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Violazione degli obblighi di assistenza familiare

05 Giugno 2018 |

Sommario

Inquadramento | Violazione degli obblighi di assistenza familiare | Malversazione o dilapidazione dei beni del figlio minore, del pupillo o del coniuge | Omessa prestazione dei mezzi di sussistenza | Rapporti con altri reati e concorso di reati | Profili processuali | Casistica |

Inquadramento

Il delitto di violazione degli obblighi di assistenza familiare ex art. 570 c.p. è collocato nel Titolo XI del Libro II, Capo IV del codice penale che riguarda i delitti contro la famiglia e, nello specifico, contro l'assistenza familiare.

In tale articolo sono previste tre fattispecie autonome di reati. Quella prevista dal comma 1 che sanziona la violazione degli obblighi di assistenza materiale, economica e morale nei confronti del coniuge e dei figli; quella prevista dal comma 2 n. 1 che sanziona colui che malversa o dilapida i beni del figlio minore o del coniuge e quella prevista dal comma 2 n. 2 che sanziona colui che fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa.

Il comma 4, inoltre, prevede una clausola di riserva secondo la quale le diposizioni non si applicano se il fatto è previsto come più grave reato da un'altra disposizione di legge.

Violazione degli obblighi di assistenza familiare

Il comma 1 punisce colui che si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale o alla qualità di coniuge, abbandonando il domicilio domestico o comunque serbando una condotta contraria all'ordine o alla morale delle famiglie.

Il bene giuridico protetto è la famiglia e nello specifico il rispetto dell'obbligo di assistenza economica o materiale.

Trattandosi di reato proprio e nonostante la norma usi chiunque, soggetto attivo può essere solo una delle persone a cui la legge e il codice civile impongono gli obblighi di assistenza familiare ovvero il genitore (sia naturale che adottivo) e il coniuge il cui obbligo cessa con la dichiarazione di nullità, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio. In questo caso non rileva la convivenza more uxorio mentre, in base all'art. 574-ter c.p. (introdotto dalla l. 76/2016, legge Cirinnà entrata in vigore il 5 giugno 2016) possono essere soggetti attivi anche le parti di un'unione civile tra persone dello stesso sesso.

Tale comma prevede due diversi tipi di condotta. Il primo consiste nell'abbandono del domicilio domestico e si configura quando l'agente si sottrae all'obbligo di coabitazione nei confronti del coniuge e di coloro che sono assoggettati alla sua potestà, essendo necessario però che l'allontanamento sia ingiustificato, cagioni volutamente l'inadempimento degli obblighi di assistenza e che sia accompagnato dall'intenzione di non fare ritorno.

Poiché l'allontanamento deve essere ingiustificato, deve ritenersi legittimo quando sia determinato da giusta causa, come nel caso in cui esistono ragioni di carattere interpersonale che non consentano la prosecuzione della vita in comune o quando si voglia difendere la propria integrità personale o quando il regime di convivenza sia insostenibile perché estremamente penoso, umiliante e oppressivo; o quando sussiste un grave pregiudizio per l'educazione della prole; oppure, come previsto dall'art. 146, comma 2, c.c., quando sia stata proposta domanda di separazione o di annullamento o di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio. L'allontanamento non è penalmente rilevante anche quando sia dovuto ad esempio a motivi di salute, di lavoro, nel caso di detenzione o di servizio militare.

Ne consegue, che risponde del delitto colui che si allontana ingiustificatamente dal domicilio coniugale, disinteressandosi completamente della moglie e dei figli e rendendosi inadempiente verso di loro circa gli obblighi di assistenza morale inerenti alla sua qualità di coniuge e padre, a nulla rilevando la somministrazione da parte dell'agente dei mezzi di sussistenza, in quanto la somministrazione stessa non esaurisce l'obbligo cui il soggetto è tenuto per legge.

In applicazione di tali principi, la giurisprudenza ha affermato che il giudice non può limitarsi ad accertare il fatto storico dell'abbandono, ma deve ricostruire la situazione in cui esso si inscrive per verificare l'esistenza di eventuali cause di impossibilità, intollerabilità o estrema penosità della convivenza (Cass. pen. Sez. VI, 19 febbraio 2013, n. 22912).

Il secondo tipo di condotta consiste nel porre in essere una condotta contraria all'ordine o alla morale della famiglia. Tale generica formulazione ha fatto sorgere questione di legittimità costituzionale dell'art. 570 c.p. in relazione al principio di legalità ex art. 25, comma 2 della Costituzione che è stata ritenuta manifestamente infondata dalla Corte costituzionale (sent. n. 42 del 18 gennaio 1972). Secondo la Suprema Corte, tale norma deve essere interpretata in conformità alle statuizioni di cui agli artt. 145 e 147 c.c. (Cass. pen., Sez. I, 13 dicembre 1983, n. 667). Tale condotta non è punita di per sé, ma solo in quanto abbia avuto per risultato la violazione degli obblighi assistenziali inerenti alla potestà genitoriale, alla tutela legale e alla qualità di coniuge. Ne consegue che la violazione degli obblighi di assistenza morale ed affettiva verso i figli, certamente integrata dal totale disinteresse e dalla costante indifferenza verso costoro, assume rilievo penale soltanto se si riflette negativamente sui figli minori, in quanto solo in questo caso viene ad esaltarsi il rapporto genitore-figlio, con precipuo riferimento agli obblighi connessi alla potestà di genitore (Cass. pen., Sez. VI, 25 marzo 2004, n. 26037; 24 ottobre 2013, n. 51488).

Il delitto non è integrato dai comportamenti omissivi contrassegnati da minimo disvalore o espressivi di mere disfunzioni dei rapporti intra-familiari, ma soltanto dalle condotte che, attraverso la sostanziale dismissione delle funzioni genitoriali, pongano seriamente in pericolo il pieno ed equilibrato sviluppo della personalità del minore (Cass. pen. Sez. VI, 24 ottobre 2013, n. 51488). In ogni caso, tali obblighi vengono meno con il raggiungimento della maggiore età dei figli (Cass. pen., Sez. VI, 13 marzo 2012, n. 12306).

L'elemento soggettivo è costituito dal dolo generico che consiste nella coscienza e volontà di sottrarsi agli obblighi inerenti alla qualità di genitore o di coniuge. Per la configurazione è sufficiente che il soggetto attivo si sia volontariamente posto nella situazione di non poter adempiere gli obblighi di assistenza familiare.

Non è possibile invocare l'errore di fatto, né l'ignoranza della legge penale sotto il profilo della sua inevitabilità, poiché l'obbligo sanzionato deriva da inderogabili principi di solidarietà, ben radicati nella coscienza della collettività, prima ancora che nell'ordinamento (Cass. pen., Sez. VI, 15 giugno 2011, n. 35520).

Poiché il delitto previsto dall'art. 570, comma 1 c.p. è un reato permanente, in quanto l'abbandono del domicilio costituisce solo un mezzo per la consumazione dello stesso, che si perfeziona con l'inosservanza degli obblighi di assistenza inerenti alla qualità di coniuge, alla patria potestà ed alla tutela legale, ne consegue che la consumazione del reato non si verifica nel momento in cui avviene l'abbandono del domicilio domestico, ma si protrae nel tempo, finché dura l'omissione della prestazione dell'assistenza morale, omissione che può cessare per effetto di una condotta volontaria del reo (ad esempio tramite il pagamento), diretta a porre termine allo stato antigiuridico, oppure può essere interrotta dalla pronunzia della sentenza di condanna di primo grado o dall'indicazione nel capo di imputazione del termine finale della condotta criminosa. Inoltre, si consuma nel luogo di effettiva dimora dell'avente di diritto alla prestazione (Cass. pen., Sez. VI, 13 maggio 2016, n. 29161).

Il tentativo non è configurabile.

Malversazione o dilapidazione dei beni del figlio minore, del pupillo o del coniuge

Le ipotesi previste dal comma 2 sono considerate le più gravi tra quelle che violano gli obblighi familiari in quanto la norma dispone che al reo siano applicate congiuntamente le pene previste dal comma 1 (multa e reclusione).

Il comma 2 n.1 punisce colui che malversa o dilapida i beni del figlio minore o del pupillo o del coniuge.

Il bene giuridico protetto è la famiglia e nello specifico la tutela della tranquillità e del benessere familiare e il rispetto dell'obbligo di assistenza economica o materiale.

Trattandosi di reato proprio, soggetto attivo può essere solo una delle persone a cui la legge e il codice civile impongono gli obblighi di assistenza familiare ovvero il genitore (sia naturale che adottivo, e anche il genitore separato non affidatario – Cass. pen., Sez. VI, 27 marzo 2008, n. 22401) e il coniuge.

Per ciò che concerne la condotta, il danno cagionato dalla malversazione o dalla dilapidazione deve essere di una certa entità.

Per malversazione deve intendersi la cattiva gestione che si concretizza in appropriazioni o distrazioni per il proprio o altrui profitto dei beni del figlio minore o del coniuge; secondo una parte della dottrina è sufficiente un solo atto che comporti pregiudizio al patrimonio, mentre secondo altra parte devono essere posti in essere molteplici atti.

Per dilapidazione deve intendersi la dispersione sconsiderata di beni altrui che ha come conseguenza la dissipazione, anche parziale, del patrimonio amministrato.

Per beni devono considerarsi tutte le attività patrimoniali e tutto ciò che gode di un valore economico.

Il tentativo è configurabile.

L'elemento soggettivo è costituito dal dolo generico.

Omessa prestazione dei mezzi di sussistenza

Il comma 2 n. 2 punisce colui che fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti minorenni o inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge che non è separato legalmente per sua colpa.

Il bene giuridico protetto è la famiglia e nello specifico la solidarietà che nasce dal vincolo di consanguineità, dalla stretta parentela e dal rapporto coniugale.

Il soggetto attivo può essere il coniuge, l'ascendente o il discendente.

La responsabilità per omessa prestazione dei mezzi di sussistenza ai figli minori non è esclusa dalla intervenuta decadenza della patria potestà (Cass. pen. Sez. VI, n. 16559 del 27/03/2007).

 

In evidenza

Il convincimento del genitore inadempiente di non essere tenuto, per la ritenuta carenza di un effettivo stato di bisogno da parte del minore, alla corresponsione dell'assegno alimentare fissato dal giudice civile, lungi dal comportare l'esclusione dell'elemento soggettivo del reato di cui all'art. 570 c.p., si traduce nell'ignoranza non scusabile della legge penale e non può invocarsi, pertanto, al fine di escludere la configurabilità del reato medesimo (Cass. pen., Sez. II, 5 maggio 1994, n. 7640).

 

I soggetti passivi possono essere solo quelli indicati dalla norma cioè l'ascendente, il discendente di età minore o il coniuge escluso quello a cui è stata addebitata la separazione.

 

In evidenza

La condotta di omessa somministrazione dei mezzi di sussistenza in danno di più soggetti conviventi nello stesso nucleo familiare non configura un unico reato, bensì una pluralità di reati in concorso formale o, ricorrendone i presupposti, in continuazione tra loro.

(Cass. pen., Sez. unite, 20 dicembre 2007, n. 8413; Cass. pen., Sez. VI, 13 novembre 2008, n. 2736)

 

Gli elementi costitutivi sono individuati sia nella disponibilità di risorse sufficienti da parte dell'obbligato, sia nello stato di effettivo bisogno del soggetto passivo. L'incapacità economica dell'obbligato, intesa come impossibilità di far fronte agli adempimenti sanzionati dall'art. 570 c.p., deve essere assoluta e deve altresì integrare una situazione di persistente, oggettiva ed incolpevole indisponibilità di introiti (Cass. pen., Sez. VI, 24 giugno 2015, n. 33997). Incombe all'interessato l'onere di allegare gli elementi dai quali possa desumersi l'impossibilità di adempiere alla relativa obbligazione, pertanto la sua responsabilità non può essere esclusa in base alla mera documentazione formale dello stato di disoccupazione (Cass. pen., Sez. VI, 29 gennaio 2013, n. 7372).

La condotta consiste nel far mancare i mezzi di sussistenza che comprendono quanto è necessario per la sopravvivenza ai soggetti elencati dalla norma che versano in uno stato di bisogno, nel senso che l'omessa assistenza deve avere l'effetto di far mancare i mezzi di sussistenza, situazione che non si identifica né con l'obbligo di mantenimento né con quello alimentare, aventi una portata più ampia (Cass. pen., Sez. unite, 31 gennaio 2013, n. 23866).

Nella nozione penalistica di mezzi di sussistenza devono ritenersi compresi non più solo i mezzi per la sopravvivenza vitale (quali il vitto e l'alloggio), ma anche gli strumenti che consentano, in rapporto alle reali capacità economiche e al regime di vita personale del soggetto obbligato, un sia pur contenuto soddisfacimento di altre complementari esigenze della vita quotidiana (quali, ad es., abbigliamento, libri di istruzione per i figli minori, mezzi di trasporto, mezzi di comunicazione – Cass. pen. Sez. VI, 21 novembre 2012, n. 49755). Si sottolinea che la nozione civilistica di mantenimento non coincide con quella penalistica di mezzi di sussistenza; il primo concetto è fondato sulla valutazione e comparazione delle condizioni socioeconomiche dei coniugi, mentre il secondo riguarda il minimo per vivere.

L'elemento soggettivo è costituito dal dolo generico che consiste nella coscienza e volontà di sottrarsi agli obblighi previsti e non è necessario per la sua realizzazione che la condotta omissiva venga posta in essere con l'intenzione e la volontà di far mancare i mezzi di sussistenza alla persona bisognosa (Cass. Sez. 6, n. 24644 del 08/05/2014).

Il delitto si consuma nel momento in cui l'agente ha fatto mancare i mezzi di sussistenza all'avente diritto e, trattandosi di reato permanente, si protrae per il tempo della condotta. Non è possibile invocare l'errore di fatto, né l'ignoranza della legge penale sotto il profilo della sua inevitabilità, poiché l'obbligo sanzionato deriva da inderogabili principi di solidarietà, ben radicati nella coscienza della collettività, prima ancora che nell'ordinamento (Cass. Sez. 6, n. 35520 del 15/06/2011).

Secondo un orientamento il tentativo non è configurabile, secondo altro orientamento, invece è configurabile trattandosi di illecito commissivo (Cass. Sez. 6, n. 50097 del 25/09/2013).

Per ciò che concerne le scriminanti, l'indisponibilità da parte dell'obbligato dei mezzi economici necessari ad adempiere, si configura come tale soltanto se perdura per tutto il periodo di tempo in cui sono maturate le inadempienze e non è dovuta, anche solo parzialmente, a colpa dell'obbligato (Cass. pen., Sez. VI, 15 settembre 2016, n. 41697). Inoltre, in tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare mediante l'omesso versamento delle somme stabilite dal giudice della separazione per il mantenimento dei figli minori, lo stato di detenzione dell'obbligato può configurarsi quale scriminante a condizione che:

  1. il periodo di detenzione coincida con quello dei mancati versamenti;
  2. l'obbligato non abbia percepito comunque dei redditi;
  3. lo stesso si sia attivato per procurarsi legittimamente dei proventi presentando all'amministrazione penitenziaria la domanda per essere ammesso al lavoro all'interno o all'esterno del luogo di detenzione (Cass. pen., Sez. VI, 15 dicembre 2017, n. 2381).

Poiché è reato permanente che non può essere scomposto in una pluralità di reati omogenei, essendo unico ed identico il bene leso nel corso della durata dell'omissione, ne deriva che le cause di estinzione del reato operano non in relazione alle singole violazioni, ma solo al cessare della permanenza, che si verifica o con l'adempimento dell'obbligo eluso o, in difetto, con la pronuncia della sentenza di primo grado (Cass. pen., Sez. VI, 20 ottobre 2015, n. 45462).

 

In evidenza

In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, non vi è interdipendenza tra il reato di cui all'art. 570, comma 2 n. 2 c.p. e l'assegno liquidato dal giudice civile, sia che tale assegno venga corrisposto, sia che non venga corrisposto agli aventi diritto. L'illecito in questione è rapportato unicamente alla sussistenza dello stato di bisogno dell'avente diritto alla somministrazione dei mezzi indispensabili per vivere e al mancato apprestamento di tali mezzi da parte di chi, per legge, vi è obbligato (Cass. pen. Sez. VI, 5 febbraio 1998, n. 3450)

Rapporti con altri reati e concorso di reati

Il d.lgs. 21/2018 ha introdotto l'art. 570-bis c.p. (Violazione degli obblighi di assistenza familiare in caso di separazione o di scioglimento del matrimonio) secondo il quale: «le pene previste dall'articolo 570 si applicano al coniuge che si sottrae all'obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio ovvero viola gli obblighi di natura economica in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli». Tale articolo è il frutto dell'accorpamento di due normative che sono state conseguentemente abrogate, ovvero l'art. 12-sexies della l. 898/1970 (legge sul divorzio) che disponeva che «al coniuge che si sottrae all'obbligo di corresponsione dell'assegno dovuto a norma degli articoli 5 e 6 della suddetta legge si applicavano le pene previste dall'articolo 570 c.p.» e l'art. 3 della l. 54/2006 che disponeva che «in caso di violazione degli obblighi di natura economica si applicava l'articolo 12-sexies della legge 1 dicembre 1970, n. 898».

Secondo le S.U. il generico rinvio all'art. 570 c.p. doveva intendersi riferito alle pene alternative previste dal comma primo (Sez. unite, 31 gennaio 2013, n. 23866).

In merito alla configurabilità di concorso di reati, era sorto un contrasto giurisprudenziale. Secondo un orientamento “la condotta del genitore separato che fa mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori, omettendo di versare l'assegno di mantenimento, integra esclusivamente il reato di cui all'art. 570, comma 2, n. 2 c.p. nel quale è assorbita la violazione meno grave prevista dall'art. 12-sexies della legge 1 dicembre 1970, n. 898, richiamato dall'art. 3, legge 8 febbraio 2006, n. 54 (Cass. pen., Sez. VI, 10 novembre 2017, n. 57237); secondo un diverso orientamento, invece, «sussiste concorso formale eterogeneo e non rapporto di consunzione fra il delitto previsto dall'art. 12-sexies legge  898 del 1970 e quello previsto dall'art. 570, comma secondo, n. 2, c.p., qualora la mancata corresponsione dell'assegno divorzile faccia mancare al figlio minore i mezzi di sussistenza» (Cass. Sez. 6, n. 55064 del 13/09/2017).

Il delitto di maltrattamenti ex art. 572 c.p. e quello di violazione degli obblighi di assistenza familiare possono concorrere tra loro, avendo ad oggetto beni giuridici distinti, posti a tutela, il primo, della dignità della persona, e il secondo del rispetto dell'obbligo legale di assistenza nei confronti dei familiari (Cass. pen., Sez. VI, 24 novembre 2009, n. 4390).

I commi 1 e 2 dell'art. 570 c.p. possono concorrere tra loro in quanto configurano due reati autonomi e non una progressione criminosa che possa far ritenere assorbita la contestazione del comma primo nella seconda disposizione; non sono, quindi, in rapporto di continenza o di progressione criminosa, ma hanno ad oggetto fatti del tutto eterogenei nella loro storicità e considerazione sociale (Cass. pen., Sez. VI, 13 marzo 2012, n. 12307; Cass. pen., Sez. VI, 20 ottobre 2011, n. 3881).

Profili processuali

Procedibilità. Il delitto di violazione degli obblighi di assistenza familiare è procedibile a querela, salvo nei casi previsti dal comma 2 n. 1 e nel caso previsto dal comma 2 n. 2, se il reato è commesso nei confronti dei minori, in cui è procedibile d'ufficio

 

Misure cautelari. Quando si procede d'ufficio, possono essere disposte: la misura cautelare personale dell'allontanamento dalla casa familiare ai sensi dell'art. 282-bis, comma 6, c.p.p. se il delitto è commesso in danno dei prossimi congiunti o del convivente, anche al di fuori dei limiti di pena previsti dall'art. 280 c.p.p. e anche con le modalità di controllo previste dall'art. 275-bis c.p.p. (mezzi elettronici o altri strumenti tecnici); l'allontanamento d'urgenza dalla casa familiare con il divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa ai sensi dell'art. 384-bis c.p. da parte degli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria, previa autorizzazione del Pubblico Ministero, quando il soggetto sia colto nella flagranza dei reati di cui all'art. 282-bis, comma 6, che comprende il reato ex art. 570 c.p. quando sussistono fondati motivi che fanno ritenere che le condotte criminose possano essere reiterate ponendo in grave e attuale pericolo la vita o l'integrità fisica o psichica della persona offesa.

 

Termini di prescrizione. Il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare è reato permanente che si protrae unitariamente per tutto il periodo in cui perdura l'omesso adempimento, con la conseguenza che, anche con riferimento alla fase iniziale della condotta illecita, il termine di prescrizione inizia a decorrere dalla cessazione della permanenza, coincidente con il sopraggiunto pagamento o con l'accertamento della responsabilità nel giudizio di primo grado (Cass. pen., Sez. VI, 4 dicembre 2013, n. 51499).

Quando la condotta è contestata con l'individuazione della sola data d'inizio, il termine di prescrizione decorre dalla data della sentenza di condanna di primo grado e non da quella di emissione del decreto di citazione, qualora sia emerso, nel corso del giudizio, che la condotta omissiva si è protratta anche dopo l'esercizio dell'azione penale (Cass. pen., Sez. VI, 15 marzo 2016, n. 16561; Cass. pen., Sez. VI, 22 luglio 2015, n. 33220).

 

Competenza territoriale. Ai fini della determinazione della competenza territoriale per il reato di cui all'art. 570, comma 2, n. 2 c.p., deve aversi riguardo al luogo di effettiva dimora dell'avente diritto alla prestazione dei mezzi di sussistenza (Cass. pen., Sez. VI, 29 maggio 2014, n. 23017).

 

Particolare tenuità del fatto. La causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto di cui all'art. 131-bis c.p. non può essere dichiarata qualora venga reiteratamente omessa la condotta di omessa corresponsione dell'assegno divorzile, configurandosi un'ipotesi di "comportamento abituale" ostativa al riconoscimento del beneficio (Cass. pen., Sez. II, 10 maggio 2016, n. 23020).

Quando si procede per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, la modesta entità del contenuto dell'obbligo contributivo imposto e non adempiuto non è di per sé sufficiente a configurare la causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto, avendo rilievo, a tal fine, le modalità e la durata della violazione (Cass. pen., Sez. VI, 15 settembre 2015, n. 44683).

 

Compiti del giudice. Ai fini della configurabilità del reato previsto dall'art. 570, comma 2, n. 2, c.p., nell'ipotesi di corresponsione parziale dell'assegno stabilito in sede civile per il mantenimento, il giudice penale deve accertare se tale condotta abbia inciso apprezzabilmente sulla disponibilità dei mezzi economici che il soggetto obbligato è tenuto a fornire ai beneficiari, tenendo inoltre conto di tutte le altre circostanze del caso concreto, ivi compresa la oggettiva rilevanza del mutamento di capacità economica intervenuta, in relazione alla persona del debitore, mentre deve escludersi ogni automatica equiparazione dell'inadempimento dell'obbligo stabilito dal giudice civile alla violazione della legge penale (Cass. pen., Sez. II, 10 febbraio 2017, n. 24050; Cass. Sez. 6, n. 12400 del 12/01/2017; Cass. pen., Sez. VI, 10 novembre 2015, n. 49465).

Casistica

 Decadenza dalla potestà genitoriale

In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, il provvedimento di decadenza dalla potestà genitoriale non fa venire meno la permanenza del reato di cui all'art. 570 c.p., lasciando inalterati i doveri di natura economica e morale del genitore decaduto (Cass. pen., Sez. VI, n. 43288/2009)

 Disconoscimento di paternità

Ai fini dell'integrazione del delitto di violazione degli obblighi di assistenza familiare, il disconoscimento di paternità, sebbene accertato con sentenza passata in giudicato, opera ex nunc e non ex tunc, atteso che il rapporto di discendenza cui fa riferimento la fattispecie incriminatrice è collegato ad una situazione ex lege, non alla filiazione naturale, con la conseguenza che l'elemento materiale del reato non può ritenersi cancellato dal successivo accertamento dell'inesistenza del rapporto di filiazione (Cass. pen., Sez. VI, n. 27051/2008)

 

 

 

 

Art. 570, comma 2, n. 2

È configurabile il reato di violazione dell'obbligo di assistenza familiare di cui all'art. 570, comma 2 n. 2, c.p., nel caso in cui il genitore obbligato si limiti a prestare garanzie patrimoniali, per debiti contratti nell'interesse del minore, non seguite da un effettivo adempimento mediante esborso delle somme dovute (In motivazione la S.C ha specificato che l'obbligo di mantenimento, la cui violazione è sanzionata penalmente, va inteso quale concreta prestazione dei mezzi di sussistenza tramite dazione di denaro o soddisfacimento diretto dei bisogni del minore) (Cass. pen., Sez. III, n. 115652017)

 

Nel caso in cui la condotta violatrice dell'art. 570 c.p. si esplichi nell'omissione da parte del genitore non affidatario dei mezzi di sussistenza ai figli minori o inabili al lavoro, il reato sussiste anche se l'altro genitore provvede in via sussidiaria a corrispondere ai bisogni della prole; infatti, l'eventuale convincimento del genitore inadempiente di non essere tenuto, in tale situazione, all'assolvimento del suo primario dovere, non integra un'ipotesi di ignoranza scusabile di una norma che corrisponde ad un'esigenza morale universalmente avvertita sul piano sociale (Cass. pen., Sez. VI, n. 34675/2016)

 

In materia di violazione degli obblighi di assistenza familiare, la minore età dei discendenti, destinatari dei mezzi di sussistenza, rappresenta "in re ipsa" una condizione soggettiva dello stato di bisogno, che obbliga i genitori a contribuire al loro mantenimento, assicurando i predetti mezzi di sussistenza; ne deriva che il reato di cui all'art. 570, comma 2 c.p. sussiste anche quando uno dei genitori ometta la prestazione dei mezzi di sussistenza in favore dei figli minori o inabili, ed al mantenimento della prole provveda in via sussidiaria l'altro genitore (Cass. pen., Sez. VI, n. 53607/2014).

 

Ai fini della configurabilità del reato di cui all'art. 570, comma 2 n. 2, c.p., l'obbligo di procurare i mezzi di sussistenza ad un figlio minore sussiste indipendentemente dalla formale attribuzione della responsabilità genitoriale, essendo irrilevante la mancanza del riconoscimento giudiziale della paternità, anche ove il compimento di tale atto venga ostacolato dall'altro genitore naturale. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto immune da vizi la sentenza impugnata che aveva affermato la responsabilità dell'imputato il quale, nell'ambito di un rapporto connotato da marcata conflittualità con la madre del bambino, aveva rifiutato ogni prestazione economica fino alla pronuncia giudiziale ed alla conseguente fissazione, da parte del giudice, della somma mensile dovuta per il mantenimento, in seguito regolarmente versata) (Cass. pen., Sez. VI, n. 53123/2014).

 

Ai fini della configurabilità del reato di cui all'art. 570, comma 2, c.p. l'obbligo gravante sul padre naturale di non far mancare i mezzi di sussistenza al figlio minore non nato in costanza di matrimonio sussiste sin dalla nascita del minore e non dalla data dell'accertamento giudiziale della paternità, ferma restando la necessità di accertare che il genitore inadempiente, anche prima della sentenza di accertamento, fosse consapevole del suo "status". (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che il giudice di merito avesse correttamente motivato in ordine alla sussistenza della predetta consapevolezza, alla luce sia delle informazioni prontamente fornite dalla madre del minore all'imputato fin dalla fase della gestazione, sia dalla successiva condotta tenuta da quest'ultimo, rifiutatosi sistematicamente di effettuare gli accertamenti sanitari idonei a far chiarezza sulla paternità) (Cass. pen., Sez. VI, n. 51215/2014).

 

In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, lo stato di bisogno e l'obbligo del genitore di contribuire al mantenimento dei figli minori non vengono meno quando gli aventi diritto siano assistiti economicamente da terzi, anche in relazione alla percezione di eventuali elargizioni a carico della pubblica assistenza. (In applicazione del principio, la S.C. ha giudicato corretta la decisione impugnata che aveva affermato la sussistenza del reato sebbene l'avente diritto, figlia minore dell'imputato, percepisse un contributo mensile dallo Stato quale compagna di un collaboratore di giustizia) (Cass. pen. Sez. VI, n. 46060/2014)

 

In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, integra il reato di cui all'art. 570, comma 2, n. 2, c.p., la condotta del soggetto obbligato che, non versando in uno stato di indigenza, determinativo dell'assoluta impossibilità di contribuire al mantenimento della prole, si limita ad effettuare versamenti occasionali, ovvero sostituisce arbitrariamente la somma di danaro stabilita dal giudice civile con "regalie" di beni voluttuari o comunque inidonei ad assicurare il quotidiano soddisfacimento delle esigenze primarie (Cass. pen., Sez. VI, n. 23017/2014)

 

Integra il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare la mancata prestazione da parte del soggetto obbligato e capace di provvedervi, a fronte di grave patologia invalidante del familiare, di quei mezzi necessari per integrare le spese delle cure mediche non assicurate nella forma dell'assistenza diretta e gratuita degli enti di previdenza, nonché la mancata osservanza dell'ulteriore dovere di assicurarsi, a mezzo di costanti rapporti personali, dello effettivo stato di bisogno del predetto familiare (Cass. pen., Sez. VI, n. 26494/2014)

 

In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, l'ammissione dell'imputato al patrocinio a spese dello Stato non costituisce prova della sua impossibilità a versare l'assegno dovuto, sia perché il beneficio è previsto anche per chi percepisca un reddito non simbolico, sia perché il provvedimento di ammissione non può considerarsi un'attestazione ufficiale dello stato di impossidenza, essendo basato sulla mera autocertificazione dell'interessato ed essendo quindi suscettibile di revoca, all'esito dei successivi controlli (Cass. pen., Sez. VI, n. 31124/2014)

 

Integra la fattispecie delittuosa prevista dal comma 2, n. 2 dell'art. 570 c.p. anche l'inadempimento parziale dell'obbligo di corresponsione dell'assegno alimentare quando le somme versate non consentano ai beneficiari di far fronte alle loro esigenze fondamentali di vita, quali vitto, alloggio, vestiario ed educazione (Cass. pen. Sez. VI, n. 13900/2012).

 

L'obbligazione, penalmente rilevante ex art. 570, comma 2 c.p., in capo al padre naturale di non far mancare i mezzi di sussistenza al figlio minore non nato in costanza di matrimonio presuppone la prova della filiazione da acquisirsi mediante l'atto di riconoscimento formale ovvero mediante altro modo consentito, non esclusa eventualmente l'applicazione della pregiudiziale di stato ai sensi e per gli effetti dell'art. 3 c.p.p. (Nella specie, la Corte ha cassato la sentenza che aveva condannato il padre naturale, ritenendo provato il rapporto di filiazione sulla scorta delle sole dichiarazioni della madre) (Cass. pen., Sez. VI, n. 15952/2012)

 

In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, lo stato di bisogno non è escluso dall'intervento di terzi, coobbligati od obbligati in via subordinata, sicché il reato si configura anche se taluno di questi si sostituisca all'inerzia del soggetto tenuto alla somministrazione dei mezzi di sussistenza (Cass. pen., Sez. VI, n. 40823/2012)

 

Il soggetto obbligato a fornire i mezzi di sussistenza non può opporre, a titolo di compensazione, al fine di escludere la ipotizzabilità del reato di cui all'art. 570 c.p., un suo credito verso l'avente diritto (Cass. pen., Sez. V, n. 9600/2011).

 

In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, il soggetto obbligato non può liberarsi dagli stessi adducendo che il minore cui si fanno mancare i mezzi di sussistenza non sia il proprio figlio, dovendosi ritenere necessario al riguardo il passaggio in giudicato della sentenza civile che accolga la relativa domanda di disconoscimento della paternità (Cass. pen., Sez. VI, n. 8998/2010)

 

Ai fini della configurabilità del delitto di violazione degli obblighi di assistenza familiare, il soggetto obbligato in sede di separazione legale dei coniugi non ha la facoltà di sostituire, di sua iniziativa, la somma di denaro stabilita dal giudice civile a titolo di contributo per il mantenimento della prole con "cose" o "beni" che, secondo una sua scelta arbitraria, meglio corrispondano alle esigenze del minore beneficiario (Nel caso di specie si trattava di due "computers" portatili, di capi di abbigliamento e di uno strumento musicale) (Cass. pen., Sez. VI, n. 8998/2010)

 

Ai fini della configurabilità del delitto cui all'art. 570, comma 2, n. 2, c.p., l'obbligo di fornire i mezzi di sussistenza al figlio minore ricorre anche quando vi provveda in tutto o in parte l'altro genitore con i proventi del proprio lavoro e con l'intervento d'altri congiunti, atteso che tale sostituzione non elimina lo stato di bisogno in cui versa il soggetto passivo (Fattispecie in cui è stato ritenuto inidoneo a garantire le esigenze primarie vita l'importo - pari a circa 500 euro - versato dall'imputato alla figlia minore rispetto a quello imposto dal giudice civile - pari a 1000 euro -, tenuto conto delle concrete possibilità economiche dell'obbligato, titolare di due studi odontoiatrici e valutata l'irrilevanza della situazione economica dell'altro genitore) (Cass. pen., Sez. VI, n. 14906/2010).

 

Ai fini della configurabilità del delitto di cui all'art. 570, comma 2, n. 2 c.p. l'obbligo di assicurare i mezzi di sussistenza ai figli di minore età grava su entrambi i genitori e permane indipendentemente dalle vicissitudini dei rapporti coniugali, nè l'assolvimento del predetto obbligo da parte di uno dei genitori o anche da altri congiunti esenta in alcun modo l'altro (Cass. pen., Sez. VI, n. 27051/2008).

 

Il delitto è configurabile anche in mancanza di un provvedimento giudiziale di separazione, in quanto l'obbligo morale e giuridico di contribuire al mantenimento dei figli grava sui genitori anche in caso di separazione di fatto (Cass. pen., Sez. III, n. 17843/2008)

 

In tema di violazione degli obblighi di assistenza famigliare, la dichiarazione di fallimento non è di per sè solo sufficiente a far venire meno l'obbligo di fornire i mezzi di sussistenza alla famiglia qualora non risulti provato che le difficoltà economiche dello imputato vi siano tradotte in stato di vera e propria indigenza economica e nell'impossibilità di adempiere, sia pure in parte alla suddetta prestazione (Cass. pen., Sez. VI, n. 5780/1995)

 

Per la sussistenza del delitto di violazione degli obblighi di assistenza familiare, previsto dall'art. 570, comma 2, c.p., in presenza del totale inadempimento da parte dell'obbligato degli obblighi impostigli, non rileva che il soggetto passivo svolga saltuariamente un lavoro retribuito, ma occorre che dalla attività lavorativa egli tragga quanto occorre per far fronte con dignità alle elementari necessità di vita (Cass. pen., Sez. VI, n. 4636/1994)

 

Non integra il reato di cui all'art. 570, comma 2, c.p. la mancata corresponsione dei mezzi di sussistenza a figli maggiorenni non inabili a lavoro, anche se studenti. L'onere di prestare i mezzi di sussistenza, penalmente sanzionato, ha infatti un contenuto soggettivamente e oggettivamente più ristretto di quello delle obbligazioni previste dalla legge civile. In ipotesi potrà sussistere la fattispecie delittuosa di cui all'art. 388 c.p. sempreché ricorrano i requisiti da tale norma previsti (compimento di atti fraudolenti diretti ad eludere gli obblighi di cui trattasi) (Cass. pen., Sez. VI, n. 895/1993)

 

Ai fini della configurabilità del reato di omessa corresponsione dell'assegno di mantenimento in favore del coniuge, previsto dall'art. 570 c.p., è necessaria la sussistenza dello stato di bisogno della persona offesa, che, pertanto, deve essere oggetto di specifica dimostrazione; ne consegue che l'accertata disponibilità da parte della P.O. di una fonte di reddito non produttiva, (nella specie un bene immobile non concesso in locazione), costituisce elemento idoneo ad elidere tale requisito, salvo che non risulti che la sua improduttività non sia ascrivibile ad una libera scelta della persona offesa ovvero che il reddito ricavabile, per la sua esiguità, non sia, comunque, sufficiente ad eliminare lo stato di bisogno (Cass. pen., Sez. VI, n. 48548/2016).

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