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Giudizio immediato

Sommario

Inquadramento | Il giudizio immediato richiesto dall'imputato | Il giudizio immediato “tradizionale”, a richiesta del pubblico ministero (art. 453, comma 1, c.p.p.) | L'evidenza della prova | L'interrogatorio dell'indagato o l'invito a comparire | Il termine di 90 giorni | Il giudizio immediato cautelare | Il termine | Forma e requisiti del decreto di giudizio immediato | Le facoltà dell'imputato |

Inquadramento

Il giudizio immediato, disciplinato dagli art. 453 e ss. c.p.p., è un procedimento speciale, privo di connotati di premialità, che consente di approdare direttamente alla fase dibattimentale elidendo i passaggi dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari ex art. 415-bis c.p.p. e dell'udienza preliminare.

Titolari della facoltà di promuovere il giudizio immediato sono l'imputato ed il pubblico ministero.

Diverse le caratteristiche per i due soggetti titolari:

  • l'imputato vi accede mediante una semplice dichiarazione scritta  di rinuncia all'udienza preliminare, presentata in cancelleria almeno  3 giorni prima dell'udienza (art. 419, comma 5, c.p.p.), con conseguente implicita abdicazione ai riti premiali;
  • il pubblico ministero può attivare il rito ove ricorrano ipotesi tipiche, progressivamente ampliate dal legislatore.

Invero, a fronte di una iniziale previsione, che subordinava l'esercizio della facoltà all'evidenza della prova e al decorso di un termine non superiore a 90 giorni dall'iscrizione della notizia del reato, previo interrogatorio dell'indagato (alternativamente all'omessa presentazione del medesimo in esito alla convocazione), reiterati interventi additivi, dapprima con il d.lgs. 14 gennaio 1991, n. 12, e da ultimo con il d.l. 23 maggio 2008, n. 92, conv. in l. 24 luglio 2008, n. 125, hanno esteso i casi di giudizio immediato alle ipotesi in cui l'indagato si trovi sottoposto a misura cautelare, entro 180 giorni dall'applicazione della medesima, dopo la definizione del procedimento di riesame ex art. 309 c.p.p., ovvero allo spirare dei termini per proporre la richiesta di riesame, salvo che l'accesso al rito pregiudichi gravemente le indagini.

Il giudizio immediato richiesto dall'imputato

La disciplina prevista dall'art. 419, comma 5, prescinde dall'evidenza della prova e dalla valutazione dei motivi che hanno originato la scelta, da correlarsi, ad esempio, all'opportunità di non anticipare temi difensivi o di evitare lo strepitus fori conseguente ad un provvedimento di rinvio a giudizio. Alla formalizzazione della rinuncia da parte dell'imputato,  personalmente o per il tramite di un  procuratore speciale, entro il termine di 3 giorni prima dell'udienza preliminare, sembra dover corrispondere, quale automatismo  ineludibile, l'emissione del decreto di giudizio immediato ad opera del giudice.

Vi è tuttavia chi giustificatamente ritiene che il giudice sia comunque titolare del potere di valutare, in alcuni particolari casi, l'accoglibilità della richiesta.

Si consideri l'ipotesi in cui, nell'ambito di un processo a carico di numerosi imputati, uno solo di essi presenti la rinuncia all'udienza preliminare, oppure l'ipotesi nella quale, in presenza di una articolata contestazione che preveda più reati, l'interessato chieda il giudizio immediato per uno o più dei medesimi.

Reiterati sono gli arresti giurisprudenziali che affermano la non obbligatorietà della separazione nel caso in cui il giudizio immediato sia chiesto con riferimento ad un processo riunito ad altri: in tal caso il giudice conserva il  potere di valutazione conferitogli dall'art. 18 c.p.p.: sicché, se ritiene che per l'accertamento dei fatti sia assolutamente necessario mantenere riuniti i procedimenti, egli può escludere il giudizio immediato.

Analoga, sotto diverso profilo, la lettura di alcuni giudici di merito, nel caso in cui il processo contempli il coinvolgimento dell'ente ex d.lgs. 231/2001: in tal caso, l'art. 38, lettera c),d.lgs. 231/2001 consente la deroga al principio del simultaneus processus nell'ipotesi in cui l'imputato persona fisica chieda e ottenga di essere giudicato con rito immediato. Poiché analoga facoltà è consentita all'ente in virtù degli artt. 34 e 35 del medesimo decreto legislativo, che estendono l'applicazione delle norme processuali riguardanti l'imputato, al giudice non è consentito di disporre d'ufficio il giudizio immediato nei confronti dell'ente in mancanza di specifica richiesta (cfr. Trib. Milano, 25 giugno 2005, conforme, Trib. Milano, 5 ottobre 2004).

Più in generale, la Cassazione ha ritenuto che non sia abnorme, “seppure possa essere illegittimo, il provvedimento di rigetto della richiesta di giudizio immediato pur quando avanzata dall'imputato per rinuncia all'udienza preliminare, posto che il diniego dell'accesso al rito rientra nei poteri attribuiti dalla legge al giudice” (cfr. Cass. pen., Sez. I, 9 ottobre 2007, n. 42295).

Il giudizio immediato “tradizionale”, a richiesta del pubblico ministero (art. 453, comma 1, c.p.p.)

Presupposti affinché il pubblico ministero possa attivare il rito immediato sono:

 

  • l'evidenza della prova;
  • l'interrogatorio dell'indagato ovvero l'omessa comparizione (salvi i casi di legittimo impedimento o di persona irreperibile) a fronte dell'invito a presentarsi con le forme dell'art. 375, comma 2, c.p.p.;
  • il termine di 90 giorni dall'iscrizione della notizia di reato.

 

                                                                                                  

L'evidenza della prova

La scelta non felice del termine “prova evidente” – con riferimento alle fonti di prova raccolte nel corso delle indagini preliminari – ha determinato non pochi dubbi interpretativi, risolti nel corso del tempo anche grazie all'intervento delle Sezioni unite. 

In considerazione della circostanza che, normativamente, il concetto di evidenza della prova è funzionale alla decisione del giudice di disporre il rinvio a giudizio, appare ragionevole ritenere che per evidenza della prova (la cui massima espressione è costituita dalla flagranza e/o dalla confessione) debba intendersi l'esistenza di un compendio investigativo idoneo, in chiave prognostica, a sostenere l'accusa in giudizio, non diversa da quella compiuta nell'udienza preliminare; quindi la sufficienza ed idoneità degli elementi acquisiti nella prospettiva di richiedere il rinvio a giudizio e tali da rendere inutile l'udienza preliminare (cfr. Cass. pen., Sez. un., 26 giugno 2014, n. 42979).

L'interrogatorio dell'indagato o l'invito a comparire

Ulteriore requisito propedeutico all'instaurazione del giudizio immediato è l'interrogatorio dell'indagato, da parte del pubblico ministero, sui fatti dai quali emerge l'evidenza della prova. Non è indispensabile che l'interrogatorio sia effettivamente compiuto, essendo sufficiente anche il semplice invito a comparire ai sensi dell'art. 275, comma 3, c.p.p., sempre che non si tratti di soggetto irreperibile o latitante e che l'omessa partecipazione non sia determinata da un legittimo impedimento (art. 27,d.lgs. 14 gennaio 1991, n. 12).

L'interrogatorio, richiesto quale condizione legittimante dall'art. 453, comma 1, c.p.p., deve essere effettuato prima della richiesta del rito speciale. (Cass.pen., Sez. III, 16 aprile 2013, n. 41777).

È evidente la finalità del legislatore di offrire, in mancanza dell'avviso di conclusione delle indagini e dell'udienza preliminare, uno strumento di  garanzia – pur sensibilmente meno efficace dell'avviso ex art. 415-bis c.p.p. – atto ad informare la persona sottoposta alle indagini del procedimento, del fatto attribuito, dei risultati delle investigazioni, delle intenzioni della pubblica accusa, così da mettere l'indagato nelle condizioni di decidere l'opportunità di sottoporsi o meno all'interrogatorio.

Quindi il pubblico ministero può chiedere il rito immediato solo se l'indagato sia stato interrogato o chiamato a comparire sui fatti dai quali emerge l'evidenza probatoria.

Pur in costanza dell'insindacabilità, da parte del giudice del dibattimento, della ricorrenza dei presupposti necessari all'attivazione del giudizio immediato (ex pluribus, sull'evidenza della prova e sul rispetto del termine di 90 giorni cfr. Cass. pen., Sez. IV, 27 giugno 2007 n. 39597; Cass. pen., Sez. V, 21 gennaio 1998, n. 1245), residua, in capo al giudice dibattimentale un potere-dovere di controllo, dopo l'ammissione del rito immediato, in relazione all'espletamento dell'interrogatorio dell'indagato,  su tutti i fatti di reato addebitati, in modo da consentire all'indagato di interloquire in modo significativo su ognuno di essi, rilevando eventuali nullità derivanti dall'omissione totale o parziale del medesimo (Cass. pen., Sez. V, 29 gennaio 2014, n. 14740). Sarà quindi onere del pubblico ministero dimostrare che l'interrogatorio abbia avuto luogo e abbia avuto ad oggetto tutte le imputazioni. Diversamente, non dà luogo a nullità la riqualificazione, in senso giuridico, dei fatti reato, immutati nella loro materialità, sui quali l'indagato sia stato preventivamente interrogato (Cass. pen., Sez. III, 4 dicembre 2013, n. 14433).

Circa l'equiparazione dell'interrogatorio svolto dal pubblico ministero e quello compiuto da organi diversi da esso, per orientamento giurisprudenziale consolidato si ritiene equivalente l'interrogatorio reso dinanzi al giudice per le indagini preliminari in sede di convalida di arresto o di fermo, ovvero l'interrogatorio di garanzia ex art. 294, comma 3, c.p.p. a seguito di applicazione di misura cautelare, a condizione che abbia avuto ad oggetto i medesimi fatti ed evidenze ai quali si riferisce la richiesta di giudizio immediato (Cass. pen. Sez. II, 18 gennaio 2012, n. 17007; conforme Cass. pen., Sez. III, 7 ottobre 2009, n. 44883).

Analogamente avviene per le dichiarazioni rese a seguito di presentazione spontanea, a condizione che siano precedute dalla contestazione del fatto e siano rispettate le disposizione di cui agli artt. 64 e 65 c.p.p., come richiamati dall'art. 374, comma 2, c.p.p.

Il termine di 90 giorni

La previsione dell'art. 454 c.p.p. impone che la richiesta sia presentata entro il termine di 90 giorni dall'iscrizione della notizia di reato nel registro previsto dall'art. 335 c.p.p.

Detto termine è perentorio, sia in relazione al completamento delle attività investigative che  alla materiale presentazione della richiesta corredata degli atti d'indagine (Cass.pen., Sez. III, 11 dicembre 2014, n. 4684; difforme Cass. pen., Sez. I, 27 maggio 2004, n. 26305; cfr. anche Cass. pen., Sez. III, 9 luglio 2008, n. 38399, secondo la quale il termine per la presentazione della richiesta non è previsto a pena di decadenza, in quanto si tratterebbe di semplice irregolarità in quanto non è riconducibile a ipotesi di nullità di ordine generale; in ogni caso, anche a volervi ravvisare un'ipotesi di nullità, si tratterebbe comunque di una nullità a regime intermedio ex art. 178, lettera c), c.p.p., rilevabile fino alla pronuncia della sentenza di primo grado).

Si è osservato, tuttavia, che occorre distinguere l'ipotesi in cui la tardività della richiesta  si riferisca ad attività d'indagine svolte e contemplate nel lasso di tempo prescritto dalla norma, da quello in cui, invece, l'evidenza della prova sia stata raggiunta mediante accertamenti conclusi oltre il lasso di tempo previsto. Solo in quest'ultimo caso è possibile ravvisare una violazione della ratio del giudizio immediato (Cass. pen., Sez. I, 26 ottobre 2010, n. 45079; Cass. pen., Sez. III, 4 ottobre 2007, n. 41579). In coerenza con tale impostazione i termini fissati dall'art. 453 c.p.p. sono talora ritenuti perentori con riferimento al completamento delle indagini preliminari e meramente ordinatori ai fini della presentazione della richiesta (Cass. pen., Sez. I, 10 aprile 2001, n. 24617).

Il rispetto dei termini assegnati al pubblico ministero per la richiesta di giudizio immediato (ordinario o cautelare) è rilevabile dal giudice per le indagini preliminari: esso costituisce un presupposto di ammissibilità del rito, in virtù del nesso che lega, in tale tipo di giudizio, la non particolare complessità delle indagini, l'evidenza della prova (o lo stato detentivo dell'accusato per l'immediato cautelare) e le peculiari esigenze di celerità e risparmio di risorse processuali che ispirano l'istituto (Cass. pen., Sez. un., 26 giugno 2014, n. 42979; in senso difforme Cass. pen., Sez. III, 26 settembre 1995, n. 273; Cass. pen., Sez. I, 26 ottobre 2010, n. 45079). Ma la decisione assunta dal giudice per le indagini preliminari non può essere oggetto di ulteriore sindacato.

Ai sensi dell'art. 454, comma 2, c.p.p. il fascicolo deve contenere la notizia di reato ed ogni altro atto e documento afferente all'indagine espletata. Tuttavia la mancata messa a disposizione della difesa di taluni atti d'indagine, successivi all'emissione del decreto di giudizio immediato, non può incidere sulla validità del decreto che dispone il giudizio immediato, perché è un atto antecedente; essa però incide sul diritto di difesa, e pertanto sussiste il diritto a prenderne visione con richiesta di rinvio (Corte assise La Spezia, 7 novembre 2013).

Circa il dies a quo, il termine di 90 giorni decorre dalla iscrizione della notizia di reato nel registro ex art. 335 c.p.p. e  non dalla iscrizione del nome dell'indagato (come è invece previsto dall'art. 405, comma 2, c.p.p. in relazione alla durata delle indagini preliminari).

Tale disposizione è mirata ad evitare che un'iscrizione ritardata del nome dell'indagato (posticipata rispetto all'iscrizione di notizia di reato che dovesse intervenire originariamente contro ignoti, a modello 44) possa determinare un'illegittima estensione del termine entro il quale proporre l'immediato.

Occorre peraltro rilevare come l'orientamento ermeneutico prevalente ritenga che nell'ipotesi di iscrizione tardiva, il termine inizi a decorrere dalla data della effettiva iscrizione e non già dalla data in cui la notizia criminis avrebbe dovuto essere iscritta.

Circa il dies ad quem  è di recente intervenuta la Corte di cassazione a Sezioni unite affermando  che, l'inosservanza dei termini di novanta e centottanta giorni, previsti rispettivamente per la richiesta di giudizio immediato ordinario e per il giudizio immediato cautelare ha natura perentoria ed è rilevabile dal giudice per le indagini preliminari, attenendo ali presupposti del rito (Cass. pen., Sez. un., giugno 2014, n. 42979).

 

Il giudizio immediato cautelare

Con l'intervento additivo previsto dal  d.l. 92/2008, conv. in l. 125/2008, che ha determinato l'introduzione dei commi 1-bis ed 1-ter all'art. 453 c.p.p., il legislatore ha tipizzato un'ulteriore ipotesi di accesso al giudizio immediato, correlata allo stato cautelare dell'indagato.

I presupposti che consentono l'avvio del giudizio immediato, il cui sviluppo è speculare rispetto al giudizio immediato “tradizionale” sono i seguenti:

  • lo stato detentivo;
  • il termine di 180 giorni dalla data di esecuzione della misura custodiale;
  • la definizione del procedimento di cui all'art. 309 c.p.p., ovvero il decorso dei termini per la proposizione della richiesta di riesame.

Peculiare la presenza di una clausola di salvaguardia: “salvo che la richiesta pregiudichi gravemente le indagini”.

L'accesso al giudizio  presuppone quindi che l'indagato sia sottoposto a misura cautelare nell'ambito del medesimo procedimento e che sia definito, ovvero non esperito, il giudizio di riesame della misura.

Qualche dubbio interpretativo si è posto in relazione al profilo attinente alla definizione del procedimento di cui all'art. 309 c.p.p.: nel dettaglio, se esso debba essere inteso in senso estensivo, e quindi fino alla formazione del giudicato cautelare, al termine dell'ulteriore impugnazione ex art. 311 c.p.p. e dell'eventuale giudizio di rinvio, ovvero se debba essere contenuto  alla sola definizione del giudizio ex art. 309 c.p.p. in senso letterale.

Anche per l'immediato c.d. cautelare pare presupposto necessario il vaglio prognostico circa l'idoneità degli elementi acquisiti a sostenere l'accusa in giudizio, atteso che l'applicazione di una misura cautelare, pur se già sottoposta al giudizio del tribunale del riesame, implicando solo una probabilità di colpevolezza correlato al quadro di gravità indiziaria, non esaurisce il doveroso apprezzamento dell'evidenza probatoria, intesa come sostenibilità dell'accusa in giudizio tale da rendere inutile la celebrazione dell'udienza preliminare (Cass. pen.,Sez. un., 26 giugno 2014, n. 42979).

 

Il termine

Peculiare la scelta del termine, che sembra tradire la volontà di garantire il mantenimento delle misure cautelari, anziché rispettare le primigenie finalità del legislatore.

Invero la scelta di ancorare la possibilità, per il pubblico ministero, di attivare il giudizio alla data dell'applicazione della misura cautelare, anziché dalla data di iscrizione della notitia criminis amplia sensibilmente il perimetro cronologico entro il quale promuovere il giudizio immediato: ciò, a dispetto dell'originario scopo dell'immediato: la celerità del rito.

Forma e requisiti del decreto di giudizio immediato

Ove il giudice ritenga insussistenti i requisiti per procedere con giudizio immediato, rigetta la richiesta entro il termine, non perentorio, di 5 giorni, e restituisce gli atti al pubblico ministero.

Se invece accoglie la richiesta del pubblico ministero emette il provvedimento introduttivo del giudizio immediato, entro il medesimo termine.

I dubbi circa la possibilità per il giudice investito della richiesta di giudizio immediato di pronunciare sentenza ex art. 129 c.p.p. non paiono del tutto risolti.

Invero, l'ermeneutica dottrinale e giurisprudenziale è in larga parte orientata in senso negativo,  nel rispetto della volontà mutuabile dalle direttive alla legge delega del 1988: la direttiva 52/6 dell'art. 2 della legge delega prevede il potere del giudice di pronunciare la sentenza ex art. 129 c.p.p. “sentite le parti”. La circostanza che l'art. 455 c.p.p. non preveda alcuna partecipazione delle parti interessate e la natura dell'intervento demandato al G.I.P. di mero controllo sull'esercizio dell'azione penale induce alla conclusione che il giudice non possa adottare il provvedimento ex art. 129 c.p.p.

Un orientamento difforme  è tuttavia desumibile dagli interventi giurisprudenziali più recenti, che ritengono tale provvedimento “esercizio legittimo dei poteri conferiti dalla legge a tale organo”, atteso che “la formulazione letterale di tale norma e la sua ratio ne rilevano, infatti, il carattere generale e ne giustificano il più ampio ambito” (Cass. pen., Sez. III, 20 novembre 2008, n. 8838).

L'art. 456 c.p.p. prevede che il provvedimento dispositivo ha la forma di decreto (artt. 456 e 125, comma 3, c.p.p.) i cui requisiti devono essere identici al decreto che dispone il giudizio, considerato l'espresso richiamo normativo all'art. 429, commi 1 e 2, c.p.p.

Il decreto sarà quindi nullo se l'imputato non è identificato in modo certo ovvero se manca o è insufficiente  l'enunciazione in forma chiara e precisa del fatto, delle circostanze aggravanti e di quelle che possono comportare l'applicazione di misure di sicurezza, con l'indicazione dei relativi articoli di legge. Sarà altresì nullo ove non siano indicati o sia insufficiente l'indicazione relativa al luogo, il giorno, l'ora della comparizione.

La disposizione dovrà essere coordinata con l'art. 132 disp. att. c.p.p., che prevede altresì l'indicazione della sezione davanti alla quale le parti devono comparire.

Pur non essendo espressamente indicato nell'art. 429 c.p.p. a pena di nullità, occorre rilevare che la mancanza delle sottoscrizione da parte del giudice determina la nullità dell'atto, in applicazione dei princìpi generali.

L'art. 456, comma 2, c.p.p., prevede altresì che il provvedimento dispositivo debba infine contenere anche l'avviso che l'imputato può chiedere il giudizio abbreviato o l'applicazione della pena a norma dell'art. 444 c.p.p.

L'omissione di tale avviso da luogo ad una nullità di ordine generale ex art. 178, comma 1, lettera c), c.p.p. (in tal senso Corte cost. 25 maggio 2004, n. 148).

Il decreto deve essere comunicato al pubblico ministero e notificato all'imputato e alla persona offesa almeno 30 giorni prima della data fissata per il giudizio unitamente alla richiesta del pubblico ministero. Diversamente il difensore dell'imputato sarà destinatario dell'avviso di fissazione della data per il giudizio, nel medesimo termine.

Un'ulteriore ipotesi di nullità assoluta è ravvisabile nell'ipotesi in cui l'instaurazione del giudizio immediato attenga reati per i quali l'esercizio dell'azione penale debba avvenire con citazione diretta a giudizio ex artt. 550 e ss. (in ragione del duplice rilievo che oltre a precludere all'imputato il diritto a ricevere la notifica dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari, determina un indebito mutamento del giudice naturale (Cass.pen., Sez. IV, 17 dicembre 2014, n. 3805; conforme Cass. pen., Sez. VI, 18 novembre 2010, n. 41703)

Le facoltà dell'imputato

L'imputato ha la facoltà, entro il termine di decadenza  di 15 giorni dalla notifica del decreto di giudizio immediato, di chiedere, personalmente o per il tramite del difensore munito di procura speciale,  il giudizio abbreviato ex art. 458 c.p.p., ovvero l'applicazione della pena  ex art. 444 c.p.p., formalizzando la propria richiesta mediante atto scritto depositato presso la cancelleria del giudice per le indagini preliminari, previamente notificato al pubblico ministero.

Il termine decadenziale decorre dall'ultima notificazione all'imputato o al difensore (Corte cost. 20 giugno 2002, n. 265). Di conseguenza la nullità di una di tali notifiche impedirà il decorso del termine.

Invero la declaratoria di nullità del decreto di giudizio immediato per difetto di notifica all'imputato rende invalidi gli atti successivi, financo gli atti del giudizio abbreviato incardinatosi su tale procedimento, poiché non avendo ricevuto la notifica del decreto, non ha la possibilità di effettuare compiutamente l'opzione tra i riti alternativi cognita causa, non potendo avvalersi della difesa tecnica ed essendo privato della possibilità di utilizzare lo spatium deliberandi di 15 giorni dopo aver preso visione degli atti (Cass.pen.,Sez VI, 5 maggio 2009, n. 23783; in senso difforme Cass. pen., Sez. I, 3 aprile 2012, n. 15157, secondo la quale il difetto di notifica non rende invalidi gli atti successivi del giudizio abbreviato incardinatosi su tale procedimento, non essendovi reciproca dipendenza, ai fini dell'art. 185 c.p.p., tra i decreti da cui promanano i relativi riti e restando il giudizio di primo grado insensibile alla validità delle vicende intervenute tra l'esercizio dell'azione penale e la richiesta del rito alternativo).

Ove la richiesta sia accoglibile, il giudice fissa con decreto l'udienza camerale per la trattazione del rito premiale, revocando il giudizio immediato.

Nel giudizio abbreviato si osservano, in quanto applicabili,  le disposizioni previste agli artt. 438 commi 3 e 5, 441, 441-bis, 442, 443 c.p.p.; nel caso di nuove contestazioni, l'imputato rimane titolare della facoltà di ottenere che si proceda con le forme in origine previste, ottenendo, quale conseguenza, il provvedimento del giudice di fissazione dell'udienza per la prosecuzione del rito immediato.

Occorre altresì rilevare, a tale proposito, come il giudizio abbreviato, richiesto dall'imputato in esito alla notificazione del decreto di giudizio immediato, non può essere considerato già instaurato a seguito dell'emissione del decreto di fissazione dell'udienza, ma solo con l'adozione dell'ordinanza di ammissione: con la conseguenza che, fino all'adozione di tale provvedimento non è precluso al pubblico ministero di effettuare contestazioni suppletive indipendentemente dai casi codificati all'art. 441-bis c.p.p. (Cass. pen., Sez. III, 4 dicembre 2013, n. 14433; Cass. pen.,Sez. un., 28 aprile 2011, n. 30200).

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