Bussola

Patteggiamento

Sommario

Inquadramento | L’accordo delle parti e il suo contenuto | Preclusioni oggettive e soggettive | Termini per la proposizione della richiesta e consenso | Il patteggiamento nei procedimenti speciali | Il patteggiamento e nuove contestazioni | Il patteggiamento nel corso delle indagini preliminari | Poteri del giudice | Effetti della sentenza |

Inquadramento

Il patteggiamento (termine breve per indicare l’istituto dell’applicazione della pena su richiesta delle parti) è un rito alternativo al dibattimento concepito per rispondere ad esigenze deflattive del processo poiché chi vi aderisce, rinuncia, allo svolgimento del giudizio ordinario. È un procedimento speciale caratterizzato da un accordo tra il pubblico ministero e l’imputato (o persona sottoposta alle indagini) per la richiesta al giudice di applicazione della pena tra loro concordata in relazione alla fattispecie di reato oggetto di contestazione. Il patteggiamento è un rito avente carattere “premiale” consistente nella riduzione fino ad un terzo della pena sulla quale si forma l’accordo. Al giudice compete il controllo circa la correttezza della qualificazione giuridica del fatto e la congruità della pena richiesta dalle parti (art. 444, comma 1). Oltre alla riduzione della pena fino ad un terzo il codice indica una serie di benefici premiali consistenti nella mancata applicazione di pene accessorie e delle misure di sicurezza, fatta salva la confisca nei casi di cui all’art. 240, comma 2, la mancata condanna al pagamento delle spese processuali e nessuna efficacia della sentenza nei giudizi civili o amministrativi. Non solo: se l’imputato non commette un delitto o una contravvenzione della stessa indole, rispettivamente nei cinque anni o nei due anni dalla condanna, il reato si estingue assieme ad ogni effetto penale (art. 445). La legge 134/2003 ha modificato l’istituto innalzando i limiti della pena patteggiabile sino a cinque anni (in precedenza erano due) e, quindi, il patteggiamento (c.d. allargato) è ora suscettibile di essere applicato anche a fattispecie di reato punite con una pena edittale molto elevata, per le quali in precedenza l’istituto era precluso. Occorre precisare che non tutti i benefici premiali connessi al rito sono applicabili al patteggiamento allargato. La legge 134/2003 ha introdotto, per l’accesso al patteggiamento allargato, una serie di esclusioni oggettive e soggettive (art. 444, comma 1-bis). 

La riforma in materia di contrasto alla corruzione contenuta nella legge 69 del 2015 ha introdotto una modifica nella disciplina del patteggiamento in relazione a specifici delitti contro la Pubblica amministrazione. Con l’art. 6 della detta legge è stato inserito nell’art. 444 il comma 1-ter in base al quale, per le tipologie di reato in esso indicate (artt. 314, 317, 318, 319, 319-ter, 319-quater e 322-bis c.p.) l’accesso al rito è subordinato alla restituzione integrale del prezzo o del profitto del reato. L’obbligo restitutorio sussiste anche quando l’entità della pena oggetto dell’accordo fra le parti non superi la soglia dei due anni di pena detentiva. Inoltre, per effetto della modifica apportata all’art. 165 dalla legge 69/2015, per tutte le fattispecie delittuose ivi indicate nel nuovo comma 4, e di cui all’art. 444, comma 1-ter, fatta salva l’ipotesi di cui all’art. 320 c.p. non richiamata dall’art. 444, comma 1-ter, la sospensione condizionale della pena è comunque subordinata al pagamento di una somma equivalente al profitto del reato ovvero all’ammontare di quanto indebitamente percepito dal pubblico ufficiale, a titolo di riparazione pecuniaria in favore dell’amministrazione lesa dalla sua condotta.

Gli organi competenti sono il giudice per le indagini preliminari, il giudice per l’udienza preliminare e il giudice del dibattimento e dell’impugnazione. Il patteggiamento è espressamente escluso nel processo minorile e in quello davanti al Giudice di Pace. La premialità del rito, unitamente al fatto che il patteggiamento può essere chiesto a partire dalla fase delle indagini preliminari (art. 447) e sino alla chiusura dell’udienza preliminare o, ove questa manchi, sino alla apertura del dibattimento, ne fa uno dei giudizi speciali di più largo impiego nella prassi giudiziaria.

L’accordo delle parti e il suo contenuto

L’elemento cardine del rito è l’accordo tra il pubblico ministero e l’imputato/indagato circa l’entità della pena da applicarsi in relazione alle imputazioni contestate. La proposta può provenire dall’imputato o dal pubblico ministero. In tal caso deve essere seguita dal consenso dell’altra parte, ovvero congiuntamente. Con l’accordo l’imputato accetta il fatto, la sua qualificazione giuridica e la pena. L’accordo tra l’imputato e il pubblico ministero che sta alla base del patteggiamento, costituisce un negozio giuridico processuale recettizio che, una volta pervenuto a conoscenza dell’altra parte e quando questa abbia dato il proprio consenso, diviene irrevocabile e non è suscettibile di modifica per iniziativa unilaterale dell’altra. Ciò in quanto il consenso reciprocamente manifestato con le dichiarazioni congiunte di volontà determina effetti non reversibili nel procedimento e, pertanto, né all’imputato né al pubblico ministero è consentito rimetterne in discussione i termini (Cass. pen., Sez. VI, 29 ottobre 2009, n. 4074).         

Il contenuto della richiesta di patteggiamento è predeterminato dalla legge. L’art. 444, comma 1 stabilisce che “L’imputato e il pubblico ministero possono chiedere al giudice l’applicazione, nella specie e nella misura indicata, di una sanzione sostituiva o di una pena pecuniaria, diminuita fino ad un terzo, ovvero di una pena detentiva che tenuto conto delle circostanze e diminuita sino ad un terzo, non superi i cinque anni sola o congiunta a pena pecuniaria”.

Le parti giungono alla determinazione dell’entità della pena attraverso la qualificazione giuridica del fatto oggetto di contestazione, l’individuazione delle eventuali circostanze aggravanti ed attenuanti, previo, se occorre, il loro bilanciamento, l’effettuazione dei calcoli di pena che in concreto ne derivano e, da ultimo, l’applicazione della diminuente processuale fino ad un terzo della pena. Se la sentenza di patteggiamento è relativa a più fatti uniti sotto il vincolo della continuazione, ai fini della determinazione della pena è necessario innanzitutto individuare la violazione più grave, desumibile dalla pena da irrogare per i singoli reati, tenendo conto sempre della eventuale applicazione  di circostanze aggravanti e attenuanti e dell’eventuale giudizio di comparazione tra circostanze di segno opposto. Una volta determinata la pena per il reato base, la stessa deve poi essere aumentata per la continuazione, ex art. 81, comma 2, ed infine ridotta fino ad un terzo per il rito, ai sensi dell’art. 444 , comma 1 (Cass. pen., Sez. VI, 15 ottobre 2014, n. 44368). Gli eventuali errori di calcolo commessi nei singoli passaggi interni per la determinazione della pena concordata, non rilevano se il risultato finale non si traduce in una pena illegale (Cass. pen., Sez. VI, 30 ottobre 2013, n. 44907). Relativamente alla correzione degli errori «per rimediare ad alcuni vizi non essenziali della sentenza di patteggiamento» e, ridimensionare il contenzioso sulla sentenza patteggiata (cfr. G. Spangher, La riforma Orlando della giustizia penale: prime riflessioni, in Dir. pen. cont., pag. 93), la legge 23 giugno 2017, n. 103, in G.U., serie generale, 4 luglio 2017, n. 154, recante modifiche al codice penale, di procedura penale e all’ordinamento penitenziario, che entre in vigore il 3 agosto 2017, ha previsto che la loro correzione avvenga con la procedura dell’art. 130 c.p.p.. In particolare, introducendo all’interno dell’art. 130 c.p.p., il comma 1-bis ha statuito che «Quando nella sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti si devono rettificare solo la specie e la quantità della pena per errore di denominazione o di computo, la correzione è disposta, anche d’ufficio, dal giudice che ha emesso il provvedimento». La norma poi stabilisce che «Se questo è impugnato, alla rettificazione provvede la corte di cassazione a norma dell’art. 619, comma 2».        

La giurisprudenza di legittimità è costante nell’affermare l’inammissibilità della richiesta di patteggiamento parziale, ossia non può riguardare solo alcuni dei reati contestati (Cass. pen., Sez. III, 23 maggio 13, n. 41138; Cass. pen., Sez. VI, 18 novembre 2014, n. 48651).      

La riduzione premiale di un terzo prevista dall’art. 444, non si estende alle sanzioni sostitutive. Le stesse vanno applicate dopo aver determinato la pena detentiva da sostituire, tenuto conto, dei limiti oggettivi e soggettivi stabiliti dall’art. 53, l. 689/81 per la loro ammissione (Cass. pen. Sez. un., 12 ottobre 1993; Cass. pen. Sez. un., 3 gennaio 1994).

Per quanto riguarda le pene detentive (reclusione o arresto) sono previsti limiti massimi e minimi di pena. La pena patteggiabile non può essere superiore ai cinque anni, soli o congiunti a pena pecuniaria. Relativamente ai limiti minimi,  la pena della reclusione non può essere inferiore al limite legale di quindici giorni (art. 23, comma 1 c.p.) e l’arresto sotto quello di cinque giorni (art. 25, comma 1 c.p).     

Il contenuto della richiesta di patteggiamento è costituito esclusivamente dalla specie e dalla misura della pena, con il solo temperamento della possibilità di subordinarne l’efficacia alla concessione della sospensione condizionale della pena (art. 163 c.p.). Questa richiesta può essere fatta solo se la pena è contenuta entro i due anni. 

Nel caso in cui si tratti dei delitti indicati dal comma 1-ter dell’art. 444 introdotto dalla legge 69/2015, poiché l’avvenuta restituzione del prezzo o del profitto illecito, per quelle tipologie di reato, è un elemento imprescindibile del patteggiamento, le questioni attinenti alla restituzione, e, in particolar modo, la determinazione e la quantificazione del dovuto, dovrà costituire un contenuto ulteriore e distinto rispetto all’accordo sulla pena. Inoltre, se vi è richiesta di sospensione condizionale della pena, nell’accordo tra le parti dovrà trovarsi anche il riscontro dell’avvenuto adempimento della riparazione pecuniaria cui è subordinata la concessione del beneficio per i delitti ex art. 165, comma 4, c.p.

Preclusioni oggettive e soggettive

L’art. 444, comma 1-bis, nella formulazione introdotta dalla l. n. 134/2003, prevede una serie di esclusioni, oggettive e soggettive, per l’accesso al patteggiamento avente ad oggetto una pena detentiva superiore ai due anni e non superiore ai cinque.

Sotto il profilo oggettivo il patteggiamento allargato è escluso per le categorie dei delitti indicate nel comma 1 bis. L’esclusione riguarda i delitti di cui all’art. 51, commi 3-bis e quater, ossia delitti di criminalità organizzata, di terrorismo, di associazione mafiosa, di sequestro di persona a scopo di estorsione; i delitti in materia di prostituzione minorile, pedopornografia e violenza sessuale.

Sul piano soggettivo il patteggiamento è precluso a “coloro che siano stati dichiarati delinquenti abituali, professionali e per tendenza, o recidivi ai sensi dell’art. 99, quarto comma del codice penale”.           

Per quanto riguarda la figura del recidivo, ex art. 99, comma 4, le Sezioni Unite hanno stabilito che la recidiva reiterata di cui all’art. 99, comma 4 c.p., opera quale circostanza aggravante facoltativa. Nel senso che è consentito al giudice di escluderla ove non la ritenga in concreto espressione di maggior colpevolezza o pericolosità sociale del reo. Per l’effetto, dall’esclusione deriva la sua ininfluenza non solo sulla determinazione della pena, ma anche sugli ulteriori effetti commisurativi della sanzione costituiti dal divieto del giudizio di prevalenza sulle circostanze attenuanti di cui all’art. 69, comma 4, c.p., dal limite minimo di aumento della pena per il cumulo formale e la continuazione di cui all’art. 81, comma 4, c.p., dall’inibizione all’accesso del patteggiamento allargato e alla relativa riduzione premiale di cui all’art. 444, comma 1-bis (Cass. pen., sez. un., 27.7.2010, n. 35738). Da ciò ne deriva che il patteggiamento allargato in caso di recidiva ex art. 99, comma 4 c.p. è possibile qualora il pubblico ministero e l’imputato nel loro accordo ed il giudice nella sentenza ritengano che la detta aggravante possa essere disapplicata.   

Termini per la proposizione della richiesta e consenso

Le parti possono formulare la richiesta di patteggiamento, fino alla presentazione delle conclusioni di cui agli articoli 421, comma 3 e 422, comma 3, e fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado nel giudizio direttissimo. Se è stato notificato il decreto di giudizio immediato, la richiesta è formulata  entro il termine e con le forme stabilite dall’art. 458, comma 1, per il giudizio abbreviato.

La richiesta di patteggiamento, nei procedimenti per i quali è prevista l’udienza preliminare, può essere formulata sino al momento della presentazione delle conclusioni di cui agli articoli 421, comma 3 e 422, comma 3 (art. 446, comma 1). Conclusa l’udienza preliminare il patteggiamento non può più essere richiesto nel successivo dibattimento, salve le ipotesi di cui all’art. 448, comma 1 secondo e terzo periodo). “Nel caso di dissenso da parte del pubblico ministero o di rigetto della richiesta da parte del giudice per le indagini preliminari, l’imputato, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, può rinnovare la richiesta e il giudice, se la ritiene fondata, pronuncia immediatamente sentenza. In caso di rigetto la richiesta non è ulteriormente rinnovabile dinnanzi ad altro giudice.

Il giudice procede nello stesso modo dopo la chiusura del dibattimento di primo grado o nel giudizio di impugnazione, quando ritenga ingiustificato il dissenso del pubblico ministero o il rigetto della richiesta di patteggiamento formulata in precedenza dall’imputato e non perfezionatasi per le dette motivazioni. In caso di dissenso il pubblico ministero può proporre appello, negli altri casi la sentenza è inappellabile. La legge 103/2017, comma 50, ha inserito nell’art. 448 c.p.p. il comma 2-bis il quale statuisce che «Il pubblico ministero e l’imputato possono proporre ricorso per cassazione contro la sentenza solo per motivi attinenti all’espressione della volontà dell’imputato, al difetto di correlazione tra la richiesta e la sentenza, all’erronea qualificazione giuridica del fatto e all’illegalità della pena o della misura di sicurezza». Con l’introduzione del detto comma 2-bis, il ricorso per cassazione avverso una sentenza di patteggiamento non può più, quindi, essere proposto per tutti i motivi indicati nell’art. 606 c.p.p.

Il comma 51 della detta legge stabilisce che «Le disposizioni del comma 2-bis dell’art. 448 del codice di procedura penale, introdotto dal comma 50, non si applicano nei procedimenti nei quali la richiesta di applicazione della pena ai sensi dell’art. 444 del codice di procedura penale è stata presentata anteriormente alla data di entrata in vigore della presente legge».

Nel caso in cui la sentenza di patteggiamento sia pronunciata nel giudizio di impugnazione il giudice decide sull’azione civile a norma dell’art. 578 (art. 448, commi 2 e 3). Il patteggiamento può essere richiesto anche nell’ambito del giudizio instaurato con citazione diretta da parte del pubblico ministero (art. 550). L’art. 552, comma 1 precisa che la richiesta di patteggiamento deve essere avanzata prima della dichiarazione di apertura del dibattimento”.

Nell’udienza la richiesta e il consenso sono formulati oralmente, negli altri casi sono formulati con atto scritto. La volontà dell’imputato (o della persona sottoposta ad indagini), è espressa personalmente o a mezzo di procuratore speciale e la sottoscrizione è autenticata nelle forme previste dall’art. 583, comma 3. La sottoscrizione della procura speciale rilasciata per scrittura privata al difensore, può essere autenticata dal difensore medesimo. La procura è unita agli atti (art. 122). Il consenso sulla richiesta può essere dato entro i termini previsti per la presentazione della richiesta al giudice di cui al comma 1 dell’art. 446, ed è ammesso anche se in precedenza era stato negato. Il pubblico ministero, in caso di dissenso, deve indicarne i motivi. Il giudice, se ritiene opportuno verificare la volontarietà della richiesta o del consenso, dispone la comparizione dell’imputato (art. 446, commi 2, 3, 4, 5, 6).

La legge 103/2017, nell’ambito delle modifiche apportate alla disciplina delle impugnazioni, ha reintrodotto nel giudizio penale in appello il concordato anche con rinuncia ai motivi di appello. Dopo l’art. 599 c.p.p., è stato, infatti, inserito un nuovo art. 599-bis c.p.p. che riprende la vecchia disciplina contenuta nei commi 4 e 5 del medesimo art. 599, abrogati dalla l. 125/2008 (il c.d. patteggiamento in appello). Recita l’art. 599-bis «La corte provvede in camera di consiglio anche quando le parti, nelle forme previste dall’art. 589, ne fanno richiesta dichiarando di concordare sull’accoglimento, in tutto o in parte, dei motivi di appello, con rinuncia agli altri eventuali motivi. Se i motivi dei quali viene chiesto l’accoglimento comportano una nuova determinazione della pena, il pubblico ministero, l’imputato e la persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria indicano al giudice anche la pena sulla quale sono d’accordo».     

Sono esclusi dall’ambito di applicazione del nuovo concordato i procedimenti per i delitti di cui all’art. 51, commi 3-bis e 3-quater, per i reati sessuali, e i procedimenti contro coloro che siano stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza (art. 599-bis, comma 2). Sono state sostanzialmente introdotte le preclusioni soggettive ed oggettive, con l’esclusione dei recidivi di cui all’art. 99 comma 4 del c.p., previste per l’accesso al patteggiamento allargato, di cui all’art. 444, comma 1-bis, c.p.p. «Il giudice se ritiene di non poter accogliere, allo stato, la richiesta, ordina la citazione a comparire al dibattimento. In questo caso la richiesta e la rinuncia perdono effetto, ma possono essere riproposte nel dibattimento» (art. 599-bis, comma 3).        

Il procuratore generale presso la corte di appello dovrà indicare i criteri idonei a orientare la valutazione dei magistrati del pubblico ministero rispetto al concordato sui motivi di appello, tenuto conto della tipologia dei reati e della complessità dei procedimenti (art. 599-bis, comma 4). 

È stato, inoltre, introdotto nell’art. 602 c.p.p. un nuovo comma 1-bis, il quale statuisce che «Se le parti richiedono concordemente l’accoglimento, in tutto o in parte, dei motivi di appello a norma dell’art. 599-bis, il giudice, quando ritiene che la richiesta deve essere accolta, provvede immediatamente; altrimenti dispone la prosecuzione del dibattimento. La richiesta e la rinuncia ai motivi non hanno effetto se il giudice decide in modo difforme dall’accordo». 

Il patteggiamento nei procedimenti speciali

Nel giudizio direttissimo la richiesta di patteggiamento può essere formulata fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado (446, comma 1). Il giudice deve avvisare l’imputato di questa sua facoltà (art. 451, comma 5). Se all’udienza dibattimentale instaurata con il giudizio direttissimo l’imputato chiede un termine per preparare la propria difesa (art. 451, comma 6) ciò comporta l’apertura del dibattimento e, pertanto, alla successiva udienza gli è preclusa la possibilità di richiedere il patteggiamento (Cass. pen., Sez. IV, 2 marzo 2010, n. 9204).  

Se è stato notificato il decreto di giudizio immediato la richiesta è formulata entro il termine di quindici giorni dalla avvenuta notifica mediante il suo deposito presso la cancelleria del giudice per le indagini preliminari (art. 446, comma 1).

Nel caso di emissione di decreto penale di condanna, se l’imputato intendere chiedere il patteggiamento,  la relativa richiesta deve essere formulata entro il termine per proporre opposizione, ossia quindici giorni dalla notifica del decreto. Se l’opponente ha chiesto l’applicazione della pena ex art. 444, il giudice fissa con decreto un termine entro il quale il pubblico ministero deve esprimere il consenso, disponendo che la richiesta e il decreto siano notificati al pubblico ministero a cura dell’opponente. Nel caso in cui il pubblico ministero non abbia espresso il consenso il giudice emette decreto di giudizio immediato (art. 464, comma 1). La novella del 23 giugno 2017, n. 103, ha previsto la possibilità che l’imputato possa richiedere il patteggiamento, in via subordinata, anche nell’ipotesi in cui abbia proposto istanza di giudizio abbreviato condizionato ad una integrazione probatoria e questa non venga accolta dal giudice. È stato, infatti, inserito all’interno dell’art. 348 c.p.p., dopo il comma 5, il comma 5-bis il quale stabilisce, appunto, che «Con la richiesta presentata ai sensi del comma 5 può essere proposta, subordinatamente al suo rigetto, la richiesta di cui al comma 1, oppure quella di applicazione della pena ai sensi dell’art. 444».

Il patteggiamento e nuove contestazioni

Nel corso del dibattimento se il fatto risulta diverso da come è descritto nel decreto che dispone il giudizio, il pubblico ministero può modificare l’imputazione (art. 516). Allo stesso modo il pubblico ministero procede qualora nel corso dell’istruttoria dibattimentale emerga un reato connesso o una circostanza aggravante non menzionate nel decreto che dispone il giudizio (art. 517). L’imputato, a fronte della modifica dell’originaria imputazione, non aveva la possibilità di proporre una istanza di patteggiamento in ordine ai nuovi fatti a causa della intervenuta preclusione processuale. A seguito di intervento della Corte Costituzionale all’imputato è stata riconosciuta la facoltà richiedere al giudice del dibattimento il patteggiamento relativamente al fatto diverso o al reato concorrente contestato quando la nuova contestazione riguarda un fatto che già risultava dagli atti di indagine al momento dell’esercizio dell’azione penale ovvero quando l’imputato  ha tempestivamente e ritualmente proposto la richiesta di applicazione della pena in ordine alle originarie imputazioni (Corte Cost., sentenza n. 30 giugno 1994, n. 265). Rimaneva pertanto esclusa questa possibilità per i casi in cui fosse contestata una aggravante, ex art. 517. Ebbene con un successivo intervento la Corte Costituzionale ha esteso all’imputato la facoltà di richiedere il patteggiamento, in seguito alla contestazione nel dibattimento, di una circostanza aggravante che già risultava dagli atti di indagine al momento dell’esercizio dell’azione penale (Corte Cost., 25. giugno 2014, n. 184).            

Il patteggiamento nel corso delle indagini preliminari

La richiesta di patteggiamento può essere formulata anche nel corso delle indagini preliminari. L’art. 447 stabilisce che “se è presentata una richiesta congiunta o una richiesta con il consenso scritto dell’altra parte, il giudice fissa con decreto in calce alla richiesta, l’udienza per la decisione, assegnando se necessario un termine al richiedente per la notificazione all’altra parte. Almeno tre giorni prima dell’udienza il fascicolo del pubblico ministero è depositato nella segreteria del giudice”. Nell’udienza fissata il pubblico ministero e il difensore sono sentiti se compaiono. Se la richiesta è presentata da una parte il giudice fissa con decreto un termine all’altra parte per esprimere il consenso o il dissenso e dispone che la richiesta e il decreto siano notificati a cura del richiedente. Prima della scadenza del termine non è consentita la revoca o la modifica della richiesta. Il giudice, se ne ricorrono le condizioni, all’udienza fissata, pronuncia immediatamente sentenza. All’udienza fissata ex art. 447 non è ammessa la costituzione di parte civile (Cass. pen., Sez. un., 27 novembre 2008, n. 47803).    

Poteri del giudice

Il giudice ai fini dell’emissione della sentenza deve verificare che non sussistano i presupposti per emettere sentenza di proscioglimento ai sensi dell’art. 129, che siano corrette la qualificazione giuridica attribuita dalle parti al fatto, l’applicazione e la comparazione delle circostanze dalle stesse prospettate e che la pena sia congrua. In relazione ai delitti di cui all’art. 444, comma 1-ter il giudice dovrà altresì verificare se sia avvenuta la restituzione del profitto illecito e se la stessa sia stata eseguita in modo integrale e nel caso in cui l’accordo sia subordinato alla concessione della sospensione condizionale della pena, se ha avuto luogo l’esborso richiesto a titolo di riparazione pecuniaria per la sua concessione.

La decisione del giudice avviene allo stato degli atti, ossia sulla base degli atti di indagine contenuti nel fascicolo del pubblico ministero e dell’eventuale fascicolo del difensore se questi ha svolto investigazioni difensive. Se la richiesta di patteggiamento riguarda le tipologie di delitti ex art. 444, comma 1-ter, dovrà essere anche corredata di tutti gli atti e i documenti utili a comprovare l’entità di quanto è stato percepito illecitamente in quanto oggetto del vaglio giurisdizionale in ordine alla sua congruità, l’avvenuta restituzione integrale dei proventi del reato e l’avvenuto pagamento della somma dovuta a titolo di riparazione pecuniaria in caso di richiesta di sospensione della pena.   

Il giudice, se ritiene che sussistano tutti i presupposti per accogliere la richiesta di applicazione della pena formulata dalle parti ne dispone con sentenza l’applicazione enunciando nel dispositivo che vi è stata la richiesta delle parti. Se vi è stata costituzione di parte civile il giudice non decide sulla relativa domanda. L’imputato è tuttavia condannato al pagamento delle spese sostenute dalla parte civile, salvo che non ricorrano giusti motivi per la compensazione totale o parziale (art. 444, comma 2). Nel caso in cui la parte, nel formulare la richiesta, ne abbia subordinato l’efficacia alla concessione della sospensione condizionale della pena, il giudice, se ritiene che la sospensione condizionale non possa essere concessa, rigetta la richiesta. La richiesta, come detto, può essere fatta solo se la pena è contenuta entro i due anni (art. 444, comma 3).  

Se la richiesta di patteggiamento è formulata nel corso delle indagini preliminari la stessa viene esaminata in una apposita udienza fissata a norma dell’art. 447, e il giudice per le indagini preliminari, se ne ricorrono le condizioni, pronuncia immediatamente sentenza. Sulla richiesta presentata per l’udienza preliminare, invece, il giudice dell’udienza preliminare decide nella udienza stessa. Nello stesso modo il giudice provvede nel corso del dibattimento essendo previsto che, se ne ricorrono le condizioni, pronunci immediatamente sentenza. La decisione può, poi, essere resa dopo la chiusura del dibattimento di primo grado o nel giudizio di impugnazione, quando il giudice ritenga ingiustificato il dissenso del pubblico ministero e congrua la pena richiesta dall’imputato (art. 447 e 448, comma 1). La sentenza che applica la pena richiesta è un provvedimento motivato emesso dall’autorità giudiziaria nell’esercizio della funzione della giurisdizione.

Effetti della sentenza

La legge oltre alla riduzione della pena fino ad un terzo (444, comma 1) ha previsto una serie di benefici connessi alla scelta del rito. La sentenza prevista dall’art. 444, comma 2 non comporta la condanna al pagamento delle spese del procedimento, né l’applicazione di pene accessorie e di misure di sicurezza, salvi i casi di confisca previsti dall’art. 240, comma 2 c.p.; non ha efficacia nei giudizi civili o amministrativi, salvo che nei giudizi disciplinari avanti le pubbliche autorità (art. 653); l’estinzione del reato se nel termine di cinque anni, quando la sentenza riguarda un delitto, ovvero di due anni, quando la sentenza riguarda una contravvenzione, l’imputato non commette un delitto o una contravvenzione della stessa indole. In questo caso si estingue ogni effetto penale, e se è stata applicata una pena pecuniaria o una sanzione sostitutiva, non è di ostacolo alla concessione di una successiva sospensione condizionale della pena (art. 445), la non menzione della pronuncia nel certificato del casellario giudiziale.

In proposito rileva nuovamente la distinzione tra il patteggiamento tradizionale, con pena contenuta nei due anni e il patteggiamento allargato, con pena superiore ai due anni e non superiore a cinque. Solamente al patteggiamento avente ad oggetto una pena non superiore ai due anni i benefici si applicano integralmente.

Per il patteggiamento allargato, ferma la riduzione fino ad un terzo della pena, gli effetti premiali sono circoscritti alla inefficacia della sentenza nei giudizi civili e amministrativi e alla non menzione della pronuncia nel certificato del casellario giudiziale. La sentenza di patteggiamento è inappellabile. Solo il pubblico ministero ha il potere di proporre appello avverso la sentenza emessa dal giudice, al termine del dibattimento nell’ipotesi di suo dissenso, ex art. 448, comma 2.    

L’art. 445, comma 1-bis, precisa che “salve diverse disposizioni di legge la sentenza è equiparata a una pronuncia di condanna”.                

L’equiparazione della sentenza di patteggiamento ad una sentenza di condanna determina numerosi effetti nell’ambito dell’ordinamento penale. Nella prassi giurisprudenziale la sentenza di patteggiamento, ad esempio, è considerata titolo idoneo per la revoca della sospensione condizionale precedentemente concessa, fatta eccezione per l’effetto estintivo di cui all’art. 445, comma 2,   per la revoca dell’indulto, per la revoca dei benefici penitenziari.

 

Leggi dopo

Esplora i contenuti più recenti su questo argomento