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Maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli

Sommario

Inquadramento | Evoluzione normativa | Nozione di famiglia e convivenza | Elemento oggettivo e abitualità | Elemento soggettivo | Circostanze aggravanti speciali | La reazione della vittima | La violenza domestica a cui assiste il minore | I maltrattamenti in ambito non familiare | Concorso di reati | Reato continuato | Aspetti processuali |

Inquadramento

Il reato punito dall'art. 572 c.p. consiste nel procurare sofferenze fisiche o morali nei confronti di:

a) un familiare o convivente;

b) una persona affidata all’autorità, all’educazione, all’istruzione, alla cura, alla vigilanza, alla custodia o all’esercizio di una professione o di un’arte dell’agente che instaura con la vittima un rapporto qualificato.

La norma colloca sullo stesso piano la consumazione del reato avvenuto in un contesto familiare e quello commesso in un rapporto di assistenza o di istruzione in cui si crea, di fatto, una forma di supremazia (casa di cura, scuola, ambienti di lavoro para-familiari, carcere, ecc.), il che disvela un’accezione arcaica della famiglia intesa come struttura sociale fondata anch’essa sull’assoggettamento. Questa infelice strutturazione della norma, unitamente alla sua collocazione sistematica nel titolo XI del codice penale “Dei delitti contro la famiglia”, rischia inconsapevolmente, in sede interpretativa, di attribuire alla famiglia i connotati dei rapporti di potere con ricadute devastanti, come quelle di escludere il reato quando nell’ambito familiare la vittima mostri di reagire ai soprusi, pur continuando a subirli. L'ordinamento, finalmente, oggi prende atto che la relazione affettivamente connotata, aldilà della convivenza, ha in sé la potenzialità di favorire azioni violente di chi assume un ruolo di supremazia (economica, sociale o di genere) e di abbassare il livello di difesa della vittima.

Evoluzione normativa

In origine i soggetti passivi del reato erano i familiari, il minore di 14 anni, le persone affidate all’agente o da un rapporto di autorità, educazione, istruzione, cura, vigilanza, custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte.

La l. 172/2012, di ratifica della convenzione di Lanzarote, ha operato le seguenti modifiche:

a) l’inserimento dei conviventi tra le vittime del reato (soggetti che la giurisprudenza pacificamente già riteneva tali);

b) l’introduzione di un’aggravante per il reato commesso in danno del minore di 14 anni;

c) l’inasprimento delle pene (da 2 a 6 anni di reclusione anziché da 1 a 5 anni);

d) l’introduzione di una speciale aggravante dell’omicidio volontario, quando questo sia avvenuto in occasione del reato di maltrattamenti, sanzionata con l'ergastolo (art. 576, n. 1, c.p.);

e) il raddoppio dei termini di prescrizione.

Con la l. 119/2013, di ratifica della convenzione di Istanbul, l’aggravante contenuta nel comma 2 dell’art. 572 c.p., nel caso la vittima fosse un minore di 14 anni, è stata abrogata e sostituita con l’aggravante comune dell’art. 61, comma 1, n.11-quinquies c.p. applicabile non solo al reato di maltrattamenti ma a tutti i delitti contro la vita, l’incolumità individuale e la libertà personale commessi in danno o in presenza di minori di 18 anni (e non più di 14 anni) o in danno di persona in stato di gravidanza. Numerose anche le modifiche processuali apportate dalla citata.

Nozione di famiglia e convivenza

La l. 172/2012, inserendo tra le vittime anche i conviventi, ha condiviso l’approdo giurisprudenziale e dottrinale secondo cui il concetto di famiglia di cui all’art. 572 c.p. include qualsiasi stabile rapporto, naturale o di fatto, capace di creare legami affettivi, aldilà del dato formale del matrimonio. La norma infatti non tutela la famiglia in quanto tale ma i singoli individui e la loro integrità fisio-psichica che, a qualsiasi titolo, proprio per la condivisione di una comunanza di vita, possono essere vessati. La giurisprudenza ha anche escluso che la convivenza, intesa come coabitazione, fosse un elemento necessario per configurare il reato, bastando qualsiasi rapporto capace di creare una consuetudine esistenziale, inclusa una relazione extraconiugale stabile.

Anche il coniuge separato può essere soggetto passivo del reato in quanto la separazione non fa venire meno gli obblighi di rispetto reciproco, morale e materiale, che traggono origine dal vincolo coniugale (Cass. pen., Sez. VI, 12 giugno 2013, n. 50333).  

Invece le condotte vessatorie commesse nei confronti del coniuge divorziato esulano dal delitto e oggi vengono ricondotte negli atti persecutori aggravati (art. 612-bis,comma 2, c.p.), in quanto con il divorzio viene meno la comunità familiare, a meno che tra la vittima e l’agente persistano, in concreto, gli stessi legami abituali di tipo domestico.

Elemento oggettivo e abitualità

La condotta di maltrattamenti non è descritta dalla norma trattandosi di un reato a forma libera che può consistere in sofferenze fisiche (percosse, lesioni, privazioni) o sofferenze morali (atti di scherno o disprezzo, umiliazione, gelosia oppressiva, controllo pressante). Il delitto è integrato anche da condotte omissive connotate da una deliberata indifferenza e trascuratezza verso gli elementari bisogni esistenziali della vittima. È il tipico caso della badante di persona disabile che tenga questa in una condizione di scarsità di cibo e di mancanza di igiene.

Il reato è necessariamente abituale poiché richiede la reiterazione di atti lesivi dell’integrità fisica o psichica tale da determinare uno stabile stato di sofferenza in chi li subisce. Deve trattarsi di una concatenazione di comportamenti che singolarmente considerati possono o costituire autonome fattispecie di reato (ad es. le lesioni o le ingiurie) o essere in sé astrattamente leciti (es: un controllo ossessivo delle spese quotidiane, regali continui, ecc.) ma che valutati nel loro complesso rendono la vita della vittima intollerabile o dolorosa.

Il numero minimo di fatti sufficienti ad integrare la condotta vessatoria è affidato all’interpretazione del giudice. Una piena applicazione dei principi costituzionali e delle convenzioni internazionali (da ultimo quella di Lanzarote) fa ritenere non condivisibile la giurisprudenza che, perdendo di vista l’accertamento dei rapporti di forza per ragioni economiche, sociali e di genere, che nascono nel contesto familiare o di convivenza, fonda la propria decisione sul dato quantitativo e temporale degli episodi denunciati, sul numero di certificazioni mediche, sull’entità delle lesioni, sulla presenza o meno di testimoni. Il rispetto dei principi costituzionali e convenzionali impone, invece, di valutare il materiale probatorio partendo dal dato che i maltrattamenti sono comportamenti consumati nel chiuso delle mura domestiche o in luoghi in cui sono esercitati rapporti di potere, senza testimoni, con una vittima in condizione di soggezione, costretta al silenzio e alla sopportazione, talvolta per anni, in un contesto sociale, professionale e familiare solitamente omertoso per retaggi culturali che continuano a minimizzare i maltrattamenti come litigi violenti. 

Elemento soggettivo

Il dolo è generico.

L’abitualità del reato comporta che l’elemento psicologico consiste nella consapevolezza dell’agente di provocare una protratta condizione di sofferenza nella vittima, quale effetto della propria persistente condotta vessatoria. Il dolo funge da elemento unificatore della pluralità di atti lesivi, ma non è richiesto che esista in relazione a ciascun frammento della condotta criminosa.

La spinta che scatena i maltrattamenti è del tutto irrilevante, ai fini della sussistenza del dolo (abuso di stupefacenti o alcool, gelosia, intento educativo, ecc.).

Circostanze aggravanti speciali

Le aggravanti speciali previste dall’art. 572, comma 2, c.p. ricorrono allorché la persona offesa riporti, come conseguenze non volute dei maltrattamenti, lesioni gravi o gravissime o la morte (se ne deriva una lesione personale grave si applica la reclusione da 4 a 9 anni; se ne deriva una lesione gravissima, da 7 a 15 anni; se ne deriva la morte, l’ergastolo).

Quando l’agente ha avuto anche la specifica ed autonoma intenzione di ledere l’integrità fisica della vittima si applica, invece, il concorso di reati.

Ai fini dell’esistenza dell’aggravante non necessita che i maltrattamenti costituiscano la causa unica degli eventi lesivi più gravi determinatisi, trovando applicazione l'art. 41, comma 1, c.p. secondo cui il concorso di cause preesistenti, simultanee o sopravvenute, anche se indipendenti dall'azione od omissione del colpevole, non esclude il rapporto di causalità tra azione ed evento. Il caso tipico è quello del suicidio della persona offesa che può integrare l'aggravante della morte quando risulti la prova che:

a) i maltrattamenti abbiano determinato, in modo diretto ed univoco, lo stato di prostrazione ed annientamento della vittima tale da averla indotta a porre fine alla propria vita come forma liberatoria;

b) che detto evento fosse prevedibile in concreto come conseguenza della condotta criminosa di base, verifica attribuita ad un giudizio prognostico che, pur se postumo, deve, comunque ancorarsi ad una prospettiva ex ante (Cass. pen., Sez. VI, 29 novembre 2007, n. 12129).

La reazione della vittima

La giurisprudenza prevalente ritiene che per l’integrazione del reato sia necessario accertare che l’autore dei maltrattamenti sia in una posizione di abituale e prevaricante supremazia e che la vittima mantenga un atteggiamento passivo di assoluta soggezione, tanto da escludere il reato se le violenze e le offese sono reciproche, con ciò intendendosi anche il caso in cui la vittima si limiti a reagire alla condotta vessatoria.

Secondo la più attenta giurisprudenza, invece, i reciproci scontri verbali o fisici tra persona offesa e agente non fanno venire meno il reato. L'autodifesa personale e l’opposizione alla violenza altrui, rispetto a qualsiasi condotta illecita di terzi, non assume alcuna valenza ai fini di escludere il reato se non quando travalichi i limiti di proporzione ed adeguatezza. L'annientamento dell'identità e la lesione della dignità della persona offesa che avviene da parte dell’agente nel reato di maltrattamenti se lo si colloca in maniera corretta, cioè in un contesto non episodico e dando il giusto valore alle denigrazioni, alle relazioni tra i sessi nella quotidianità familiare, ai ruoli ricoperti da ciascuno nelle incombenze domestiche, alle rinunce cui si è stati costretti, al rapporto con i figli, all’imposizione di forme di controllo, consente una lettura completa ed esaustiva dei fatti, rendendo marginale il singolo episodio di violenza, rispetto al quale è umano e doveroso opporsi, quantomeno in una logica di autotutela. Quello che va accertato per escludere il reato è se vi sia o meno un piano paritario e di assoluta reciprocità tra i soggetti coinvolti, e se la eventuale mancanza di rispetto tra i protagonisti sia solo espressione di uno stato di tensione momentanea. Se, invece, la condotta violenta o umiliante, pur a fronte di ovvie reazioni, è in grado di annullare o ridurre la libertà, la dignità, l'autonomia, l'amor proprio della vittima, tale da renderle impossibile l’esistenza, il delitto è comunque integrato. Sarebbe illogico ritenere che il reato si configuri solo a condizione che la vittima accetti passivamente le vessazioni subìte e che la sua successiva reazione sia suscettibile di esentare da penale rilevanza il comportamento criminale posto in essere, altrimenti larga parte dei delitti in danno alla persona, soprattutto quelli procedibili a querela, sarebbe configurabile solo in astratto (Cass. pen., Sez. VI, 22 ottobre 2014, n. 53416).

La condotta illecita non è esclusa neanche dall’intermittenza tra periodi di apparente normalità della relazione familiare e periodi di maggiore squilibrio (Cass. pen., sez. VI, 19 marzo 2014, n. 15147), potendo eventualmente configurarsi la continuazione in presenza dei presupposti oltre esaminati.

La violenza domestica a cui assiste il minore

La l. 119/2013 ha introdotto l’aggravante della violenza assistitadi cui all’art. 61, comma 1, n. 11-quinquies c.p., in attuazione all’indicazione contenuta nell'art. 46, lett. d), della convenzione di Istanbul, allorché i maltrattamenti siano commessi in presenza o in danno di un minore degli anni 18. La nuova aggravante include, pertanto, quella fascia di soggetti, da 14 a 18 anni, che prima – con riferimento ai maltrattamenti – era esclusa dalla previsione sanzionatoria.

Il tipico caso di violenza assistita è quello in cui il minore sia abituale spettatore di scene di aggressività o violenza verbale, fisica, sessuale tra persone che costituiscono per lui un punto di riferimento (es.: genitori o nonni) o su persone a lui legate affettivamente, minori o adulti.

Quando il maltrattamento è commesso da un genitore ai danni dell'altro alla presenza di figlio minorenne ricorre il reato di cui all’art. 572 c.p. aggravato dall’art. 61, comma 1, n. 11-quinquies c.p.; quando è commesso anche ai danni di figlio minorenne il medesimo reato aggravato è in continuazione con la fattispecie aggravata commessa ai danni dell’altro genitore, perché diversi sono i soggetti passivi; quando è posto in essere ai danni dell’altro genitore in presenza di figlio maggiorenne l’agente non solo commette il reato nei confronti del destinatario diretto del maltrattamento (l’altro genitore) ma anche nei confronti del figlio con una condotta omissiva consistente sia nella violazione dell’obbligo previsto dall’art. 147 c.c. di educare la prole (con riferimento ai figli minorenni ma esprimendo un principio generale vedi Cass. pen., Sez. VI, 10 dicembre 2014, n. 4332), sia nel non impedire la sofferenze morali e psicologiche che, come genitore, ha l’obbligo giuridico di impedire.

I maltrattamenti in ambito non familiare

Oltre i casi tipici dei maltrattamenti sviluppatisi in ambito affettivo, le condotte illecite previste dall’art. 572 c.p. si possono consumare anche in altri contesti, purché caratterizzati da relazioni intense ed abituali, da consuetudini di vita, dalla soggezione di una parte nei confronti dell'altra, dalla fiducia riposta dal soggetto più debole del rapporto in quello che ricopre la posizione di supremazia, dall'esercizio di un potere direttivo o disciplinare tale da rendere ipotizzabile una condizione di soggezione, anche solo psicologica (nei confronti di detenuti: Cass. pen., Sez. VI, 21 maggio 2012, n. 30780; nei confronti di lavoratori dipendenti vedi di seguito) .

 

In particolare il mobbing

Secondo l'orientamento tradizionale della giurisprudenza di legittimità le pratiche persecutorie ai danni del lavoratore dipendente e finalizzate alla sua emarginazione (c.d. mobbing) possono integrare il delitto di maltrattamenti esclusivamente qualora il rapporto tra il datore di lavoro e il dipendente assuma natura para-familiare (Cass. pen., Sez. VI, 19 marzo 2014,n. 24642) poiché la relazione ascrivibile ai rapporti di soggezione alla altrui “autorità” o a quelli instaurati “per l'esercizio di una professione” è assimilabile al nucleo familiare vero e proprio solo a fronte di una realtà aziendale di ridotte dimensioni (Cass. pen., Sez. VI, 11 aprile 2014, n. 24057). Di contro, il reato non potrebbe trovare applicazione in presenza di imprese medio-grandi, la cui complessità ed articolazione organizzativa impedirebbe la creazione di quel clima “di prossimità permanente” che l'art. 572 c.p. intende tutelare (Cass. pen., Sez. VI, 16 aprile 2013, n. 19760). Da ultimo questo orientamento è stato mitigato rendendo configurabile il reato anche in imprese di grandi dimensioni purché il giudice accerti le effettive dinamiche relazionali intercorrenti fra titolare e lavoratore e la sussistenza o meno di un effettivo stato di soggezione del secondo (Cass. pen., Sez. VI, 22 ottobre 2014,n.53416). 

Concorso di reati

Appartiene alla sola valutazione del giudice di merito accertare se i singoli episodi vessatori, qualificabili come reati, restano assorbiti nel reato di maltrattamenti.

Il primo indice interpretativo è quello dell’autonoma volontarietà che li ha sorretti rispetto al dolo dei maltrattamenti: se i singoli delitti sono stati specificamente voluti dall’agente sussiste il concorso; se, invece, sono finalizzati all’integrazione della sola condotta maltrattante, perché elementi essenziali della violenza fisica o morale integrativa della fattispecie prevista dall'art. 572 c.p., quest’ultima li assorbe (ad es. percosse, ingiurie e minacce).

Dunque, le lesioni e la violenza privata, che non costituiscono elemento essenziale del delitto in esame, concorrono con questo purché procurate non solo con la coscienza e volontà di sottoporre il soggetto passivo a sofferenze fisiche e morali ma anche con una diretta e specifica finalità.

La violenza sessuale, il danneggiamento e l’estorsione, attesa la diversa obiettività giuridica dei reati, concorrono sempre con l’art. 572 c.p.

Reato continuato

Si è posto il problema della qualificazione della condotta nel caso dell'interruzione dell'azione abituale di maltrattamenti e della loro successiva ripresa, come avviene, ad esempio, nel periodo in cui l’autore del reato sia sottoposto ad una misura cautelare per il reato di cui all’art. 572 c.p.

L’alternativa è tra la configurabilità di un unico reato (abituale) o della pluralità di reati, assumendo i due segmenti della condotta autonomo carattere di delitto (ponendosi ulteriormente il problema della continuazione).

Sul piano teorico è pacifica la distinzione tra reato continuato e reato abituale: il primo richiede l'accertamento del collegamento degli eventi delittuosi specificamente programmati; il secondo si caratterizza per comportamenti ugualmente reiterati nel tempo ma privi di un’analitica programmazione, in cui sia riconoscibile una comune volontà determinativa.

La soluzione, non sempre facile dal punto di vista probatorio perché volta alla ricerca delle spinte volitive interne dell’imputato, è rimessa all’accertamento di fatto del giudice di merito (Cass. pen., Sez. VI, 19 marzo 2014, n. 15146). Assumono rilievo gli indici capaci di comprovare come una successiva attività illecita abbia connotati tali da integrare un’autonoma e diversa condotta abituale: il tempo passato tra i diversi atti maltrattanti, il percorso personale intrapreso nel frattempo dall’agente, l’interruzione effettiva di qualsiasi relazione, anche di fatto, con la vittima.

È configurabile il reato continuato nel caso di maltrattamenti posti in essere nei confronti di più familiari poiché l'interesse protetto dal reato è la personalità del singolo in relazione al rapporto che lo unisce al soggetto attivo. 

Aspetti processuali

Le principali novità processuali in materia di maltrattamenti in famiglia sono:

  • l’inserimento tra i reati che consentono l’incidente probatorio con specifiche modalità di audizione del minore (art. 398, comma 5-bis, c.p.p.);
  • la concedibilità della proroga delle indagini preliminari per non più di una volta (art. 406, comma 2-ter c.p.p.) in una logica di celerità;
  • la possibilità di intercettazioni grazie all’aumento a 6 anni di reclusione del limite edittale di pena;
  • il diritto della persona offesa:

a) alla notifica della richiesta di archiviazione del P.M. e, in deroga al termine ordinario per presentare opposizione, a 20 giorni per chiedere la prosecuzione delle indagini;

b) alla notifica dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari;

c) alla notifica della richiesta di revoca o di sostituzione delle misure cautelari, a cura della parte richiedente ed a pena di inammissibilità, con possibilità di presentare memorie (art. 299, comma 3, c.p.p.);

d) alla comunicazione immediata del provvedimento del giudice di revoca o sostituzione delle misure cautelari di cui agli artt. 282-bis e 282-ter c.p.p. (art. 299, comma 2-bis c.p.p.);

e) all’ammissione al patrocinio a spese dello Stato in dispensa ai limiti di reddito previsti dal d.P.R. 115/2002 (art. 76, comma 4-ter) .

  • l’obbligo di comunicazione del P.M. al tribunale per i minorenni nei casi in cui proceda per i delitti di maltrattamenti commessi in danno di un minorenne o da uno dei genitori di un minorenne in danno dell'altro genitore(art. 609-decies c.p.);
  • l’assunzione delle sommarie informazioni di minori solo con l'ausilio di un esperto in psicologia nominato dal P.M.;
  • l’arresto obbligatorio in flagranza (art. 380, comma 2, lett. l-ter) c.p.p.) e l'allontanamento urgente dalla casa familiare con il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa (art. 384-bisc.p.p.);
  • l’esame in dibattimento della vittima minorenne con modalità protette (art. 498, comma 4-ter,c.p.p.) così come la persona offesa maggiorenne (art. 498, comma 4-quater,c.p.p.);
  • la trattazione con priorità assoluta nella formazione dei ruoli dei giudici (art. 132,comma 1, lett.a-bis), disp. att. c.p.p.);
  • il rilascio di un permesso di soggiorno speciale del questore alle vittime straniere di violenza domestica se vi è un concreto ed attuale pericolo per la loro incolumità. 
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