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Giudicato

Sommario

Inquadramento | Esecutività del giudicato/irrevocabilità della decisione del giudice | Flessibilità del giudicato penale | Principio del “ne bis in idem” | L'efficacia del giudicato penale nei giudizi non penali |

Inquadramento

Il giudicato penale si forma quando la decisione del giudice non è più soggetta ad impugnazione ed è, quindi, definitiva, perché sono stati esperiti gli ordinari mezzi d'impugnazione o sono inutilmente decorsi i termini per proporli.

Esecutività del giudicato/irrevocabilità della decisione del giudice

Dall'analisi degli articoli che il codice di procedura penale dedica all'istituto, emerge una chiara interrelazione tra il concetto di esecutività e quello di irrevocabilità, caratteristico della decisione del giudice.

È, infatti, previsto che, salvo altra disposizione di legge, le sentenze pronunciate in giudizio acquistino forza esecutiva quando siano divenute irrevocabili e che la loro irrevocabilità consegua all'avvenuto esperimento dei mezzi di impugnazione ordinari – in qualunque modo definiti, ivi compresa la pronuncia d'inammissibilità degli stessi – o all'inutile decorso del termine per proporli.

 

In evidenza

L'irrevocabilità della sentenza è subordinata all'inutile decorso del tempo per proporre appello o ricorso per Cassazione, o per impugnare l'ordinanza che abbia dichiarato inammissibile l'appello proposto, oppure la sentenza di rigetto o la declaratoria d'inammissibilità del ricorso per Cassazione(art. 648, commi 1 e 2, c.p.p.).

L'irrevocabilità può conseguire anche all'accoglimento del ricorso, nei casi in cui la Corte di cassazione, pur condividendo le censure del ricorrente, ritiene superfluo un nuovo giudizio di merito e dispone l'annullamento senza rinvio della sentenza impugnata (art. 620 c.p.p.).

 

Flessibilità del giudicato penale

Per svolgere la sua funzione diretta ad assicurare certezza e stabilità alle statuizioni giudiziali, il giudicato produce effetti preclusivi che, tuttavia, non possono essere così rigidi da impedire una “rivisitazione”:

  • della pronuncia di condanna che si palesi ingiusta o illegittima;
  • della sentenza di non luogo a procedere che, per essere un provvedimento allo stato degli atti, basato cioè su un accertamento tendenzialmente “incompleto”, ben può giustificare, nel caso sopravvengano nuovi elementi di accusa, una riapertura del procedimento ed, eventualmente, il rinvio a giudizio dell'imputato già prosciolto.

Naturalmente, la preclusione nascente dal passaggio in giudicato della sentenza emessa all'esito dell'udienza preliminare può essere rimossa solo previa revoca giudiziale della sentenza.

Riparano, invece, all'ingiustizia della condanna la revisione della pronuncia (impugnazione straordinaria) ed altri strumenti che il Legislatore appresta, in sede di disciplina della fase dell'esecuzione, riservando al giudice il potere necessario a modificare, con le forme e le garanzie tipiche del giudizio, la decisione definitiva espressa dagli organi della cognizione.

Ciò che accade quando vengano meno, ad esempio, i presupposti normativi della condanna - per novatio legis o per declaratoria d'incostituzionalità della norma incriminatrice – ovvero occorra provvedere ad una diversa quantificazione della pena o dichiarare la carenza sopravvenuta o la caducazione del titolo esecutivo.           

In particolare, quali ipotesi di flessione dell'intangibilità del giudicato previste dal Legislatore per assicurare la prevalenza di altri valori, va ricordata la disciplina fissata dall'art. 673 c.p.p., che dispone la revoca della sentenza di condanna per effetto di abolitio criminis o di dichiarazione di incostituzionalità della norma incriminatrice; la previsione dell'art. 30, comma 4, della legge11 marzo 1953, n. 87, che dispone la cessazione dell'esecuzione e di tutti gli effetti penali della sentenza irrevocabile di condanna pronunciata in applicazione della norma dichiarata incostituzionale; la regola di cui all'art. 2,comma 3, c.p. (inserito dall'art. 14 della legge 24 febbraio 2006, n.85), secondo la quale la pena detentiva inflitta con condanna irrevocabile deve essere convertita immediatamente nella corrispondente pena pecuniaria, se la legge posteriore prevede esclusivamente quest'ultima.

Secondo Cass. pen., Sez. unite, 24 ottobre 2013, n. 18821/2014, Ercolano, all'esito di una pronuncia di incostituzionalità che travolga il fondamento di una condanna, è esigenza imprescindibile dell'ordinamento porre fine agli effetti negativi dell'esecuzione di una pena contra legem, capace di prevalere sulla tenuta del giudicato, che deve cedere alla più alta valenza fondativa dello statuto della pena, la cui legittimità deve essere assicurata anche in executivis, fase in cui la sanzione concretamente assolve la sua funzione rieducativa, in una dimensione ovviamente dinamica e, quindi, in termini di attualità.

La sentenza Cass. pen., Sez. unite, 29 maggio 2014, n.42858, Gatto, parimenti , ha affrontato il più generale tema dell'efficacia della dichiarazione di incostituzionalità – quale che ne sia la causa – di una norma incidente sul (solo) trattamento sanzionatorio, quando questo è stato determinato con sentenza irrevocabile. Si è ribadito che la porzione di pena inflitta sulla base di disposizione censurata dal giudice delle leggi, ove sia ancora in corso di espiazione, deve essere rideterminata dal giudice dell'esecuzione, e che quest'ultimo, al fine di eseguire detta rimodulazione, è legittimato a compiere tutte le valutazioni ‘discrezionali' necessarie, fermi restando i limiti derivanti tanto dalla sentenza di cognizione in applicazione di norme diverse da quelle dichiarate incostituzionali, quanto dai principi posti dall'art. 2 c.p., con conseguente preclusione dell'applicabilità di norme più favorevoli eventualmente approvate medio tempore dal legislatore dopo l'intervenuta irrevocabilità.

Sembra così possibile cogliere, nelle decisioni della Corte, la composizione di due esigenze: quella di evitare l'applicazione di una pena (rectius: frazione di pena) costituzionalmente illegittima, e quella, comunque, di assicurare la stabilità del giudicato nonostante i mutamenti normativi introdotti dal Legislatore.

 

In evidenza

La flessibilità del giudicato penale di condanna è connotazione ineliminabile di un sistema ispirato ai diritti fondamentali della persona. Cass. pen., Sez. unite, 27 marzo 2014, n. 16208, C., hanno evidenziato che « la preclusione del giudicato come limite alla applicazione retroattiva della lex mitior è stata più volte ritenuta dalla Corte costituzionale compatibile con la Costituzione e con i principi della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, per come interpretati dalla Corte di Strasburgo. Tanto sulla scorta del diverso fondamento del principio di retroattività della lex mitior rispetto a quello della irretroattività della norma penale sfavorevole: mentre quest'ultimo costituisce ‘uno strumento di garanzia del cittadino contro persecuzioni arbitrarie, espressivo dell'esigenza di ‘calcolabilità' delle conseguenze giuridico penali della propria condotta, quale condizione necessaria per la libera autodeterminazione individuale'», il primo ripone il suo «fondamento piuttosto nel principio di eguaglianza, che richiede, in linea di massima, di estendere la modifica mitigatrice della legge penale, espressiva di un mutato apprezzamento del disvalore del fatto, anche a coloro che hanno posto in essere la condotta in un momento anteriore».

Dal che la retroattività della lex mitior ben può arrestarsi davanti ad un giudicato ed alle esigenze di certezza giuridica che esso salvaguardia.

Principio del “ne bis in idem”

Al giudicato penale vengono attribuiti due effetti dirompenti.

Uno è di carattere impositivo.

In virtù di esso la pronuncia giurisdizionale passata in giudicato opera su di un piano propriamente sostanziale. Nei casi disciplinati dagli artt. 651-654 c.p.p. essa fa stato nell'ambito dei giudizi civili, amministrativi e disciplinari ,vincolando, in tal modo, il giudice ad uniformarsi a quanto statuito all'esito del procedimento penale.

L'altro effetto ha connotazione impeditiva.

Esso è disciplinato dall'art. 649 c.p.p. e sancisce il divieto di ogni nuovo processo penale de eadem re.

Rileva l'esigenza di impedire che un soggetto, condannato per un fatto-reato-con sentenza o decreto penale di condanna divenuti irrevocabili – o prosciolto – con sentenza pronunciata in giudizio e divenuta, anch'essa irrevocabile,-sia sottoposto ad una serie illimitata di giudizi aventi ad oggetto lo stesso fatto.

Il fondamento del principio del ne bis in idem di cui al già citato art. 649 c.p.p. deve essere ravvisato non tanto nell'esigenza di tutelare una certezza oggettiva, quanto nell'esigenza di tutela del cittadino al fine di impedire che egli sia sottoposto a continui procedimenti dal contenuto analogo.

Fermo l'analisi dell'aspetto c.d. dinamico del giudicato, non si può prescindere dall'esaminare i limiti di applicazione di tale principio.

La legge ci pone in condizione di rilevare due eccezioni all'applicabilità del principio ex art. 649 del codice di procedura penale.

La prima riguarda le sentenze di proscioglimento per difetto di condizione di procedibilità: l'art. 649, comma 1, c.p.p. pone espressamente, infatti, come eccezione l'ipotesi prevista dall'art. 345 c.p.p. secondo il quale una nuova azione penale per il medesimo fatto e contro la medesima persona non può essere impedita allorché sopravvenga quella condizione di procedibilità in precedenza accertata come mancante dalla sentenza di proscioglimento. La seconda eccezione è sempre prevista dal primo comma dell'art. 649 c.p.p. e concerne la sentenza che dichiari l'estinzione del reato per morte dell'imputato: si deduce, pertanto, che, anche nel caso di specie, l'esercizio di una nuova azione penale per il medesimo fatto e nei confronti della medesima persona, non sia impedito qualora si accerti che la morte dell'imputato era stata erroneamente dichiarata.

A ben vedere, tali precisioni, lungi dall'introdurre delle eccezioni al principio del ne bis in idem, confermano la validità e l'importanza che lo stesso riveste nell'alveo del nostro ordinamento giuridico, atteso che afferiscono a situazioni nelle quali il procedimento non si è concluso con un giudizio ma ha solo subito una battuta di arresto per un ostacolo che ne ha impedito l'ulteriore evoluzione.

L'efficacia del giudicato penale nei giudizi non penali

Le statuizioni del giudice penale, riguardanti tanto la condanna disposta con sentenza quanto l'assoluzione, una volta divenute irrevocabili, sono produttive di effetti anche in giudizi diversi da quello penale. La rilevanza del giudicato penale è disciplinata con riguardo alla giurisdizione civile e alla giurisdizione amministrativa. Procedendo ad un raggruppamento per materie si possono, in proposito, individuare tre distinti livelli di rilevanza del giudicato penale, secondo che si tratti :

  • di giudizio civile o amministrativo nel quale sia in discussione un diritto o un interesse legittimo il cui riconoscimento dipenda dall'accertamento dei fatti materiali oggetto del giudizio penale;
  • di giudizio civile o amministrativo, avente ad oggetto domanda di risarcimento del danno causato dal reato o restituzione di cose sottratte con la condotta criminosa;
  • di giudizio di responsabilità disciplinare.

Nel primo caso, la sentenza penale di condanna o assoluzione, pronunciata all'esito del dibattimento, ha efficacia di giudicato nei confronti dell'imputato, della parte civile e anche del responsabile civile citato o intervenuto nel processo penale, sempre che la legge civile non ponga limitazioni alla prova della posizione soggettiva per cui è causa (art. 654 c.p.p.)

Nel secondo caso, la sentenza penale di condanna, pronunciata all'esito del dibattimento o del giudizio abbreviato (accettato dalla parte civile, che non si sia quindi opposta all'esperimento del rito alternativo), ha effetto vincolante sia nei confronti del condannato che del responsabile civile, citato o intervenuto nel processo penale (art. 651 c.p.p.). La sentenza penale di assoluzione, enunciata al termine del dibattimento, invece, anche se irrevocabile, ha efficacia solo se la parte civile si è costituita nel processo penale ed ha presentato le conclusioni. In tale ipotesi, la sentenza ha effetto quanto all'accertamento che il fatto non sussiste o l'imputato non lo ha commesso, o lo ha commesso nell'adempimento di un dovere o nell'esercizio di una facoltà legittima. La stessa efficacia ha la sentenza di assoluzione pronunciata all'esito del giudizio abbreviato, se la parte civile lo abbia accettato (art. 652 c.p.p.)

Nel terzo caso, infine, la sentenza penale irrevocabile di assoluzione ha efficacia di giudicato quanto all'accertamento che il fatto non sussiste o che non costituisce reato, o che l'imputato non lo ha commesso, mentre la sentenza penale irrevocabile di condanna ha efficacia di giudicato quanto all'accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale, e all'affermazione che l'imputato lo ha commesso (art. 653 c.p.p.).

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