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Condizioni di procedibilità

04 Settembre 2015 | ,

Sommario

Inquadramento | La querela | Istanza di procedimento | Richiesta di procedimento | Autorizzazione a procedere | Casistica |

Inquadramento

Le condizioni di procedibilità previste dal legislatore nel sistema penalistico italiano sono la querela, la richiesta di procedimento, l’istanza di procedimento e l’autorizzazione a procedere. 
Esse sono disciplinate sia dal codice penale in ordine agli aspetti soggettivi ed ai termini di presentazione, e sia dal codice di rito che ne disciplina il contenuto e le modalità di assunzione. 

La querela

Il legislatore con riguardo alla citata condizione di procedibilità ha considerato quale elemento essenziale della sua valida proposizione la chiara ed inequivoca esposizione, al suo interno, di un fatto storico senza la necessità che vi sia riferimento ad una fattispecie di reato. Ciò che assume rilevanza è la inequivoca volontà espressa dal querelante che venga perseguito e punito il presunto responsabile.

L'espressione non postula formule sacramentali e la validità ed efficacia della stessa non viene compromessa dalla mancata indicazione di un soggetto cui è attribuito il fatto di reato descritto.

Ciò in quanto, come è noto, tale individuazione è di competenza dell’autorità giudiziaria che deve procedere nei confronti di chiunque possa aver commesso il fatto come descritto, indipendentemente dalla sua corretta identificazione nell’atto stesso operata dal querelante, che potrebbe quindi anche non aver indentificato alcun soggetto attivo della condotta che lamenta di aver subito.

In evidenza

L’art. 123 c.p. statuisce l’estensibilità della volontà di procedere nei confronti di tutti i concorrenti nella commissione del reato, pur non indicati o solo alcuni di essi che siano stati indicati in querela.

L’atto di querela è validamente presentato se corredato dalla sottoscrizione del suo autore o, in mancanza, se reso in forma orale dinanzi gli organi di polizia giudiziaria che accertino l’identità dell’istante. 

Fuori dai casi di presentazione personale, vi è facoltà di autentica della sottoscrizione da parte di difensore anche senza nomina formale e sempre che tale facoltà sia enucleabile aliunde come un’elezione di domicilio o l’attribuzione della qualità di difensore al legale che autentica. La querela presentata dal legale rappresentante di un ente pubblico non richiede autenticazione stante la qualità di pubblico ufficiale del sottoscrittore, atteso che la data, il luogo di rilascio ed il timbro individuano chiaramente l’attribuibilità dell’atto all’ente stesso.

Differente il regime applicabile alle persone giuridiche ove aspetto fondamentale assume l’indicazione della fonte del potere di rappresentanza, la cui mancata inerenza fra sottoscrittore ed ente comporta la nullità dell’atto. La presentazione della querela agli organi di polizia giudiziaria consegue anche una mera attestazione in calce della ricezione dell’atto; ciò a soddisfare l’esigenza di provare nella fase preliminare del giudizio la ricorrenza della condizione dei procedibilità, benché non sia testualizzato un chiaro obbligo in capo all’autorità ricevente.

In evidenza

Il querelante non residente o non reperibile nel territorio nazionale deve fornirsi, pena l’invalidità dell’atto, di autentica di sottoscrizione da parte di un legale abilitato in Italia che certifichi che l’apposizione della firma sia avvenuta in sua presenza e nello stesso territorio  (Cass. pen., Sez. V, 18 giugno 2008, n. 41128).

È espressamente prevista la presentazione e sottoscrizione della querela da parte di un curatore speciale in favore di minore degli anni quattordici o infermo di mente se non sia stato preventivamente nominato un rappresentante o vi sia conflitto, mentre è controversa l’ipotesi di contrasto tra i genitori del minore (Cass. pen., Sez. III, 4 novembre 2010, n. 42480). Il curatore, dunque, è dotato di una mera abilitazione processuale che decade in caso di morte della persona offesa stante la pacifica distinzione fra il diritto di querela e l’esercizio dello stesso. Da rilevare, inoltre che vige una rigorosa interpretazione concernente il diritto di querela in capo agli infermi di mente che valorizza il carattere personalissimo dell’atto in questione; invero lo stato di infermità non rileva ex se per la nomina del curatore, su istanza del P.M., ma esclusivamente quando lo stato morboso sia tale da impedire in assoluto il corretto esercizio del la volontà di procedere.

In evidenza

Il curatore speciale, svolge un munus publicum ma ai fini della presentazione della querela per conto dell’incapace agisce quale soggetto privato e dunque la sua sottoscrizione deve essere autenticata (Cass. pen., Sez. IV, 3 giugno 2004, n. 39064).

La persona offesa ha facoltà, altresì, di esprimere la propria volontà in ordine alla preventiva rinuncia a presentare querela, esprimendo una evidente abdicazione al proprio diritto. Si producono quindi le medesime conseguenze estintive processuali al decorso del termine perentorio di tre mesi dalla notizia del fatto costituente reato. L’atto di rinuncia assume la natura di dichiarazione unilaterale recettizia. Le modalità espressive ricalcano quelle proprie della presentazione, quindi si identifica in un atto espresso e sottoscritto, ma è ammissibile una forma tacita allorquando è incontestabile desumere  la volontà abdicativa mediante una condotta incompatibile. Trattandosi di un atto, espresso o tacito che sia, di natura espressamente personale, non si accorda con l’apposizione di termini o condizioni anche in riferimento ad alcuni soltanto dei soggetti cui è attribuito il fatto di reato.

In evidenza

La transazione avente ad oggetto il risarcimento dei danni con la compagnia assicuratrice del responsabile civile non rappresenta volontà incompatibile con la proposizione di querela in quanto trattasi di atto negoziale e non riguarda l’istanza punitiva (Cass. pen., Sez. IV, 5 luglio 2002, n. 35958).

La remissione della querela ha un carattere prettamente processuale e di natura complessa perché la sua validità è subordinata alla accettazione del soggetto querelato che costituisce una mera condizione di efficacia.

Controverso è il significato da attribuire alla mancata comparizione del querelante e se da tale contegno possa inferirsi una volontà remittente. L’interpretazione rigorosa conduce a non ritenere tale condotta espressiva della volontà di rimettere la querela a meno che si versi nell’ambito dei procedimenti penali dinanzi al giudice di pace per espressa disposizione legislativa ex art. 21, d.lgs. 274/2000. Trattandosi, come detto, di un atto unilaterale, la mancata accettazione del querelato impedisce l’iter estintivo di improcedibilità posto in essere dalla persona offesa. Secondo i giudici di legittimità (Cass. pen., Sez. un., 30 ottobre 2008, n. 46088) la conoscenza della remissione combinata con la cosciente o mancata partecipazione al processo è ritenuta idonea a legittimare la pronuncia di estinzione del reato con la formula del non doversi procedere per remissione di querela.

Il regime di procedibilità muta a seguito della ricorrenza di una circostanza aggravante che può comportare una pronuncia di non doversi procedere o non luogo a procedere allorchè, in assenza di una querela, il giudice ritiene non ricorrente l'aggravante originariamente contestata. Difforme soluzione si profila, sempre contestata la circostanza aggravante, quando il giudice operi un giudizio di equivalenza o di prevalenza con una attenuante: in tale caso non muta il regime di procedibilità ma solo l’entità della sanzione.

Infine vi è un esito di proscioglimento nell’ipotesi in cui il giudice riqualifichi il fatto originariamente contestato in altra fattispecie perseguibile a querela ed in assenza di essa.

Il termine perentorio di presentazione della querela assume natura decadenziale e dunque non ammette interruzioni o sospensioni né ipotesi di remissione in termini anche quando sono previste da disposizioni transitorie a seguito di successioni di leggi. Sul punto le pronunce della Corte di cassazione sono univoche in quanto la remissione in termini altera la natura decadenziale del termine di tre mesi dal fatto costituente reato, a meno che disposizioni testuali di legge lo prevedano espressamente. È l’ipotesi dell’art. 19, l. 205/1999 secondo cui è fissato il dies a quo non dal giorno della notizia di reato ma dalla entrata in vigore della legge se la parte offesa era a conoscenza del fatto o, in pendenza del procedimento all’entrata in vigore della legge, dal giorno in cui sarà avvisato dall'autorità giudiziaria procedente della facoltà di esercizio del diritto di querela. 

Interessante ancora è il profilo della efficacia delle modifiche legislative riguardanti gli elementi normativi della fattispecie allorché rendano il fatto di reato, prima perseguibile di ufficio, a querela di parte. La giurisprudenza di legittimità ha statuito che non è applicabile il principio della legge successiva più favorevole allorquando la modifica dell’elemento normativo trae origine da una fonte subordinata, oltre al fatto che l’esercizio del diritto di querela è sottoposto al canone del tempus regit actum in quanto norma processuale e non sostanziale.

In evidenza

L’ipotesi del concorso di reati ove uno dei delitti sia perseguibile a querela e la stessa non sia presentata non esclude la connessione dei procedimenti per effetto del reato che ha determinato la vis attractiva

Gli atti relativi alla procedibilità sono finalizzati alla verifica delle condizioni previste per l’esercizio dell’azione penale e dunque trasmigrano nel fascicolo dibattimentale (art. 431, comma 1, lett. a) c.p.p.) per solo tale esclusivo scopo senza poter costituire elemento di valutazione nel merito del giudice. Eventuali verbali dichiarativi allegati alla querela, perché siano fonti di prova diretta, necessitano del preventivo consenso delle parti. Vi è un isolato orientamento giurisprudenziale che in ossequio al controverso principio di dispersione della prova ritiene che il contenuto della querela possa determinare il convincimento del giudice in caso di impossibilità oggettiva di ripetizione in contraddittorio.

Vi è da sottolineare che una unica querela per distinti fatti di reato perseguibili dinanzi autorità giudiziarie diverse comporta che una di esse possa d'ufficio acquisire la querela come atto non ripetibile per scadenza del termine e sottoporla nel giudizio a lettura in sede dibattimentale.

Nell’atto di querela può essere manifestata da parte dell’istante la volontà di essere informato in caso in cui, in relazione ai fatti esposti all’interno di detta condizione di procedibilità, il P.M. avanzi al Gip richiesta di archiviazione del procedimento. E ciò all’evidente fine di proporre, nel termine di dieci giorni dalla notifica di tale richiesta di archiviazione, eventuale opposizione alla stessa idonea, salvo i casi di inammissibilità, a determinare la fissazione di udienza camerale dinanzi al Gip finalizzata alla prosecuzione delle indagini, alla imputazione coatta oppure, in caso di rigetto, ordinanza di archiviazione del procedimento.

Istanza di procedimento

È facoltà della persona offesa di un reato commesso all’estero chiedere la punizione del suo autore se il delitto, commesso sul territorio nazionale, sarebbe perseguibile d’ufficio. Tale condizione rimuove l’ostacolo all’esercizio dell’azione penale, in assenza della quale è inevitabile una declaratoria di non luogo a procedere.

In evidenza

La ratio sottesa all’istituto in oggetto è volto a impedire, in assenza di espressa istanza della vittima, la perseguibilità di reati previsti da legislazioni straniere

L’istanza è formulata per due ipotesi tipiche previste dagli artt. 9, comma 2, e 10, comma 1, c.p.: delitti commessi all’estero dal cittadino puniti con pena inferiore nel minimo a tre anni e delitti commessi all’estero dallo straniero contro lo Stato o suo cittadino puniti con pena non inferiore nel minimo ad un anno. Per entrambe le ipotesi ricorre il presupposto che l’agente sia presente sul territorio nazionale.

L’istanza presenta caratteri analoghi alla querela trattandosi di una volontà della persona offesa e ne ripercorre la disciplina in ordine alla proposizione, capacità e rappresentanza. Il termine perentorio di presentazione è tre anni dalla presenza del reo nel territorio nazionale a prescindere dalla conoscenza che ne abbia la parte offesa, come previsto dall’art. 128, comma 2 c.p.  Vi è contrasto sulla interpretazione del combinato disposto dei due commi dell’articolo citato: secondo l’orientamento prevalente si ritiene che il termine di cui al comma 2 dell’art. 128 riguarda i reati commessi all’estero e non si sovrappone a quello del comma 1. Secondo una dottrina minoritaria entrambi i termini sarebbero contestualmente applicabili ai casi previsti dagli artt. 9, comma 2 e 10, comma 1, c.p.

In evidenza

La gravità di alcuni reati e le peculiarità di essi, tra i quali si annoverano i delitti di cui agli artt. 600, 602, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 642 c.p., comporta la perseguibilità anche a prescindere dalla presentazione dell’istanza, così come le ulteriori ipotesi di cui agli artt. 501, comma 4, e 591, comma 2

L’istanza validamente presentata non è revocabile ed è irrinunciabile, secondo il disposto dell'art. 129, comma 2, che richiama gli artt. 122 e 123 c.p. in virtù dei quali la volontà di procedere si estende a tutti gli autori del reato ed è efficace per tutte le parti offese secondo i principi della indivisibilità ed estensibilità.

Il contenuto dell’istanza, analogamente alla querela, non deve necessariamente identificare gli autori o configurare una fattispecie e deve essere presentata alla procura della Repubblica, ad un ufficiale di polizia giudiziaria ed anche ad un agente consolare all’estero.

Per espressa disposizione codicistica ex art. 126 c.p., la facoltà di proporre istanza non è trasmissibile agli eredi a meno che la morte della parte offesa sia stata cagionata per effetto della commissione del reato: in tal caso è presentabile dai soli prossimi congiunti.

Richiesta di procedimento

La rimozione dell’ostacolo alla perseguibilità di una serie eterogenea di condotte di reati  è posta in essere dalla richiesta di procedimento formulata dal ministro della giustizia. Trattasi delle ipotesi di cui agli artt. 8 (delitto politico commesso all’Estero), 9 (delitto comune del cittadino all’estero), 10 (delitto comune dello straniero all’estero), 127 (delitto punibile a querela commesso in danno del Presidente della Repubblica) nonché per la serie di reati elencati dall’art. 313 e per le ipotesi di cui all’art. 11, ove è previsto il giudizio in Italia per il cittadino o lo straniero già oggetto di giudizio all’estero.

Tale vicenda processuale riguarda il sopraggiungere di una sentenza straniera definitiva sullo stesso fatto di reato per cui si procede in Italia ex art. 9 c.p.,che dispone quale condizione imprescindibile una nuova ed autonoma richiesta per il rinnovamento del giudizio; pertanto il ministro formulerà due richieste se è stata pronunciata una sentenza definitiva all’estero prima di promuovere il procedimento in Italia.   

In evidenza

Più volte la Corte costituzionale si è soffermata rilevando la legittimità della c.d. richiesta di procedimento e la conformità al principio di cui all’art. 112 Cost. (Corte. cost. 289/1989) in quanto il legislatore per ragioni di politica criminale può subordinare l’azione penale al ricorso di circostanze e condizioni senza che ciò comporti una discrezionalità in capo all’azione del pubblico ministero. 

L’atto è ritenuto irrevocabile ed estensibile soggettivamente in analogia alla querela e, con voci contrarie isolate, irrinunciabile; la sua validità non è inficiata dal sopravvenire di un decreto di archiviazione e dunque non deve essere riproposta in caso di riapertura delle indagini. La giurisprudenza è discorde circa la natura giuridica della richiesta: secondo un orientamento più risalente (Cass. pen., Sez. I, 23 maggio 1994) l’istituto in oggetto assume natura di atto politico, non sindacabile né delegabile e da sottoscriversi esclusivamente dal titolare del dicastero della giustizia; secondo, invece, più recenti pronunce (Cass. pen., Sez. I, 27 novembre 2002) trattasi di ordinario atto amministrativo, dunque revocabile, motivato e appellabile dinanzi l’autorità giudiziaria amministrativa. 

Autorizzazione a procedere

L’autorizzazione a procedere è richiesta dal pubblico ministero.

La legge costituzionale 29 ottobre 1993, n. 3 in riforma dell’art. 68 della Costituzione ha sostanzialmente identificato la posizione dei parlamentari con i cittadini comuni in ordine alla promozione dell’azione penale, mentre ha posto un solco profondo con le attività investigazioni per le quali necessità l’autorizzazione.

In attuazione dei commi 2 e 3 dell’art. 68 citato la legge ha ampliato gli atti da compiersi previa autorizzazione: perquisizioni, ispezioni, intercettazioni, sequestri di corrispondenza, acquisizione di tabulati, fermo, esecuzione misura cautelare coercitiva, misure di prevenzione ed ogni atto privativo della liberà personale.  In ordine alla perquisizione domiciliare in particolare, la giurisprudenza ha esteso l’interpretazione della norma facendo ivi rientrare nella nozione anche la violazione di domicilio che possa ex ante condurre al reperimento del corpo del reato o cose ad esso pertinenti. (Cass. pen., Sez. III, 7 novembre 2008, n. 11170).

In evidenza

La legge 20 giugno 2003, n.140 (lodo Maccanico) prevedeva la sospensione dei processi e la non promuovibilità nei confronti delle cinque più alte cariche dello Stato anche per fatti antecedenti l’investitura nella carica e fino alla cessazione. Disposizioni dichiarate incostituzionali (Corte cost.  24/2004), così come del medesimo tenore il c.d. lodo Alfano, illegittimo costituzionalmente per effetto della sentenza della Corte costituzionale 262/2009.

Secondo il disposto della l. 20 giugno 2003, n. 140 la richiesta di autorizzazione è formulata dall’autorità giudiziaria procedente alla Camera di appartenenza successivamente alla adozione del provvedimento da adottare e trattandosi di guarentigie proprie dell’organo, e non del singolo parlamentare, quest’ultimo non può rinunciarvi. La richiesta deve contenere la descrizione del fatto di reato, le norme violate e gli elementi di prova su cui l’atto da eseguire si fonda e deve essere riproposta se, nelle more, la Camera dovesse essere sciolta ed il parlamentare venisse rieletto.

Di forte attualità è la questione della tutela della privacy del parlamentare per la utilizzabilità delle c.d. intercettazioni indirette. Sul punto è stata sollevata questione di illegittimità costituzionale dell’art. 6, comma 2 e ss. l. 140/2003 ove stabiliscono l’inutilizzabilità delle conversazioni intercettate fra un indagato e il soggetto che conversa su mandato del parlamentare. La Consulta, respingendo l’eccezione  (Corte cost. 163/2005) ha rilevato che partecipa ad una conversazione chi interloquisce in essa e non chi da incarico a terzi sia pur agendo come mandante.

Pertanto in tema, secondo l’art. 6 della legge citata, il giudice per le indagini preliminari, ritenuto rilevante il contenuto delle intercettazioni c.d. indirette, ammette con ordinanza la relativa prova e chiede entro 10 giorni autorizzazione all’acquisizione ed utilizzazione alla Camera di appartenenza. La richiesta dovrà altresì essere corredata da copia integrale dei verbali, delle registrazioni e dei tabulati.

In evidenza

In ordine alla perseguibilità dei c.d. reati ministeriali si sottolinea un interevento della Corte Costituzionale n. 265/1990 che rigettando con sentenza interpretativa l’eccezione di illegittimità dell’art. 3, comma 2, l. 219/1989 in riferimento all’art. 9, comma 4 legge cost. 1/1989 ha statuito che successivamente al rilascio dell’autorizzazione l’attività procedimentale è di competenza del Collegio, organo previsto dall’art. 7 Legge Costituzionale 16.1.89 n.1 ed istituito presso il tribunale del capoluogo del distretto di corte d'appello competente per territorio 

Casistica

Aspetti disciplinari a carico del magistrato ed assenza  di querela

L’offesa recata dal magistrato all’onore e decoro altrui ha rilevanza disciplinare anche qualora la diffamazione non sia penalmente perseguibile per il difetto di querela.

Cass. civ., Sez. un., 26 maggio 2015, n. 10796

Rigetta C.S.M. 9 maggio 2014

Causa di non punibilità e perseguibilità a querela

La minaccia o la mera violenza psichica non esclude la configurabilità della causa di non punibilità e della perseguibilità a querela per i reati contro il patrimonio commessi in danno di prossimi congiunti in quanto l’art. 649, comma 3 c.p. opera solo quando il fatto sia commesso con violenza fisica.

Cass. pen. Sez. II, 15 aprile 2015, n. 19298

Sottoscrizione della querela da parte del difensore

È valida la querela sottoscritta dalla persona offesa e, in calce, dal difensore che la ha depositata in procura, considerato che in virtù dell’art. 337, comma 1, c.p.p. la querela presentata da un incaricato deve essere munita dell'autenticazione della sottoscrizione da soggetto a ciò legittimato e, quindi, ai sensi dell'art. 39, disp. att. c.p.p., anche dal difensore, nominato formalmente ovvero tacitamente.

Cass. pen., Sez. VI, 26 marzo 2015, n. 13813 

Annulla senza rinvio Trib. Sant'Angelo Dei Lombardi, 17ottobre 2012

Delitti comuni commessi all’estero e mandato di arresto europeo

In tema di mandato di arresto europeo, la disciplina contenuta nell’art. 9 c.p. sulla punibilità dei delitti comuni commessi all'estero dal cittadino italiano è derogata, per gli Stati membri, dal regime introdotto dalla l. 22 aprile 2005, n.69 ed in particolare dall'art. 19, lett. c) che segna i limiti per l'esercizio della potestà punitiva da parte dello Stato membro di emissione. Ne consegue che, con riferimento all'ipotesi di rifiuto della consegna di cui all'art. 18, lett. n) della stessa legge, una volta intervenuto il mandato di arresto europeo, cessa la possibile giurisdizione italiana sul delitto compiuto all’estero dal cittadino e si interrompe il periodo valutabile ai fini della prescrizione.

Cass. pen., Sez. VI, 8 aprile 2008, n. 15004

Rigetta App. Brescia, 3 Marzo 2008

Richiesta di procedimento e reati militari

In tema di reati militari, il termine di un mese stabilito dall’art. 260 c.p.m.p. per la richiesta di procedimento decorre dal giorno in cui il comandante del corpo di appartenenza organica del militare ha avuto notizia del fatto, poiché al comandante del corpo è attribuito l'apprezzamento delle circostanze del fatto e della personalità del colpevole, al fine di valutare l'opportunità o meno di perseguire condotte di limitato disvalore.

Cass. pen., Sez. I, 3 marzo 2015, n. 12567

Annulla con rinvio Gup trib. mil. Roma, 29 maggio 2014

Autorizzazione  procedere per reati ex art. 416-bis c.p.

Legge 140/2003, art.6 

Non spetta alla Camera dei deputati negare l’autorizzazione del Gip di utilizzare intercettazioni telefoniche nei confronti del parlamentare. Ai sensi dell’art. 6, l. 140/2003 il criterio secondo il quale deve essere verificata la correttezza dell’esercizio dell’azione penale è costituito dalla necessità processuale e la valutazione della sua sussistenza spetta all’autorità giudiziaria, mentre al parlamento compete di verificare che la richiesta sia coerente con l’impianto accusatorio.

Corte cost. 23 aprile 2013, n.74

Annulla delibera Camera dei deputati 22 settembre 2010

Fase delle indagini per reati ministeriali

Il decreto di archiviazione emesso dal collegio per i reati ministeriali, prima della richiesta di autorizzazione a procedere, non è impugnabile.

Cass. pen., Sez. VI, 7 maggio 2009, n. 34599

Dichiara inammissibile Trib. Roma, 5 maggio 2008.

Conflitto di attribuzioni

In merito al conflitto di attribuzioni sollevato dalla Camera dei deputati nei confronti del procuratore della Repubblica e del giudice per le indagini preliminari per indagini a carico di parlamentare, si afferma che spetta alla procura della Repubblica.

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