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Udienza camerale

Sommario

Inquadramento | Il modello e le sue derivazioni | Ambito di applicazione dell'art. 127 c.p.p. | Il procedimento | Il provvedimento conclusivo |

Inquadramento

L'espressione camera di consiglio è utilizzata nel codice in riferimento a due situazioni diverse. L'art. 125, comma 4, la impiega per indicare il luogo in cui il giudice si ritira in segreto per formare il suo convincimento sulla singola questione oggetto di decisione. L'art 127 c.p.p. disciplina, invece, il modello generale di procedimento in camera di consiglio. In questo caso per camera di consiglio s'intende la modalità di svolgimento di un'attività giurisdizionale, alla quale le parti e le altre persone interessate hanno il diritto di partecipare. Viene in rilievo in questo caso una procedura semplificata da adottarsi quando occorre assumere una decisione in tempi brevi. La scelta di predisporre un modello di riferimento per tutti i procedimenti da svolgersi in camera di consiglio risponde ad esigenze di economia processuale dal momento che sgrava il legislatore del compito di predisporre una specifica disciplina per ogni singolo procedimento camerale e agevola l'interprete nella ricostruzione della normativa.

Il modello tipico di udienza camerale si connota per la mancanza di alcune “solennità” tipiche del dibattimento tra cui l'assenza del pubblico (art. 127, comma 6) e la non necessaria partecipazione delle parti, delle persone interessate e dei loro difensori.

Come meglio vedremo, mentre l'assenza di pubblicità è una caratteristica comune a tutti i procedimenti in camera di consiglio, la non necessaria partecipazione dei destinatari dell'avviso di fissazione della udienza è un requisito che non costituisce una costante del rito in questione.

Il modello e le sue derivazioni

Come anticipato l'udienza camerale si caratterizza per l'assenza del pubblico (art. 127, comma 6) e per la non necessaria partecipazione delle parti, delle persone interessate e dei loro difensori.

L'assenza di pubblicità costituisce una vistosa eccezione all'opposta regola del carattere pubblico delle udienze penali (art. 471 c.p.p.) che, oltre ad essere espressamente riconosciuta nelle convenzioni internazionali relative ai diritti della persona, è dotata altresì di rilevanza costituzionale in forza del disposto dell'art. 101, comma 1, Cost. La scelta del legislatore di rinunciare in taluni casi alla pubblicità è stata oggetto di numerose questioni di legittimità costituzionale, sollevate soprattutto con riferimento alla disciplina di quei procedimenti camerali “idonei a dar luogo ad una pronuncia conclusiva del grado di giudizio”. Infatti, se la carenza di pubblicità può essere tollerata nell'ambito di procedimenti camerali aventi ad oggetto questioni incidentali (es. in tema di ricusazione, rimessione, conflitti di competenza) è certamente più difficile da giustificare quando il rito camerale è destinato a sfociare in una pronuncia sui fatti oggetto di imputazione. Nondimeno la Corte costituzionale nelle sue prime pronunce ha escluso profili di illegittimità nella prescrizione dell'assenza di pubblicità per i riti camerali ritenendo che rientrasse nella sfera di discrezionalità del legislatore ordinario bilanciare i contrapposti interessi (Corte cost. 27 luglio 1992, n. 373; Corte cost. 6 giugno 1991, n. 251; Corte cost. 24 maggio 1991, n. 230).

La problematica dell'assenza di pubblicità è divenuta nuovamente attuale a seguito di alcune pronunce della Corte di Strasburgo che hanno ritenuto la disciplina del procedimento di prevenzione confliggente con l'art. 6, § 1, Cedu nella parte in cui non consente ai soggetti coinvolti in un procedimento per l'applicazione di una misura di prevenzione di sollecitare lo svolgimento di una pubblica udienza (Corte Edu 2 febbraio 2010, Leone c. Italia; Corte Edu 5 gennaio 2010, Bongiorno c. Italia; Corte Edu 8 luglio 2008, Perre c. Italia; Corte Edu 13 novembre 2007, Bocellari e Rizza c. Italia). La Corte Edu non ha censurato l'assenza di pubblicità in quanto tale ma la mancata previsione della possibilità per l'interessato di ottenere, a richiesta, la celebrazione di una udienza pubblica.

La presa di posizione del giudice di Strasburgo è alla base del mutato orientamento della Corte costituzionale la quale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 4, l. 27 dicembre 1956, n. 1423 e dell'art. 2-ter, l. 31 maggio 1965, n. 575 nella parte in cui non consentono che su istanza degli interessati il procedimento per l'applicazione delle misure di prevenzione si svolga davanti al tribunale e alla Corte d'appello in udienza pubblica (Corte cost. 12 marzo 2010, n. 93). La Corte ha invece ritenuto infondata la Q.L.COMMA delle medesime norme nella parte in cui non consentono che, a richiesta di parte, il ricorso per cassazione in materia di misure di prevenzione venga trattato in udienza pubblica, sul rilievo che il diritto degli interessati di chiedere la pubblica udienza davanti ai tribunali (giudici di prima istanza) e alle Corti d'appello – riconosciuto per effetto della declaratoria di incostituzionalità del 2010 – sia sufficiente a garantire la conformità del nostro ordinamento alla Cedu senza che occorra estendere il suddetto diritto al giudizio davanti alla Corte di cassazione (Corte cost. 11 marzo 2011, n. 80).

 

In evidenza

Da segnalare che successivamente la Consulta, senza che in merito vi fosse qualche pronunciamento della Corte di Strasburgo è intervenuta per allineare la disciplina dei procedimenti di applicazione delle misure di sicurezza. Nello specifico ha dichiarato costituzionalmente illegittimo il combinato disposto degli artt. 666, comma 3, e 678, comma 1, e 679, comma 1, nella parte in cui non consentono che su istanza degli interessati il procedimento per l'applicazione delle misure di sicurezza si svolga davanti al magistrato di sorveglianza e al tribunale di sorveglianza nelle forme dell'udienza pubblica (Corte cost. 21 maggio 2014, n. 135). Da ultimo v. Corte cost. 5 giugno 2015, n.97, relativamente alla disciplina del procedimento di sorveglianza, nonché Corte Cost. 15 giugno 2015, n. 109, relativamente al procedimento per l'applicazione della confisca in sede di esecuzione.

 

La semplificazione delle forme che caratterizza il procedimento camerale si coglie anche nella previsione della partecipazione meramente eventuale delle parti.

Dispone, infatti, l'art 127, comma 3 che “il pubblico ministero, gli altri destinatari dell'avviso nonché i difensori sono sentiti se compaiono”. Mediante tale previsione si realizza un affievolimento del contraddittorio, rispetto alla disciplina dibattimentale, dal momento che è rimesso alla scelta delle parti (o, più in generale, degli interessati) la decisione di partecipare all'udienza e, in tale sede, di essere sentiti.

A differenza dell'assenza di pubblicità, questa caratteristica del rito camerale non costituisce una costante di tutti i procedimenti che si svolgono in camera di consiglio.

In tema di contraddittorio nel procedimento camerale è dato riscontrare nel codice diverse varianti.

Un primo insieme di procedimenti camerali è rappresentato dai riti camerali a contraddittorio c.d. eventuale, definiti anche a contraddittorio orale non necessario, per sottolineare il carattere assolutamente facoltativo dell'opzione rimessa alle parti, di intervenire in udienza. Questa categoria comprende numerosi riti che si rifanno al modello tipico dell'art. 127 c.p.p. per ciò che concerne la previsione di cui al comma 3 in tema di partecipazione delle parti, degli interessati e dei difensori (v. ad es. i procedimenti disciplinati dagli artt. 32, 48, 309, comma 9, 311, comma 5, 324, comma 2, 409, comma 2, 406, comma 5, 599, comma 1, 447, comma 2, 625-bis c.p.p.).

Una seconda categoria, invece, ricomprende i c.d. procedimenti a contraddittorio necessario che si caratterizzano per un rafforzamento del contraddittorio rispetto al modello delineato dall'art. 127 c.p.p., dal momento che il legislatore, in ragione delle peculiari materie che vengono affrontate mediante tali procedure, impone la partecipazione necessaria di entrambe le parti (v. ad es. i procedimenti disciplinati dagli artt.420, comma 1, 441, comma 1, 401, comma 1, 469, 599, comma 3, 666, comma 4, 678,comma 1, c.p.p.).

Una terza categoria accomuna procedimenti che si caratterizzano per un affievolimento del contraddittorio rispetto alle prescrizioni dell'art. 127. Vi rientrano quei procedimenti caratterizzati dalla sostituzione del contraddittorio nella sua massima espressione, ossia quella orale, con una forma dialogica solo scritta (es. i procedimenti in Cassazione ex art. 611 c.p.p., la proroga non contestata del termine per le indagini).

L'ultima categoria è quella dei c.d. procedimenti de plano i quali si caratterizzano per una vera e propria menomazione del contraddittorio. Il legislatore stabilisce in questa casi che il giudice decida senza formalità di procedura e ciò lo autorizza ad assumere una decisione senza consultare nessuno (es. la decisione sulla richiesta di astensione di cui all'art. 36,comma 3,c.p.p.).

Ambito di applicazione dell'art. 127 c.p.p.

Uno degli aspetti più problematici nell'analisi della disciplina del procedimento camerale è quello relativo all'individuazione dell'ambito di applicazione dell'art. 127 c.p.p. I dubbi sorgono non quando il legislatore opera un rinvio espresso alla norma in questione al fine di garantirne l'integrale applicazione o per apportare alcune varianti ma nei casi in cui manca un esplicito rinvio al modello delineato dall'art. 127 c.p.p. In questi casi gli interpreti e la giurisprudenza oscillano tra diverse soluzioni interpretative.

Secondo una prima impostazione, accolta soprattutto dalla giurisprudenza più risalente e da una dottrina minoritaria, l'art. 127 c.p.p. trova applicazione solo nelle ipotesi in cui è espressamente richiamato (Cass. pen., Sez. I, 19 settembre 1991). Al di fuori di questi casi la decisione è assunta de plano, quale che sia la forma del provvedimento del giudice.

Secondo l'orientamento prevalente, al contrario, le prescrizioni dell'art. 127 c.p.p. trovano applicazione anche quando il legislatore omette un rinvio espresso alla norma ma si limita a richiamare le forme del procedimento in camera di consiglio in quanto tale disposizione ha valenza generale (Cass. pen., Sez. VI, 12 febbraio 1992). Infine, secondo un ulteriore orientamento l'art. 127 c.p.p. delinea un modus procedendi che deve essere seguito ogni qualvolta il giudice è chiamato a decidere al di fuori dell'udienza dibattimentale, salvo eccezioni normative espresse.

L'esistenza di differenti orientamenti spiega le diverse questioni interpretative sorte in tema di procedimento per la proroga della custodia cautelare in carcere (art. 305, comma 2, c.p.p.), di procedimento per la restituzione nel termine (art. 175 c.p.p.), di procedimento per la declaratoria di inammissibilità delle impugnazioni (art. 591 c.p.p.).

A tale proposito pare opportuno precisare che:

  • in tema di procedimento per la proroga della custodia cautelare di cui all'art. 305, comma 2, si è dibattuto in ordine alle formalità da seguire a fronte di una scarna disciplina che si limita a prevedere che la proroga è disposta dal giudice con ordinanza “sentiti il pubblico ministero e il difensore”. La necessaria applicazione dell'art. 127 c.p.p. è sempre stata esclusa dalla giurisprudenza la quale in alcuni casi ha ipotizzato come necessaria l'instaurazione di un contraddittorio orale, realizzato in tempi brevi e fuori udienza (Cass. pen., Sez. I, 17 febbraio 1992), in altri casi ha ritenuto sufficiente un contraddittorio scritto (Cass. pen., Sez. I 24 ottobre 1991) e, in altri casi ancora, ha sostenuto che le forme e i tempi della proroga dipendono da una scelta discrezionale del giudice il quale può anche adottare il modello camerale tipico di cui all'art. 127 c.p.p. (Cass. pen., Sez. II, 17 dicembre 1996). Quest'ultima impostazione ha ricevuto l'avallo della Corte costituzionale (Corte cost. 15 settembre 1995, n.  434) e successivamente della Cassazione a Sezioni unite (Cass. pen., Sez. un., 25 giugno 1997, n. 6);
  • in tema di procedimento per la restituzione nel termine ex art. 175 c.p.p. si è posta analoga questione a fronte di una disciplina che si limita ad individuare il giudice competente e la forma del provvedimento senza nulla statuire in ordine all'instaurazione di un contraddittorio tra le parti. A fronte di un quadro normativo tanto laconico la giurisprudenza si è divisa: da un lato si è sostenuto che il giudice possa provvedere de plano (Cass. Sez. II, 28 gennaio 2005, n. 8773)dall'altro si è sostenuta la necessità dell'instaurazione di un contraddittorio (Cass. pen., Sez. II, 11 novembre 2005, n. 46207). La Sezioni unite hanno composto il contrasto affermando che è legittimo provvedere de plano sulla richiesta di restituzione nel termine (Cass. pen., Sez. un., 11 aprile 2006, n. 14991);
  • in tema di dichiarazione di inammissibilità delle impugnazioni (eccettuata la declaratoria di inammissibilità del ricorso per cassazione per la quale è prevista una disciplina specifica) l'orientamento prevalente ritiene che il giudice possa provvedere de plano (Cass. pen., Sez. VI, 22 novembre 2011, n. 48752). A fondamento di tale orientamento depongono  molteplici argomenti, non ultimo il fatto che la delibazione assunta dal giudice in assenza di contraddittorio non contrasta con il diritto di difesa essendo quest'ultimo garantito ampiamente dalla possibilità di esperire un rimedio successivo che nella specie è il ricorso per cassazione (Cass. pen., Sez. V, 2 luglio 2010,n. 37289). Da segnalare un orientamento, benché minoritario, che muovendo dalla considerazione che il contraddittorio è imposto dall'art. 111 Cost. ritiene che anche le ordinanze dichiarative dell'inammissibilità delle impugnazioni debbano essere pronunciate non de plano ma nell'osservanza del principio del contraddittorio (Cass. pen., Sez. III, 25 novembre 2003, n. 2021).

Il procedimento

Il procedimento, generalmente sollecitato da una specifica richiesta di parte, inizia con la fissazione della data dell'udienza, da parte del giudice o del presidente del collegio, mediante decreto. Tale provvedimento, il quale deve indicare la data dell'udienza, l'oggetto della stessa e l'avviso che le parti possono consultare gli atti in cancelleria, deve essere comunicato al pubblico ministero e notificato alle parti, alle altre persone interessate e ai loro difensori almeno dieci giorni liberi prima della data fissata per l'udienza.

A proposito dei destinatari dell'avviso non poche incertezze interpretative ha fatto sorgere il riferimento alle altre persone interessate richiamate accanto alle parti e ai difensori. Mediante tale locuzione il legislatore ha inteso riconoscere il diritto ad esser informati dell'instaurazione del procedimento camerale anche a coloro che hanno una posizione correlata all'oggetto del procedimento, in qualche modo distinguibile da quella delle parti (es. il giudice ricusato nel procedimento ex art. 41 c.p.p., il terzo proprietario dei beni assoggettati a sequestro nel procedimento di riesame o, più semplicemente, la persona offesa dal reato).

I destinatari di tale avviso hanno la facoltà di produrre documenti oltre che memorie nella cancelleria del giudice fino a cinque giorni prima dell'udienza (nel senso che tale termine deve essere osservato a pena di inammissibilità nel procedimento camerale d'appello. Cass. pen., Sez. I, 25 gennaio 2012, n. 4793).

Il procedimento camerale si svolge nel contesto spaziale e temporale dell'udienza e senza la presenza del pubblico. Nel caso di giudice collegiale è prevista la relazione di uno dei componenti (art. 45 disp att. e coord. c.p.p.), l'omissione della stessa non è comunque causa di nullità (Cass. pen., Sez. VI, 30 luglio 1992). Secondo la giurisprudenza opera in tale procedimento il principio dell'immutabilità del giudice, sancito dall'art. 525, comma 2,c.p.p., la cui inosservanza produce una nullità di ordine generale ex art. 17,9 comma 2,c.p.p., investendo la capacità del giudice (Cass. pen., Sez. I, 11 maggio 1993; vedi però, per un attenuazione di tale affermazione di principio Cass. pen., Sez. I, 17 dicembre 1991 nonché Cass. pen., Sez. VI, 8 gennaio 2009, n. 5912).

La presenza delle parti, degli altri interessati e dei loro difensori non è prevista come necessaria nel modello ordinario. Talvolta è il legislatore a rafforzare tale garanzia prescrivendo come necessaria la presenza del difensore, come nell'udienza preliminare (art. 420, comma 1, c.p.p.), nell'incidente probatorio (art. 401, comma 1, c.p.p.), nell'udienza per l'emissione della sentenza di proscioglimento predibattimentale (art. 469, c.p.p.), nell'udienza camerale per la rinnovazione dell'istruzione in grado di appello (art. 599, comma 3, c.p.p.) nonché nelle udienze dei procedimenti d'esecuzione (artt. 666, comma 4, e 678, comma 1, c.p.p.) e di estradizione passiva.

Tutti i destinatari sono sentiti se presenti, non necessariamente nell'ordine fissato dall'art. 523 c.p.p., per il dibattimento. Secondo la giurisprudenza, infatti, il mancato rispetto di tale norma è del tutto irrilevante e non produce nullità (Cass. pen., Sez. III, 25 giugno 2010, n. 27595; Cass. pen., Sez. VI, 26 giugno 2005, n. 9250).

Quanto alle forme è bene precisare che l'espressione sono sentiti, se comparsi non deve essere intesa come un vincolo per il giudice a raccogliere le dichiarazioni dei comparsi, al contrario l'audizione deve avvenire sempre ed esclusivamente a richiesta della parte stessa o dell'interessato.

L'imputato e il condannato in stato di detenzione hanno diritto di essere sentiti, se ne fanno richiesta e purché detenuti nello stesso luogo in cui ha sede il giudice: in caso di loro legittimo impedimento l'udienza deve essere rinviata a pena di nullità (art. 127, commi 4 e 5, c.p.p.).

Se, invece, l'imputato o il condannato sono detenuti in luogo diverso da quello in cui ha sede il giudice, alla loro audizione deve procedere, a pena di nullità, il magistrato di sorveglianza prima che abbia luogo l'udienza in camera di consiglio. Investita di una Q.L.C. relativa all'art. 309, comma 8, c.p.p. la Corte costituzionale ha dichiarato la questione infondata affermando che la disposizione censurata non vieta la comparizione personale dell'imputato “se questi ne ha fatto richiesta o il giudice ritiene opportuno disporne d'ufficio la traduzione” (Corte cost. 31 gennaio 1991, n. 45). La conclusione cui è pervenuta la Consulta non ha chiarito se l'imputato abbia o meno il diritto di pretendere la propria partecipazione all'udienza camerale; da qui il profilarsi di un contrasto interpretativo tra l'indirizzo secondo cui la partecipazione all'udienza non sarebbe un diritto soggettivo perfetto in quanto condizionato alla scelta discrezionale del giudice (Cass. pen., Sez. VI, 2 maggio 1995) e l'orientamento secondo cui a fronte di una esplicita richiesta dell'imputato il giudice sarebbe obbligato a disporre la traduzione (Cass. pen., Sez. V, 16 marzo 1994).Quest'ultima soluzione è stata accolta dalle Sezioni unite le quali hanno anche precisato che, dopo l'intervento del giudice delle leggi, le problematiche derivanti dall'omessa traduzione dell'indagato o dell'imputato all'udienza camerale si pongono negli stessi termini sia che tali soggetti siano detenuti all'interno della circoscrizione del giudice sia che risultino ristretti al di fuori di essa (Cass. pen., Sez. un. 22 novembre 1995, n. 40; da ultimo Cass. pen., Sez. Un., 24 giugno 2010, n. 35399).

Unica ipotesi di differimento dell'udienza camerale è quella dell'impedimento dell'imputato o condannato che abbia chiesto di essere sentito personalmente, salvo che sia detenuto o internato in luogo diverso dalla sede del giudice. A fronte dell'evoluzione giurisprudenziale che è giunta a riconoscere il diritto a partecipare all'udienza camerale a ciascun imputato che ne faccia richiesta indipendentemente dall'ubicazione dello stesso, deve ritenersi – nonostante il tenore letterale della norma – che l'udienza debba essere sempre rinviata anche quando ad essere legittimamente impedito sia il detenuto fuori sede che ha chiesto di intervenire (Cass. pen., Sez. un., 24 giugno 2010, n. 35399).

Il legittimo impedimento del difensore non dà luogo a rinvio dell'udienza camerale poiché l'art. 127 c.p.p. non lo prevede e, anzi, postula come non obbligatoria la presenza del difensore e del pubblico ministero.

Quest'orientamento già espresso in numerose pronunce in tema di riesame (cfr., ex multis, Cass. pen., Sez. III, 24 aprile 1995) e di appello ex art. 599 c.p.p. (Cass. pen., Sez. IV, 17 marzo 2005, n. 20576), è stato confermato dalle Sezioni unite le quali hanno escluso che l'impedimento legittimo del difensore possa essere invocato nei procedimenti in camera di consiglio per ottenere un differimento dell'udienza (Cass. pen., Sez. un., 22 settembre 2006).

Si tratta di una impostazione che non ha ceduto neppure a seguito delle modifiche introdotte dalla legge Carotti la quale mediante l'introduzione dell'art. 420-ter ha previsto che il legittimo impedimento del difensore, originariamente causa di rinvio della sola udienza dibattimentale, rilevi anche ai fini del rinvio dell'udienza preliminare (oltre che dell'udienza in cui si celebra il giudizio abbreviato ex art. 441, comma 1) purché prontamente comunicato dal difensore e purché non sussista alcuna delle cause ostative elencate nello stessa disposizione. La giurisprudenza maggioritaria esclude, infatti, che la previsione in questione possa trovare applicazione nei procedimenti camerali diversi dall'udienza preliminare (Cass. pen.,Sez. I, 24 novembre 2011, n. 6907; Cass. pen., Sez. VI, 19 febbraio 2009, n. 14396; Cass. pen., Sez. IV 17 marzo 2005, n. 576) anche se si tratta di procedimenti a contraddittorio necessario (così ad es. con riferimento al procedimento di esecuzione: Cass. pen., Sez. I, 13 marzo 2002). Tale orientamento ha ricevuto l'avallo delle Sezioni unite (Cass. pen., Sez. un., 27 giugno 2006, n. 31641).

Il provvedimento conclusivo

Il provvedimento conclusivo della procedura camerale assume, di regola, forma di ordinanza, talvolta di sentenza come nel caso del rito camerale previsto dall'art. 599, commi 1 e 4, c.p.p.

L'ordinanza deve essere comunicata al pubblico ministero in forma integrale e notificata alle parti. La comunicazione integrale consente alle parti di usufruire di tutto il termine per impugnare, potendo esporre le ragioni di gravame conoscendo il contenuto del provvedimento.

Quanto ai requisiti di forma è previsto che il provvedimento conclusivo contenga l'intestazione dell'autorità che lo pronuncia non anche il nome dei componenti del collegio sicché non è richiesto che la sottoscrizione sia leggibile e consenta di individuare i giudici da cui la decisione promana (Cass. pen., Sez. VI, 9 giugno 1998).

Il provvedimento conclusivo dell'udienza camerale non abbisogna di alcuna pubblicità immediata attraverso la lettura, anche nel caso in cui assuma la forma di sentenza (Cass. pen., Sez. V, 3 febbraio 1997).

Unico mezzo di impugnazione previsto è il ricorso per cassazione.

Posto che in tema di impugnazioni vige il principio di tassatività, ci si è chiesti se in assenza di espresse previsioni che richiamino di volta in volta la possibilità di impugnare l'ordinanza conclusiva dei vari procedimenti camerali si possa concludere per una generalizzata ricorribilità in cassazione a fronte della previsione di cui all'art. 127, comma 7. Secondo l'interpretazione prevalente è escluso che da tale norma possa trarsi un principio generale secondo cui tutti i provvedimenti adottati all'esito di un rito camerale sono sempre ricorribili per cassazione: una regola di questo tipo, infatti, renderebbe inspiegabili le numerose disposizioni che in tema di procedura camerale stabiliscono espressamente la ricorribilità in cassazione del relativo provvedimento definitorio. Alla luce di tale affermazione di principio il problema della ricorribilità o meno delle ordinanze emesse al termine dei procedimenti camerali deve essere affrontato e risolto sulla base dell'analisi della disciplina dettata per le singole ipotesi di rito camerale.

Un contributo fondamentale è stato fornito da una importante sentenza delle Sezioni unite che, muovendo da una ricognizione completa delle norme codicistiche in cui viene richiamato il procedimento camerale previsto dall'art. 127 ha operato una netta distinzione tra le ipotesi in cui il richiamo alla norma generale è effettuato mediante l'impiego della formula “nelle forme previste dall'art. 127” ed i casi in cui il rinvio è introdotto dalla diversa espressione “a norma dell'art. 127”. Solo quando è utilizzata quest'ultima locuzione si intende effettuare una ricezione completa del modello disciplinato dall'art. 127, ivi compresa la previsione del ricorso per cassazione avverso il provvedimento conclusivo, mentre ove la norma del singolo rito camerale si limiti a richiamare le forme dell'art. 127 il rinvio è circoscritto alle regole di svolgimento dell'udienza camerale e non a tutta la disciplina dettata nell'art. 127 (Cass. pen., Sez. un., 6 novembre 1992; in senso adesivo, ex multis Cass. pen., Sez. un., 31 gennaio 2008, n. 7946).

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