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Persona offesa dal reato e soggetto danneggiato

Sommario

Inquadramento | Disitinzione del ruolo della persona offesa e del danneggiato | I diritti e le facoltà della persona offesa | Il difensore della persona offesa | Il deposito della lista testimoniale | La attendibilità della testimonianza dell'offeso | La vittima del reato | Parte civile e ricorso per cassazione avverso la revoca e la sostituzione delle misure cautelari reali | Persona offesa nei reati tributari, di rifiuto di atti d’ufficio e di resistenza ad un pubblico ufficiale | Casistica |

Inquadramento

Offeso e danneggiato sono termini diversi che richiamano concetti giuridicamente autonomi: il primo, a cui non è riconosciuta la qualità di parte, è il titolare del bene leso o messo in pericolo dall’azione criminosa, il soggetto passivo della condotta penalmente rilevante; il secondo è colui che in conseguenza del reato ha subito un danno risarcibile. 

Disitinzione del ruolo della persona offesa e del danneggiato

La distinzione dei ruoli, quando vi è corrispondenza tra le due figure, rappresenta il presupposto per individuare i poteri della vittima del reato nel procedimento ed attribuisce la legittimazione ad esercitare l’azione risarcitoria, mediante la costituzione di parte civile nel processo penale, soltanto alla persona danneggiata dal reato.

Nel caso in cui, invece, il danneggiato non sia anche persona offesa, escluso dunque dalle indagini preliminari, deve esercitare l’azione risarcitoria mediante costituzione di parte civile nell’udienza preliminare o nel dibattimento, senza aver diritto alla notificazione degli atti introduttivi, riservata alla persona offesa, né a ricevere l’avviso della richiesta di archiviazione del procedimento di cui all’art. 408 c.p.p., né a presentare opposizione avverso la richiesta, o ad essere avvisato della richiesta di proroga delle indagini preliminari.

Alla figura della persona offesa vengono assimilati i prossimi congiunti, la persona legata alla persona offesa da relazione affettiva e con essa stabilmente convivente, ex art. 90, comma 3, c.p.p. e gli enti rappresentativi degli interessi collettivi o diffusi lesi dal reato. La qualifica di persona offesa può essere attribuita non solo alla persona fisica ma anche a soggetti collettivi, pubblici o privati, dotati di personalità giuridica, purché capaci di essere titolari di diritti in modo unitario. Tale qualifica inerisce anche allo Stato nelle ipotesi di violazioni di diritti soggettivi pubblici, intesi come potere-dovere di agire per il soddisfacimento di un interesse pubblico tutelato dall’ordinamento e attribuito ad un ente pubblico. In tal caso, lo Stato riveste il duplice ruolo di soggetto passivo come titolare dell’interesse alla repressione delle condotte criminali e di persona offesa, non in quanto titolare dell’interesse alla composizione dei conflitti, bensì come titolare dell’interesse in conflitto.

Alla persona offesa dal reato spettano diritti e facoltà, previsti nell’art. 90 c.p.p., finalizzati ad assicurare una partecipazione al procedimento e all’esercizio di attività di sollecitazione e  di impulso probatorio. Al danneggiato dal reato spettano, invece, tutti i diritti e i poteri di una vera e propria parte processuale, dal momento in cui si sia costituito parte civile, per esercitare il diritto alla restituzione e al risarcimento del danno patrimoniale e morale subito.

I diritti e le facoltà della persona offesa

L’art. 90 c.p.p. attribuisce diritti e facoltà alla persona offesa. Le facoltà individuano poteri il cui esercizio non fa sorgere alcun dovere del pubblico ministero o del giudice, configurandosi così come atti neutri; i diritti delineano, invece, situazioni soggettive che fanno nascere l’obbligo del pubblico ministero o del giudice di esprimersi attraverso un provvedimento. In particolare, alla persona offesa sono attribuiti poteri di cooperazione, di intervento, di impulso e di controllo sull’esercizio dell’azione penale.

Il d.lgs. 212/2015, attuativo della direttiva 2012/29/Ue, nel rafforzare il diritto delle vittime ad essere informate del procedimento penale, onde esperire i propri diritti, ha introdotto l’art. 90-bis, Informazioni alla persona offesa. Molti dei diritti e delle facoltà oggetto di informazione ai sensi dell’art. 90-bis erano già assicurati dal codice di rito, ma il legislatore ha preferito fornire un’elencazione completa ed esaustiva.

La volontà di tutelare sempre più la vittima di reato appare anche nella ratio della l. 103/2017, che inserisce nell’art. 335 c.p.p., un comma 3-bis. Si prevede così che, decorsi sei mesi dalla data di presentazione della denuncia ovvero della querela, senza pregiudizio per il segreto investigativo di cui all’art. 329 c.p.p., la persona offesa possa chiedere di essere informata dall’autorità, che si occupa del procedimento, dello stato del medesimo. Ragioni di coerenza e sistematicità hanno, poi, indotto il legislatore ad intervenire anche sull’art. 90-bis c.p.p., inserendo nel comma 1 la lett. b), che attribuisce alla persona offesa la facoltà di ricevere comunicazione del procedimento e delle iscrizioni di cui all’art. 335 , commi 1, 2, e 3-ter c.p.p.

Quanto ai poteri di sollecitazione e di cooperazione, l’esercizio degli stessi è subordinato alla conoscenza delle indagini, attuata mediante la notificazione dell’informazione di garanzia prevista dall’art. 369 c.p.p. e alla nomina del difensore, secondo quanto disciplinato ai sensi dell’art. 101 c.p.p., che interviene nel momento attuativo dei diritti e delle facoltà attribuiti alla persona offesa.

Dunque, la persona offesa, a norma dell’art. 360 c.p.p., ha il diritto di essere avvisata dell’accertamento tecnico non ripetibile disposto dal pubblico ministero. Ha solo il potere di sollecitare la richiesta di incidente probatorio, come si ricava dall’art. 394, comma 1, c.p.p., al pubblico ministero, che potrà esprimere con decreto motivato notificato alla persona offesa il proprio diniego, a norma dell’art. 394, comma 2, c.p.p. Può assistere all’incidente quando si deve esaminare un testimone o un’altra persona (art. 401, comma 3, c.p.p.), negli altri casi è necessaria un’autorizzazione del giudice e tramite il suo difensore può chiedere al giudice di rivolgere domande alle persone sottoposte ad esame, a norma dell’art. 401, comma 5, c.p.p.

In modo analogo, l’art. 467 c.p.p. prevede il diritto della persona offesa di essere avvisata nell’ipotesi in cui sia disposta l’assunzione di prove non rinviabili nella fase preliminare al dibattimento.

Per quanto riguarda la legittimazione del difensore della persona offesa allo svolgimento delle indagini difensive, ne è ammesso il potere sulla base della previsione generale e programmatica individuata nell’art. 327-bis c.p.p., che attribuisce al difensore la facoltà di svolgere investigazioni finalizzate alla ricerca ed alla individuazione degli elementi di prova a favore dell’assistito, senza alcuna limitazione per il difensore di una delle parti o dell’offeso. In particolare, la persona offesa ha il diritto di ricorrere all’incidente probatorio per ottenere la testimonianza della persona informata sui fatti che, richiesta di rilasciare dichiarazioni, si sia rifiutata di rispondere.

Tali facoltà possono essere esercitate dalla persona offesa anche nell’ambito dei procedimenti incidentali di impugnazione di provvedimenti riguardanti l’applicazione di misure cautelari. Infatti, quanto alle impugnazioni concernenti le misure cautelari personali, sebbene la persona offesa non abbia alcun diritto di partecipare al procedimento né abbia la facoltà di presentare la documentazione delle investigazioni difensive ai sensi dell’art. 391-octies, comma 1, c.p.p., nulla esclude che il difensore della stessa persona possa avvalersi della disposizione prevista nel 2 comma dell’art. 391-octies c.p.p. Dunque, avuta conoscenza dell’esistenza di un procedimento pendente dinanzi al tribunale della libertà, il difensore può presentare direttamente al collegio i risultati di una propria attività investigativa affinché il tribunale ne tenga conto ai fini della sua decisione.

 

In evidenza
Quanto alle impugnazioni relative alle misure cautelari reali ed al sequestro probatorio, può accadere che la persona offesa sia legittimata a partecipare direttamente al procedimento dinanzi al tribunale, laddove si consideri che essa può essere la persona alla quale le cose sono state sequestrate o che avrebbe diritto alla loro restituzione, come tale legittimata a proporre riesame ex artt. 257, 318 o 322 c.p.p., appello ex art. 322-bis c.p.p. o ricorso per cassazione ex art. 325 c.p.p.

 

I poteri di impulso sono invece diretti a tutelare l’interesse al tempestivo inizio dell’azione penale, sia nella fase di chiusura delle indagini preliminari sia nell’ottica della speditezza prevista dalla legge.

La persona offesa può partecipare all’udienza fissata d’ufficio dal giudice per le indagini preliminari quando non accoglie la richiesta di archiviazione del pubblico ministero (art. 409, comma 2, c.p.p.) ed ha il diritto di chiedere la prosecuzione delle indagini proponendo opposizione contro la richiesta di archiviazione (art. 410, comma 2, c.p.p.). La legge 103/2017 ha esteso il termine entro il quale la persona offesa può prendere visione e presentare opposizione, da 10 a 20 giorni. Ne consegue la modifica a 30 giorni anche del termine di cui al comma 3-bis dell’art. 408 c.p.p., per la presentazione della opposizione per i delitti commessi con violenza alla persona e per il reato di cui all’art. 624-bis c.p. Gli interventi modificatori si estendono anche alla previsione della nullità del provvedimento di archiviazione, ex art. 410-bis c.p.p., nell’ipotesi in cui manchi l’avviso della richiesta di archiviazione alla persona offesa, qualora il provvedimento venga emesso prima della scadenza del termine riconosciuto alla persona offesa per presentare opposizione, o ancora qualora nonostante l’opposizione, il giudice ometta di pronunciarsi sulla sua ammissibilità.

Può partecipare all’udienza proroga delle indagini fissata dal giudice (art. 406, comma 5, c.p.p.) e ha facoltà di chiedere al procuratore generale di disporre l’avocazione, in caso di decorso del termine per le indagini preliminari senza determinazioni del pubblico ministero in ordine all’azione penale (artt. 412 e 413 c.p.p.).

 

In evidenza
Ai sensi del nuovo art. 415-bis c.p.p. così come modificato dal d.l. 14 agosto 2013, n. 93 convertito in legge 15 ottobre 2013, n. 119, quando si procede per i reati di maltrattamenti a danno di familiari e conviventi (art. 572 c.p.) e atti persecutori (art. 612-bis c.p.), il pubblico ministero deve ora notificare l’avviso di conclusione delle indagini anche al difensore della persona offesa o, in difetto di un legale nominato, direttamente alla persona offesa.

 

Il diritto della persona offesa di partecipazione si estende all’udienza preliminare: deve infatti essere inviato l’avviso di fissazione dell’udienza (art. 419, comma 1, c.p.p.) all’offeso che può porre in essere attività integrative di indagine a norma dell’art. 419, commi 1 e 3, c.p.p. e, nel caso in cui non sia presente, deve essere inviato anche l’avviso del decreto che dispone il giudizio. Il difensore della persona offesa, ai sensi dell’art. 430, comma 1, c.p.p. può compiere attività integrativa di indagine. Tale attività è finalizzata a permettere la formulazione di richieste al giudice del dibattimento, dunque, può essere effettuata solo dal difensore degli enti ed associazioni esponenziali degli interessi lesi dal reato.

La persona offesa è esclusa dalla discussione finale in udienza preliminare (art. 421 c.p.p.) e potrà impugnare in Cassazione la sentenza di non luogo a procedere nei soli casi di nullità previsti dall’art. 419 comma 7, c.p.p., ovvero per omessa o irregolare notificazione dell’avviso dell’udienza preliminare.

Diversamente, quando la persona offesa è anche soggetto danneggiato e si è costituita parte civile, può partecipare alla discussione finale in udienza preliminare e ha anche il diritto di proporre ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 606 c.p.p. contro la sentenza di non luogo a procedere (art. 428 c.p.p.).

All’offeso è anche notificato il decreto che dispone il giudizio immediato (art. 456 c.p.p.),  ovvero il decreto che dispone il giudizio abbreviato, ai sensi dell’art. 458 c.p.p., e può partecipare al giudizio direttissimo (art.  451, comma 2, c.p.p.).

Nel procedimento di applicazione della pena su richiesta delle parti, la persona offesa viene esclusa dall’accordo ma può, in ogni caso, presentare memorie difensive con osservazioni in merito e, nel caso in cui rivesta anche il ruolo di danneggiato costituito parte civile, potrà chiedere la condanna dell’imputato alla rifusione delle spese legali, salvo il potere del giudice di disporne la compensazione (art. 444 c.p.p.).

L’offeso ha mantenuto, invece, fino a poco tempo fa, un importante diritto di veto nel procedimento per decreto, il quale non poteva essere incardinato dal pubblico ministero in presenza della espressa dichiarazione formulata nella querela secondo la previsione dell’art. 459 c.p.p.

 

In evidenza
Tuttavia, la Corte costituzionale con sentenza n. 23 del 27 febbraio 2015 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 459, comma 1, c.p.p. nella parte in cui prevede la facoltà del querelante di opporsi, in caso di reati perseguibili a querela, alla definizione del procedimento con l’emissione di decreto penale di condanna. Il querelante, quale persona offesa dal reato, non ha alcun interesse meritevole di tutela che giustifichi la facoltà di opporsi a che si proceda con il rito semplificato, fermo restando che, qualora l’imputato proponga opposizione, questi è rimesso nei pieni poteri della persona offesa o della parte civile per le successive fasi del giudizio. Secondo la Corte, infatti, la norma censurata cagiona una lesione del principio della ragionevole durata del processo, senza che la stessa sia giustificata dalle esigenze di tutela del querelante o della persona offesa, le quali devono ritenersi congruamente garantite.

 

Quanto alle impugnazioni, è preclusa la possibilità alla persona offesa di impugnare le sentenze, ferma restando la facoltà di sollecitare il pubblico ministero a proporre impugnazione ad ogni effetto penale (art. 572 c.p.p.).

La l. 103/2017 ha introdotto nell’art. 162-ter c.p. una nuova causa di estinzione del reato per condotte riparatorie. La previsione normativa implica alcune ricadute processuali, sebbene non sia prevista alcuna disciplina. È, infatti, prevista la necessaria audizione delle parti e della persona offesa ma nulla si dice quanto al diritto di veto (cfr. MURRO, La nuova causa di estinzione del reato conseguente a riparazione, ivi). Restano quindi alcune criticità in riferimento all’ipotesi in cui la persona offesa non compaia, e quanto alle conseguenze processuali derivanti dalla mancata audizione della persona offesa presente in udienza.

Il terzo comma dell’art. 90 c.p.p. prevede l’ipotesi in cui la persona offesa dal reato sia deceduta in conseguenza dello stesso, disponendo una traslazione di diritti e facoltà ai prossimi congiunti. La ratio ispiratrice risiede, senza dubbio, nel potenziamento del ruolo dell’offeso. Non si tratta di una rappresentanza legale o sostituzione processuale ma di una legittimazione dei congiunti iure proprio: la qualità di persona offesa è strettamente personale e correlata al rapporto processuale che si instaura con l’indagato e non è, pertanto, trasmissibile iure hereditatis. La legittimazione, dunque, deriva soltanto dall’espressa previsione legislativa, sebbene i congiunti non siano titolari degli interessi lesi dal reato.

La sfera dei legittimati viene delineata secondo i parametri dell’art. 307, comma 4, c.p.p. e, in assenza di precise indicazioni normative, deve ritenersi che l’esercizio dei poteri previsti in favore dell’offeso si trasmetta a ciascun prossimo congiunto in via concorrente e autonoma.

L’art. 1, comma 1, lett. a) n. 2 del d.lgs. 212/2015 modifica l’art. 90 c.p.p., in attuazione della direttiva che impone di includere tra i familiari, oltre al coniuge, anche la persona che convive con la vittima in una relazione intima, nello stesso nucleo familiare e in modo stabile e continuo. La legittimazione è legata alle cause del decesso dipendenti dal reato per cui si procede.

Ne consegue, dunque, che pur in mancanza di matrimonio, le facoltà e i diritti della persona offesa possono essere fatti valere dal convivente legato da una relazione affettiva, stabile e duratura anche se non formalizzata. Si è segnalato, tuttavia, che l’assenza di un parametro temporale attribuisce eccessiva discrezionalità nella individuazione della sua sussistenza (GIORDANO, Il d.lgs. 15 dicembre 2015, n. 212: un nuovo statuto per la vittima del reato, in Cooperazione giudiziaria internazionale. I d.lgs. di attuazione, a cura di Bene T.- Marandola A.).

Se, invece, il soggetto passivo del reato è deceduto per causa diversa rispetto alla commissione del reato, non spetta ai congiunti l’esercizio dei diritti previsti dall’art. 90 c.p.p. ma, eventualmente, il diritto a costituirsi parte civile nella diversa qualità di danneggiati. Nel caso in cui il decesso dell’offeso si verifichi dopo che lo stesso abbia provveduto a costituirsi parte civile per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e morali causati dal reato, la posizione processuale incardinata, nonché il relativo diritto al risarcimento, vengono trasmessi agli eredi che subentrano automaticamente nel contesto dell’esercizio dell’azione civile nel processo penale.

Il difensore della persona offesa

La presenza di un difensore della persona offesa è meramente eventuale (art. 101 c.p.p.). Tuttavia, l’assistenza tecnica, in alcuni casi, è prevista quale condizione necessaria per l’esercizio dei poteri spettanti alla persona offesa che risulta così gravata di un onere di designazione. In tale prospettiva si spiega l’invio rivolto alla persona offesa dal reato dell’informazione di garanzia (art. 369 c.p.p.), con cui tale soggetto viene reso edotto della facoltà di farsi assistere da un difensore. In effetti, se la persona offesa intende partecipare ad un accertamento tecnico irripetibile (art. 360 c.p.p.) o all’incidente probatorio (art. 401 c.p.p.), lo potrà fare soltanto attraverso il patrocinio di un difensore.

Inoltre, la persona offesa dal reato non ha il diritto di proporre personalmente ricorso per cassazione, sottoscrivendo il relativo atto, poiché per la valida instaurazione del giudizio di legittimità si applica la regola dettata dall’art. 613 c.p.p. secondo cui l’atto di impugnazione deve essere sottoscritto, a pena d’inammissibilità, da difensori iscritti nell’apposito albo.

 

In evidenza
La soluzione è identica anche qualora la persona offesa sia un avvocato iscritto all’albo speciale dei patrocinanti della Cassazione, stante la qualità di litigante (Cass. pen., sez. II, 13 luglio 2010, n. 33627).

 

Le formalità di nomina del difensore da parte della persona offesa sono del tutto identiche a quelle incombenti sull’imputato che intenda nominare un avvocato di fiducia, in quanto l’art. 101, comma 1, c.p.p. rinvia all’art. 96, comma 2, c.p.p., ove è stabilito che la nomina è fatta con dichiarazione resa all’autorità procedente, consegnata alla stessa dal difensore o trasmessa a mezzo raccomandata. La persona offesa può nominare un solo difensore, il quale esercita tutti i poteri, diritti e facoltà che la legge riconosce a quest’ultima, limitandosi, ovviamente, a funzioni di assistenza tecnica, fra cui va senz’altro ricompreso l’espletamento delle investigazioni difensive, poiché la legge non gli attribuisce poteri di rappresentanza così come avviene per il difensore dell’imputato e delle altre parti private.

Il deposito della lista testimoniale

L’offeso non ha il diritto alla prova di cui all’art. 190 c.p.p., attribuito, invece, alle parti processuali, mentre gli viene appositamente riconosciuto il potere, ad esclusione della fase di legittimità, di indicare elementi di prova, ex art. 90 c.p.p., ovvero di stimolare il potere del giudice di integrazione ex officio dei mezzi istruttori.

Se la facoltà di indicare elementi di prova deve essere tenuta distinta dal diritto alla prova, alimenta perplessità l’orientamento che consente alla persona offesa la presentazione della lista testimoniale ai sensi dell’art. 90, comma 1, c.p.p.

È ammessa, infatti, la richiesta di testi, mediante il deposito della relativa lista da parte della persona offesa costituitasi fuori dell'udienza in data precedente la notifica della dichiarazione di costituzione di parte civile, in quanto, secondo la Corte di cassazione, tale richiesta è compresa nella facoltà di indicazione di elementi di prova di cui all'art. 90 c.p.p., con la conseguenza che la persona offesa dal reato, divenuta parte processuale a mezzo dell'atto di costituzione di parte civile, può certamente avvalersi del mezzo di prova già proposto, senza necessità di ripresentare la lista testimoniale depositata in tempo utile rispetto a quello indicato dall'art. 468, comma 1, c.p.p. (Cass. pen., Sez. IV, 14 gennaio 2011, n. 4372).

È stata anche affermata l’ammissibilità della testimonianza resa da un soggetto indicato nella lista presentata dalla persona offesa, costituitasi parte civile fuori dell’udienza e prima della notifica alle altre parti della dichiarazione di costituzione, poiché la lista è pur sempre presentata da una parte, cioè dalla persona offesa già costituita parte civile anche se le altre parti non hanno ancora avuto modo di interloquire (Cass. pen., Sez. V, 8 giugno 2005, n. 28748).

La attendibilità della testimonianza dell'offeso

La persona offesa deve essere convocata nel rispetto delle cadenze previste dall’art. 468 c.p.p. ed esaminata come testimone, anche se costituita parte civile. In tema di valutazione probatoria, la deposizione della persona offesa dal reato, anche se quest’ultima non è equiparabile al testimone estraneo, può tuttavia essere da sola assunta come fonte di prova, ove venga sottoposta ad un’indagine positiva sulla credibilità oggettiva e soggettiva di chi l’ha resa, poiché alle dichiarazioni indizianti della persona offesa non si applicano le regole probatorie di cui all’art. 192, commi 3 e 4, c.p.p. che richiedono l’esistenza di riscontri esterni. In ogni caso, atteso l’interesse di cui essa è portatrice, la valutazione ai fini del controllo di attendibilità deve essere più rigorosa rispetto al generico vaglio cui vanno sottoposte le dichiarazioni di ogni testimone ed appare opportuno il riscontro in altri elementi probatori  (Cass. pen., Sez. IV, 1° febbraio 2011, n. 19668).

La vittima del reato

In ambito europeo l’art. 1 della decisione quadro n. 220 del 2001 indica come vittima del reato la persona fisica che ha subito un pregiudizio, anche fisico o mentale, sofferenze psichiche, danni materiali causati direttamente da atti od omissioni che costituiscono una violazione del diritto penale di uno Stato membro.

Dunque, per vittima si intende il soggetto che abbia subito dall’illecito conseguenze che devono essere oggetto di risarcimento o di indennizzo.

Nell’ordinamento italiano per tutela della vittima si intende, innanzitutto, la tutela della persona offesa dal reato a favore della quale si registrano interventi normativi, sia a livello europeo che nazionale, ispirati ad una rivalutazione del ruolo della vittima e volti al potenziamento delle prerogative e degli standard di tutela della stessa.

In questo scenario si inseriscono la direttiva 2012/29/Ue che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato, che sostituisce la decisione quadro 2001/220/Gai, attuata nel nostro ordinamento con il d.lgs. 212/2015, e il d.lgs. 4 marzo 2014, n. 24 attuativo della direttiva 2011/36/Ue relativa alla prevenzione e repressione della tratta di esseri umani e alla protezione delle vittime.

Il d.lgs. 212/2015 ha anche introdotto nel codice di rito gli artt. 90-ter, 90-quater ed ulteriori disposizioni contenute nelle disp. att. c.p.p. L’art. 90-ter disciplina la comunicazione dell’evasione e della scarcerazione alle persone offese dei delitti commessi con violenza alla persona. Il presupposto per l’attivazione dell’obbligo di comunicazione è la preventiva richiesta della persona offesa. Invece, nell’ottica di tutela della vittima del reato non solo dall’autore del reato ma anche dal processo, l’art. 90-quater definisce la condizione di particolare vulnerabilità della persona offesa, da cui deriva l’applicabilità di specifiche disposizioni di legge, volte a tutelare la vittima dal rischio di vittimizzazione secondaria. In particolare, l’accertamento della particolare vulnerabilità determina una diversa modalità di assunzione della prova dichiarativa del soggetto debole. In questa ottica, è opportuno segnalare l’inserimento tra le ipotesi di incidente probatorio atipico, di cui all’art. 392, comma 1-bis, anche della testimonianza della vittima vulnerabile. Su un diverso fronte, il decreto legislativo 212/2015 ha introdotto l’art. 143-bis c.p.p., Altri casi di nomina dell’interprete, che completa la disciplina introdotta dal d.lgs. 32/2014, attuativo della direttiva 2010/64/Ue, relativa al diritto all’interpretazione e alla traduzione nei procedimenti penali, limitata, però, alla posizione dell’imputato. La disposizione, letta con gli artt. 107-ter, 108-ter disp. att. c.p.p., riconosce anche alla persona offesa la possibilità di essere assistita dall’interprete e di avere diritto alla traduzione degli atti che la riguardano.

Particolare rilievo va riconosciuto al d.l. 14 agosto 2013, n. 93 contro la violenza di genere, convertito in legge 119 del 15 ottobre 2013, come pure la legge 172 del 1° ottobre 2012 con cui lo Stato italiano ha ratificato la Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, fatta a Lanzarote il 25 ottobre 2007, nonché norme di adeguamento dell’ordinamento interno” che ha lo scopo di rendere più efficace il perseguimento dei colpevoli e la tutela delle vittime.

 

 

 

 

Parte civile e ricorso per cassazione avverso la revoca e la sostituzione delle misure cautelari reali

La parte civile non è legittimata a ricorrere per cassazione contro il provvedimento che abbia annullato o revocato, in sede di riesame, l'ordinanza di sequestro conservativo disposto a favore della stessa parte civile; inoltre, la parte civile, non avendovi interesse, non può essere annoverato fra i soggetti che, ai sensi dell'art. 318 c.p.p., sono legittimati a proporre richiesta di riesame contro il provvedimento che ha disposto il sequestro conservativo (Cass. pen., Sez. un., 20 novembre 2014, n. 47999).

Persona offesa nei reati tributari, di rifiuto di atti d’ufficio e di resistenza ad un pubblico ufficiale

Persona offesa dei reati tributari è, oltre alla amministrazione finanziaria, anche l’Agenzia delle entrate, quale ente cui è affidata la tutela dell’interesse al corretto adempimento dell’obbligazione tributaria. In applicazione di tale principio, la Corte ha dichiarato l’Agenzia delle entrate legittimata al ricorso per cassazione avverso la sentenza di non luogo a procedere ex art. 428 c.p.p. (Cass. pen., Sez. II, 22 novembre 2011, n.7739). 

Nel reato di rifiuto di atti d’ufficio di cui all’art. 328, comma 1, c.p., persona offesa è solo la pubblica amministrazione e non il privato, che può risentire solo, eventualmente, quale persona danneggiata, della condotta antigiuridica del pubblico ufficiale. Ne consegue che il soggetto privato, non assumendo la qualità di persona offesa, non è legittimato a proporre opposizione avverso la richiesta di archiviazione formulata dal pubblico ministero (Cass. pen., Sez. IV, 29 maggio 2008, n. 40594). 

Il reato di resistenza a pubblico ufficiale, di cui all’art. 337 c.p., si configura come reato plurioffensivo che lede non soltanto l'attività della pubblica amministrazione ma anche la sicurezza e la libertà di azione del pubblico ufficiale, che rappresenta l'amministrazione, contro fatti di opposizione violenta o minacciosa. Ne consegue che la persona del pubblico ufficiale è soggetto passivo immediato del reato e, pertanto, è persona offesa dal reato (Cass. pen., Sez. VI, 22 marzo 2006, n. 25247)

 

Casistica

Opposizione all’archiviazione

L'opposizione alla richiesta di archiviazione può essere proposta anche a mezzo del servizio postale, non essendo richiesta in proposito alcuna formalità dall'art. 408, comma 3, c.p.p. (Cass. pen., Sez. VI, 6 maggio 2015, n. 21338)

Falsa perizia e persona offesa

Non è legittimato a proporre opposizione alla richiesta di archiviazione il privato che risenta di un pregiudizio per il reato di falsa perizia di cui all’art. 373 c.p., trattandosi di una fattispecie lesiva dell’interesse della collettività al corretto funzionamento dell’attività giudiziaria. La Suprema Corte, infatti, ha escluso che l’applicazione dell’aggravante di cui all’art. 375 c.p., che opera se dal fatto deriva una condanna alla reclusione, possa comportare l’assunzione, da parte del condannato, della qualifica di persona offesa, in quanto la ratio della predetta aggravante va individuata nel maggior danno che dalla falsità è derivato all’interesse della retta amministrazione della giustizia (Cass. pen., Sez. VI, 16 aprile 2015, n. 17375).

Sottoscrizione della querela

È valida la querela sottoscritta dalla persona offesa e, in calce, dal difensore che l’ha depositata in procura, considerato che in virtù dell'art. 337, comma 1, c.p.p. la querela presentata da un incaricato deve essere munita dell'autenticazione della sottoscrizione da soggetto a ciò legittimato e, quindi, ai sensi dell'art. 39 disp. att. c.p.p., anche dal difensore, nominato formalmente ovvero tacitamente. (Nella specie la Corte ha affermato che la nomina tacita è desumibile anche dalla presentazione dell'atto all'autorità competente ad opera del legale e che l'autentica del difensore, autorizzato dall'art. 39disp. att. c.p.p. predetto, può ritenersi assolta dal difensore mandatario e depositante, che abbia apposto la sua firma sull'atto di querela di seguito a quella del titolare del diritto) (Cass. pen., Sez. VI, 26 marzo 2015, n. 13813).

Testimonianza della persona offesa

Le dichiarazioni rese dalla persona offesa di un reato possono essere assunte, anche da sole, come fonte di prova, senza necessità di riscontri esterni ma è dovere del giudice compiere con maggiore scrupolo l'indagine sulla credibilità della persona offesa, essendo evidente che la stessa ha chiaramente un forte interesse ad un determinato esito del processo; dovrà pertanto verificare sia la rilevanza e concludenza delle sue dichiarazioni sia la sua attendibilità sostanziale, sulla base di tutti quegli elementi atti ad assicurarne il controllo, quali la costanza ed uniformità dell'accusa, la conferma estrinseca di circostanze e modalità di essa, il comportamento dell'imputato. (Trib. Napoli, Sez. I, 17 febbraio 2015, n. 2330)

Persona offesa e ricorso per cassazione

È inammissibile il ricorso per cassazione sottoscritto personalmente dalla persona offesa avverso il decreto di archiviazione, a nulla rilevando che la stessa abbia il titolo di difensore iscritto nell'apposito albo  (Cass. pen., Sez. VI, 4 febbraio 2015, n. 8995)

Testimonianza del minore quale persona offesa

La testimonianza del minore, richiede un duplice vaglio. Il giudice, in primis, dovrà valutare la capacità a testimoniare del teste minorenne, anche mediante l'ausilio del parere tecnico di un perito. In secondo luogo, il decidente dovrà accertare, da solo, l'attendibilità del soggetto minore, anche alla luce di riscontri esterni alle dichiarazioni del medesimo (Fattispecie relativa all'accusa rivolta nei confronti di due coniugi per aver maltrattato i due figli minori, cagionando loro lesioni gravi, nonché di averli costretti a subire e compiere atti sessuali, materialmente posti in essere dal marito e non impediti, pur essendone a conoscenza, dalla moglie) (Cass. pen., Sez. III, 8 gennaio 2015, n. 5169).

 

La valutazione sulla attendibilità e credibilità delle dichiarazioni del minore vittima di abuso sessuale non deve avvenire con riferimento esclusivo alla intrinseca coerenza interna del racconto, dovendosi adeguatamente tenere conto di ogni altra circostanza concreta che possa influire su tale valutazione, dovendosi tale testimonianza inquadrare in un più ampio contesto sociale, familiare e ambientale, al fine di escludere l'intervento di fattori inquinanti in grado di inficiarne la credibilità (Cass. pen., Sez. III, 11 dicembre 2014, n. 551).

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