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Sospensione del procedimento con messa alla prova

Sommario

Inquadramento | La natura giuridica dell’istituto | I limiti sostanziali di ammissibilità | I limiti formali di ammissibilità | Impugnazioni |

Inquadramento

Il 17 maggio 2014 è entrata in vigore la legge 28 aprile 2014, n. 67, avente ad oggetto, fra l’altro, le “Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova”, che ha inserito nell’ordinamento italiano detto istituto per gli imputati o indagati maggiorenni, nuovo rito alternativo al dibattimento destinato a risolvere, in conformità alle direttive europee, il problema del sovraffollamento delle carceri.

La nuova legge ha introdotto modifiche:

  1. al codice penale, con l’introduzione delle disposizioni penali sostanziali contenute negli articoli 168-bis, ter e quater c.p.;
  2. al codice di procedura penale, con l’introduzione degli articoli 464-bis, ter, quater, quinquies, sexies, septies, octies e novies c.p.p. e dell’art. 657-bis c.p.p., relativo al computo del periodo di messa alla prova, in caso di revoca, in sede di esecuzione della pena;
  3. alle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, ai sensi del decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, mediante l’introduzione degli articoli 141-bis e ter c.p.p. previsti al capo X-bis, inserito dopo il capo X del testo citato;
  4. al d.P.R. 14 novembre 2002, n. 313 – testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di casellario giudiziale, di anagrafe delle sanzioni amministrative dipendenti da reato e dei relativi carichi pendenti – con l’introduzione della lett. i-bis) dell’art. 3 d.P.R. 14 novembre 2002, n. 313.

 

La natura giuridica dell’istituto

La definizione del nuovo istituto è contenuta nell’art. 168-bis, commi 2 e 3 c.p. ed è evidentemente ispirato a quello omologo previsto per il processo penale a carico degli imputati minorenni ma da questo si differenzia essenzialmente per le finalità: rieducative, nel caso del minore imputato, deflattive nel caso di imputato maggiorenne.

Dottrina e giurisprudenza hanno sancito la duplice natura giuridica dell’istituto della messa alla prova introdotto dalla l. 67/2014: natura sostanziale, in quanto gli articoli che la disciplinanosono inseriti nel Titolo VI, Capo I del codice penale, tra le cause di estinzione del reato e natura processuale, atteso che l’art. 4, comma 1, lett. a) della novella legislativa ha aggiunto il Titolo V-bis al libro VI del codice di procedura penale, tra i riti alternativi al dibattimento.

Ai sensi dell’art. 168-tercomma 2, c.p., l’esito positivo della prova estingue il reato per cui si procede. 

 

In evidenza

L’estinzione del reato non pregiudica l’applicazione di sanzioni amministrative accessorie, ove previste dalla legge.

I limiti sostanziali di ammissibilità

Il legislatore ha introdotto limiti oggettivi e soggettivi, formali e sostanziali, per accedere alla sospensione del procedimento con messa alla prova. Tra i requisiti di ammissibilità sostanziale, il primo requisito oggettivo è previsto dall’art. 168-bis, comma 1, c.p., che limita la possibilità di accedere all’istituto ai procedimenti per reati puniti con la sola pena edittale pecuniaria o con la pena edittale detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, sola, congiunta o alternativa alla pena pecuniaria, nonché per i delitti indicati nel comma 2 dell’articolo 550 c.p.p. (reati a citazione diretta a giudizio puniti anche con pene edittali superiori ai quattro anni: violenza o minaccia ad un P.U., ex art. 336 c.p.; resistenza ad un P.U., ex art. 337 c.p.; oltraggio ad un magistrato in udienza aggravato a norma dell’art. 343, comma 2, c.p.; violazione di sigilli aggravata ex art. 349, comma 2, c.p.; rissa aggravata ex art. 588, comma 2, c.p., con esclusione delle ipotesi in cui taluno sia rimasto ucciso o abbia riportato lesioni gravi o gravissime; furto aggravato ex art. 625 c.p.; ricettazione ex art. 648 c.p.).

 

In evidenza

La lettura testuale della norma – che si riferisce, appunto, alla “pena edittale” –   esclude che nella determinazione della pena ai sensi dell’art. 168-bis c.p. debbano tenersi in considerazione anche le circostanze del reato (con conseguente ampliamento dei reati ammessi al beneficio). Argomento, questo, rafforzato anche dal raffronto con gli altri procedimenti alternativi al dibattimento, rispetto ai quali il legislatore ha espressamente indicato le circostanze del reato quando ha voluto tenerle in considerazione per il calcolo della pena (v., ad esempio, l’art. 444 c.p.p., in tema di applicazione della pena su richiesta delle parti, laddove la norma fa riferimento ad una “pena detentiva quando questa, tenuto conto delle circostanze e diminuita fino ad un terzo, non supera i cinque anni soli o congiunti a pena pecuniaria”).

Un’altra delle questioni applicative che si sono immediatamente poste in seguito all’entrata in vigore della l. 67/2014 concerne la possibilità, per il soggetto imputato di più reati, alcuni soltanto dei quali rientrano tra quelli indicati dall’art. 168-bis c.p., di avanzare istanza di sospensione del procedimento ai sensi dell’art. 464-bis c.p.p. solo per questi ultimi (c.d. messa alla prova parziale). Una richiesta del genere comporterebbe la sospensione del procedimento solo per alcuni dei reati di un medesimo procedimento penale, che, invece, proseguirebbe secondo le vie ordinarie per le restanti imputazioni. Sul punto si segnalano orientamenti contrastanti nella giurisprudenza di merito (Tribunale Torino. ord. 21 maggio 2014, nella quale si rinviene la possibilità di operare la scissione sopra detta in caso di procedimento oggettivamente cumulativo; contra, Cass. pen., Sez. II, 12 marzo 2015, n. 14112).

 

Il secondo requisito sostanziale oggettivo è dettato dal secondo comma dell’art. 168-bis c.p., che vieta di concedere la sospensione del procedimento con messa alla prova dell’imputato per più di una volta. Per questa ragione, ovvero per evitare che l’imputato possa richiederla più volte, è stata introdotta la lett i-ter) nell’art. 3 del d.P.R. 313/2002 che prevede l’annotazione, per estratto, dei provvedimenti con cui il giudice dispone la sospensione del procedimento ai sensi dell’art. 464-quater c.p.p. Il terzo comma dell’art. 168-ter c.p. vieta, infine, che l’istituto sia applicato al delinquente abituale, professionale o per tendenza (requisito sostanziale soggettivo).

 

In evidenza

La mancanza di uno dei tre requisiti sostanziali oggettivi e soggettivi comporterà una pronuncia di inammissibilità della richiesta da parte del giudice procedente. Ovviamente, la sussistenza dei tre requisiti non significa accoglimento automatico della richiesta di messa alla prova, dovendo successivamente il giudice compiere le proprie valutazioni in ordine alla idoneità del programma di trattamento e alla probabilità che l’imputato si asterrà dal commettere ulteriori reati, secondo quanto previsto dall’art. 464-quater, comma 3, c.p.p.

I limiti formali di ammissibilità

I requisiti formali di ammissibilità dell’istanza di sospensione del procedimento con messa alla prova sono indicati innanzitutto nel secondo comma dell’art. 464-bis c.p.p., che prevede i c.d. termini di fase entro i quali deve essere proposta la richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova.

 

In evidenza

La richiesta può essere avanzata sia nel corso delle indagini preliminari, nelle forme indicate dall’art. 464-ter c.p.p., sia successivamente all’esercizio dell’azione penale, entro i termini previsti dall’art. 464-bis, comma 2, c.p.p. Nel primo caso il giudice competente è il giudice per le indagini preliminari, negli altri casi il giudice per l’udienza preliminare o quello del dibattimento o del giudizio direttissimo.

Ai senso dell’art. 141-bis c.p.p. delle norme attuazione, il P.M., anche prima di esercitare l’azione penale, può avvisare l’interessato, ove ne ricorrano i presupposti, che ha la facoltà di chiedere di essere ammesso alla prova, ai sensi dell’articolo 168-bis c.p., e che l’esito positivo della prova estingue il reato.

 

Nel caso di udienza preliminare, la richiesta può essere proposta oralmente o per iscritto fino a che non siano formulate le conclusioni a norma degli articoli 421 e 422 c.p.p. Secondo la procedura indicata nell’art. 464-quater c.p.p., il giudice, se non deve pronunciare sentenza di proscioglimento a norma dell’art. 129 c.p.p., decide con ordinanza nel corso della medesima udienza, sentite le parti e la persona offesa. Se è stato notificato il decreto di giudizio immediato la richiesta è formulata entro il termine e con le forme stabilite dall’art. 458, comma 1, c.p.p. ossia depositando nella cancelleria del giudice per le indagini preliminari la richiesta entro quindici giorni dalla notificazione del decreto di giudizio immediato. Il giudice naturale competente a decidere sulla richiesta è, dunque, il giudice per le indagini preliminari. Nel procedimento per decreto, la richiesta deve essere presentata con l’atto di opposizione entro 15 giorni dalla notifica del decreto.

 

In evidenza

Il legislatore del 2014 ha omesso di integrare gli artt. 461, comma 3, e 464 c.p.p., coordinandoli con la nuova normativa. Dovrebbe tuttavia applicarsi anche in questo caso il meccanismo previsto dall’art. 464, comma 1, c.p.p. laddove il pubblico ministero non abbia espresso il consenso nel termine stabilito, ovvero nel caso in cui il giudice non accolga la richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova. In entrambi i casi il giudice dovrebbe, pertanto, emettere decreto di giudizio immediato. L’imputato, tramite il proprio difensore, in caso di reiezione dell’istanza, potrebbe riproporla prima della dichiarazione di apertura del dibattimento, secondo quanto disposto dall’art. 464-quater, comma 9, c.p.p.

 

Sia nel caso di giudizio immediato che nel caso di opposizione a decreto penale di condanna, dati i tempi molto ristretti, è verosimile che l’interessato non riesca a predisporre d’intesa con l’U.E.P.E. il programma di trattamento. In questi casi, secondo le linee guida tracciate dai vari tribunali italiani (v. ad esempio il tribunale di Firenze del 7 dicembre 2014) sarà sufficiente, ai fini dell’ammissibilità, allegare all’istanza di sospensione del procedimento la richiesta di elaborazione del programma con l’attestazione di ricevimento dell’U.E.P.E.

Nel giudizio direttissimo e nel procedimento di citazione diretta a giudizio, la richiesta può essere avanzata fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, anche quando in precedenza sia stata rigettata nel corso delle indagini preliminari. Dati i tempi velocissimi del rito direttissimo è probabile che l’interessato non sia in grado neanche di presentare al giudice la attestazione di presentazione della richiesta all’U.E.P.E. In tal caso si ritiene che il giudice possa concedere un termine alla difesa al fine di consentire la produzione della citata documentazione. Se è stato notificato il decreto di giudizio immediato la richiesta è formulata entro il termine e con le forme stabilite dall’art. 458, comma 1, c.p.p., ossia depositando nella cancelleria del giudice per le indagini preliminari la richiesta entro quindici giorni dalla notificazione del decreto di giudizio immediato. Il giudice naturale competente a decidere sulla richiesta è, dunque, il giudice per le indagini preliminari.

 

In evidenza

Il legislatore non ha previsto una disciplina transitoria diretta a regolare i procedimenti instaurati per i delitti indicati dall’art. 168-bis c.p. che, alla data di entrata in vigore della legge (17 maggio 2014) abbiano già superato le fasi processuali sopra indicate, entro le quali può essere proposta istanza per la sospensione del processo con messa alla prova.

La difficile soluzione della questione è strettamente collegata alla duplice natura dell’istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova, nel quale – come sopra illustrato – si fondono sia profili di carattere sostanziale sia profili di carattere processuale. Ne deriva, quale conseguenza diretta ed immediata, la non automatica e pacifica applicazione della disciplina dettata dall’art. 2, comma 4, c.p., in tema di retroattività della norma più favorevole (Cass. pen., Sez. IV, 9 luglio 2014, n. 30559 aveva rimesso la questione alle Sezioni unite. La causa, tuttavia, è stata restituita alla sezione rimettente perché il reato contestato era destinato a prescriversi prima dell’invocato intervento. Allo stato si è affermato un atteggiamento restrittivo da parte della giurisprudenza di legittimità).

 

Tra i requisiti formali l’art. 464-bis, comma 3, c.p.p. prevede che la volontà dell’imputato sia espressa personalmente o tramite procuratore speciale e l’art. 464-quater, comma 3, c.p.p., richiede al giudice di valutare, ex art. 133 c.p., l’idoneità del programma di trattamento e di effettuare una prognosi sull’astensione da parte dell’imputato dal commettere ulteriori reati.   

All’istanza di sospensione del procedimento con messa alla prova deve essere allegato un programma di trattamento, elaborato d’intesa con l’U.E.P.E. ovvero, nel caso in cui non sia stata possibile l’elaborazione, la mera richiesta di elaborazione del predetto programma.

Le modalità relative alla elaborazione del programma di trattamento sono indicate dall’art. 141-ter delle norme di attuazione del codice di procedura penale (articolo introdotto dall’art. 5, comma 1, l. 67/2014, che ha inserito l’intero capo X-bis). La norma, in particolare, prevede che l’imputato (anche tramite il proprio difensore e procuratore speciale) rivolga la richiesta all’U.E.P.E. competente per territorio affinché predisponga un programma di trattamento e deposita, a tal fine, gli atti rilevanti del processo penale nonché le osservazioni e le proposte che ritenga di fare. A tal proposito, la richiesta all’U.E.P.E. deve contenere copia degli estremi del procedimento penale (decreto di citazione a giudizio o decreto di fissazione dell’udienza preliminare con la richiesta di rinvio a giudizio o, nella fase delle indagini preliminari, avviso ex art. 415-bis c.p.p.) e procura speciale. È consigliabile – ove possibile – allegare anche una proposta di programma di trattamento (ad esempio il difensore può contattare un ente convenzionato con il tribunale o, comunque, un ente presso il quale il proprio assistito può svolgere un lavoro di pubblica utilità e depositare dichiarazione scritta di disponibilità dell’ente), in modo da agevolare l’attività degli assistenti sociali e da rendere più veloce il contatto tra l’U.E.P.E. e l’ente. D’altronde, tale condotta appare in linea con quanto statuito dal comma 2 dell’art. 141-ter disp. att. c.p.p., che prevede che l’imputato depositi anche le osservazioni o le proposte che ritenga di fare. Verificata la sussistenza dei requisiti sopra indicati, l’U.E.P.E. rilascia all’imputato/indagato o al suo difensore/procuratore speciale un’attestazione (solitamente su modulo prestampato) di presentazione della richiesta di elaborazione del programma di trattamento, assunta a protocollo. Detta attestazione deve essere allegata alla richiesta di sospensione del procedimento penale con messa alla prova proposta al giudice, ai sensi degli artt. 464-bis e 464-ter c.p.p.

In seguito alla proposizione della richiesta, l’assistente sociale incaricato conduce una breve indagine socio-familiare e redige il programma di trattamento (secondo quanto previsto dall’art. 72, comma 2, lett. c), l. 354/1975 e succ. modifiche) acquisendo su tale programma il consenso dell’imputato e l’adesione dell’ente o del soggetto presso il quale l’imputato/indagato è chiamato a svolgere le proprie prestazioni. L’ufficio trasmette dunque al giudice il programma, accompagnandolo con l’indagine socio-familiare e con le considerazioni che lo sostengono. Nella indagine e nelle considerazioni l’ufficio riferisce specificamente sulla possibilità di svolgere attività riparatorie nonché sulla possibilità di svolgimento di attività di mediazione, nonché avvalendosi a tal fine di centri o strutture pubbliche o private presenti sul territorio. 

Come può evincersi dalla lettura sistematica delle norme che regolano l’istituto, la messa alla prova per i maggiorenni comporta:

a) la prestazione di condotte riparatorie (volte alla eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose prodotte dal reato) e, ove possibile, risarcitorie;

b) l’affidamento dell’imputato/indagato al servizio sociale per lo svolgimento del programma;

c) la prestazione del lavoro di pubblica utilità.

Tutte le attività sopra descritte sono oggetto del programma di trattamento elaborato dall’U.E.P.E.

 

In evidenza

Una delle prime difficoltà applicative dell’istituto è stata quella relativa alla durata del programma predisposto secondo le modalità sopra dette. L’U.E.P.E., infatti, si limita a predisporre il programma di  trattamento ma la sua durata è determinata dal giudice. Sul punto, se la prestazione di condotte riparatorie e risarcitorie, come l’affidamento al servizio sociale per lo svolgimento del programma, non si discostano di molto dall’omologo istituto del processo minorile, la prestazione del lavoro di pubblica utilità crea numerosi problemi applicativi, atteso che si tratta di una figura differente da tutte le altre forme già presenti nel nostro ordinamento. In merito alla durata del lavoro di pubblica utilità gli unici riferimenti  sono contenuti nell’art. 1, comma 1, lettere i) ed l),l. 67/2014, che prevede la delega al Governo in materia di pene detentive non carcerarie. Il comma 1, lett. l), in particolare, si limita a fissare il periodo minimo della durata (10 giorni) e quello massimo giornaliero (8 ore). Nessuna indicazione, invece, in merito alla durata massima del lavoro di pubblica utilità, alla quale dovrebbe, pertanto, applicarsi il limite imposto al giudice dall’art. 464-quater, comma 5, c.p.p., che prevede che il procedimento non può essere sospeso per un periodo superiore a due anni quando si procede per reati per i quali è prevista la pena detentiva, sola, congiunta o alternativa alla pena pecuniaria; o superiore ad un anno quando si procede per i reati per i quali è prevista la sola pena pecuniaria.

 

Il giudice, se non deve pronunciare sentenza di proscioglimento ai sensi dell’art. 129 c.p.p., decide sull’istanza con ordinanza nel corso della stessa udienza o in apposita udienza fissata in camera di consiglio, sentite le parti e la persona offesa e, se del caso, anche l’imputato. L’ordinanza, che è immediatamente trasmessa all’U.E.P.E., indica il termine entro il quale le prescrizioni e gli obblighi relativi alle condotte riparatorie o risarcitorie devono essere adempiuti, anche con eventuali rateizzazioni.

 

In evidenza

Il consenso/dissenso del P.M. è requisito indispensabile esclusivamente nel caso in cui l’istanza sia presentata nel corso delle indagini preliminari (art. 464-ter c.p.p.). 

 

Durante il periodo di sospensione del procedimento con messa alla prova il corso della prescrizione è sospeso e non si applicano le disposizioni di cui al comma 1 dell’art. 161 c.p. il quale, nel caso di più coindagati/coimputati, estende gli effetti della sospensione e della interruzione della prescrizione per tutti coloro che hanno commesso il reato. La prescrizione, dunque, resta sospesa esclusivamente per il beneficiario della messa alla prova. I procedimento penale potrebbe, pertanto, restare sospeso soltanto nei confronti di chi abbia richiesto (ed ottenuto) il beneficio della messa alla prova e concludersi, invece, per i coimputati. Con evidenti ripercussioni anche in tema di incompatibilità del giudice chiamato a decidere sull’esito della sospensione del procedimento in favore di chi abbia terminato la prova. Sotto questo specifico aspetto, non si ritiene che vi siano incompatibilità del giudice nel caso di esito positivo della M.A.P. ma soltanto nel caso di esito negativo o di revoca della sospensione del procedimento con messa alla prova.

Nel caso di sospensione del procedimento con messa alla prova non si applica l’art. 75, comma 3, c.p.p. Ne deriva che se l’istanza di sospensione del procedimento con messa alla prova viene proposta nel corso dell’udienza preliminare o nel dibattimento, la parte civile già costituita può trasferire l’azione in sede civile senza subire la sospensione del processo civile sino alla pronuncia della sentenza penale non più soggetta ad impugnazione.

Durante il periodo di sospensione il giudice può revocare l’ordinanza (art. 168-quater c.p. e art.464-octies c.p.p.) in caso di gravi e reiterate trasgressioni al programma di trattamento o in caso di commissione durante il periodo della prova di nuovo delitto non colposo o di un reato della stessa indole.

In caso di esito positivo della prova, decorso il periodo di sospensione ed acquisita la relazione conclusiva dell’U.E.P.E., il giudice dichiara con sentenza estinto il reato. In caso di esito negativo, invece, il giudice dispone con ordinanza che il processo riprenda il suo corso.

 

In evidenza

In caso di esito negativo della prova o in caso di revoca dell’ordinanza, l’istanza non può essere riproposta.

Impugnazioni

Il comma 7 dell’art. 464-quater c.p.p. prevede che contro l’ordinanza che decide sull’ istanza di messa alla prova possono ricorrere per cassazione l’imputato e il pubblico ministero, anche su istanza della persona offesa. La persona offesa può impugnare autonomamente secondo le modalità tipiche del rito camerale descritte dagli articoli 127, comma 5, e 409, comma 6, c.p.p., ovvero soltanto per omesso avviso dell’udienza o perché, pur essendo comparsa, non è statasentita ai sensi del comma 1.

L’impugnazione, da chiunque proposta, non sospende il procedimento.

Secondo quanto si desume dalla lettura dell’art. 464-quater c.p.p., i provvedimenti ricorribili per cassazione sono:

a) l’ordinanza di ammissione alla messa alla prova (art. 464-quater c.p.p.);

b) l’ordinanza di rigetto della istanza di sospensione del procedimento con messa alla prova (art. 464-quater c.p.p.);

c) l’ordinanza di modifica delle prescrizioni originarie (art. 464-quinquies, comma 3, c.p.p.);

d) l’ordinanza di revoca della sospensione del procedimento con messa alla prova (art. 464-octies c.p.p. ma in questo ultimo caso, come previsto dalla norma, il ricorso per cassazione può essere proposto esclusivamente per violazione di legge).

 

In evidenza

Cass. pen., Sez. V, 15 dicembre 2015, n. 5673 ha precisato che l’ordinanza con la quale il giudice del dibattimento rigetta l‘istanza di sospensione del procedimento per la messa alla prova dell’imputato è impugnabile, ai sensi dell’art. 586 c.p.p., solo unitamente alla sentenza.

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