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Appropriazione indebita

07 Maggio 2020 |

Sommario

Inquadramento | Il bene giuridico tutelato | Soggetto attivo del reato | Soggetto passivo e diritto di querela | Elemento materiale | Elemento psicologico | Forme di manifestazione del reato: consumazione e tentativo | Circostanze | Rapporti con altri reati | Aspetti processuali | Casistica | Guida all'approfondimento |

Inquadramento

L’art. 646 c.p., nel prevedere il delitto di “appropriazione indebita” sanziona la condotta di colui che, per procurare ad altri un ingiusto profitto, si appropria del denaro o della cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso.  

Il delitto è inserito nel titolo XIII del libro secondo del codice penale, relativi ai delitti contro il patrimonio, ed in particolare nel capo II avente ad oggetto i delitti contro il patrimonio mediante frode.  

Il bene giuridico tutelato

Il bene giuridico protetto è il diritto di proprietà in tutte quelle ipotesi in cui esso sia disgiunto dal possesso sulla cosa, sanzionandosi la condotta del soggetto che venga di fatto ad esercitare un potere di signoria sulla cosa altrui appropriandosi dei poteri spettanti al proprietario.   

 

In evidenza

Si è parlato al riguardo di proprietà in senso penalistico, intendendosi in essa compreso qualsiasi diritto, reale o personale, sulla cosa, come, ad esempio, il diritto dell’usufruttuario, o del locatario. 

 

Inoltre, in un’ottica di superamento dei limiti imposti dalla nozione civilistica di proprietà, si è voluto individuare il bene giuridico protetto dalla norma nell’interesse di un soggetto diverso dallautore del fatto al rispetto delloriginario vincolo di destinazione della cosa.  In tal senso anche la giurisprudenza ha individuato la ratio della norma nella volontà del legislatore di sanzionare penalmente il fatto di chi, avendo l’autonoma disponibilità della res, dia alla stessa una destinazione incompatibile con il titolo e le ragioni che giustificano il possesso della stessa, anche nel caso in cui si tratti di una somma di denaro (Cass. pen., Sez. V, n. 46474/2014). 

Soggetto attivo del reato

Trattandosi di reato comune, soggetto attivo del reato può essere qualsiasi soggetto che si trovi in quel particolare rapporto di signoria rispetto alla cosa altrui.

 

In evidenza

Al suddetto rapporto di signoria sulla cosa corrisponde la nozione penalistica di possesso, che non corrisponde esattamente all’analoga categoria elaborata nell’ambito del diritto civile.

 

Dottrina e giurisprudenza sono concordi nel ritenere che la nozione penalistica di possesso differisca dal concetto civilistico di potere di fatto sulla cosa corrispondente al diritto di proprietà. Si è parlato al riguardo di un “potere sulla cosa che si esercita al di fuori della diretta vigilanza di una persona che abbia sulla cosa medesima un potere giuridico maggiore” (Antolisei F.), enucleandosi, in questo modo, il concetto di disponibilità autonoma; più precisamente si è affermato che il possesso in diritto penale va identificato in “un potere di custodia, di uso o di disposizione, che si svolge in modo autonomo, al di fuori della sfera di custodia e di attività del proprietario o di altro avente diritto, con l’obbligo di restituire la cosa o di darle la destinazione stabilita” (Petrocelli B.).  

La giurisprudenza ha, al riguardo, parlato di detenzione qualificata consistente nell’esercizio sulla cosa di un potere di fatto autonomo, al di fuori della sfera di vigilanza e di custodia del titolare (Cass. pen., Sez. II, 7 gennaio 2011, n. 13347). Segnatamente si è ritenuto che, ai fini della configurabilità del delitto di appropriazione indebita, la nozione di possesso non va individuata facendo riferimento alle regole proprie del diritto civile, bensì in via autonoma, avendo riguardo ad un concetto più ampio che include ogni detenzione del bene, a qualsiasi titolo, tale da consentire una signoria immediata sulla cosa al di fuori della diretta sorveglianza e disponibilitàdella stessa da parte del proprietario o di altri che vi abbiano un maggiore potere giuridico. Nella nozione penalistica di possesso rientrano, poi, vari tipi di detenzione, sempre che si tratti di detenzione nomine proprio e non nomine alieno, come avviene quando si tratti di persone che abbiano la disponibilità della cosa appartenente ad altri in virtù del rapporto di dipendenza che le lega al titolare del diritto.

 

In evidenza

Le situazioni di mera detenzione nelle quali la cosa rimane nella sfera di disponibilità di un altro soggetto non rientrano nella nozione penalistica di possesso finora delineata;  pertanto il soggetto che si appropri della cosa da lui precariamente detenuta senza averne la piena e diretta disponibilità commette il delitto di furto e non quello meno grave di appropriazione indebita.

 

Non possono quindi farsi rientrare, ai fini della configurazione del reato, nella nozione penalistica di possesso quelle situazioni di mera detenzione nelle quali la cosa rimane  nell’ambito della sfera di sorveglianza e custodia di un altro soggetto, che rappresenta il reale possessore della stessa. Così ad esempio colui che detenga materialmente una cosa per ragioni di custodia, senza poterne disporre in alcun modo, rappresenta un mero detentore rispetto al soggetto che ha la disponibilità della cosa stessa e che la possiede per mezzo del custode; a ciò consegue che la condotta di impossessamento della cosa posta in essere da quest’ultimo ai danni del primo integra il delitto di furto e non l’appropriazione indebita. Difatti un affidamento della cosa per breve tempo a persona incaricata di custodirla nel luogo ove la cosa si trovi non toglie al proprietario l’esercizio effettivo del suo potere di signoria sulla cosa stessa, la quale permane nella sua sfera di attività patrimoniale. 

Così nella casistica riguardante i dipendenti di istituti bancari, si è ritenuto integrato il delitto di furto, e non quello meno grave di appropriazione indebita, nella condotta del soggetto che si appropri di titoli di clienti, in relazione ai quali gli era stata attribuita una detenzione materiale o meramente precaria finalizzata soltanto all’esecuzione di determinate operazioni. Nella stessa linea si è affermato che il cassiere di un’agenzia bancaria non ha la disponibilità neanche provvisoria della provvista dei conti correnti dei clienti dell’istituto, precisandosi che lo stesso nel momento in cui effettua il pagamento di assegni, non esercita un libero atto di disponibilità, ma si limita a compere una mera attività di esecuzione di precise disposizioni del correntista, il quale rimane in ogni momento possessore e dominus della gestione del conto; a ciò consegue che risponde del delitto di furto e non del delitto di appropriazione indebita il cassiere che, con movimentazioni fittizie, effettui spostamenti o prelievi dai conti correnti dei clienti, sottraendo denaro alla disponibilità di costoro, nonché quello che, dopo avere richiesto alla sede centrale fondi maggiori di quelli necessari, gonfiando il fabbisogno giornaliero, si impossessi del denaro contante che transiti nella cassa per fare fronte alle esigenze correnti, posto che egli di tali somme ha la mera, momentanea detenzione senza alcun autonomo potere di disposizione (Cass. pen.,Sez. IV, 10 luglio 1996, n. 1798). Ed analogamente è stato ravvisato il delitto di furto aggravato e non quello di appropriazione indebita nella condotta del dipendente di banca che si impossessi, mediante movimentazioni effettuate con i terminali dell’ufficio, di somme di denaro di clienti depositate in conti correnti (Cass. pen., Sez. VI, 10 maggio 2007, n. 32543).

Viceversa si è ravvisato il delitto di appropriazione indebita aggravato ai sensi dell’art. 61, n. 11, c.p., e non quello di furto, nella condotta del dipendente di una banca che si impossessi dei beni contenuti in una cassetta di sicurezza, avendone ottenuto dal cliente la chiave, in quanto detta traditio, a meno che non sia diversamente convenuto, riveste il significato di autorizzazione ad aprire la cassetta e, salvo prova contraria, a disporre, beninteso nell’interesse del titolare, del suo contenuto, di guisa che l’agente ha il possesso della cassetta e dei beni in essa custoditi (Cass. pen., Sez. II, 28 settembre 2011, n. 44942). 

Si è ritenuto, poi, integrare il reato di appropriazione indebita la condotta del trustee che destina i beni conferiti in trust a finalità proprie o comunque diverse da quelle per realizzare le quali il negozio fiduciario è stato istituito, in quanto l’intestazione formale del diritto di proprietà al trustee ha solo la valenza di una proprietà temporale, che non consente di disporre dei beni in misura piena ed esclusiva (Cass. pen.,Sez. II, 23 settembre 2014, n. 50672).  

Soggetto passivo e diritto di querela

Con riguardo all’individuazione del soggetto passivo del reato legittimato a proporre la querela, la giurisprudenza ha avuto modo di precisare che tale è il soggetto nei confronti del quale ed in danno del quale sia intervenuta linterversione del titolo del possesso del denaro o delle cose mobili altrui. Così in una fattispecie concreta in cui il debitore aveva consegnato un titolo di credito a persona diversa dal creditore, non autorizzata a riscuoterlo in nome e per conto di questo, in caso di appropriazione della somma contenuta nel titolo, la persona offesa non è da identificarsi nell’originario destinatario del titolo ma nel soggetto che lo aveva emesso (Cass. pen., Sez. II, 30 maggio 1986, n. 12841;  Cass. pen., Sez. II, 16 ottobre 2007, n. 45993).  

Ed ancora, ai fini dell’individuazione del soggetto legittimato a proporre la querela non occorre l’accertamento della potestà dominicale sulle cose di cui si denuncia l’altrui impossessamento, essendo sufficiente la deduzione di un diritto di godimento. In questa direzione il locatore di un immobile, eseguita la sentenza di sfratto per morosità, è stato considerato legittimato a proporre la querela nei confronti del conduttore per appropriazione indebita della mobilia di arredo (Cass. pen., Sez. II, 19 giugno 2009, n. 26805). Così anche si è ritenuta la legittimazione a proporre la querela da parte del titolare dell’esercizio dell’autonoleggio, non proprietario delle autovetture, per l’omessa restituzione dell’automobile noleggiata. In sostanza si deve ritenere che il diritto di querela per il reato di appropriazione indebita spetti anche al soggetto che, pur se diverso dal proprietario, detenendo legittimamente ed autonomamente la cosa, ne abbia fatto consegna a colui che se ne sia appropriato illegittimamente (Cass. pen.,Sez. II, 16 aprile 2009, n. 26805).

Con riferimento poi al reato di appropriazione indebita posto in essere dal legale rappresentante ai danni della società da lui stessa rappresentata, la legittimazione a proporre la querela spetta al singolo socio, che assume la posizione, non solo di danneggiato dal reato, ma anche di persona offesa titolare del bene giuridico costituito dall’integrità del patrimonio sociale (Cass. pen.,Sez. II, 24 settembre 2014, n. 40578).

Elemento materiale

La condotta materiale del reato viene individuata nell’appropriarsi del denaro o della cosa mobile altrui, invertendo il possesso, così come sopra definito, in proprietà. Non sono previste particolari modalità di commissione della condotta criminosa, che, quindi, potrà assumere forma omissiva o commissiva, né è richiesto, ai fini dell’integrazione del reato, la realizzazione di un evento di danno patrimoniale. La dottrina ha precisato, al riguardo, la necessita di “un risultato irreversibile” che viene inteso come l’instaurazione di un rapporto animo domino, idoneo ad attestare in modo univoco l’avvenuta interversione del possesso (Pedrazzi C.). Si è fatto riferimento anche a “qualsiasi forma di illegittimo comportamento uti dominus in relazione alla res, ritenendosi rilevanti e meritevoli di tutela penale, nell’ambito della norma in esame, quelle situazioni oggettive che vengono ad incidere in modo negativo sulla consistenza economica della res (Regina A.). 

 

In evidenza

Deve escludersi rilevanza penale alla cosiddetta appropriazione d’uso, sempreché la condotta appropriata non venga ad incidere in modo significativo sul valore economico del bene.

 

Viene esclusa, quindi, la rilevanza penale della cosiddetta appropriazione duso consistente nell’uso indebito della cosa oltre i limiti segnati dal titolo del possesso, con limite di quelle condotte alle quali consegue un logorio della cosa influente sul valore economico della stessa, essendo, invece, prevista solo l’ipotesi del furto d’uso (art. 626 c.p.). A questo riguardo l’elaborazione giurisprudenziale è pervenuta a definire meglio la condotta di appropriazione, nel senso di ritenere che in essa sia compresa, non solo la condotta di annessione della cosa mobile al proprio patrimonio ma anche tutti quegli usi arbitrari ai quali consegue una dismissione irreversibile del bene. Ed in tale direzione si è affermato che il reato sussiste anche nel caso del mero uso indebito della res, quando esso sia avvenuto eccedendo completamente i limiti in virtù del quale l’agente deteneva in custodia la cosa, di modo che l’atto compiuto comporti un impossessamento, sia pure temporaneo, del bene; nella fattispecie concreta si trattava della condotta di un gommista che, avendo ricevuto in custodia un’autovettura Ferrari per la sostituzione dei pneumatici, la aveva in più occasioni usata per fini personali, fino provocare un incidente stradale che aveva danneggiato gravemente l’autovettura (Cass. pen., Sez. II, 27 novembre 2009, n. 47665).

Ugualmente il reato di appropriazione indebita sussiste nel caso in cui un soggetto utilizzi un assegno da altri firmato in bianco per scopi diversi rispetto a quelli concordati, come quando venga posto all’incasso un assegno ricevuto in garanzia con conseguente appropriazione della somma riscossa, in violazione del precedente accordo che il prenditore aveva concluso con l’emittente (Cass. pen.,Sez. II, 15 gennaio 2014, n. 5643).

 

In evidenza

Anche l’omessa restituzione del bene al legittimo proprietario può integrare il delitto di appropriazione indebita allorquando sia accompagnata da un comportamento uti dominus da parte dell’agente rispetto alla cosa.

 

Integra ancora l’elemento materiale del reato l’omessa restituzione del bene al legittimo proprietario, se dal comportamento tenuto dal detentore si rilevi, per le modalità del rapporto con la cosa, un’oggettiva interversione del possesso (Cass. pen., Sez. II, 2 ottobre 2014, n. 42977). Si è pero precisato che, ai fini della configurazione del reato, non basta la scadenza del termine civilistico che imponga la restituzione della cosa ma occorrono ulteriori circostanze di fatto che rivelino il carattere intenzionale dell’omessa restituzione (Cass. pen.,Sez. II, 17 maggio 2013, n. 29451); così nella fattispecie concreta relativa all’appropriazione della documentazione relativa al condominio posta in essere da parte del soggetto che ne era stato amministratore, il reato è stato considerato perfezionato non al momento della revoca dell’amministratore e della nomina del successore ma nel momento successivo in cui l’agente, volontariamente negando la restituzione della contabilità detenuta, si era comportato uti dominus rispetto alla res. Ed ancora si è precisato che l’omessa restituzione della cosa alla controparte che ne ha fatto richiesta in pendenza di un rapporto contrattuale non integra, di per sé, il reato di cui all’art. 646 c.p., in quanto non modifica il rapporto fra il detentore ed il bene attraverso un comportamento oggettivo di disposizione uti dominus e l’intenzione soggettiva di intercessione del possesso ma si riflette in un inadempimento di esclusiva rilevanza civilistica (Cass. pen., Sez. II, 17 febbraio 2015, n. 12077).

E con specifico riferimento ai casi di vendita di una cosa con pagamento rateale e con riserva di proprietà, è richiesto che il compratore abbia compiuto sulla cosa atti in contrasto con il diritto del titolare o si sia comportato in modo tale da fare presumere che abbia voluto tenere la cosa come propria. Ciò perché nella vendita con riserva di proprietà il trasferimento della proprietà è subordinato alla condizione sospensiva del pagamento del prezzo e fino a quando non si verifica tale condizione il compratore ha soltanto il possesso delle cose acquistate e non potrà disporne uti dominus, senza un’illecita inversione del titolo del possesso, che, appunto, rappresenta la consumazione del delitto di appropriazione indebita. A ciò consegue che il reato è integrato se il compratore, prima del pagamento integrale del prezzo, alieni la cosa acquistata. (Cass. pen.,Sez. II, 24 settembre 2009, n. 40674).

A quanto detto consegue l’irrilevanza penale di una mera ritenzione precaria attuata a scopo di garanzia di un preteso diritto di credito, alla quale non si accompagni il disconoscimento del diritto del proprietario sulla cosa, che rimane disposizione del proprietario, sia pure sotto la condizione che lo stesso adempie all’obbligazione alla quale lo si ritiene obbligato.

In linea con una datata decisione delle Sezioni unite della Corte di cassazione (Cass. pen., Sez. un., 28 febbraio 1989), si è ritenuto configurabile il reato di appropriazione indebita nel caso in cui il dipendente di un istituto bancario, assumendo arbitrariamente i poteri dell’organo di amministrazione competente ad autorizzare il superamento dei limiti del fido o della provvista del conto corrente di corrispondenza, abbia concesso un fido ad un cliente violando, in collusione con lo stesso, le norme sugli affidamenti stabiliti dagli istituti in modo da realizzare sostanzialmente un’arbitraria disposizione di beni della banca a profitto di terzi (Cass. pen.,Sez. II, 5 ottobre 2012, n. 3332).

 

L’oggetto della condotta del reato può consistere nel denaro o in altra cosa mobile altrui, dovendosi, al riguardo, precisare che tale è qualsiasi entità di cui sia possibile la fisica detenzione, sottrazione, impossessamento od appropriazione e che sia in grado di spostarsi autonomamente ovvero di essere trasportata da un luogo ad un altro, compresa quella che, pur non mobile originariamente, sia resa tale mediante l’avulsione o l’enucleazione dal complesso immobiliare di cui faceva parte (Cass. pen.,Sez. II, 11 maggio 2010, n. 20647).

 

In evidenza

Con specifico riferimento al denaro, nonostante la sua ontologica fungibilità, il legislatore ha ritenuto di precisare che esso può costituire oggetto di appropriazione indebita allorquando sia stato affidato ad altri in relazione ad un uso predeterminato o ad una specifica indicazione posta nell’interesse del proprietario.

 

In tali situazioni, quindi, il compimento da parte dell’agente di atti di disposizione non autorizzati o comunque incompatibili con il diritto di proprietà prevalente del proprietario integra il delitto di appropriazione indebita; in sostanza anche quando la condotta criminosa ricade su un bene fungibile come il denaro, la ratio della norma incriminatrice è quella di sanzionare penalmente il fatto di chi, avendo l’autonoma disponibilità della res, dia alla stessa una destinazione incompatibile con il titolo e le ragioni che ne giustificano il possesso (Cass. pen.,Sez. V, 26 maggio 2014, n. 46475); nel caso di specie, appunto, si trattava dell’appropriazione da parte del consulente di una società di una somma di denaro che era stata allo stesso consegnata per essere destinata al pagamento di un creditore della società stessa. Deve, al riguardo, precisarsi che il deposito di una somma di denaro, quando non si tratti di deposito in banca, in relazione alla quale ipotesi vige l’art. 1834 c.c., non implica la facoltà d’uso, se non viene provato dal depositario che tale facoltà era stata espressamente convenuta; a ciò consegue che, in mancanza di una tale pattuizione espressa, il divieto di impiego della somma data in deposito è implicito, scaturendo dalla legge, venendosi a configurare non già un deposito irregolare ma un deposito regolare, nel quale non vi è il passaggio di proprietà al depositario, con conseguente configurabilità del reato di cui all’art. 646 c.p. Recentemente la Cassazione ha avuto modo di precisare che le nozioni di appartenenza, possesso, appropriazione, disponibilità e simili devono essere verificate alla luce della struttura delle singole fattispecie incriminatrici, senza la necessita di dover ricorrere alle corrispondenti categorie normative di tipo civilistico; a quanto detto consegue che, avendo il legislatore espressamente previsto il denaro come possibile oggetto del delitto di appropriazione indebita, qualsiasi condotta che comporti una destinazione del denaro diversa da quella che costituiva il titolo del possesso vale ad integrare l’intervisione nel possesso (Cass. pen., Sez. II, 15 luglio 2015, n. 31983).

 

In evidenza

La più recente elaborazione giurisprudenziale ha ritenuto integrato il delitto di esame nella condotta del socio che, una volta iscritti gli utili al bilancio e questo sia stato approvato, prelevi, appropriandosene, le somme spettanti, sulla base del rapporto societario, ad altro socio sia esso di diritto o di fatto (Cass. pen., Sez. II, 22 gennaio 2015, n. 5362).

 

Nel concetto di cosa mobile altrui rientra anche la cosa comune, che può essere oggetto di appropriazione indebita da parte del comproprietario, del socio, del coerede che ne abbia il possesso e si renda responsabile di una condotta incompatibile con l’uso a cui la cosa è stata concordemente destinata.

Non sussiste, invece, il reato di appropriazione indebita, qualora oggetto materiale della condotta illecita sia un bene immateriale, atteso che quest’ultimo non rientra nella nozione penalistica di cosa mobile; nel caso di specie si trattava dell’appropriazione di disegni e progetti industriali coperti da segreto in relazione ai quali la Corte ha ritenuto sussistere il reato solo con riguardo ai documenti che li rappresentavano (Cass. pen., Sez. II, 11 maggio 2010, n. 20647); invece nell’ipotesi di appropriazione di documentazione industriale e commerciale si e ritenuto ravvisabile il reato di cui all’art. 646 c.p. laddove sussista una rilevanza economica della suddetta documentazione, sia pure rappresentativa di un’idea immateriale (Cass. pen.,Sez. III, 25 gennaio 2012, n. 8011). E così si è ritenuto costituire un bene immateriale, che non rientra nel concetto di cosa mobile e che quindi non può formare oggetto di appropriazione indebita, le quote di una società di cui l’intestatario fiduciario si sia appropriato, non avendo ottemperato all’obbligo di restituirle alla scadenza convenuta al fiduciante (Cass. pen., Sez. II, 26 settembre 2007, n. 36592).

 

In evidenza

Analogamente si è ritenuto insussistente  il delitto di appropriazione indebita in una fattispecie concreta di mancata restituzione di warrenty bond, di cui si era acquisita la disponibilità a titolo di garanzia della corretta esecuzione di un contratto, in ordine al quale vi sia stata contestazione tra le parti, disconoscendosi nei supporti cartacei rappresentativi della garanzia l’elemento dell’altruità della cosa mobile; ciò in quanto  il possesso del warrenty bond non condizionava il diritto alla riscossione della somma garantita (Cass. pen., Sez. VI, 17 settembre 2014, n. 46062).

 

La soluzione al caso di specie ora citato era imposta dalla natura del warrenty bond, per come disciplinati dalla prassi commerciale, cioè un contratto di garanzia, solitamente funzionale alla corretta esecuzione di un appalto, che, a differenza della fideiussione, rimane autonomo rispetto al rapporto sottostante e di cui era carente il presupposto tipico dell’appropriazione indebita costituito dall’altruità del bene.

Viceversa il reato è stato ravvisato nella condotta di colui che, accedendo abusivamente in un sistema informatico, si procuri i dati bancari di una società riproducendoli su un supporto cartaceo, in quanto se il dato bancario costituisce bene immateriale insuscettibile di detenzione fisica, l’entità materiale su cui tali dati sono trasfusi ed incorporati attraverso la stampa del contenuto del sito di home banking acquisisce il valore di questi, assumendo la natura di documento originale e non di mera copia (Cass. pen., Sez. V, 30 settembre 2014, n. 47105).

 

In evidenza

Recentemente si è ritenuto che non integra il reato di appropriazione indebita la condotta dell’amministratore di una società che dispone in bilancio accantonamenti a titolo di compenso, non ancora determinato, per l’attività svolta in tale qualità, in quanto l’atto compiuto non è volto al conseguimento di un ingiusto profitto o di un vantaggio che si ponga come danno patrimoniale cagionato alla società, bensì ad assicurare il soddisfacimento di un diritto soggettivo perfetto (Cass. pen.,Sez. II, 22 maggio 2014, n. 36030).

 

Tempo addietro, con un decisione isolata (Cass. pen., Sez. II, 4 aprile 1997, n. 5136), è stata riconosciuta la sussistenza del delitto di appropriazione indebita nel fatto di un amministratore di una società che, costituendo riserve di denaro extrabilancio con gestione occulta le distragga in favore di terzi per scopi illeciti ed estranei all’oggetto sociale ed alle finalità aziendali, così procurando ad essi un ingiusto profitto; si trattava, appunto della condotta di un amministratore di una società di capitali, il quale, omettendo l’annotazione, la fatturazione o l’iscrizione a bilancio di una quota dei ricavi dell’impresa, aveva creato riserve occulte utilizzate per pagare, tra l’altro, politici ed amministratori che gestivano appalti pubblici ed ufficiali della Guardia di Finanza corrotti o concussori, sicché la destinazione finale delle medesime riserve appariva tale da realizzare l’ingiusto profitto altrui. Pressoché nello stesso periodo però la giurisprudenza aveva la necessità di precisare che la creazione di riserve occulte e l’utilizzazione extrabilancio di fondi sociali non sono di per se sufficienti ad integrare il delitto di appropriazione indebita; specificamente si è ritenuto di dovere escludere la possibilità di qualificare come distrattiva o appropriativa un’erogazione di denaro che, pur compiuta in violazione delle norme organizzative della società, risponda ad un interesse riconducibile anche indirettamente all’oggetto sociale. Difatti, sulla base dell’argomentare della Cassazione, per aversi appropriazione occorre una condotta che non risulti giustificata o giustificabile come pertinente all’azione o all’interesse della società, in quanto può accadere che una persona giuridica, attraverso i suoi organi, persegua i propri scopi con mezzi illeciti, senza che ciò comporti l’interruzione del rapporto organico. A ciò è conseguita l’affermazione che né il versamento di fondi extrabilancio su conti non formalmente riconducibili alla società né la destinazione di tali fondi al perseguimento con mezzi illeciti degli interessi sociali integrano gli estremi dell’appropriazione indebita, fermo restando che il gestore occulto di tali riserve deve ritenersi gravato da un rigoroso onere di provarne l’effettiva destinazione allo scopo predetto (Cass. pen., Sez. V, 21 gennaio 1998, n. 1245). Il principio è stato ribadito anche più recentemente, sia pure in termini parzialmente diversi, escludendosi la possibilità di configurare il delitto di appropriazione indebita in danno di una società nell’ipotesi di erogazione di fondi effettuata dai suoi dirigenti in favore di soggetti terzi, nel rispetto delle regole contabili e di spesa interne, quale corrispettivo di servizi informativi e di sicurezza effettivamente resi e funzionali, direttamente ed indirettamente, alla tutela di interessi della società, a nulla rilevando che i predetti servizi siano stati espletati mediante condotte delittuose (Cass. pen., Sez. VI, 20 settembre 2011, n. 16362). E nella stessa linea di tendenza si è affermato che non integra il delitto di appropriazione indebita la condotta dell’amministratore di una società di persone che trasferisca all’estero fondi della stessa per sottrarli all’imposizione fiscale (Cass. pen., Sez. II, 6 maggio 2011, n. 20062).

Il reato è stato ravvisato nella condotta del mandatario che, violando le disposizione impartitegli dal mandante, si appropri del denaro ricevuto utilizzandolo per fini propri e, quindi, per scopi diversi ed estranei agli interessi del mandante (Cass. pen., Sez. II, 17 ottobre 2013, n. 46256).

Ed ancora integra il reato il rifiuto del professionista di restituire al cliente la documentazione ricevuta, in quanto costituisce un comportamento che eccede i limiti del titolo del possesso (Cass. pen., Sez. II, 29 maggio 2008, n. 26820), così come il comportamento del soggetto che, nell’ambito della stipula di un contratto di locazione, dopo avere ricevuto il documento già sottoscritto dalla controparte, comunichi informalmente di non volere procedere alla sua sottoscrizione e ne rifiuti la restituzione, attuando così un comportamento eccedente i limiti dei titolo che legittimano il possesso dell’atto (Cass. pen., Sez. II, 14 febbraio 2014, n. 20652). E sempre con riferimento ai rapporti fra il professionista ed il cliente, la consolidata giurisprudenza della Corte di cassazione esclude che possa integrare il delitto di appropriazione indebita la condotta della parte vincitrice di una causa civile che trattenga la somma liquidata in proprio favore dal giudice civile a titolo di refusione delle spese legali, rifiutando di consegnarla al proprio avvocato che la reclami come propria (Cass. pen., Sez. II, 25 maggio 2011, n. 25344; Cass. pen., Sez. II, 6 maggio 2015, n. 20606).  

Elemento psicologico

L’elemento soggettivo del reato è costituito, sulla base della costante giurisprudenza della Corte di cassazione, dal dolo generico, consistente nella coscienza e volontà di appropriarsi del denaro o della cosa mobile altrui, posseduta a qualsiasi titolo, nella consapevolezza di agire senza diritto e con la finalità specifica di trarre, per se o per altri, una qualsiasi illegittima utilità (Cass. pen., Sez. II, 27 marzo 2012, n. 27023).

Anche la dottrina ha, al riguardo, precisato che nell’oggetto del dolo rientrano il possesso e l’altruità del denaro e della cosa mobile, l’atto di appropriazione che deve essere cosciente e volontario e l’ingiustizia del profitto (Gallo M.).  

Ad un’interpretazione lata che tende a ricomprendere nel concetto di profitto qualsiasi vantaggio che il soggetto agente possa ricavare dalla cosa, ivi compresi anche quelli di carattere morale o sentimentale (Antolisei F.; Pedrazzi C.), si contrappone un’opinione più diffusa in base alla quale è necessario che il profitto abbia una natura almeno mediatamente patrimoniale, nel senso che allo stesso debba conseguire necessariamente un’espansione della sfera soggettiva patrimoniale del soggetto agente o del terzo beneficiario del vantaggio (Regina A.; Pisapia G.D.).

Quanto al carattere ingiusto che il profitto deve rivestire, il concetto persegue la finalità di delimitare il campo di applicazione della fattispecie, dalla quale vanno esclusi tutti i casi in cui la pretesa dell’agente è comunque tutelata dall’ordinamento, come perfino nei vantaggi che possono conseguire all’adempimento di un’obbligazione naturale. 

Così, ad esempio, il reato deve considerarsi escluso, per carenza dell’elemento psicologico, ove l’agente agisca in compensazione sempre che il credito che sia fatto valere sia liquido ed esigibile sulle base di quanto previsto dall’art. 1243 c.c. per la compensazione legale (Cass. pen., Sez. II, 4 dicembre 2013, n. 293).  Ed in tale ottica deve affermarsi che il diritto di ritenzione esercitato sul bene altrui può avere efficacia scriminante solo se il credito che si intende tutelare sia liquido ed esigibile (Cass. pen.,Sez. II, 9 gennaio 2009, n. 6080). Il reato è invece configurabile nella condotta dell’esercente la professione forense, che trattenga somme riscosse in nome e per conto del cliente, anche se egli sia, a sua volta, creditore di quest’ultimo per spese e competenze relative ad incarichi professionali espletati, a meno che non si dimostri non solo l’esistenza del credito ma anche la sua esigibilità ed il suo preciso ammontare (Cass. pen., Sez. II, 9 ottobre 2013, n. 5499).

Il dolo non è escluso dall’intenzione di restituire la cosa, se già dall’inizio l’agente ha la consapevolezza che l’attuazione dell’intenzione è incerta, perché in questa ipotesi, in cui una delle due alternative è quella di non potere restituire, egli ha la coscienza e quindi la volontà di adoperare la cose come se fosse propria (Pedrazzi).  

Forme di manifestazione del reato: consumazione e tentativo

Il momento di consumazione del reato coincide con quello in cui si verifica linversione del possesso in dominio dellagente, vale a dire con il momento in cui quest’ultimo abbia compiuto un atto di dominio, sia esso di consumazione o di alienazione della cosa, con la volontà espressa o implicita di tenere la cosa come propria; ne consegue che il reato non è escluso dall’intenzione del soggetto attivo di restituire la cosa o di risarcire il danno o dalla possibilità di recupero della stessa.

Trattasi, appunto, di un reato istantaneo che viene a consumazione nel momento stesso in cui l’agente compie l’atto di disposizione uti dominus con la volontà espressa o implicita di usare la cosa di cui ha il possesso come se fosse propria. In tale senso si è, appunto, affermato che il delitto di appropriazione indebita è un reato istantaneo che si consuma con la prima condotta appropriativa, nel momento in cui l’agente compie un atto di dominio sulla cosa con la volontà espressa o implicita di tenere questa come propria, con la conseguenza che il momento in cui la persona offesa viene a conoscenza del comportamento illecito è irrilevante ai fini dell’individuazione della data di consumazione del reato e di inizio della decorrenza del termine di prescrizione (Cass. pen., Sez. II, 10 aprile 2014, n. 17901; Cass. pen., Sez. V, 8 luglio 2014, n. 1670).

Contestata in dottrina è la possibilità di configurare il tentativo di appropriazione indebita, ritenendosi, da parte di alcuni, la natura di reato unisussistente, ammettendosi, invece, da parte di altri, la possibilità di realizzare il reato anche attraverso una pluralità di atti.  

Circostanze

Nell’art. 646, comma 2, c.p. è prevista come circostanza aggravante speciale, che determina oltre all’ordinario aumento di pena la procedibilità d’ufficio del reato, la commissione dellappropriazione su cose possedute a titolo di deposito necessario. Trattasi di nozione non contemplata nel codice civile vigente, la cui ricorrenza deve intendersi riferita a situazioni di fatto in virtù delle quali il soggetto passivo è costretto a dare la cosa propria in deposito.

Al comma 3 è previsto poi che il reato sia procedibile d’ufficio anche ove ricorra la circostanza aggravante di cui all’art. 61, n. 11, c.p., che prevede le ipotesi di abuso di autorità, di relazioni domestiche, di ufficio, di prestazione dopera, di coabitazione, di ospitalità. Segnatamente è stata ravvisata la sussistenza della circostanza aggravante, quanto al concetto di prestazione d’opera, in un rapporto anche di fatto, più ampio del concetto civilistico di locazione d’opera, che sia stato l’occasione e la ragione di quello possessorio (Cass. pen., Sez. II, 11 marzo 2011, n. 24093); in presenza di rapporti giuridici, anche soltanto fondati sulla fiducia, che a qualunque titolo comportino un vero obbligo e non una mera facoltà di facere (Cass. pen., Sez. II, 14 novembre 2014, n. 6350). Viene ravvisata, quindi, la sussistenza della circostanza aggravante ogni volta che l’agente approfitta della particolare fiducia in lui riposta, attraverso l’affidamento a qualsiasi titolo, di un’attività che lo ponga in condizione di commettere più facilmente il reato, come nel caso dell’appropriazione indebita di un bene noleggiato, in quanto il contratto di noleggio, siccome disciplinato dalla normativa sulla locazione, implica l’obbligazione, caratterizzante e non meramente accessoria o eventuale, di restituire la cosa locata in buono stato di manutenzione (Cass. pen., Sez. II, 6 dicembre 2012, n. 10991).

Viceversa l’aggravante non sussiste nell’ipotesi di appropriazione indebita di un bene detenuto in locazione finanziaria, in quanto il relativo contratto non prevede alcun obbligo di facere; in una tale fattispecie, infatti, l’oggetto del negozio è l’utilizzazione del bene concesso verso un canone e l’obbligo dell’accipiens di conservarlo in buono stato in vista della futura restituzione costituisce una prestazione del tutto accessoria che non può caratterizzare o modificare l’essenza del contratto (Cass. pen.,Sez. II, 21 gennaio 2010, n. 6947) o come quando, in caso di mandato a vendere una cosa mobile, il mandatario abbia profittato della particolare fiducia in lui riposta dal mandante per appropriarsi con maggiore facilita della cosa a lui affidata (Cass. pen.,Sez. II, 21 marzo 2012, n. 11570).

In concreto è stata ravvisata la sussistenza della circostanza aggravante di cui all’art. 61, n. 1, c.p. nella condotta dell’amministratore, socio unico di una società a responsabilità limitata, che si appropri di denaro della società stessa distraendolo dallo scopo cui è destinato (Cass. pen., Sez. II, 14 novembre 2013, n. 50087). 

Rapporti con altri reati

In tema di distinzione fra furto ed appropriazione indebita, oltre a quanto sopra detto, si rivela decisiva l’indagine circa il potere di disponibilità sul bene da parte dell’agente. Se questo sussiste, il mancato rispetto dei limiti in ordine all’utilizzabilità del bene integra il reato di appropriazione indebita; in caso contrario, è configurabile il reato di furto. Così in una fattispecie concreta è stato ravvisato il reato di furto a carico del dipendente di una società operante nel settore della vigilanza privata e del trasporto di valori che sottragga il denaro a lui affidato esclusivamente per l’espletamento di un’attività di ordine materiale, quale il trasporto, il deposito, la conservazione di tale bene, con le connesse operazioni burocratiche; in queste ipotesi infatti, si è ritenuto che l’agente, non disponendo autonomamente del denaro, nel senso giuridico sopra evidenziato, con la sottrazione di esso se ne impossessa, così realizzando la fattispecie criminosa di cui all’art. 624 c.p. (Cass. pen.,Sez. IV, 20 febbraio 2013, n. 10638). Ed ancora si è ritenuto configurato il delitto di furto e non quello di approvazione indebita nella condotta di impossessamento, mediante copia delle chiavi che il responsabile si era illecitamente procurato, di un’autovettura di cui il proprietario aveva rifiutato l’utilizzo, in quanto in una tale fattispecie non è configurabile un potere di fatto sulla cosa autorizzato dal titolare al di fuori della sua sfera di sorveglianza, che costituisce il presupposto del reato di cui all’art. 646 c.p. (Cass. pen.,Sez. V, 17 dicembre 2014, n. 7304). Come anche sempre di furto è chiamato a rispondere il dipendente di una ditta di trasporti che sottragga la merce a lui affidata, atteso che le operazioni materiali di cui è incaricato non gli conferiscono suo beni affidatigli quell’effettivo potere di autonoma disponibilità che è invece presupposto necessario ai fini dell’integrazione del reato di appropriazione indebita (Cass. pen.,Sez. IV, 20 febbraio 2013, n. 10638). In sostanza il delitto di appropriazione indebita presuppone un preesistente possesso della cosa altrui da parte dell’agente, cioè una situazione di fatto che si concretizzi nell’esercizio di un potere autonomo sulla cosa, al di fuori dei poteri di vigilanza e custodia che spettano giuridicamente al proprietario; in presenza invece di un semplice rapporto materiale con la cosa, determinato da un affidamento condizionato e conseguente ad un preciso rapporto di lavoro, soggetto ad una specifica regolamentazione, che non attribuisca all’agente alcuna disponibilità sulla cosa medesima si versa nell’ipotesi di furto e non di appropriazione indebita.

Risponde di appropriazione indebita e non di truffa il direttore di un istituto bancario che, in collusione con un cliente ed omettendo i doverosi controlli interni, metta a disposizione dello stesso somme di denaro, accreditando sul di lui conto o pagando direttamente assegni privi di provvista. Nel caso concreto la suddetta qualificazione giuridica viene fondata sulla qualità rivestita dal direttore che consentiva all’agente di potere contare su un’ampia e materiale disponibilità delle somme depositate in banca, rispetto alle quali lo stesso, con l’attribuzione diretta o l’accreditamento al terzo, si comportava uti dominus (Cass. pen.,Sez. II, 21 gennaio 2014, n. 6603).  

Circa i rapporti con il delitto di truffa, è stata esclusa una violazione del principio di correlazione fra accusa contestata e sentenza nell’ipotesi in cui il giudice di appello aveva ritenuto l’imputato colpevole del delitto di appropriazione indebita, così diversamente qualificata l’originaria imputazione di truffa, non essendo configurabile alcuna violazione del diritto di difesa, in quanto il fatto di appropriazione costituiva una porzione della condotta originariamente contestata (Cass. pen., Sez. II, 12 dicembre 2014, n. 1378).

Integra il delitto di appropriazione indebita, e non quello di infedeltà patrimoniale previsto dall’art. 2634 c.c., l’erogazione di denaro compiuta da un amministratore di una società di capitali in violazione delle norme organizzative di questa e per realizzare un interesse esclusivamente personale, in assenza di una preesistente situazione di conflitto d’interesse con l’ente, senza che possa rilevare l’assenza di danno per i soci; nel caso di specie si trattava di somme formalmente appostate in bilancio, riconducibili ad operazioni inesistenti giustificate da false fatturazioni o comunque provento di evasione fiscale e sottratte alla società senza valida giustificazione economica (Cass. pen.,Sez. II, 16 novembre 2012, n.  3397). 

È stato riconosciuta un’ipotesi di concorso formale fra i reati di cui agli artt. 314 c.p. (peculato) e art. 646 c.p., in una fattispecie concreta nell’ambito della quale il responsabile di una federazione sportiva si era appropriato sia di somme di provenienza privata che di fondi pubblici erogati dal C.O.N.I. per il finanziamento delle attività sportive (Cass. pen.,Sez. VI, 21 ottobre 2014, n. 53578). 

Aspetti processuali

In relazione al reato di abuso appropriazione indebita:

  • la procedibilità è a querela di parte, salvo che ricorre l’ipotesi di cui all’art. 646, comma 2, c.p. o una delle circostanze indicate nell’art. 61, n. 11, c.p.;
  • la competenza appartiene al tribunale in composizione monocratica;
  • l’arresto facoltativo in flagranza è consentito;
  • il fermo di indiziato di delitto non è consentito;
  • le misure cautelari personali di tipo coercitivo diverse dalla custodia in carcere sono consentite;
  • le misure interdittive sono consentite. 

Casistica

Soggetto attivo

Integra il reato di appropriazione indebita la condotta consistente nella mera interversione del possesso, che sussiste anche nel caso di una detenzione qualificata, conseguente all’esercizio di un potere di fatto sulla cosa, al di fuori della sfera di sorveglianza del titolare. (Nel caso di specie la Suprema Corte ha ravvisato la condotto appropriativa nella ritenzione di un autoveicolo, utilizzato uti dominus nonostante la risoluzione del contratto di leasing e la richiesta di restituzione del bene) (Cass. pen., Sez. II, 12 giugno 2015, n. 30406).

Soggetto passivo e diritto di querela

Il potere di querela per i reati contro il patrimonio in danno di una società spetta non solo al legale rappresentante ma anche ai singoli soci, che subiscono le conseguenze patrimoniali dell’illecito. (Cass. pen.,Sez. II, 10 novembre 2009, n. 45089).

Elemento materiale

Non sussiste il delitto di appropriazione indebita allorché il titolo del possesso è tale da trasferire la proprietà del bene (Nella fattispecie, relativa a somma versata da benefattori su un conto bancario intestato ad un’associazione per la cura di un malato, la Corte ha ritenuto che il denaro – anche se in parte utilizzato per scopi diversi da quelli di destinazione – non fosse più di proprietà né dei donatori né del malato, nei cui confronti l’associazione rispondeva solo a titolo obbligatorio) (Cass. pen.,Sez. II, 18 marzo 2009, n. 27540).

Elemento soggettivo

Non integra il delitto di appropriazione indebita la condotta di colui che ponga all’incasso degli assegni, ottenuti a fronte di merce venduta e mai consegnata, qualora ad essi non sia attribuita alcuna funzione atipica di garanzia ma vengano utilizzati come tipico mezzo di pagamento (Cass. pen.,Sez. II, 27 settembre 2011, n. 36905).

Non integra il reato di appropriazione indebita, ma un mero inadempimento di natura civilistica, la condotta di colui che ponga all’incasso un assegno datogli come anticipo del corrispettivo per la vendita di un bene, senza poi procedere alla consegna del bene medesimo all’acquirente. (Cass. pen.,Sez. II, 15 giugno 2011, n. 29424).

Circostanze aggravanti

Si applica l’aggravante del deposito necessario ex art. 646, comma 2, c.p. in caso di deposito cui taluno è costretto da un evento eccezionale come un incendio, una rovina, un saccheggio, un naufragio o altro avvenimento non prevedibile (Nella specie la Corte ha escluso che possa configurarsi l’aggravante e, quindi, la procedibilità d’ufficio del reato, nell’ipotesi di appropriazione da parte dell’imputato di autovetture custodite nell’autosalone di sua proprietà a seguito dell’arresto del gestore, il quale era stato costretto a riconsegnargli le chiavi, non essendo intercorso fra i due alcun contratto di deposito (Cass. pen.,Sez. II, 10 gennaio 2013, n. 9750).

Rapporti con altri reati

Sussiste il delitto di truffa e non quello di appropriazione indebita quando l’artifizio e il raggiro risultino necessari all’appropriazione (Nel caso di specie l’imputato, con artifizi e raggiri, aveva indotto in distinte occasioni le persone offese a versare alcune somme di denaro in conto acquisto di due automezzi, successivamente mai consegnati). (Cass. pen., Sez. II, 18 giugno 2013, n. 35978).

Le norme incriminatrici dell’infedeltà patrimoniale (art. 2634 c.c.) e dell’appropriazione indebita (art. 646 c.p.) sono in rapporto di specialità reciproca. L’infedeltà patrimoniale tipizza la necessaria relazione tra un preesistente conflitto d’interessi, con i caratteri dell’attualità e dell’obiettiva valutabilità, e le finalità di profitto o altro vantaggio dell’atto di disposizione, finalità che si qualificano in termini di ingiustizia per la proiezione soggettiva del preesistente conflitto. L’appropriazione indebita presenta caratteri di specialità per la natura del bene (denaro o cosa mobile), che solo ne può essere oggetto, e per l’irrilevanza del perseguimento di un semplice vantaggio in luogo del profitto. L’ambito di interferenza fra le due fattispecie è dato dalla comunanza dell’elemento costitutivo della deminutio patrimonii e dell’ingiusto profitto ma esse differiscono per l’assenza nell’appropriazione indebita di un preesistente ed autonomo conflitto d’interessi, che invece connota l’infedeltà patrimoniale (Cass. pen.,Sez. II, 27 marzo 2008, n. 15879).

Integra il delitto di appropriazione indebita e non quello di infedeltà patrimoniale di cui all’art. 2634 c.c. la distrazione di denaro di una società in favore di soggetti terzi compiuta dall’amministratore in assenza di una preesistente situazione di conflitto d’interessi con la medesima (Cass. pen.,Sez. fer.,4 agosto 2011, n. 40136).  

Questioni processuali

Il giudizio di comparazione fra le circostanze, che conduca all’esclusione dell’operatività dell’aggravante sul piano sanzionatorio, non fa venire meno la configurazione giuridica del reato aggravato e, di conseguenza, la perseguibilità d’ufficio eventualmente prevista per lo stesso (Cass. pen., Sez. II, 29 maggio 2009, n. 24862). 

Guida all'approfondimento

Antolisei F., Manuale di diritto penale, parte speciale, I, 323 – 324.

Gallo M., voce Dolo, in Enc. dir. vol. XIII, 752 e ss.

Pedrazzi C., voce Appropriazione indebita, in Enc. dir., vol. II, 833 e ss.

Petrocelli B., Appropriazione indebita, 233.

Pisapia G.D., voce Appropriazione indebita, in Nss. d.I., vol I, 802.

Regina A., voce Appropriazione indebita, in Enc. giur. Treccani, vol. III, 2.

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