevazione del dolo e delle sue connotazioni circostanziali, passa attraverso l'esame delle caratteristiche della condotta criminale che, nel caso concreto, deponevano per la consumazione di un reato d'impeto caratterizzato da rabbia esplosiva, posto che la rabbiosa e non mirata ripetizione dei colpi dimostrava che l'azione era mossa da parossistica impulsività e non da dolo di crudeltà. In altre parole, ad avviso del Collegio, le modalità del reato trovavano una spiegazione, alla luce delle emergenze processuali, nel rancore covato dal reo nei confronti dei genitori, in particolare del padre, e nel clima di violenza e sopraffazione domestica in cui il giovane era vissuto, tali condizioni lo avevano spinto a commettere il reato, sicché le modalità dell'azione non apparivano sintomatiche di una volontà perversa ma erano esemplificative dei motivi dell'azione, rilevanti (solo) ai fini della graduazione della pena; ne è derivato che la risposta al quesito posto dalla Sezione remittente, è stata modulata tenendo conto, della matrice soggettiva dell'aggravante che alla stregua delle modalità della condotta , come manifestatesi nel caso concreto, escludevano la ricorrenza della predetta circostanza, a prescindere dalla prefigurata incompatibilità con la categoria del dolo d'impeto.

Tale aspetto della motivazione, presenta particolare interesse posto che spesso nella pratica si registra una certa confusione tra il dolo e le componenti impulsive della condotta. La suprema Corte sottolinea che il giudice di merito ha correttamente proceduto alla verifica di tale componente impulsiva indagando la storia personale del soggetto, il suo vissuto, le patologie sofferte, attribuendogli, nella sostanza, vista l'esclusione della circostanza aggravante, date le modalità del fatto, un rilievo in termini di perturbata condizione soggettiva che seppure non rilevante ai fini della integrazione del dolo (e delle sue connotazioni di contorno), può incidere come spiegazione dell'accadimento e rileva, a fini penali, nel processo di determinazione della pena, perché attinente alla personalità del reo. L'autorevole consesso, nel percorso motivazionale attribuisce particolare significato alle concrete modalità dell'azione in quanto disvelatrici del tipo di dolo ma anche di ulteriori e diversi aspetti della fattispecie in particolare dei motivi dell'azione, frutto di una rabbia esplosiva a sua volta generata da una morbosa condizione psichica, con esclusione della consapevolezza dolosa della crudeltà tipica dell'aggravante.

La suprema Corte, se da un lato, riconduce la causa giustificativa della maggior pena, dovuta alla circostanza aggravante , alla condotta posta in essere nel corso dell'esecuzione del reato, piuttosto che a caratteristiche personali del suo autore, dall'altro attribuisce a tali caratteristiche, definite spinte emotive, motivi dell'agire, adeguato rilievo, tenuto conto dei parametri di cui il giudice deve tener conto, ai sensi dell'art. 133 c.p., nella determinazione della pena. I motivi a delinquere si distinguono dalle componenti oggettive e soggettive del reato rappresentando, invece, la causa psichica della condotta umana , lo stimolo che conduce l'individuo ad agire, essi possono essere consci o inconsci ed in effetti il nostro diritto penale conferisce importanza alle componenti soggettive dell'agire umano non solo ai fini della integrazione degli elementi costitutivi della fattispecie ed in particolare della sua componente psichica, ma in termini di imputabilità e di capacità a delinquere ( art. 133. c.p.) . Sotto questo aspetto il Collegio convalida la scelta operata dal giudice di merito che nell'escludere la circostanza aggravante, non solo ha utilizzato un metodo di indagine corretto ma ha dato rilievo anche alla personalità dell'autore al fine di determinare il tipo e la qualità delle conseguenze penali applicabili.

I motivi dell'agire consci o inconsci, la spinta impulsiva e, nello specifico, la rabbia ed il rancore covati dal reo, non assurgono né incidono sugli elementi costitutivi del reato ma, tuttavia, in quanto altamente indicativi della personalità dell' agente, vengono in rilievo al momento della risposta sanzionatoria. Attraverso questo criterio, di valorizzazione dei motivi dell'agire, la sentenza, dà ampiamente atto, sia pure implicitamente, che il sistema penale italiano è un sistema di tipo misto: del fatto e del suo autore e considera il fatto come base imprescindibile di ogni conseguenza penale, bandendo dalla fattispecie incriminatrice ogni elemento personalistico, considerando tuttavia la personalità dell'autore al fine di determinare il tipo e la qualità della sanzione applicabile. In sostanza mentre il fatto riguarda l'an della perseguibilità penale del soggetto, la personalità riguarda soltanto il quale e il quantum della sanzione applicabile. E su questi due distinti piani concilia l'esigenza garantisca e l'altrettanto irrinunciabile esigenza di non prescindere dalla personalità del colpevole. Nel considerare il delinquente anche nella prospettiva personalistica il nostro diritto penale, respinti i postulati delle correnti criminalistiche radicali ha recepito il sistema del doppio binario che si fonda sul dualismo responsabilità individuale-pena e pericolosità sociale-misure di sicurezza.

Al sistema dualistico è improntata anche la Costituzione che respinge il dualismo biologico e sociologico e resta fortemente ancorata al principio della responsabilità individuale come risulta dall'art. 27 della Costituzione incentrato sul binomio responsabilità-pena, nonché dall'art. 25 della Costituzione ove parlandosi di punire si dà ovviamente per presupposta la responsabilità dell'agente. Nel consacrare il principio della responsabilità individuale, la Costituzione ne afferma, allo stesso tempo, il carattere personale con ciò escludendo che la responsabilità costituisca un dato aprioristico indifferenziato presente cioè in modo uguale per tutti i soggetti ma un problema concreto da esaminarsi in rapporto alle singole individualità, data anche la tendenza rieducativa della pena.

La sentenza in commento seppure concentrata sul problema della compatibilità tra il dolo d'impeto e la circostanza aggravante della crudeltà, richiama questa impostazione dualistica e riesce a tenere distinti i due piani di valutazione: quello diretto all'accertamento del reato con le sue connotazioni oggettive, soggettive e circostanziali e quello indirizzato alla commisurazione della sanzione che tiene presente la personalità del reo. Non vi è valorizzazione  dei motivi dell'agire, in sé e per sé, rispetto al fatto, essi sono tenuti ben distinti  dal dolo seppure pur se su di esso incidenti e si ricorda che gli stessi, laddove presentino una consistenza oggettiva in termini di vera e propria patologia, determinano l'esclusione o diminuzione della capacità (vizio parziale o totale di mente: artt. 88, 89 c.p.), mentre nel loro dispiegarsi ordinario, rimangono fuori dal perimetro del fatto (art. 90 c.p. ) ed assumono rilievo solo per misurare la capacità a delinquere del reo e graduare la responsabilità del soggetto.

L'art. 133 c.p., più volte richiamato nella sentenza in commento, costituisce lo strumento normativo attraverso il quale viene data espressione ai motivi dell'azione con la possibilità per l'interprete di commisurare la pena alla capacità a delinquere del reo garantendo così una maggiore individualizzazione della concreta responsabilità del soggetto ed una risposta di giustizia più aderente al caso concreto.

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