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Arresti domiciliari

25 Agosto 2015 |

Sommario

Inquadramento | Equiparazione e profili di disciplina differenziata rispetto alla custodia in carcere | I luoghi degli arresti domiciliari | L'imposizione di limiti e divieti | Procedure di controllo: il c.d. braccialetto elettronico | Autorizzazione ad allontanarsi dal luogo d'arresto | Il divieto di concessione degli arresti domiciliari | La previsione dell'art. 276, comma 1-ter, c.p.p. |

Inquadramento

Gli arresti domiciliari rientrano tra le misure cautelari personali di tipo custodiale e si distinguono dalla custodia in carcere per la minore afflittività – legata al fatto che la restrizione assoluta della libertà di movimento avviene al di fuori di un istituto di pena – e perché presuppongono una certa collaborazione da parte del soggetto sottoposto, non essendo previsto il piantonamento costante del domicilio.

Tanto vale a giustificare il motivo per cui, nella scala gradata delle misure cautelari personali, gli arresti domiciliari occupino un gradino più basso rispetto alla carcerazione preventiva e perché, accanto alla generale equiparazione tra le misure custodiali prevista dall’art. 284, comma 5, c.p.p., siano previsti tratti di differenziazione tra la disciplina della custodia in carcere e quella degli arresti domiciliari.

Equiparazione e profili di disciplina differenziata rispetto alla custodia in carcere

A norma dell’art. 284, comma 5, c.p.p. “l’imputato agli arresti domiciliari si considera in stato di custodia cautelare”. Da tale opzione normativa la giurisprudenza ha ricavato le seguenti implicazioni:

  • agli arresti domiciliari si applicano i termini di durata massima stabiliti dall’art. 303 c.p.p., in quanto riferiti alla custodia cautelare in generale, ossia ad una categoria più vasta della custodia cautelare in carcere e che si pone con questa in un rapporto di genere a specie (Cass. pen., 21 maggio 1993, n. 1536);
  • l’ampia formulazione dell’art. 284, comma 5, c.p.p. ha efficacia “ai fini dello scomputo del presofferto sulla pena definitiva” (Cass. pen., 31 ottobre 1990, n. 3659);
  • una volta divenuta irrevocabile la sentenza di condanna conclusiva del processo in relazione al quale la custodia cautelare è stata presofferta, ai fini della liberazione anticipata va valutato, ex art. 54,l. 354/1975, anche il periodo della custodia cautelare, pure se nella forma degli arresti domiciliari (Cass. pen., 16 novembre 1992, n. 4692);
  • la disposizione di cui all’art. 297, comma 3, c.p.p., che, in tema di contestazione c.d. a catena, pone la regola della retrodatazione dei termini di durata delle misure cautelari, trova applicazione anche quando una prima ordinanza abbia disposto gli arresti domiciliari ed una seconda la custodia cautelare (cfr. Cass. pen., 25 agosto 2009, n. 34203, che, in motivazione, ha affermato che il riferimento alla “medesima” misura contenuto nell’art. 297, comma 3, c.p.p. non può essere inteso in termini così restrittivi da annullare sostanzialmente l’equiparazione globale stabilita dall’art. 284, comma 5, c.p.p. e valida al fine del calcolo dei termini di custodia cautelare);
  • il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione, di cui all’art. 314 c.p.p., “è riconoscibile anche a favore di chi abbia subito privazione della libertà in regime di arresti domiciliari, attesa l’espressa equiparazione, contenuta nell’art. 284, comma 5, c.p.p., degli arresti domiciliari alla custodia cautelare e tenuto conto del fatto che la riparazione in questione è prevista, nel citato art. 314 c.p.p., proprio per la custodia cautelare subita” (Cass. pen., 21 febbraio 1992, n. 876). Tuttavia, “ai fini della liquidazione del relativo indennizzo, non possono porsi sullo stesso piano la custodia cautelare in carcere e la detenzione domiciliare per il carattere meno afflittivo di questa seconda misura” (Cass. pen., 22 aprile 2010, n. 17664), con la conseguenza che “è legittima la liquidazione dell’indennizzo dovuto a titolo di riparazione per l’ingiusta detenzione subita agli arresti domiciliari in misura pari alla metà di quella spettante per un identico periodo di detenzione in carcere” (Cass. pen., 10 giugno 2010, n. 34664);
  • a norma dell’art. 307, comma 1, c.p.p., nei confronti dell’imputato scarcerato per decorrenza dei termini, possono essere applicate – qualora permangano le ragioni che avevano giustificato la custodia cautelare – le altre misure cautelari di cui ricorrono i presupposti, ma non quella degli arresti domiciliari (Cass. pen., 31 ottobre 1990, n. 3659);
  • per i procedimenti in camera di consiglio ex art. 127 c.p.p., la delega al magistrato di sorveglianza a sentire il detenuto o l’internato che si trovi in luogo posto fuori dalla circoscrizione del giudice che procede può essere conferita anche nel caso di detenuto agli arresti domiciliari (cfr. Cass. pen., 30 ottobre 1991, n. 4063);
  • prima che l’art. 8 del d.l. 92/2014, conv. con modif. nella l. 117/2014, intervenisse sul testo dell’art. 275, comma 2-bis, c.p.p. a specificare che, allorché sia ipotizzabile la concessione della sospensione condizionale della pena, non possono applicarsi gli arresti domiciliari – come non è applicabile la custodia in carcere –, tale risultato era già stato raggiunto, in via interpretativa, dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. pen., 19 settembre 2013, n. 39976).

 

Passando ai profili di disciplina differenziata, si segnala quanto segue:

  • ove l’esigenza cautelare da soddisfare consista nel pericolo di commissione di delitti della stessa specie di quello per cui si procede, gli arresti domiciliari sono disposti soltanto se trattasi di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni, mentre la custodia cautelare in carcere è disposta soltanto se trattasi “di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni nonché per il delitto di finanziamento illecito dei partiti di cui all’art. 7 della legge 2 maggio 1974, n. 195” (art. 274, lett. c), c.p.p., come modificato dal d.l. 78/2013, conv. con modif. dalla l. 94/2013, e dalla l. 47/2015, alla quale ultima si deve il riferimento al delitto di finanziamento illecito dei partiti);
  • non è riferita anche agli arresti domiciliari la previsione del comma 2-bis dell’art. 275 c.p.p. che – salve le eccezioni espressamente previste – fa divieto di applicare la custodia cautelare in carcere “se il giudice ritiene che, all’esito del giudizio, la pena detentiva irrogata non sarà superiore a tre anni” (così Cass. pen., 14 gennaio 2015, n. 4418);
  • il termine per l’interrogatorio della persona agli arresti domiciliari non è quello di 5 giorni, previsto dal comma 1 dell’art. 294 c.p.p. solo per chi si trovi “in stato di custodia cautelare in carcere”, ma quello di 10 giorni, previsto dal comma 1-bis dello stesso articolo per chi sia sottoposto “ad altra misura cautelare”;
  • la condanna alle “spese di mantenimento durante la custodia cautelare”  va riferita ai soli casi di custodia in carcere e custodia in luogo di cura, non anche agli arresti domiciliari presso la propria abitazione o in altro luogo di privata dimora o presso un luogo pubblico di cura o di assistenza.

I luoghi degli arresti domiciliari

Con l’ordinanza che dispone gli arresti domiciliari, “il giudice prescrive all’imputato di non allontanarsi dalla propria abitazione o da altro luogo di privata dimora ovvero da un luogo pubblico di cura o di assistenza ovvero, ove istituita, da una casa famiglia protetta” (art. 284, comma 1, c.p.p.).

  • Per abitazione si intende “il luogo in cui la persona conduce la propria vita domestica e privata con esclusione di ogni altra appartenenza (aree condominiali, dipendenze, giardini, cortili e spazi simili) che non sia di stretta pertinenza dell’abitazione e non ne costituisca parte integrante, al fine di agevolare i controlli di polizia sulla reperibilità dell’imputato, che devono avere il carattere della prontezza e della non aleatorietà” (Cass. pen., 21 ottobre 2014, n. 4830).
  • Per quel che concerne gli altri luoghi di privata dimora, si deve notare che il concetto di privata dimora – come elaborato dalla giurisprudenza ai fini dell’integrazione del delitto di cui all’art. 614 c.p. – è più ampio di quello di casa d’abitazione, comprendendo ogni altro luogo che, pur non essendo destinato a casa di abitazione, venga usato, anche in modo transitorio e contingente, per lo svolgimento di una attività personale rientrante nella larga accezione di libertà domestica (cfr. Cass. pen., 27 agosto 2013, n. 41646). Può ritenersi, esemplificativamente, che rientrino nella nozione di altro luogo di privata dimora il casale su fondo coltivato – saltuariamente usato dal possessore per uso domestico in relazione alla cura di animali od alla coltivazione stagionale del fondo (Cass. pen., 25 ottobre 1984, n. 410) –, la roulotte (Cass. pen., 9 luglio 1993, n. 9988), il modulo abitativo all’interno di un campo nomadi (Cass. pen., 8 ottobre 2002, n. 5371), il retrobottega di un negozio o la dépandance di un ufficio o studio professionale, a condizione che i predetti luoghi, per le loro caratteristiche concrete, possano configurarsi quale domicilio idoneo a scontare la misura.
  • La locuzione “luogo pubblico di cura o di assistenza” è riferita agli ospedali ed alle comunità di recupero terapeutico del tossicodipendente o dell’alcoldipendente. Quando gli arresti domiciliari debbano essere eseguiti in uno dei predetti luoghi, grava sul giudice l’obbligo di indicare espressamente nel provvedimento impositivo della misura, il luogo del ricovero atto a contemperare le esigenze di cura con quelle della sicurezza, senza che l’indagato possa reclamare alcun diritto o facoltà di intervento su detta individuazione (Cass. pen., 16 dicembre 2014, n. 3598). Nei casi di arresti domiciliari in luogo pubblico di cura o di assistenza, l’eventuale imposizione, da parte del giudice, di limiti e divieti alla facoltà dell’imputato di comunicare con persone diverse da quelle che lo assistono deve essere effettuata considerando che il concetto di assistenza va correlato anche al tipo ed alla gravità della malattia. Pertanto, al giudice della cautela “compete, da un lato, valutare, in concreto, se la partecipazione di uno stretto congiunto sia necessaria alla assistenza del degente (in particolare di quello in fase terminale), dall’altro, tenere conto delle esigenze di cautela processuale senza violare il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità”; di conseguenza, “il divieto o la drastica limitazione dei contatti con gli stretti congiunti, con restrizioni analoghe alla disciplina dei colloqui negli istituti carcerari, senza l’esplicitazione delle specifiche necessità ravvisate nella specie e senza tener conto della fase e della gravità della malattia, viola l’art. 284 c.p.p.” (Cass. pen., 2 febbraio 1995, n. 440).

La misura degli arresti domiciliari presso luogo di cura o di assistenza o di accoglienza deve essere disposta, a norma dell’art. 275, comma 4-ter, c.p.p., ove la persona sottoposta a custodia cautelare sia affetta da una delle gravi patologie indicate nel comma 4-bis dello stesso art. 275, se sussistono esigenze cautelari di eccezionale rilevanza ma l’esecuzione della misura non sia possibile presso idonee strutture sanitarie penitenziarie. In tal caso, l’applicazione degli arresti domiciliari “non comporta come conseguenza necessaria la disposizione del piantonamento del detenuto, restando salva la possibilità per il giudice di prescrivere specifiche modalità di controllo” (Cass. pen., 28 marzo 2003, n. 22441).

  • A seguito della modifica all’art. 284, comma 1, c.p.p., attuata dall’art. 1, comma 2, della l. 62/2011, gli arresti domiciliari possono essere eseguiti anche presso una casa famiglia protetta, ove quest’ultima sia stata istituita. La ratio dell’intervento legislativo e la denominazione delle strutture inducono a ritenere che la previsione sia rivolta essenzialmente alle donne incinte o madri, rispetto alle quali non si profilano quelle esigenze cautelari di eccezionale rilevanza che giustificano il ricorso alla misura della custodia cautelare in carcere o in istituto a custodia attenuata, od anche al padre, nel caso di decesso o impossibilità assoluta della madre. Non è, però, da escludere la possibilità di applicare gli arresti domiciliari presso casa famiglia protetta ad altre categorie di soggetti, quali, ad esempio, le madri di prole di età superiore a sei anni. In ogni caso, l’operatività degli arresti domiciliari presso casa famiglia protetta è sottoposta alla disciplina transitoria contenuta nell’art. 1, comma 4, della legge 62/2011, a norma del quale le disposizioni contenute nel predetto articolo “si applicano a far data dalla completa attuazione del piano straordinario penitenziario, e comunque a decorrere dal 1º gennaio 2014, fatta salva la possibilità di utilizzare i posti già disponibili a legislazione vigente presso gli istituti a custodia attenuata”. Non si ritiene di soffermarsi oltre sull’istituto, che, a più quattro anni di distanza dalla sua previsione legislativa, non ha ancora trovato concreta attuazione.

Quale disposizione di chiusura per quel che concerne il luogo degli arresti domiciliari, il comma 1-bis dell’art. 284 c.p.p. – aggiunto dall’art. 1, comma 1, lett. a), d.l. 78/2013 – stabilisce che “il giudice dispone il luogo degli arresti domiciliari in modo da assicurare comunque le prioritarie esigenze di tutela della persona offesa dal reato”. La disposizione ha portata generale ma è stata pensata essenzialmente per soddisfare le esigenze di tutela della persona offesa di reati come i maltrattamenti in famiglia o gli atti persecutori, laddove la vicinanza dell’autore delle condotte alla vittima potrebbe agevolare la reiterazione delle stesse o la perpetrazione di delitti più gravi.

L'imposizione di limiti e divieti

La limitazione della libertà personale fisiologicamente connessa agli arresti domiciliari può essere resa più gravosa “quando è necessario”, attraverso l’imposizione di “limiti o divieti alla facoltà dell’imputato di comunicare con persone diverse da quelle che con lui coabitano o che lo assistono” (art. 284, comma 2, c.p.p.).

La giurisprudenza di legittimità ha chiarito che “è affetto da nullità assoluta a norma degli artt. 178, lett. b), e 179 c.p.p. il provvedimento del giudice che, disponendo l’applicazione della misura degli arresti domiciliari, impone limiti o divieti alla facoltà dell’imputato di comunicare con persone diverse da quelle che con lui coabitano o che lo assistono, in difetto di una conforme richiesta del pubblico ministero”; detta nullità incide, però, solo sulle modalità ultra petita, comportandone la caducazione, senza travolgere, per il resto, la validità ed efficacia della misura (Cass. pen., 27 novembre 2014, n. 53671).

Considerato che l’imposizione degli ulteriori limiti e divieti può avvenire solo ove ciò sia necessario, il giudice della cautela è chiamato a fornire specifica motivazione sul punto, in maniera tale da rendere la propria decisione trasparente e controllabile sotto il profilo dell’adeguatezza e della proporzionalità (in argomento, Cass. pen., 15 ottobre 2008, n. 3516).

Gli eventuali limiti o divieti devono essere, oltre che motivati, anche delineati in modo chiaro e preciso, poiché, ovviamente, il provvedimento impositivo costituisce anche il metro alla stregua del quale valutare l’eventuale trasgressione delle prescrizioni.

Procedure di controllo: il c.d. braccialetto elettronico

Allo scopo di verificare e garantire il rispetto delle prescrizioni inerenti alla cautela, “il pubblico ministero o la polizia giudiziaria, anche di propria iniziativa, possono controllare in ogni momento l’osservanza delle prescrizioni imposte all’imputato” (art. 284, comma 5, c.p.p.). Si tratta di controlli a sorpresa, a carattere necessariamente episodico, che si distinguono dalle procedure di controllo mediante mezzi elettronici od altri strumenti tecnici – il c.d. braccialetto elettronico –, che assicurano un monitoraggio a distanza, senza continuo impiego delle forze dell’ordine (sulle modalità di installazione e di uso dei meccanismi di controllo a distanza, si veda il d.m. 2 febbraio 2001).

Dalla sua introduzione – avvenuta per effetto dell’art. 16, d.l. 341/2000, che ha inserito nel codice l’art. 275-bis c.p.p. – la previsione del braccialetto elettronico ha subito una significativa trasformazione. Infatti, a seguito della novella attuata dall’art. 1, comma 1, lett. a), d.l. 146/2013, conv. con modif. nella l. 10/2014, il ricorso a detto strumento è passato da opzione cui ricorrere ove ritenuto necessario in relazione alla natura ed al grado delle esigenze cautelari da soddisfare nel caso concreto – con conseguente onere di motivazione sul punto –, a modalità ordinaria di esecuzione degli arresti domiciliari, che opera salvo che il giudice non ritenga di poter fare a meno del controllo a distanza in relazione alla natura ed al grado delle esigenze cautelari del caso concreto (in questo senso, Cass. pen., 20 gennaio 2015, n. 6505, ove si precisa che, per disporre l’adozione del braccialetto elettronico, il giudice non è tenuto ad alcun onere di motivazione aggiuntiva rispetto a quella che sostiene la scelta della misura degli arresti domiciliari). Da tale assunto si desume anche che l’applicazione del braccialetto elettronico non presuppone espressa richiesta da parte del pubblico ministero, essendo implicita nella richiesta di arresti domiciliari.

È evidente l’intento di incentivare, tra le misure custodiali, l’opzione per gli arresti domiciliari rispetto al carcere, in un’ottica sia di piena attuazione del principio di extrema ratio della carcerazione preventiva sia di deflazione della popolazione carceraria. Muove in questa direzione anche il comma 3-bis dell’art. 275 c.p.p. – introdotto dall’art. 4 della l. 47/2015 –, che impone al giudice di indicare, nel disporre la custodia in carcere, “le specifiche ragioni per cui ritiene inidonea, nel caso concreto, la misura degli arresti domiciliari con le procedure di controllo di cui all’art. 275-bis, comma 1”.

L’attivazione del braccialetto elettronico presuppone la disponibilità dello strumento da parte della polizia giudiziaria ed il consenso espresso – quindi non implicito – dell’imputato/indagato; il giudice, con lo stesso provvedimento, prevede l’applicazione della misura della custodia cautelare in carcere qualora l’imputato neghi il consenso all’adozione del suddetto braccialetto (art. 275-bis, commi 1 e 2, c.p.p.). Il soggetto che abbia accettato l’applicazione del braccialetto elettronico è, poi, tenuto ad agevolare le procedure di installazione e ad osservare le altre prescrizioni impostegli (art. 275-bis, comma 3, c.p.p.).

Per rafforzare il rispetto delle particolari modalità di controllo previste dall’art. 275-bis c.p.p., è stata introdotta una specifica fattispecie di reato, che punisce con la reclusione da uno a tre anni “il condannato o la persona sottoposta a misura cautelare che, al fine  di  sottrarsi ai controlli prescritti, in qualsiasi modo altera il  funzionamento  dei  mezzi  elettronici  o  degli  altri strumenti tecnici   adottati   nei   suoi  confronti,  o  comunque  si  sottrae fraudolentemente  alla  loro applicazione o al loro funzionamento” (art. 18, d.l. 341/2000).

 

Autorizzazione ad allontanarsi dal luogo d'arresto

Ai sensi dell’art. 284, comma 3, c.p.p., il giudice può autorizzare l’indagato/imputato sottoposto agli arresti domiciliari ad assentarsi per provvedere alle sue “indispensabili esigenze di vita”, quando questi non possa provvedere altrimenti, ovvero per esercitare un’attività lavorativa, quando versi in una situazione di “assoluta indigenza”.

Dal testo normativo, dai lavori preparatori e dalla qualificazione dei presupposti autorizzativi in termini di “indispensabilità” e di “assolutezza”, emerge che la valutazione del giudice nel decidere se concedere l’autorizzazione richiesta deve essere improntata a criteri di particolare rigore, di cui deve essere dato conto nella motivazione del relativo provvedimento (cfr., tra le altre, Cass. pen., 17 novembre 1999, n. 3649). Inoltre, l’eventuale autorizzazione non deve vanificare le ragioni della cautela (cfr. Cass. pen., 17 febbraio 2015, n. 9004).

Sempre in tema di autorizzazioni ad allontanarsi dal luogo di arresto, si segnala che, a norma dell’art. 22 disp. att. c.p.p., quando una persona in stato di arresto o detenzione domiciliare deve comparire per ragioni di giustizia davanti all’autorità giudiziaria, il giudice competente a norma dell’art. 279 c.p.p. ovvero il magistrato di sorveglianza del luogo dove si svolge la detenzione autorizza – con le opportune prescrizioni – l’allontanamento dal luogo di arresto o di detenzione per il tempo strettamente necessario, salvo che non ritenga di dover disporre l’accompagnamento o la traduzione per salvaguardare comprovate esigenze processuali o di sicurezza. Chiaro l’obiettivo della disposizione di evitare di impegnare le forze di polizia in attività di accompagnamento o traduzione non strettamente necessarie.

Stessa ratio è sottesa all’art. 97-bis, disp. att. c.p.p. – come sostituito dall’art. 4, d.l. 92/2014 –, a norma del quale, a seguito del provvedimento di sostituzione della custodia cautelare in carcere con la misura degli arresti domiciliari, l’imputato raggiunge il luogo di esecuzione della misura senza accompagnamento, a meno che, in caso di ritenute specifiche esigenze processuali o di altre esigenze di sicurezza pubblica, il giudice non disponga che l’imputato venga accompagnato dalle forze di polizia presso il luogo di esecuzione degli arresti domiciliari.

Il divieto di concessione degli arresti domiciliari

Ai sensi dell’art. 284, comma 5-bis, c.p.p., è preclusa la concessione degli arresti domiciliari “a chi sia stato condannato per il reato di evasione nei cinque anni precedenti al fatto per il quale si procede, salvo che il giudice ritenga, sulla base di specifici elementi, che il fatto sia di lieve entità e che le esigenze cautelari possano essere soddisfatte con tale misura”.

Prima che la recente l. 47/2015 intervenisse sul testo del citato comma 5-bis dell’art. 284 c.p.p., la giurisprudenza attribuiva al predetto divieto carattere assoluto e lo intendeva riferito a qualsivoglia misura cautelare meno afflittiva della custodia carceraria (Cass. pen., 4 luglio 2013, n. 31434). A seguito della novella che ha tramutato il divieto da assoluto in relativo, lo stesso ufficio del massimario della Corte di cassazione ha auspicato un ripensamento dell’indirizzo giurisprudenziale che, nel divieto di concessione degli arresti domiciliari sancito dal comma 5-bis dell’art. 284, ritiene implicitamente compreso anche quello di applicare misure ulteriormente gradate ed ha suggerito che – in relazione ai fatti di lieve entità, per dare attuazione ai principi di adeguatezza delle misure cautelari e del carcere come extrema ratio – si riconosca la possibilità di fare ricorso anche a misure meno afflittive.

La previsione dell'art. 276, comma 1-ter, c.p.p.

La recente modifica del comma 5-bis dell’art. 284 c.p.p. muove nella stessa direzione di quella che ha interessato il comma 1-ter dell’art. 276 c.p.p. sempre ad opera della l. 47/2015.

Ed infatti, a seguito della novella, in caso di trasgressione alle prescrizioni degli arresti domiciliari concernenti il divieto di allontanarsi dalla propria abitazione o da altro luogo di privata dimora, la regola resta quella della revoca degli arresti domiciliari e loro sostituzione con la custodia cautelare in carcere, ma è stata introdotta una clausola di riserva (“salvo che il fatto sia di lieve entità”). Di conseguenza, in caso di trasgressione delle predette prescrizioni, non opera più l’automatismo introdotto dall’art. 16, comma 3, d.l. 341/2000, perché il giudice è chiamato a valutare l’eventuale lieve entità del fatto e, ove la ravvisi, non sarà tenuto a disporre il carcere, con sostanziale riallineamento alla previsione del comma 1 dello stesso art. 276 c.p.p.

A quest’ultimo proposito, è stato evidenziato che i due citati commi dell’art. 276 c.p.p. sono, comunque, diversamente strutturati, perché il comma 1 richiede al giudice di tenere conto “dell’entità, dei motivi e delle circostanze della violazione”, mentre la clausola di riserva del comma 1-ter considera la sola “entità” del fatto. Tuttavia, la differenza è forse più apparente che reale, perché – a parere di chi scrive – il riferimento alla entità del “fatto” piuttosto che della trasgressione apre ad una valutazione complessiva della vicenda, nell’ambito della quale hanno rilevanza anche i motivi e le circostanze della violazione.

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