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Atti (traduzione degli)

15 Luglio 2015 |

Sommario

Inquadramento | Il diritto alla traduzione di atti fondamentali | L'accertamento della conoscenza della lingua italiana | La qualità dell’assistenza linguistica e la modifica al Testo unico in materia di spese di giustizia | Le conseguenze dell'omessa traduzione | Casistica |

Inquadramento

Il diritto alla traduzione degli atti processuali, disciplinato dall’art. 143 c.p.p., assicura allo straniero o all’alloglotta una sua partecipazione consapevole al procedimento penale.

L’art. 143 c.p.p., così come modificato dal d.lgs. n. 32 del 4 marzo 2014, attuativo della direttiva 2010/64/UE, garantisce l’informazione di diritti, poteri, facoltà e garanzie che spettano al soggetto in una lingua a lui comprensibile, affinchè possa concretizzarsi un processo equo e giusto.

Dal nuovo articolo 143 c.p.p., oggi rubricato “Diritto all’Interprete e alla Traduzione di Atti Fondamentali”, emerge, rispetto alla precedente formulazione, l’espresso riconoscimento di un diritto non solo all’interprete ma anche alla traduzione scritta di atti del procedimento che, prima della riforma legislativa, risultava affidato interamente all’opera della giurisprudenza, la quale aveva il compito di individuare quali fossero gli atti che imponevano al giudice l’obbligo di una traduzione.

 

In evidenza

Già prima, però, un importante contributo era stato fornito dalla Corte costituzionale con la sentenza 12 gennaio 1993, n. 10 che ha ritenuto l’art. 143 c.p.p. una “clausola generale”, volta a garantire all’imputato che non conosca la lingua italiana di comprendere l’accusa contro di lui formulata e di seguire il compimento degli atti cui partecipa, concependo così la figura dell’interprete in modo innovativo ed in funzione della piena attuazione del diritto di difesa. Il diritto all’assistenza linguistica investe, quindi, non solo gli atti orali ma anche quelli scritti ed impone la necessità di un interprete o di un traduttore “immediatamente al verificarsi della circostanza della mancata conoscenza della lingua italiana da parte della persona nei cui confronti si procede, tanto se tale circostanza sia evidenziata dall’interessato quanto se, in difetto, sia accertata dall’autorità procedente”.

 

Il primo comma della norma in esame dispone che l’imputato che non conosce la lingua italiana ha diritto all’assistenza gratuita di un interprete, indipendentemente dall’esito del procedimento, al fine di poter comprendere l’accusa contro di lui formulata e di seguire il compimento degli atti e lo svolgimento delle udienze cui partecipa, nonché  per le comunicazioni con il difensore prima di rendere un interrogatorio, ovvero al fine di presentare una richiesta o una memoria nel corso del procedimento.   

 

In evidenza

Anche se l’art. 143 c.p.p. usa esclusivamente il termine imputato, la norma opera in favore anche dell’indagato alloglotta e, di conseguenza, è riferibile alla fase delle indagini preliminari. Ciò in virtù, innanzitutto, della disposizione di cui all’art. 61 c.p.p. che estende i diritti e le garanzie dell’imputato anche alla persona sottoposta alle indagini preliminari ma anche alla luce dell’art. 1 della direttiva 2010/64/UE, il quale afferma espressamente che il diritto alla interpretazione e traduzione degli atti “si applica alle persone indagate o imputate per un reato”. 

Il diritto alla traduzione di atti fondamentali

Il secondo comma dell’art. 143 c.p.p. dispone, entro un termine congruo per consentire l’esercizio del diritto di difesa, la traduzione obbligatoria scritta ed integrale di atti espressamente elencati, quali l’informazione di garanzia, l’informazione sul diritto di difesa, i provvedimenti che dispongono misure cautelari personali, l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, i decreti che dispongono l’udienza preliminare e la citazione a giudizio, le sentenze e i decreti penali di condanna.

Per i restanti atti è prevista una traduzione facoltativa, ovvero, anche su richiesta di parte, il giudice può disporre, con atto motivato, la traduzione di atti o di parti di essi ritenuti essenziali per consentire all’imputato di conoscere le accuse a suo carico (art. 143, comma 3, c.p.p.).

 

In evidenza

Tale disposizione, però, attua solo parzialmente il contenuto della direttiva europea: l’art. 143 c.p.p. si limita, infatti, a prevedere la facoltà del giudice di disporre la traduzione parziale solo per gli atti a traduzione facoltativa e non anche per quelli a traduzione obbligatoria, omettendo, così, di recepire il contenuto dell’art. 3, par. 4, della direttiva che contempla espressamente, invece, la traduzione parziale di documenti fondamentali. Ma non solo: il decreto nulla prevede in merito alla possibilità di sostituire la traduzione scritta di atti fondamentali con una traduzione orale o con un riassunto orale, così come previsto dall’art. 3, par. 7, della direttiva recepita.

 

L’elencazione operata dal legislatore agevola senz’altro il compito dell’autorità giudiziaria nella individuazione degli atti di cui è prevista l’obbligatorietà della traduzione ma potrebbe non esaurire, data la sinteticità dell’elencazione che è incentrata più sulla “categoria” che sul singolo provvedimento nominativamente indicato, tutti i dubbi interpretativi.

Residuano, infatti, taluni margini di incertezza sia con riferimento al profilo della individuazione degli atti di cui è obbligatoria la traduzione che a quello relativo alle conseguenze della violazione dell’obbligo medesimo, rispetto al quale il decreto legislativo non indica particolari sanzioni processuali.

Per quanto concerne, ad esempio, i provvedimenti che dispongono misure cautelari, va preliminarmente evidenziato che la norma fa riferimento esclusivo alle misure cautelari personali e non invece a quelle reali che rimarrebbero escluse dall’obbligatorietà della traduzione, né specifica se tra i provvedimentichedispongono una misura cautelare personale rientri soltanto l’originaria ordinanza applicativa della misura cautelare personale o se, per ragioni di coerenza sistematica e di comuni esigenze di garanzia, invece, l’obbligo di traduzione vada esteso anche alle successive decisioni, a seguito di impugnazione o di revoca dell’ordinanza applicativa di misura cautelare, ovvero all’ordinanza emessa a seguito di convalida dell’arresto in flagranza di reato e all’ordinanza emessa ai sensi dell'art. 27 c.p.p.

 

In evidenza

L’art. 143, comma 2, c.p.p. include tra i documenti da tradursi obbligatoriamente i “provvedimenti che dispongono misure cautelari personali”, diversamente dalla direttiva europea, che invece si riferisce esclusivamente alle “decisioni che privano una persona della propria libertà” e non anche a quelle che la limitano.

 

Emerge, pertanto, come l’individuazione tanto degli atti per i quali deve ritenersi obbligatoria la traduzione, quanto di quelli per i quali è rimessa al giudice la decisione motivata della necessità di una loro integrale o parziale traduzione, sia suscettibile di significativi ampliamenti o restrizioni a seconda dell’interpretazione che si riterrà di dare della elencazione contenuta nella norma.

 

L'accertamento della conoscenza della lingua italiana

L’accertamento sulla conoscenza della lingua italiana, presunta fino a prova contraria per chi sia cittadino italiano, è compiuto dall’autorità giudiziaria. L’indicazione espressa di “autorità giudiziaria” sembrerebbe escludere che tale accertamento possa essere compiuto dalla polizia giudiziaria, la quale, quindi, dovrebbe immediatamente contattare il P.M. perché fornisca indicazioni in merito.

 

In evidenza

Per quanto concerne le concrete modalità dell’accertamento della competenza linguistica dell’imputato o indagato, la norma in esame non fornisce indicazioni, laddove, invece, l’art. 2, par. 4, della direttiva impone agli Stati membri di disciplinare un apposito procedimento finalizzato a tale accertamento.

 

Nulla, poi, dice la norma in merito alla scelta della lingua nella quale raccogliere le dichiarazioni dell’imputato o nella quale tradurre gli atti del procedimento ma, a tal proposito, sembra utile attingere alle disposizioni della direttiva secondo le quali “l’interpretazione e la traduzione dovrebbero essere fornite nella lingua madre degli indagati o imputati o in qualsiasi altra lingua che questi parlano o comprendono”.

La qualità dell’assistenza linguistica e la modifica al Testo unico in materia di spese di giustizia

Proprio per assicurare la qualità dell’assistenza linguistica, il d.lgs. 32/2014 ha inciso anche sugli artt. 67 e 68 disp. att. c.p.p., predisponendo l’inserimento di esperti in “Interpretariato e traduzione” nell’albo dei periti istituito presso ogni tribunale. Trattasi, tuttavia, di una modifica puramente formale, che non tiene conto delle linee guida predisposte dalla direttiva a sostegno della qualità del servizio di assistenza linguistica. Infatti, la soluzione adottata dal legislatore italiano non è in grado di assicurare la qualità del servizio che può essere garantita solo dalla istituzione di una figura professionale di interprete e traduttore giudiziario che abbia seguito un percorso di formazione e sia accreditato, inserito in un registro ufficiale e chiamato a rispettare un codice etico.                                                                                                                                                                                                          

In relazione, invece, alle omissioni o alle traduzioni di qualità scadente, non sono previsti mezzi di impugnazione, contrariamente a quanto espressamente previsto all’art. 3, par. 5, della direttiva che indica la necessità di prevedere uno strumento di impugnazione avverso le decisioni che dichiarino superflua la traduzione o l’interpretazione, oltre che il diritto di contestare la qualità del servizio.

Unico rimedio previsto dal legislatore nazionale è la mera impugnabilità, unitamente alla sentenza, dei soli provvedimenti di rigetto della traduzione facoltativa (art. 143, comma 3, c.p.p.): la legge, dunque, non predispone alcun rimedio capace di garantire l’immediato controllo sulla legittimità della decisione di rigetto che sia capace di reintegrare il soggetto nel pieno esercizio dei diritti connessi alla fase processuale in cui viene emesso l’atto.

Nessuna soluzione, invece, è stata predisposta per fronteggiare le omissioni nell’area della traduzione obbligatoria e della assistenza linguistica orale.

Unico punto in cui il decreto attua appieno la direttiva è in tema di modifica del testo unico in materia di spese di giustizia: le spese di assistenza linguistica rimangono a carico dello Stato anche in caso di condanna dell’imputato, grazie alla previsione della esclusione degli interpreti e dei traduttori, nominati nei casi previsti dall’art. 143 c.p.p., dagli ausiliari del magistrato ai fini della ripetibilità delle spese.

Le conseguenze dell'omessa traduzione

Il d.lgs. 32/2014 non prevede particolari sanzioni processuali per quegli atti in relazione ai quali sia stata omessa l’obbligatoria traduzione.

Sembra, pertanto, necessario fare riferimento ai criteri generali affermati dalla giurisprudenza in relazione al testo vigente prima della modifica dell’art. 143 c.p.p. in relazione al quale si erano fronteggiati due diversi orientamenti.

Da una parte, un autorevole orientamento aveva ravvisato la configurabilità di una ipotesi di nullità a regime intermedio (Cass. pen., Sez. un., 31 maggio 2000, n. 12; Cass. pen., Sez. Un., 26 settembre 2006, n. 39298).

Tuttavia, secondo un altro orientamento, ribadito più volte e anche di recente, l’omissione della traduzione configurerebbe una mera irregolarità formale che non incide sulla perfezione e sulla validità dell’atto stesso ma sulla sua efficacia, con la conseguenza che la traduzione può essere successivamente disposta, determinandosi una sorta di restituzione nel termine, con riferimento al momento produttivo degli effetti, per consentire l’eventuale impugnazione dello stesso da parte dell’indagato o imputato alloglotta. Questa soluzione sembra prendere le mosse dalla pronuncia n. 5052 delle Sezioni unite del 24 settembre 2003, la quale afferma che, in relazione alla particolare ipotesi in cui si ignori la mancata conoscenza della lingua italiana da parte dell’indagato o imputato, non è dovuta l'immediata traduzione dell'ordinanza cautelare e il diritto alla conoscenza del relativo contenuto è soddisfatto, una volta eseguito il provvedimento, dalla traduzione successivamente disposta.

In tal caso, la decorrenza del termine per impugnare il provvedimento è differita al momento in cui il destinatario ne abbia compreso il contenuto; diversamente, l’ordinanza di custodia cautelare non tradotta sarà viziata da nullità a regime intermedio, quando risulti inequivocabilmente dagli atti in possesso del giudice al momento della sua adozione, che lo straniero non era in grado di comprendere la lingua italiana.

Si può sostenere, in virtù della nuova formulazione del comma 2 dell’art. 143 c.p.p., che la traduzione sia funzionale al successivo esercizio del diritto di difesa, motivo per cui l’atto invalido non è mai quello da tradurre, bensì, eventualmente, quelli successivi alla mancata traduzione ed in funzione dei quali l’adempimento doveva essere compiuto. Inoltre, se la mancata traduzione impedisce il compimento di un atto dell’imputato o dell’indagato, come ad esempio la tempestiva presentazione di una impugnazione, il ricorso alla categoria della nullità appare del tutto incongruo, mentre proficuo sembra il richiamo all’istituto della restituzione del termine, esattamente come parte significativa della giurisprudenza ha fatto fino ad oggi.

In ogni caso, comunque, l’eventuale nullità conseguente alla violazione del diritto alla traduzione sembra sia qualificabile come nullità a regime intermedio: in questo senso, infatti, una indicazione sembrerebbe provenire anche dall’art. 3 par. 8 della direttiva 2010/64/UE, il quale contempla la possibilità per l’imputato o indagato alloglotta di rinunciare alla traduzione, a condizione che la rinuncia sia informata, inequivocabile e volontaria.

 

 

 

Casistica

 

Imputato irreperibile o latitante e traduzione

L’obbligo di traduzione degli atti processuali in favore dell’imputato alloglotta che non comprende la lingua italiana, anche a seguito della riformulazione dell’art. 143 c.p.p., è escluso ove lo stesso si sia reso, per caso a lui imputabile, irreperibile o latitante, con conseguente notificazione degli atti che lo riguardano al difensore (Cass. pen., sez. II, 17 febbraio 2015, n. 12101).

Mandato di arresto euopeo e traduzione

In tema di mandato di arresto europeo, l’ambito applicativo delle novellate disposizioni di cui all’art. 143 c.p.p., che hanno recepito nell’ordinamento interno i principi contenuti nell’art. 3 della direttiva 2010/64/UE, comprende anche la speciale disciplina della procedura di consegna relativa al M.A.E., con la conseguenza che l’imputato alloglotta che non conosca la lingua italiana ha diritto ad ottenere la traduzione degli atti suindicati solo se ne faccia espressa e motivata richiesta (Cass. pen., Sez. VI, 8 gennaio 2015, n. 1199).

Momento in cui emerge la mancata conoscenza della lingua italiana

Qualora sia applicata una misura cautelare personale nei confronti di un cittadino straniero che non è in grado di comprendere la lingua italiana, l’omessa traduzione del provvedimento determina la sua nullità solo se la predetta circostanza era già nota al momento dell’emissione del titolo cautelare; laddove, invece, la mancata conoscenza della lingua italiana emerge in un momento successivo, la traduzione dell’ordinanza applicativa della misura dovrà essere richiesta dallo straniero alloglotta nel corso dell’interrogatorio di garanzia ovvero con istanza ex art 299 c.p.p., con la possibilità di proporre appello ex art. 310 c.p.p. in caso di rigetto, mentre il termine per proporre la richiesta di riesame avverso il titolo cautelare, ai sensi dell’art. 309 c.p.p., decorrerà dall’avvenuta traduzione del titolo stesso (Cass. pen., Sez. VI, 12 novembre 2014, n. 50766; conforme a Cass. Pen., Sez. Un., 24/9/2003, n. 5052).

Ordinanza di custodia cautelare emessa all’udienza di convalida di fermo o arresto

Anche a seguito dell’entrata in vigore del d.lgs. 32/2014, la traduzione scritta dell’ordinanza applicativa di misura cautelare personale, emessa all’esito di udienza di convalida alla quale lo straniero alloglotta in stato di fermo o arresto abbia partecipato con la regolare assistenza di un interprete, non è necessaria in quanto l’indagato è stato reso edotto degli elementi di accusa a suo carico ed è posto in grado di proporre ricorso al tribunale del riesame (Cass. pen., Sez. I, 8 ottobre 2014, n. 48299).

Avviso di fissazione dell’udienza camerale di riesame e traduzione

L’omessa traduzione dell’avviso di fissazione dell’udienza camerale di riesame in lingua comprensibile all’indagato alloglotta non determina nullità dell’atto medesimo o di quelli da esso dipendenti, posto che detto avviso non è incluso nell’elenco degli atti per i quali l’art. 143, comma 2, c.p.p., come modificato dalla novella normativa, prevede l’obbligo di traduzione né tale atto, per sua natura, esplica una funzione informativa in ordine alle accuse mosse al destinatario della misura cautelare (Cass. pen., Sez. VI, 22 ottobre 2014, n. 48647)

Sequestro e traduzione

Il provvedimento di sequestro preventivo, a differenza delle misure cautelari personali, non rientra fra gli atti fondamentali che danno diritto alla traduzione, in quanto tale provvedimento non costituisce atto d’indagine probatoriamente rilevante e può essere disposto anche nei confronti di persona non soggetta a indagine e non destinataria di informazione di garanzia (Cass. pen., Sez. III, 28 maggio 2014, n. 33402).

 

L’omessa traduzione del verbale di sequestro, nonché del relativo decreto di convalida, in una lingua conosciuta dall'indagato alloglotta e la mancata nomina di un interprete per l'assistenza alle attività di esecuzione del sequestro compiute dalla polizia giudiziaria non costituiscono causa di nullità del provvedimento emesso dall'autorità giudiziaria ma determinano esclusivamente lo slittamento della decorrenza iniziale del termine per l'impugnazione dell'atto fino a quando lo stesso sia tradotto secondo le formalità imposte dalla legge (Cass. pen., Sez. II, 25 giugno 2014, n. 31225).

Giudizio abbreviato e traduzione

La scelta dell'abbreviato sana la mancata traduzione delle sommarie informazioni rese nel procedimento. L'omessa traduzione in una lingua nota all'imputato delle sommarie informazioni testimoniali rese nel procedimento determina una nullità di ordine generale a regime intermedio che non può essere dedotta a seguito della scelta del rito abbreviato. Infatti, la richiesta del rito esplica un effetto sanante, ai sensi dell'art. 183 c.p.p., anche a seguito dell'attuazione, nel nostro ordinamento, della direttiva 2010/64/UE sul diritto all'interpretazione e alla traduzione nei procedimenti penali (Cass. pen., Sez. II, 9 aprile 2014, n. 18781; Cass. pen., Sez. un., 26 settembre 2006, n. 39298).

 

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