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Appello

Sommario

Inquadramento | Requisiti minimi dell’appello | Soggetti legittimati | Provvedimenti appellabili | Forma dell’atto | Deposito | Termini per la proposizione dell’appello | Interesse. Appello incidentale e divieto di reformatio in pejus. | Guida all'approfondimento |

Inquadramento

In sintesi estrema, l’art. 591 c.p.p. ci ricorda che: 

Requisiti minimi dell’appello

L’appello è un mezzo di impugnazione a effetto devolutivo che consente di dedurre, con riferimento al titolo gravato, errori di fatto ma anche errori di diritto (errores in judicando e in procedendo). Per proporre appello occorre esservi legittimati sia formalmente (occorre, cioè, aver titolo per proporlo) sia sostanzialmente (occorre, cioè, avervi interesse).

L’atto di appello deve essere redatto per iscritto e deve contenere pochi, ma essenziali, requisiti di forma, recentemente ampliati (art. 581 come modificato dalla l. 103/2017). Deve quindi indicare oltre al provvedimento che s’impugna, la data di emissione e il giudice che lo ha emesso:

a)   i capi e i punti della decisione impugnata;
b)   le prove delle quali si deduce l’inesistenza o l’errata valutazione, eventualmente anche omessa;
c)    le richieste, anche istruttorie;
d)   i motivi con l’esposizione delle ragioni di fatto e di diritto.

Per espressa previsione legislativa, che ha peraltro recepito l’arresto della nota pronuncia a Sezioni unite (27 ottobre 2016, n. 8825), i motivi dell’atto di appello devono essere specifici «per indirizzare realmente la decisione di riforma», essi, cioè, «devono contenere, seppure nelle linee essenziali, ragioni idonee a confutare e sovvertire sul piano strutturale e logico, le valutazioni del primo giudice» (cfr. Sez. unite, cit.).

In generale, l’atto va “presentato” presso la cancelleria del giudice che ha emesso il provvedimento impugnato ma esistono differenze sostanziali sulle prerogative delle parti (pubblica e privata).

I termini per proporre l’appello penale sono tre: quindici, trenta o quarantacinque giorni ma essi variano nell’appello cautelare e nel procedimento di prevenzione (dieci giorni). La decorrenza dei termini è “agganciata” al deposito della motivazione del provvedimento impugnato, secondo i termini previsti per legge o riservati dal giudice.

Ai fini della ammissibilità dell’appello occorre che la parte istante abbia interesse a proporlo. L’interesse è, quindi, collegato ai possibili esiti della vicenda sollecitati dall’appellante: la riforma (anche parziale) o la declaratoria di nullità del provvedimento impugnato.

Quelli appena accennati ai fini dell’inquadramento dell’istituto, costituiscono i “requisiti minimi” dell’appello, in assenza dei quali l’atto è destinato alla declaratoria di inammissibilità (artt. 581 e 591 c.p.p.)

Il “corrispettivo” della specificità richiesta all’atto di appello è rappresentato, nella riforma Orlando, dal rafforzamento della motivazione della sentenza (cfr. art. 546, comma 1, lett. e)), nuova formulazione), di tal che deve ritenersi esistente un rapporto di reciprocità tra l’uno e l’altra (per approfondimenti v. BASSI, Come cambia la motivazione della sentenza con la Riforma Orlando)

Soggetti legittimati

Il codice (art. 593 c.p.p.) riserva la legittimazione formale all’appello a due soggetti: il pubblico ministero e l’imputato, ma, come vedremo, con "limiti" differenti. La gamma dei legittimati è in realtà più ampia e comprende anche le altre parti processuali. Per questa via, sono certamente legittimati: il difensore dell’imputato, per espressa previsione codicistica in materia di impugnazione (art. 571, comma 3, c.p.p.) e anche in virtù dell’effetto estensivo di cui all’art. 99 c.p.p., e il procuratore generale presso la Corte d’appello, ma nei soli casi di avocazione oppure allorché il procuratore della Repubblica presso il tribunale abbia prestato acquiescenza al provvedimento (art. 593-bis c.p.p., come introdotto dall'art. 3 d.lgs. 11/2018).

Legittimati sono anche: il responsabile civile e il civilmente obbligato per la pena pecuniaria (in entrambi i casi col mezzo, recte con l’atto di appello, consentito all’imputato, art. 575 c.p.p.); la parte civile e il querelante (col mezzo previsto per il pubblico ministero, art. 576 c.p.p.). Il querelante, tuttavia, può appellare soltanto nel caso di condanna alle spese e per i soli delitti procedibili a querela (art. 542 c.p.p.).

L’appello dell’imputato ha più “valore” di quello del suo difensore. Lo si ricava dal fatto che l’imputato può togliervi effetto con la rinuncia (art. 571, comma 4, c.p.p.), come pure dalla facoltà che gli è concessa di rendere inefficace l’impugnazione del difensore attraverso l’autonomo esercizio del diritto (Cass. pen., Sez. VI, 8 marzo 1995). In ogni caso, la rinuncia è atto personale: se è delegata al difensore, richiede il rilascio della procura speciale.

Dalla preminenza dell’appello dell’imputato discendono particolari obblighi, anche deontologici, per il difensore dell’imputato assente o latitante. In casi simili, non è infatti infrequente che il dovere di informazione all’assistito sull’esito del giudizio sia di fatto impedito oppure ostacolato ma, poiché esso è ritenuto “presunto” dal sistema, si ritiene costituisca onere del difensore che vi si determini quello di far menzione nell’atto della perdita dei contatti con l’assistito e della impossibilità di comunicargli l'esito del processo a suo carico (Cass. pen., Sez. VI, 7 gennaio 2010, n. 66). E ciò senza alcuna differenza tra difesa fiduciaria o d’ufficio e al fine di non precludere successive istanze di remissione in termini.

Per proporre appello è necessario che il difensore della parte sia stato legittimato prima o coevemente al deposito dell’atto (“nominato a tal fine” ex art. 571, comma 3, c.p.p.). Ovviamente la procura speciale è necessaria per le sole parti private (responsabile civile, parte civile, civilmente obbligato alla pena pecuniaria) e si presume conferita per un solo grado del giudizio a meno che non sia espressamente prevista una volontà diversa (art. 100, comma 3, c.p.p.). Non è mai consentita la regolarizzazione ex post della nomina o della procura speciale, com’è invece possibile nel procedimento civile ex art. 182, comma 2, c.p.c. Nel caso in cui il difensore dell’imputato sia stato sostituito nella fase finale del dibattimento, e dunque anche nel caso di designazione ex art. 97, comma 4, c.p.p., vi sarà una legittimazione concorrente sia del difensore “sostituito” che del “sostituto” (Cass. pen., Sez. un., 11 novembre 1994).

Legittimato a impugnare è inoltre il sostituto processuale nominato a tal fine ex art. 102 c.p.p. (Cass. pen., Sez. unite, 40517/2016).

Provvedimenti appellabili

Caratteristica dell’appello è l’effetto devolutivo: la cognizione del giudice di appello è limitata ai punti attinti dai motivi esposti dall’appellante (art. 597 c.p.p.); i motivi possono riguardare sia la questione di fatto (quaestio facti) sia quella di diritto (quaestio iuris), ma non tutti i provvedimenti sono appellabili (lo sono, numerus clausus, solo quelli previsti per legge ex art. 568 c.p.p.).

I provvedimenti interinali resi del grado precedente (le ordinanze) devono essere appellati con la sentenza che ha definito il grado (ex art. 586 c.p.p.) ma non tutte le sentenze sono appellabili. 

In seguito all'entrata in vigore del decreto legislativo 11/2018, in attuazione della delega prevista dalla l. 103/2017, è stato “limitato” il potere di appello del pubblico ministero che, secondo il testo riformato dell'art. 593 c.p.p., può avere a oggetto, oltre alle sentenze di assoluzione, anche le sentenze di condanna ma soltanto se abbiano modificato il titolo di reato o escluso la sussistenza di una circostanza aggravante a effetto speciale ovvero stabilito una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato (in pratica si è esteso, con alcuni adattamenti, a tutte le sentenze di condanna il “regime” che era già previsto per le sentenze emesse a seguito di giudizio abbreviato, art. 443, comma 3, c.p.p.).

A norma del novellato comma 2 dell'art. 593 c.p.p., l'imputato non può impugnare le sentenze di proscioglimento emesse con la formula il fatto non sussiste (ma così già Cass. pen., Sez. unite, 23 novembre 1995, n. 2110) e l'imputato non ha commesso il fatto (così già Cass. pen., Sez. unite, 30 gennaio 2013, n. 45726).

Nel giudizio abbreviato non sono appellabili le sentenze di proscioglimento (ma fa eccezione, per il solo imputato, la sentenza che abbia riconosciuto il vizio totale di mente: Corte cost., 29 ottobre 2009, n. 274) e, per il solo pubblico ministero, quelle di condanna (fa eccezione la diversa qualificazione giuridica data al fatto: art. 443, comma 3, c.p.p.).

Sono inappellabili le sentenze di “patteggiamento” ma il pubblico ministero che abbia negato il consenso può appellare la sentenza che abbia ritenuto ingiustificato il dissenso e applicato la pena richiesta.

Sono inappellabili le sentenze di condanna alla sola pena dell’ammenda e quelle di proscioglimento relative a contravvenzioni punite con la pena dell'ammenda o alternativa (art. 593, comma 3, c.p.p. come modificato dall'art. 2, comma 1, lett. b) del d.lgs. 11/2018).

Un nuovo regime si registra, infine, per le sentenze di non luogo a procedere. Esse sono nuovamente appellabili (come nel regime in vigore prima della l. 46/2006) ma con i limiti che abbiamo visto per accusa e difesa (art. 428 lett. a) e b) c.p.p.) e con esclusione di quelle relative a contravvenzioni punite con la pena dell'ammenda o alternativa (art. 428, comma 3-quater, c.p.p., introdotto dall'art. 2, comma 2, del d.lgs 11/2018). Infine, avverso la sentenza di non luogo a procedere, l'appello è riconosciuto alla persona offesa ma solo per i casi di irregolare instaurazione del contraddittorio (art. 428, comma 2, c.p.p.).

Forma dell’atto

Vige, in generale, il principio della libertà della forma ma sono indispensabili alcuni requisiti nella segnalata ottica di specificità dell'atto:

  • la forma scritta;
  • l’individuazione del provvedimento impugnato (anche di quelli interinali), con la data e il giudice che lo ha emesso.

A pena di inammissibilità devono essere esposti i motivi con l’onere di indicarne, in modo specifico, le ragioni in fatto e in diritto e le richieste (cioè lo scopo dell’appello); devono essere indicate le richieste, incluse quelle istruttorie, e le prove delle quali si deduce l’inesistenza o l’omessa o erronea valutazione. Su quest’ultimo punto, può farsi riferimento alla giurisprudenza formatasi in relazione al ricorso per Cassazione (cfr. Cass. pen., Sez. II, 47035/2013) con un’avvertenza: il giudice di appello dovrà valutare la piattaforma probatoria ove il vizio gli sia stato specificamente devoluto con l’atto di appello e ove ravvisi, con valutazione che è di merito, una difformità tra le informazioni probatorie e la motivazione.

Il perimetro cognitivo del giudice di appello è, invece, delimitato dai capi e dai punti della decisione impugnata, censurati nell’atto di gravame.

La nozione di “capo” individua quella parte della pronuncia dotata di autonomia; costituisce, cioè, quella porzione di decisione “emessa relativamente ad uno dei reati attribuiti all’imputato” (Cass. pen., Sez. unite, 17 ottobre 2006, n. 10251). Il “punto”, invece, ha una portata più ristretta e individua la porzione di “storia” autonomamente valutabile ai fini della decisione sul “capo” (costituiscono, ad esempio, punti: l’accertamento della responsabilità sul capo e la determinazione di pena su di esso).

In relazione ai capi e ai punti l’atto dovrà contenere l’esposizione dei motivi, in fatto e in diritto, che sorreggono le richieste. Quest’ultime non riguardano soltanto i possibili esiti della vicenda processuale nel grado di appello (la nullità della sentenza impugnata oppure la sua riforma) ma devono involgere anche le istanze “probatorie” (si pensi alla richiesta di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale ex art. 603 c.p.p.). Ed invero, la parte che intenda riassumere prove già acquisite in primo grado o assumerne di nuove deve farne richiesta nell’atto di appello o nei motivi nuovi depositati fino a quindici giorni prima dell’udienza (art. 585, comma 4, c.p.p.). La “discrezione” valutativa del giudice sulla richiesta è collegata alla impossibilità di decidere altrimenti. Al contrario, nel caso di sopravvenienza di nuove prove (art. 603, comma 2, c.p.p.), la “scoperta” potrà temporalmente prescindere dalla presentazione dell’atto di appello e la valutazione del giudice sarà ancorata ai parametri dell’art. 495 c.p.p. Non rileva, ai fini che qui interessano, l’autonomo potere ex officio del giudice previsto dall’art. 603, comma 3, c.p.p. che, specularmente alle regole codificate agli artt. 441, comma 5, e 507 c.p.p., derogano al rito accusatorio e caratterizzano, in termini inquisitori, il rito processuale “italiano”.

Con la riforma Orlando (l. 103/2017), è stato infine aggiunto il comma 3-bis dell’art. 603 c.p.p.: la rinnovazione dell’istruttoria è obbligatoria nel caso di appello del pubblico ministero avverso una sentenza di proscioglimento per motivi attinenti alla valutazione di una prova dichiarativa. Anche in questo caso il Legislatore ha recepito gli arresti a Sezioni unite (n. 27620/2016, Dasgupta e n. 18620/2017, Patalano) che, a loro volta, avevano finito per recepire, sia pure timidamente, gli orientamenti della Corte Edu (sentenza Dan c/ Moldavia).

Con la successiva pronuncia a Sezioni unite (n. 14800/2018, Troise) la Corte di cassazione ha chiarito come l'obbligo di rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale non operi nei casi di riforma migliorativa (riforma in senso assolutorio di una sentenza di condanna).

Lo statuto del processo di appello può così sintetizzarsi:

  1. nel caso di riforma assolutoria di una condanna: non è necessaria la rinnovazione se l'overturning è assistito da “motivazione rafforzata”;
  2. nel caso di riforma in pejus di una assoluzione: è sempre necessaria la rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale.

L’obbligo di rinnovazione, in caso di appello del P.M., è imposto sia per i giudizi celebrati ordinariamente sia per quelli celebrati nelle forme del rito abbreviato. Si tratta di un obbligo imposto al giudice, il quale non può riformare in senso peggiorativo la decisione appellata senza ristabilire il contatto con la fonte dichiarativa. Rileva semmai che, con la riforma, la violazione della regola integrerà l’ulteriore vizio previsto dalla lett. b) dell’art. 606 c.p.p. 

Nonostante la pronuncia a Sez. unite Troise (14800/2018), rimane ancora controverso se tale obbligo, non previsto normativamente, permanga nell'ipotesi di riforma migliorativa. Si segnala, infatti, che sull'obbligatorietà della rinnovazione si pronuncerà a breve la Corte costituzionale, investita della questione dalla Corte d'appello di Trento (ord. 20 dicembre 2017), che dubita della legittimità costituzionale del comma 3-bis dell'art. 603 c.p.p. con riferimento agli artt. 111 e 117 Cost..

A parere di chi scrive la soluzione, in questi casi, va ricercata nel rispetto motivazionale, nella regola del ragionevole dubbio e nell’onere, inquisitorio e incompatibile con il rito accusatorio, che incombe sul giudice di risolvere probatoriamente lo stallo disponendo prove ex officio. Sono queste le ragioni che militano a favore della superfluità della codificazione dell’obbligo di rinnovazione nei casi di riforma in melius, ferma la regola inquisitoria del comma 3 dell’art. 603 c.p.p.

Deposito

In genere (ma sempre, per il pubblico ministero) l’atto di appello deve essere depositato nella cancelleria del giudice che ha emesso il provvedimento impugnato. 

Le parti private possono depositare l’atto anche nella cancelleria del tribunale o del giudice di pace del luogo in cui si trovano, se diverso da quello del giudice che ha emesso il provvedimento (art. 582, comma 2, c.p.p.). Esse, poi, possono spedire l’atto con telegramma o con raccomandata (anche online: Cass. pen., Sez. II, 3 luglio 2014, n. 28943) diretta alla cancelleria del giudice che ha emesso il provvedimento impugnato (art. 583 c.p.p.): farà fede il timbro postale. Il detenuto può presentare l’appello presso il direttore del carcere ovvero all’ufficiale di polizia giudiziaria, se in arresto o in detenzione domiciliare (art. 123 c.p.p.).

Termini per la proposizione dell’appello

I termini per la proposizione dell’appello sono tre (15, 30 o 45 giorni). Essi decorrono dalla lettura della sentenza in udienza nel caso di motivazione contestuale o dalla notificazione della decisione camerale (termine per l’appello: 15 giorni); dalla scadenza del termine di 15 giorni previsto per legge per il deposito della motivazione o dalla notifica dell’avviso di deposito se il termine non è osservato (termine per l’appello: 30 giorni); dalla scadenza del termine (al massimo di 90 giorni, salvo proroghe autorizzate) entro il quale il giudice s’è riservato il deposito della motivazione o dalla notificazione dell’avviso se il termine non è stato osservato (termine per l’appello: 45 giorni).

Sebbene celebrato con le forme del rito camerale, la sentenza pronunciata in esito a giudizio abbreviato è assimilata a quella dibattimentale, con la conseguenza che operano termini di impugnazione analoghi a quelli previsti per quel giudizio (Cass. pen., Sez. unite, 15 dicembre 1992).

Invece, poiché la legge istitutiva della competenza penale del giudice di pace prevede esclusivamente la motivazione contestuale o riservata entro 15 giorni (art. 32, comma 4, d.lgs. 274/2000), l’appello avverso le sentenza di quel giudice “sconta” solo due termini: 15 o 30 giorni, rispettivamente, dalla lettura o dal deposito (oppure dalla notifica di deposito, se tardivo).

In tutti casi, se il termine è diverso per l’imputato e il suo difensore, vale il termine che scade per ultimo (art. 585, comma 3, c.p.p.).

 

Per il deposito della motivazione da parte del giudice non si tiene conto della sospensione feriale (1-31 agosto), che va invece computata nella decorrenza del termine per la presentazione dell’appello.

 

Tabella dei termini

Sentenza con motivazione contestuale

Entro 15 giorni dalla lettura in udienza

Sentenza (rito camerale)

Entro 15 giorni dalla notificazione

Sentenza di non luogo a procedere

Entro 15 giorni dalla lettura (se contestuale) della motivazione oppure entro 15 giorni decorrenti dalla scadenza del termine (di trenta giorni, art. 424, comma 4, c.p.p.) previsto per legge.

Sentenza con motivazione riservata e senza alcuna indicazione temporale

Entro 30 giorni decorrenti dalla scadenza dei 15 giorni previsti, per legge, per il deposito della motivazione;

oppure entro 30 decorrenti dalla notificazione dell’avviso di deposito, se non rispettato il temine previsto per legge

Sentenza con motivazione riservata (nel massimo in 90 giorni, salvo proroghe)

Entro 45 giorni decorrenti dal termine, dal 16mo al 90mo giorno, che il giudice s’è riservato per il deposito;

oppure entro 45 giorni decorrenti dalla notificazione dell’avviso di deposito, se non rispettato il termine

Interesse. Appello incidentale e divieto di reformatio in pejus.

L'art. 595 c.p.p., come modificato dal d.lgs. 11/2018, ha previsto che il solo imputato che non ha proposto l'appello possa proporre appello incidentale (art. 595, comma 1, c.p.p.).

Affinché dunque non operi il divieto di reformatio in pejus, il pubblico ministero dovrà appellare in via principale, e se potrà farlo secondo il nuovo statuto dell'art. 593 c.p.p.

Per proporre appello, sia principale sia incidentale, occorre esservi legittimati e avervi concreto interesse. L’interesse è calibrato sulle richieste e sugli esiti possibili del giudizio di appello: nullità della sentenza impugnata e riforma, anche parziale (non rileva, ovviamente, la conferma della decisione impugnata).

L’interesse può prescindere dall’esito del giudizio di primo grado. Ad esempio, l’imputato avrà interesse ad appellare l’assoluzione ottenuta con la formula non costituisce reato quando vi sia stata costituzione di parte civile, posto che la pronuncia non è preclusiva rispetto alla lite minore. Ma tale interesse verrà meno laddove la formula sia adottata per il riconoscimento di una causa di giustificazione (esercizio di una facoltà legittima) avente rilevanza ai fini della esclusione dell’illecito civile (art. 652 c.p.p. e art. 2044 c.c.). A contrario, nei casi esaminati, potrà determinarsi l’interesse ad impugnare della parte civile. Quest’ultima ha interesse a impugnare anche una sentenza di condanna, laddove miri, attraverso una diversa e più grave qualificazione giuridica del fatto, a ottenere un risarcimento maggiore (ad esempio omicidio colposo anziché morte o lesioni come conseguenza di altro delitto). Per le residue parti private del processo vigono, in pendant, regole equivalenti.

Il termine per proporre l’appello incidentale è di 15 giorni decorrenti dalla notifica dell’appello principale (art. 595 c.p.p.) alle cui sorti è legato, con la conseguenza che la declaratoria di inammissibilità dell’appello principale trascinerà i suoi effetti su quello incidentale (art. 595, comma 4, c.p.p.).

 

Orientamenti a confronto

Corte Edu, 5 luglio 2001, Dan vs Moldava 

Quando impugnante è il pubblico ministero contro una sentenza assolutoria, il giudice d’appello non può riformare la sentenza e pronunciare condanna senza avere assunto nuovamente in contraddittorio le prove dichiarative disponibili a carico dell’imputato.

Cass. pen., Sez. unite, 28 aprile 2016, n. 27620, Dasgupta

I principi contenuti nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, come viventi nella giurisprudenza consolidata della Corte Edu, pur non traducendosi in norme di diretta applicabilità nell'ordinamento nazionale, costituiscono criteri di interpretazione ("convenzionalmente orientata") ai quali il giudice nazionale è tenuto a ispirarsi nell'applicazione delle norme interne.

L'affermazione di responsabilità dell'imputato pronunciata dal giudice di appello su impugnazione del pubblico ministero, in riforma di una sentenza assolutoria fondata sulla valutazione di prove dichiarative ritenute decisive, delle quali non sia stata disposta la rinnovazione a norma dell'art. 603 c.p.p., comma 3, integra di per sé un vizio di motivazione della sentenza di appello, ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), per mancato rispetto del canone di giudizio al di là di ogni ragionevole dubbio di cui all'art. 533 c.p.p., comma 1.

Cass. pen., Sez. unite, 19 gennaio 2017, n. 18620, Patalano

È affetta da vizio di motivazione ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), per mancato rispetto del canone di giudizio al di là di ogni ragionevole dubbio, di cui all'art. 533 c.p.p., comma 1, la sentenza di appello che, su impugnazione del pubblico ministero, affermi la responsabilità dell'imputato, in riforma di una sentenza assolutoria emessa all'esito di un giudizio abbreviato, operando una diversa valutazione di prove dichiarative ritenute decisive, senza che nel giudizio di appello si sia proceduto all'esame delle persone che abbiano reso tali dichiarazioni.

Cass. pen., Sez. unite, 3 aprile 2018, n. 14800,Troise

Nell'ipotesi di riforma in senso assolutorio di una sentenza di condanna, il giudice di appello non ha l'obbligo di rinnovare l'istruzione dibattimentale mediante soggetti che hanno reso dichiarazioni ritenute decisive ai fini della condanna di primo grado. Tuttavia, il giudice di appello (previa, ove occorra, rinnovazione della prova dichiarativa ritenuta decisiva ai sensi dell'art. 603 cod. proc. pen.) è tenuto ad offrire una motivazione puntuale e adeguata della sentenza assolutoria, dando una razionale giustificazione della difforme conclusione rispetto a quella del giudice di primo grado.

Cass. pen., Sez. VI, 20 dicembre 2012, n. 49755

È illegittima la sentenza d'appello che, in riforma di quella assolutoria condanni l'imputato sulla base di una alternativa interpretazione del medesimo compendio probatorio utilizzato nel primo grado di giudizio, occorrendo, invece, una forza persuasiva superiore della motivazione, tale da far cadere "ogni ragionevole dubbio".

Cass. pen.,  Sez. VI, 21 febbraio 2013, n. 8705: residuano resistenze nell’attuazione dei principi statuiti dalla sentenza Dan c/ Moldava

Del resto, anche i più recenti orientamenti della Corte Edu (tra cui si evidenzia la sentenza 5.7.2011. Dan c. Moldavia, in particolare i paragrafi 32 e 33 con l’affermazione che quando la decisione di prima condanna in grado di appello si fonda sul diverso apprezzamento di una prova orale determinante per la decisione, questa deve “in linea di massima” prima essere riassunta davanti al medesimo giudice d’appello) concorrono (e con un’efficacia che va oggi valutata anche alla luce della sentenza della nostra Corte costituzionale n. 113/2001 sull’art. 630 c.p.p.) ad una conclusione che vede la prima condanna in appello, a materiale probatorio invariato, come soluzione strutturale legittima, quindi possibile e fisiologica, ma caratterizzata da indefettibile rigore ed attenzione nell’adempimento degli obblighi e nell’osservanza delle regole anche “di sistema” del processo.

Cass. pen. Sez. V, 2 ottobre 2012 n. 38085: è stata così esclusa l'obbligatorietà della rinnovazione e rigettata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 603 c.p.p.

È manifestamente infondata l'eccezione di legittimità costituzionale dell'art. 603 c.p.p. per contrasto all'art. 117 Cost. e all'art. 6 Cedu nella parte in cui non prevede la preventiva necessaria obbligatorietà della rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale per una nuova audizione dei testimoni già escussi in primo grado, nel caso in cui la Corte di appello intenda riformare in peius una sentenza di assoluzione dell'imputato. (In motivazione, la Corte ha rilevato che l'art. 6 Cedu, così come interpretato dalla sentenza della Corte Edu del 5 luglio 2011, nel caso Dan c/ Moldavia, impone di rinnovare l'istruttoria soltanto in presenza di due presupposti, assenti nell'ipotesi in trattazione, quali la decisività della prova testimoniale e la necessità di una rivalutazione da parte del giudice di appello dell'attendibilità dei testimoni).

Cass. pen., Sez. VI, 12 aprile 2013,n. 16566: attuale orientamento della giurisprudenza della Corte di cassazione: ai fini della rinnovazione rilevano la decisività e la rivalutazione di attendibilità della fonte orale

Il giudice di appello per riformare in peiusuna sentenza assolutoria è obbligato – in base all’art. 6 Cedu, così come interpretato dalla sentenza della Corte Edu del 5 luglio 2011, nel caso Dan c/Moldavia – alla rinnovazione dell’istruzione dibattimentale solo quando intenda operare un diverso apprezzamento di attendibilità di una prova orale, ritenuta in primo grado non attendibile.

Guida all'approfondimento

A. LAZZONI - M. SIRAGUSA, Le Nuove Trappole dell'appello penale, Giuffrè, 2018.

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