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Giudizio direttissimo

07 Settembre 2015 |

Sommario

Inquadramento | Gli ulteriori interventi modificativi del legislatore | La tipizzazione dei casi | La convalida dell'arresto | La presenza del difensore e la partecipazione del pubblico ministero | I termini | L’arresto in flagranza già convalidato | La confessione dell’imputato | L’instaurazione del giudizio direttissimo | Svolgimento del giudizio direttissimo | La trasformazione del rito |

Inquadramento

Codificato agli artt. 449 e ss., da combinarsi con gli artt. 390, 391 e 558 c.p.p., il giudizio direttissimo è un procedimento speciale privo di elementi premiali che consente, a discrezione del pubblico ministero, di anticipare lo sviluppo dibattimentale laddove ricorrano presupposti tipici, quali l'arresto in flagranza, ovvero la confessione dell'imputato.

In gran parte riformato rispetto alla previgente formulazione (del codice Rocco), che contemplava l'applicabilità del rito ad una considerevole gamma di ipotesi, nel sistema attuale il giudizio direttissimo si caratterizza per la sua natura eventuale. Ciò non toglie, come affermato in dottrina, che ancor oggi l'esigenza di una più celere definizione del procedimento finisca talora per identificarsi con l'altrettanto avvertita necessità di garantire una pronta risposta giudiziaria in relazione a fattispecie che destano allarme sociale: si consideri la celebrazione del procedimento speciale, anche al di fuori dei casi di cui agli artt. 449 c.p.p., per i reati concernenti le armi e gli esplosivi (introdotta dall'art. 12  bis, d.l. 8 giugno 1992, n. 306; l'art. 6, d.l. 26 aprile 1993 n. 122, in materia di discriminazione etnica, razziale e religiosa; l'art. 12, comma 4, d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286 in materia di favoreggiamento dell'ingresso o della permanenza di stranieri  nel territorio dello Stato; e ancora l'art. 8-bis, l. 13 dicembre 1989, n. 401 relativo ai reati commessi in occasione di manifestazioni sportive.

Nonostante gli interventi volti ad elidere le previsioni normative che imponevano (anziché consentire) al pubblico ministero di instaurare il rito direttissimo per alcuni reati, è corretto ritenere oggi che l’obbligatorietà del rito per alcuni reati comporti che il giudizio direttissimo possa essere instaurato anche indipendentemente dal rispetto dei termini previsti dall'art. 449, comma 4, c.p.p. (cfr., in materia di armi, Cass. pen., Sez. I, 27 marzo 2013, n. 18775).

Gli ulteriori interventi modificativi del legislatore

Alcuni interventi normativi, oltre a quelli già passati in rassegna, hanno implementato l'originaria previsione: nel dettaglio, l'art. 2, comma 1, lettera d), del d.l. 23 maggio 2008 n. 92, convertito dalla l. 24 luglio 2008 n. 125, ha previsto che il pubblico ministero possa procedere al giudizio direttissimo, salvo che ciò pregiudichi gravemente le indagini, nei confronti della persona che nel corso dell'interrogatorio ha reso confessione.

La medesima novella ha altresì modificato l'ipotesi di procedimento direttissimo previsto dal comma quarto dell’art. 449 c.p.p. aumentando a trenta giorni il termine (prima individuato nella inferiore misura di quindici giorni) dall'arresto già convalidato ad opera del giudice per le indagini preliminari, sempre ove non vi sia pregiudizio per le indagini.

Un ulteriore intervento legislativo (ad opera del d.l. 14 agosto 2013, n. 93, convertito dalla l. 15 ottobre 2013, n. 119) ha arricchito l'originaria impostazione del comma 5 dell'art. 449 c.p.p. con la previsione della facoltà di procedere per direttissima ove una persona sia stata allontanata di urgenza dalla casa familiare ai sensi dell'art. 384-bis c.p.p.: in tale specifica ipotesi la polizia giudiziaria può provvedere, su disposizione del pubblico ministero, alla citazione della persona allontanata dalla casa familiare per la convalida e il giudizio direttissimo (salvo che ciò pregiudichi gravemente le indagini). In ogni caso la polizia giudiziaria provvede  alla citazione per la convalida entro le 48 ore.

La tipizzazione dei casi

Nonostante i reiterati interventi del legislatore, che in parte hanno eluso la volontà sottesa all’iniziale formulazione del nuovo codice di rito (tesa a diminuire le ipotesi di giudizio direttissimo previste del codice Rocco), è possibile affermare che i casi tipici del procedimento sono compendiabili in tre ipotesi: l'arresto in flagranza, che determini la sollecita presentazione dell'indagato al giudice del dibattimento per la convalida ed il contestuale giudizio; l'arresto in flagranza seguito dalla convalida dinanzi al giudice per le indagini preliminari (in tal caso l'indagato potrà essere avviato al rito direttissimo entro trenta giorni dall'arresto); la confessione resa dall'indagato nel corso dell'interrogatorio (l'imputato sarà citato a comparire – o presentato, se in vinculis – entro trenta giorni dall'iscrizione nel registro delle notizie di reato).

Tali, schematicamente, i casi annoverati dall'art. 449 c.p.p.: ai quali deve aggiungersi l'ipotesi in cui, nonostante l'arresto non sia convalidato, le parti concordano di procedere con rito direttissimo, in deroga rispetto alla prevista restituzione degli atti al pubblico ministero.

La convalida dell'arresto

Come già rilevato, in caso di arresto in flagranza, la prescrizione normativa consente al pubblico ministero, ove lo ritenga, di presentare direttamente l'imputato davanti al giudice del dibattimento per la convalida e il contestuale giudizio entro quarantotto ore dall'arresto.

Entro le 48 ore successive, ex art. 390 c.p.p., il giudice fissa udienza di convalida, dandone avviso senza ritardo al pubblico ministero e al difensore.

Un primo quesito, ormai approfondito, è costituito dalla compatibilità del giudice della convalida allo svolgimento del giudizio direttissimo; è stato risolto positivamente, nel senso che non è ravvisabile alcuna incompatibilità, in considerazione della particolare natura del rito e delle esigenze ad esso connesse, oltre che della stessa natura della convalida, atto prodromico al giudizio che non costituisce autonoma pronuncia, tale da determinare un pregiudizio (cfr. Cass. pen., Sez. VI, 10 febbraio 2015, n. 16261)

Analogamente è stata ritenuta infondata la questione di legittimità costituzionale circa l'art. 34 c.p.p. nella parte in cui non prevede che non possa esercitare le funzioni di giudice del dibattimento il giudice che non abbia convalidato l'arresto per ritenuta insussistenza del reato e abbia conseguentemente disposto la restituzione degli atti al pubblico ministero: in tal senso la Corte costituzionale ha avuto modo di ribadire che il principio in forza del quale l'adozione di provvedimenti inerenti la libertà personale dell'imputato che implichino una valutazione prognostica in ordine alla responsabilità del medesimo, ancorché su base indiziaria e allo stato degli atti, impedisce al giudice che li ha emessi di partecipare al giudizio, trova una deroga nell'ipotesi in cui i provvedimenti in questione si collochino in una fase distinta rispetto a quella pregiudicata (cfr. Corte cost., 21 giugno 2012, n. 153).

Sotto diverso profilo, con riferimento ai casi di incompetenza, il giudice che sia investito della convalida dell'arresto e del giudizio direttissimo, anche qualora ritenga la propria incompetenza, deve comunque provvedere alla convalida dell'arresto, pronunciandosi sull'eventuale misura cautelare ex art. 27 c.p.p., disponendo poi la trasmissione degli atti al giudice ritenuto competente  (cfr. Cass. pen., Sez. I, 15 febbraio 2006, n. 11322).

Una diversa questione attiene all'eventuale assoluto impedimento dell'imputato, tale da impedirne la fisica presentazione all'udienza di convalida, atteso che il giudizio prende le mosse dallo status detentionis come mezzo attraverso il quale assicurare la presenza dell'imputato all'udienza di convalida affinché il pubblico ministero possa esercitare l'azione penale ex art. 405, comma 1, c.p.p. attraverso la formale contestazione dell'imputazione. In giurisprudenza, tuttavia, si è ritenuto che, anche in assenza dell'imputato per un assoluto impedimento, non sussista alcuna ostatività alla convalida dell'arresto e al contestuale giudizio direttissimo ai sensi dell'art. 558 c.p.p. (cfr. Cass. pen., Sez. VI, 18 dicembre 2014, n. 53850, peculiare sul piano della ricostruzione sistematica, nella prospettiva di ritenere non ostativa l'assenza per impedimento dell'imputato non solo in sede di convalida ma anche in sede di giudizio, che però qualifica non già “rito accelerato ma rito senza indagini precedenti”).

A fortiori, nel giudizio direttissimo instaurato a seguito di convalida dell'arresto, la presenza dell'imputato all'udienza fissata in esito alla concessione dei termini a difesa è irrilevante ai fini della regolarità del rapporto processuale costituitosi alla prima udienza (cfr. Cass. pen., Sez. VI, 15 maggio 2013, n. 23845).

Con percorso motivazionale diverso, ma analogo approccio ermeneutico, si è ritenuta legittima anche la convalida dell'arresto eseguita nei confronti dello straniero alloglotta presentato per il giudizio direttissimo, anche senza che si sia previamente proceduto al suo interrogatorio a motivo dell'impossibilità di reperire tempestivamente un interprete: ricorrendo in tale eventualità un caso di forza maggiore, tale da non impedire la decisione del giudice sulla legittimità dell'operato della polizia giudiziaria (cfr. Cass. pen., Sez. VI, 9 maggio 2014, n. 38791, contra, Cass. pen., Sez. V, 8 febbraio 2007, n. 10517,  nella quale la Corte ha ritenuto che, nell'impossibilità di procedere per la irreperibilità dell'interprete, il giudice deve restituire gli atti al pubblico ministero perché proceda con le forme ordinarie, anche relativamente alla convalida; vedi anche Cass. pen., Sez. IV, 28 gennaio 2005, n. 19300).

Un particolare profilo, non di minor interesse, è stato affrontato dalla Sezioni unite in relazione alla competenza del vice procuratore onorario: a tale proposito la Cassazione ha avuto modo di affermare che la delega conferita al vice procuratore onorario ex art. 72, comma 1, lett. b), ord. giud. e 162 disp. att. per lo svolgimento delle funzioni di pubblico ministero nelle udienze di convalida dell’arresto e contestuale giudizio direttissimo comprende anche la facoltà di richiedere l’applicazione di una misura cautelare, dovendosi pertanto considerare prive di effetto giuridico le limitazioni eventualmente contenute nell’atto di delega (cfr. Cass. pen., Sez. un., 24 febbraio 2011, n. 13716).

Una peculiare posizione è invece rivestita dalla figura del c.d. G.O.T. (giudice onorario di tribunale). Il Consiglio superiore della magistratura, nella seduta dell’11 aprile 2012, ha affermato: “alla domanda circa la possibilità di inserire i G.O.T. nei turni per i giudizi direttissimi si rispose in modo tendenzialmente negativo, in quanto normalmente la celebrazione del giudizio direttissimo è immediatamente successiva alla fase di convalida in cui si svolgono attività assimilabili a quella dei Gip/Gup e, dunque, precluse ai G.O.T.” che incidono “sullo status libertatis delle persone che è opportuno sottrarre alle attribuzioni di un giudice onorario, salvo ovviamente i casi in cui occorra provvedere nel corso di un giudizio dibattimentale già avviato ed assegnato ad un G.O.T.”.

In altri termini, non pare vi siano preclusioni normative, tantomeno sanzioni processuali, se un G.O.T. provvedesse, nell’ambito della propria competenza per materia, al giudizio di convalida e contestuale rito direttissimo; esistono però ragioni di opportunità che impongono un’organizzazione degli uffici giudiziari tale da relegare ai solo magistrati togati le decisioni squisitamente rivolte alla libertà personale. Tale esenzione potrebbe tuttavia comportare una violazione del sistema tabellare di assegnazione dei fascicoli, paradigma amministrativo posto a presidio del principio costituzionale afferente al giudice naturale.

Circa l’ampiezza dello spettro valutativo del giudice in sede di convalida occorre altresì precisare come in tale sede il giudice possa, limitatamente agli effetti del giudizio di convalida, attribuire al fatto una qualificazione giuridica diversa da quella prospettata dal pubblico ministero, nella prospettiva di individuare in concreto se il fatto–reato sia qualificabile in una fattispecie per la quale sia consentito l’arresto in flagranza.

La questione non è di poco momento ove si consideri che l’erroneo nomen iuris della fattispecie potrebbe avere ricadute sulla validità della sentenza di applicazione della pena ex art. 444 c.p.p. pronunciata nel medesimo contesto.

Invero, se nel ricevere la proposta di patteggiamento, il giudicante, tenuto a verificare la corretta qualificazione giuridica del fatto, anche in funzione del rito speciale, riproponesse un eventuale errore di inquadramento giuridico della fattispecie, frutto di un inadeguato controllo in sede di convalida, tale approccio comporterebbe un errore di diritto rilevante ai sensi dell’art. 606, lett. b), c.p.p., come tale rilevabile in sede di legittimità (cfr. Cass. pen., Sez. V, 29 gennaio 2010, n. 14314; vedi anche, circa l’erronea qualificazione giuridica del fatto, Cass. pen.,  Sez. un., 19 gennaio 2000, n. 5).

La presenza del difensore e la partecipazione del pubblico ministero

In considerazione del richiamo (nell'art. 449 c.p.p.) all'applicazione dei principi contenuti nell'art. 391 c.p.p., in quanto compatibili, si deve ritenere indispensabile la presenza del difensore, mentre facoltativa quella del pubblico ministero in sede di convalida.

Come per l'interrogatorio di garanzia, l'avviso al difensore può essere effettuato mediante il ricorso a mezzi atipici di comunicazione, purché idonei a rendere conoscibile il  medesimo. Con particolare riferimento al procedimento in esame, la giurisprudenza è giunta ad affermare che a nulla rileva che l'avviso al difensore non sia giunto a conoscenza di quest'ultimo (cfr. Cass. pen., Sez. un., 30 ottobre 2002, n. 39414: nella specie è stato considerato idoneo l'avviso effettuato mediante comunicazione registrata sulla segreteria telefonica del difensore, indipendentemente dall'effettiva conoscenza dell'avviso da parte del destinatario).

Per altro verso, anche laddove sia stato omesso l'avviso al difensore, una volta instaurato il giudizio direttissimo, sulla base di un arresto in flagranza regolarmente convalidato, è stato ritenuto abnorme il successivo provvedimento del giudice che, rilevato il vizio nell'udienza di convalida (appunto, omesso avviso al difensore), abbia restituito gli atti al pubblico ministero, anziché procedere con le forme ordinarie  (cfr. Cass . pen., Sez. VI, 19 gennaio 2012, n. 6245).

Di conseguenza, ove il difensore di fiducia non sia comparso o non sia reperito, il giudice applicherà la disposizione dell'art. 97, comma 4, c.p.p., nominando un difensore immediatamente reperibile.

Perfino irrilevante diviene il vizio dell'omesso avviso al difensore ove l'imputato abbia manifestato la volontà di definire il processo con applicazione concordata della pena: ciò in quanto la volontà di concordare la pena ex art. 444 c.p.p. comporta implicitamente la rinuncia a qualsivoglia eccezione di natura processuale (cfr. Cass. pen., Sez. VI, 25 giugno 2003 n. 32391,  conforme Cass. pen., Sez. V, 29 dicembre 1998, n. 7262).

I termini

L’art. 449, comma 1, c.p.p. prevede espressamente che il pubblico ministero che intenda presentare l’imputato in stato di arresto davanti al giudice del dibattimento, per la convalida e il contestuale giudizio, è tenuto a farlo entro quarantotto ore dall’arresto.

Sempre a proposito del rispetto del termine di 48 ore previsto anche dall’art. 558, comma 4, c.p.p., il testo di tale disposizione e l’interpretazione della stessa consentono di ritenere che la presentazione dell’arrestato al giudice in udienza nel termine indicato è da considerarsi tempestiva anche se l’orario di effettiva cognizione dei fatti da parte del giudice avvenga successivamente e di conseguenza anche la convalida intervenga in orario successivo rispetto alle 48 ore, poiché la circostanza che rileva a tale proposito è la presentazione dell’arrestato, mentre è irrilevante l’eventuale differimento orario della cognizione degli atti conseguente allo svolgimento di incombenti di altra natura da parte del giudice (Cass. pen. , Sez. VI, 26 novembre 2013, n. 21).

Sempre in ordine al computo del termine delle 48 ore, peculiare è la situazione in cui la misura precautelare sia stata applicata nei confronti di extracomunitario per il reato di cui all’art. 14, comma 5-ter, d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286: in essa la Corte ha avuto modo di affermare che il termine delle 48 ore decorre dalla data e dall’orario del verbale di arresto, e non già dal momento in cui il prevenuto è stato accompagnato negli uffici di polizia per l’identificazione (Cass. pen., Sez. I, 13 novembre 2008, n. 43344).

Si è ritenuto che il pubblico ministero che decida di richiedere al tribunale la convalida dell’arresto con contestuale giudizio direttissimo, debba chiedere la fissazione di un’apposita udienza ex art. 558 al più presto solo se il giudice non tenga udienza entro le 48 ore dall’arresto. Ciò anche nella prospettiva di assicurare il rispetto del principio costituzionale per cui nessuno può essere distolto dal principio costituzionale del giudice precostituito per legge. Tuttavia, qualora il pubblico ministero chieda al giudice di fissare un’udienza per la direttissima, e l’udienza venga comunque fissata entro le 48 ore, non è applicabile alcuna sanzione processuale, non essendo provata una lesione per i diritti dell’imputato (fattispecie relativa ad ordinanza con la quale il tribunale non aveva convalidato l’arresto ritenendo che erroneamente il P.M. avesse chiesto la fissazione dell’udienza nonostante nella stessa data dell’arresto fosse già fissato tabellarmente un regolare turno per la celebrazione delle direttissime: cfr. Cass. pen., Sez. III, 25 giugno 2008, n. 31463).

Ove l’arresto non sia convalidato il giudice restituisce gli atti al pubblico ministero, ad eccezione del manifestato consenso da parte dell’imputato e del pubblico ministero, a fronte dei quali il giudice procede in ogni caso al giudizio direttissimo. In mancanza di una specifica disposizione di legge, si ritiene comunemente che la forma del consenso possa essere manifestata tanto per iscritto quanto oralmente ovvero, altresì, per facta conludentia, ove il comportamento dell’imputato sia inequivocabile.

È controverso in dottrina se pur in presenza del consenso delle parti il giudice possa comunque restituire gli atti al pubblico ministero: tuttavia la formulazione normativa induce a ritenere che sia esclusa la possibilità che il giudice possa interloquire sulla manifestazione di volontà delle parti.

In parte analoga è la previsione del comma sesto dell’art. 449 c.p.p., che individua l’ipotesi in cui vi sia connessione del reato per il quale è richiesto giudizio direttissimo con altri per i quali mancherebbero le condizioni.

In tal caso si procede separatamente per gli altri reati e nei confronti degli altri imputati, salvo che ciò pregiudichi gravemente le indagini: deve peraltro ritenersi che, laddove un unico soggetto, imputato di più reati tra loro connessi, presti il consenso, possa ugualmente procedersi con rito direttissimo; più in generale, in caso di connessione tra reati, le soluzioni praticabili sono la separazione dei processi o, qualora la trattazione unitaria sia ritenuta indispensabile, la prevalenza del rito ordinario, con esclusione quindi della possibilità che, postulandosi una vis actractiva, basata sulle regole della connessione, del reato per il quale è richiesto rito direttissimo, possa essere quest’ultimo a prevalere anche con riguardo ai reati connessi (Cass. pen., Sez. fer., 7 agosto 2008, n. 36528).

L’arresto in flagranza già convalidato

Tale ipotesi alternativa di giudizio direttissimo si caratterizza e distingue da quella già analizzata per la diversità del giudice rispetto a quello che ha provveduto sulla convalida dell’arresto. Si tratta quindi in questo caso di un’ipotesi nella quale le due fasi della convalida e del giudizio vengono scisse ed attribuite a due figure giudiziarie diverse.

Il termine previsto dall’art. 449 (entro il trentesimo giorno dall’arresto, come modificato dal d.l. 23 maggio 2008 n. 92) si riferisce all’atto con il quale il pubblico ministero formalizza la presentazione dell’imputato all’udienza, così mettendolo a disposizione dell’organo giudicante: e ciò si verifica con la richiesta di indicazione della data di udienza per la celebrazione del dibattimento. È di conseguenza irrilevante la circostanza che, per ragioni organizzative, l’udienza dibattimentale si svolga oltre il trentesimo giorno dall’arresto.

La natura di tale termine non esclude l’operatività della sospensione dei termini feriali (l. 742/1969) in assenza di un’espressa rinuncia ad essi, anche nella prospettiva dell’impugnazione (cfr. Cass. pen., Sez. VI, 6 febbraio 2013, n. 10347).

Circa la più volte richiamata esigenza di non compromettere le indagini, si ritiene che la valutazione sia rimessa, in via pressoché esclusiva, al pubblico ministero. Di conseguenza non è configurabile alcun obbligo a carico di quest’ultimo di procedere con rito direttissimo laddove sia ritenuto insussistente il pregiudizio per le indagini. Ciò in quanto il sindacato giurisdizionale sulle modalità con le quali il pubblico ministero promuove l’azione penale è limitato esclusivamente alla verifica della sussistenza dei presupposti di legge (Cass. pen., Sez. II, 24 settembre 2010, n. 36656).

In tal senso più volte si è pronunciata la Corte di cassazione, affermando che il giudice deve limitarsi ad accertare la sussistenza dei presupposti tassativi, predeterminati dalla legge, senza la possibilità di sindacare l’opportunità o convenienza della scelta compiuta dalla pubblica accusa (Cass. pen., Sez. VI, 8 febbraio 2012, n. 7933).

La confessione dell’imputato

Alle ipotesi già menzionate si aggiunge la possibilità di procedere con rito direttissimo nei confronti del soggetto che durante l’interrogatorio abbia reso confessione. Detto rito deve essere attivato non oltre il trentesimo giorno rispetto alla iscrizione del nome nel registro delle notizie di reato.

La confessione, presupposto del rito, non è valutabile dal giudice in limine. In tal senso la Corte costituzionale è intervenuta, ritenendo infondata la pretesa di inserimento nel fascicolo dibattimentale del verbale di interrogatorio (Corte cost. 12 ottobre 1990, n. 452).

È in ogni caso pacifico che, anche laddove il verbale di interrogatorio fosse inserito nel fascicolo del dibattimento, in assenza di interventi ad opera del difensore, esso potrà essere considerato unicamente a comprova della legittima introduzione del rito speciale, ma di esso non potrà  essere fatta alcuna utilizzazione probatoria (cfr. Cass. pen., Sez. IV, 8 febbraio 2005, n. 12273).

La confessione dovrà essere spontanea, completa, intrinsecamente ed estrinsecamente attendibile, non strumentale e non contrastata da altre risultanze investigative.

Circa la natura dell’iscrizione, da rapportarsi al termine di 30 giorni, la formulazione del legislatore pare suggerire che inequivocabilmente quest'ultimo abbia inteso fare riferimento alla iscrizione del nome dell’imputato.

L’instaurazione del giudizio direttissimo

L’art. 450 prevede che, quando procede a giudizio direttissimo, il pubblico ministero faccia condurre direttamente all’udienza l’imputato in vinculis; se libero, lo cita a comparire entro un termine non inferiore a 3 giorni.

Ai sensi dell’art. 238 disp. att. c.p.p. il pubblico ministero forma il fascicolo per il dibattimento a norma dell’art. 431 c.p.p. Pertanto il fascicolo dovrebbe essere formato dal pubblico ministero presente all’udienza, successivamente al giudizio di convalida, e non deve contenere tutti quegli atti espressamente non contemplati dall’art. 431.

Anche in tale contesto il meccanismo dell’avviso al difensore si ispira ai principi già analizzati.

Svolgimento del giudizio direttissimo

Pur in presenza del richiamo all’osservanza dei precetti codificati agli artt. 470 e ss. c.p.p., la peculiarità del giudizio consente una semplificazione di alcune formalità dibattimentali.

In tal senso la persona offesa e i testimoni possono essere citati anche oralmente da un ufficiale giudiziario o agente di polizia giudiziaria; il pubblico ministero, l’imputato o la parte civile possono presentare al dibattimento i testimoni senza alcuna citazione; il pubblico ministero formalizza la contestazione all’imputato presente (fuori dal caso previsto dall’art. 450 comma 2); gli avvisi usualmente contenuti nel decreto di citazione a giudizio sono rappresentati oralmente dal presidente, unitamente all’avvertimento circa la facoltà di chiedere un termine per preparare la difesa.

L'inosservanza di quanto disposto dall'art. 451, comma 5, c.p.p. integra una nullità di ordine generale ex art. 178, comma 1, lettera c), che tuttavia è da ritenere sanata ove non venga eccepita dalla parte che vi assista, entro il termine individuato dall'art. 182, comma 2, c.p.p. (cfr. Cass. pen., Sez. II, 16 giugno 2010, n. 28153, conforme Cass. pen., Sez. VI, 5 marzo 2007, n. 11287).

Pressoché univoco l'orientamento in relazione alla istanza di definizione con rito alternativo alla quale succeda una richiesta di termine a difesa: l'avviso all'imputato relativo alla facoltà di chiedere il termine a difesa non concerne la distinta ipotesi, prevista dall'art. 451, comma 5, c.p.p., che disciplina l'avviso circa la facoltà di chiedere riti alternativi. Ne consegue che, formulata  la richiesta di un rito alternativo, non integra alcuna nullità l'omesso avviso all'imputato della facoltà di chiedere il termine a difesa che riguarda, invece, il dibattimento del giudizio direttissimo al quale si accede solo ove non sia stata esercitata quella scelta. Per la medesima ragione, non è ravvisabile alcuna nullità per la mancata concessione del termine chiesto dalla difesa dopo che quest'ultima ha optato per il rito abbreviato (cfr. Cass. pen., Sez.  V, 16 aprile 2010, n. 21573, conforme Cass. pen., Sez. IV, 2 marzo 2010, n. 9204; Cass. pen., Sez. VI, 18 febbraio 2010, n. 12778; Cass. pen., Sez. VI, 19 gennaio 2010, n. 13118).

A fortiori ciò vale nell'ipotesi di richiesta ex art. 444 c.p.p., atteso che, come già rilevato, la richiesta di patteggiamento sulla pena postula la rinuncia a far valere qualunque eccezione di nullità diversa da quelle afferenti alla richiesta di applicazione della pena ed al consenso ad essa prestato: ciò in quanto le suddette nullità, se eventualmente verificatesi, devono ritenersi superate dall'accordo intervenuto tra le parti.

Con particolare riferimento alla possibilità, per le parti, di presentare i testimoni al dibattimento si è ritenuto – proprio per la specialità del rito, volta ad assicurarne la semplicità e celerità, anche attraverso l'eliminazione di formalità previste per il giudizio ordinario – che non sussista alcun onere per le stesse di specificare le circostanze sulle quali intendano escutere i testimoni; principio peraltro del quale non vi è alcun riferimento nell'art. 451 c.p.p. (cfr. Cass. pen., Sez. III, 8 giugno 1994, conforme Cass. pen., Sez. II, 23 aprile 1993).

La trasformazione del rito

 

L'art. 452 c.p.p. prevede che, ove il giudizio direttissimo risulti promosso al di fuori dei casi di cui all'art. 449, il giudice con ordinanza dispone la restituzione degli atti al pubblico ministero.

In rapporto alle ipotesi alternative previste dall'art. 449 c.p.p., nel caso in cui l'imputato sia giudicato dallo stesso organo che ha curato la convalida, sarà quest'ultimo a valutare tanto la legittimità dell'arresto quanto il rispetto dei criteri di cui all'art. 449 c.p.p. Diversamente, nell'ipotesi invece in cui la convalida sia stata operata dal giudice per le indagini preliminari, il giudice del dibattimento dovrà limitare la propria verifica alla circostanza che l'arresto sia stato convalidato e che la presentazione sia avvenuta nel prescritto termine di trenta giorni.

In tale prospettiva una volta instaurato il giudizio direttissimo sulla base di un arresto in flagranza regolarmente convalidato, deve ritenersi abnorme il provvedimento del giudice che, avendo rilevato d’ufficio un vizio nell’udienza di convalida disponga la restituzione degli atti al P.M. perché proceda con le forme del giudizio ordinario.

L’instaurazione del giudizio direttissimo in assenza delle condizioni che lo legittimano dà luogo alla nullità dell’atto propulsivo, in quanto incide sulle facoltà difensive attraverso l’esclusione dell’udienza preliminare (cfr. Cass. pen., Sez. V, 18 aprile 1995, n. 8940).

Circa la natura della nullità non vi è una lettura omogenea, dovendosi tuttavia ritenere prevalente l’orientamento che ritiene tale nullità relativa, soggetta come tale ai termini di deducibilità di cui all’art. 181 c.p.p.

Non è mancato tuttavia chi abbia degradato tale patologia ad una mera irregolarità (cfr. Cass. pen., Sez. V, 15 giugno 1992).

Il comma secondo dell’art. 452 prevede che, ove l’imputato chieda il giudizio abbreviato, il giudice, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento, dispone la trasformazione del rito, nell’ambito del quale si applicheranno tutte le disposizioni degli artt. 438 e ss. c.p.p.

Nelle ipotesi di modificazione dell’imputazione ex art. 423, comma 1, c.p.p. l’imputato conserva la possibilità di chiedere che il procedimento prosegua nelle forme ordinarie; di talché il giudice, revocata l’ordinanza con la quale ha disposto il giudizio abbreviato, fissa l’udienza per il giudizio direttissimo.

Il rito abbreviato previsto dall’art. 452appare differenziarsi rispetto alla previsione dell’abbreviato ex art. 438 c.p.p. poiché nella specie appare sottratta al giudice ogni valutazione circa la decidibilità del processo allo stato degli atti (Cass. pen., Sez. VI, 1° ottobre 1998).

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