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Alimenti e bevande

Sommario

Inquadramento | Rapporti della disciplina alimentare con le altre fattispecie penali | La fattispecie di cattiva conservazione degli alimenti | Casistica |

Inquadramento

La legge 24 novembre 1962, n. 283 recante“Modifica degli articoli 242, 243, 247, 250 e 262 del testo unico delle leggi sanitarie, approvato con regio decreto 27 luglio 1934, n. 1265: Disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande”, costituisce la normativa quadro del settore, applicandosi a qualsiasi prodotto alimentare ed affiancandosi alle discipline specifiche relative a ciascuna tipologia di alimento.

Rapporti della disciplina alimentare con le altre fattispecie penali

Scopo della l. 283/1962 è, senza dubbio, quello di tutelare la salute, riconosciuta dall’art. 32 della Costituzione come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività: nell’ambito degli alimenti, la salute acquista una dimensione “pubblica” allorquando il prodotto commercializzato è suscettibile di incidere negativamente non solo sul singolo o su un numero definitivo di consumatori, ma su un platea potenzialmente indeterminata di persone.

Sotto questo aspetto, i reati previsti agli articoli 5 e 6 della legge n. 283 del 1962 presentano punti di interferenza con i delitti del codice penale (artt. 439 e ss.) posti a presidio della salute pubblica: il discrimine risiede nel fatto che la legge 283/1962 appresta una tutela anticipata rispetto alla lesione effettiva della salute, ponendo obblighi e divieti – sanzionati anche penalmente – volti a garantire l’igienicità e la genuinità dei prodotti, al fine di evitare rischi o danni più gravi.

Più in particolare, se nella condotta tenuta sono sussistenti gli estremi della pericolosità pubblica, è esclusa l’applicabilità degli artt. 5 e 6 della legge 283/1962, restando le relative contravvenzioni assorbite nel delitto di commercio di sostanze alimentari nocive di cui all’art. 444 c.p., eventualmente nella versione colposa di cui al successivo art. 452 c.p.

Le norme del codice penale puniscono infatti le condotte di contraffazione, adulterazione ecc. delle sostanze alimentari e le condotte che, pur non costituendo contraffazione né adulterazione, mettono in pericolo la salute pubblica.

Gli artt. 5 e 6 della l. 283/1962 mirano invece a garantire la genuinità dei prodotti alimentari e delle bevande, di modo che la salute pubblica viene tutelata solo in via mediata attraverso la garanzia di igiene nella produzione e della vendita degli alimenti.

Sembra dunque da escludere il concorso fra le due normative, legate piuttosto da un rapporto di sussidiarietà, di modo che la contravvenzione di cui all’art. 5 rimane assorbita nel più grave reato codicistico tutte le volte in cui sia direttamente riscontrabile l’elemento della pericolosità degli alimenti per la salute pubblica (si veda, al riguardo, Cass. pen., Sez. V, 5 marzo 2013, n. 17979, nella quale la Cassazione ha individuato l'elemento oggettivo del reato di cui all’art. 444 c.p. nella detenzione per il commercio o nella distribuzione per il consumo di sostanze che non siano state contraffatte o adulterate ma che siano, comunque, pericolose per il consumatore per effetto di cause diverse dalla contraffazione o adulterazione, quali ad esempio il cattivo stato di conservazione). 

 

In evidenza

In tema di commercio e somministrazione di sostanze alimentari nocive, nel caso in cui sussista il delitto previsto dall'art. 444 c.p. (anche nell'ipotesi colposa di cui all'art. 552 c.p.), deve ritenersi assorbita la contravvenzione di cui all'art. 5 della legge 283/1962, attinente alla disciplina igienica e alla composizione nutritiva delle sostanze alimentari (Cass. pen., Sez. IV, 2 ottobre 2007,n. 44779).

 

Un altro problema di rapporto fra le norme si pone con il delitto di frode nell’esercizio del commercio, di cui all’art. 515 c.p. (Frode nell’esercizio del commercio), anche nell’ipotesi particolare e aggravata introdotta dall’art. 4 d.l. 17 gennaio 1977, n. 3 (conv. con mod. l. 18 marzo 1977, n. 63), consistente nella vendita di carne scongelata per fresca o nella vendita di carne ripetutamente ricongelata; nonché con il delitto di vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine, di cui all’art. 516 c.p.

Con riferimento alla prima fattispecie, la giurisprudenza – Cass. pen., Sez. III, 22 aprile 1999, n. 8507 – ha affermato la possibilità di un concorso fra i reati di cui agli artt. 515 c.p. e art. 5, l. 30 aprile 1962, n. 283, in quanto in relazione di specialità reciproca.

Infatti, a parte le differenze nelle condotte, nel delitto è determinante la consegna all'acquirente o la messa in commercio, mentre nella contravvenzione si ha riguardo al fatto intrinseco della preparazione o della distribuzione per il consumo. In altri termini, il delitto ha come oggetto la tutela giuridica della correttezza del commercio, la contravvenzione mira a tutelare la salute attraverso la garanzia nelle fasi di produzione e somministrazione (nello stesso solco, parlando di “diversa obiettività giuridica”, anche Cass. Pen., Sez. III, 4 giugno 1996, n. 7074).

Si discute in giurisprudenza sulla legittimità di una “derubricazione” in una delle fattispecie previste dall’art. 5 legge 283/1962 a fronte di una originaria contestazione ex art. 515 c.p.

Sul punto si registra un contrasto: se per Cass. pen., Sez. III, 14 giugno 2011, n. 29613, viola il principio di correlazione con l'imputazione la condanna in ordine al reato di vendita di prodotti alimentari adulterati (art. 5, comma 1, lett. a), l. 30 aprile 1962, n. 283), a fronte della contestazione di tentativo di frode in commercio (nella specie, si trattava di mangimi per animali contenenti soia geneticamente modificata in percentuale superiore al limite di tollerabilità, informazione non riportata nell'etichetta del prodotto), la violazione è invece stata esclusa da Cass. pen., Sez. III, 11 novembre 2010, n. 42503, proprio in relazione ad una condanna per il reato di detenzione per il commercio o somministrazione di alimenti in cattivo stato di conservazione (art. 5, comma 1, lett. b), l. 30 aprile 1962, n. 283), a fronte della contestazione di tentativo di frode in commercio, in una fattispecie nella quale, a seguito del rinvenimento all'interno di un frigo congelatore, esistente nel locale dispensa di un albergo, di alimenti arbitrariamente congelati e scaduti di validità, il giudice aveva escluso, in mancanza di una concreta offerta al cliente, la configurabilità del reato di cui agli artt. 56 e 515 c.p., ritenendo invece sussistere la fattispecie prevista dalla legge speciale.

 

In evidenza

Deve escludersi che l’intervento di depenalizzazione seguito all’entrata in vigore del d.lgs. 30 dicembre 1999, n. 507, abbia inciso sulla rilevanza penale delle contravvenzioni previste dalla legge quadro sugli alimenti.

Il principio è espresso in Cass. pen., Sez. III, 29 settembre 2006, n. 32528, in un  caso riguardante l’immissione in commercio o la vendita di prodotti fitosanitari non autorizzati, condotta originariamente punita con l’arresto o l’ammenda dall’art. 23 del d.lgs. 17 marzo 1995, n. 194 e poi trasformata in illecito amministrativo dal predetto d.lgs. 30 dicembre 1999, n. 507.

L’art. 1 dello stesso decreto fa infatti espressamente eccezione alla depenalizzazione per i reati previsti dal codice penale e dalla legge 30 aprile 1962, n. 283, articoli 5, 6 e 12 e successive modificazioni e integrazioni; infine, per effetto della modifica apportata alla l. 24 novembre 1981, n. 689, art. 9 (principio di specialità) sempre dal predetto d.lgs. 507/1999, art. 95, in tema di concorso formale tra reati e illeciti amministrativi, è stabilito che "ai fatti puniti dalla l. 30 aprile 1962, n. 283, articoli 5, 6 e 12 e successive modificazioni ed integrazioni, si applicano soltanto le disposizioni penali, anche quando i fatti stessi sono puniti con sanzioni amministrative previste da disposizioni speciali in materia di produzione, commercio e igiene degli animali e delle bevande".

La fattispecie di cattiva conservazione degli alimenti

L’ipotesi di reato contravvenzionale prevista dalla lettera b) dell’art. 5 l. 283/1962, attiene al “cattivo stato di conservazione”, che non si riferisce tanto alle caratteristiche intrinseche delle sostanze alimentari, quanto piuttosto alle modalità estrinseche con cui si realizza la conservazione stessa, le quali devono uniformarsi alle prescrizioni normative, se sussistenti oppure alle regole di comune esperienza.

Mentre per le altre fattispecie contemplate dalla norma sembrano non esserci dubbi sulla loro natura di reati di pericolo, per quanto riguarda la fattispecie prevista dalla lettera b) dell’art. 5 la giurisprudenza fa registrare alcune oscillazioni, non prive evidentemente di ripercussioni sulla responsabilità penale dell’esercente.

Secondo un primo indirizzo (cfr. Cass. pen., Sez. VI, sentenza n. 7747/1985; Cass. pen., Sez. VI, sentenza n. 660/1992) l'ipotesi di reato prevista dall'art. 5 lett. b), presupponendo l'inosservanza di cautele prescritte o da norme tecniche o da specifiche disposizioni dell'autorità ovvero da esplicita previsione di legge, è da qualificarsi come reato di pericolo in quanto prescinde dal verificarsi effettivo dello stato di alterazione del prodotto, la cui casistica è, invece, disciplinata nelle altre previsioni della disposizione.

La disposizione che vieta di detenere per la vendita sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione non si riferisce infatti alle sostanze alimentari già viziate od alterate ma a quelle mal conservate e cioè mantenute in stato di non buona conservazione sotto il profilo igienico sanitario, per cui vi è il pericolo della loro contaminazione ed alterazione; pertanto l'inosservanza delle prescrizioni igienico-sanitarie intese a garantire la buona conservazione del prodotto è di per sé sufficiente ad integrare la contravvenzione di cui agli artt. 5 lett. b) e 6 della legge citata, giacché, trattandosi di reato di pericolo presunto, non si esige, per la sua configurabilità, un previo accertamento sulla commestibilità dell'alimento, né il verificarsi di un danno per la salute del consumatore.

Un secondo orientamento (Cass. Pen., Sez. III, 9 febbraio 1995,n. 8319) pur riconoscendo che la contravvenzione previsto dall'art. 5 lett. b), l. 30 aprile 1962, n. 283 è reato di pericolo presunto, sostiene però che la valutazione legale di pericolosità deve essere fatta in riferimento allo stato del prodotto e non alle modalità di conservazione.

Il giudice perciò deve accertare che il prodotto sia effettivamente in cattivo stato di conservazione poiché la norma non impone particolari o generali modalità di conservazione delle sostanze alimentari: modalità contrarie a norme, prescrizioni o principi d'esperienza possono costituire indizio del cattivo stato di conservazione del prodotto, ma esso dovrà essere suffragato, per fondare la responsabilità, da altri precisi e concordanti elementi di prova. Nell'affermare il principio, la Corte ha in quella fattispecie annullato la sentenza con cui il pretore aveva condannato l'imputato per aver detenuto per la vendita mozzarelle conservate alla temperatura di 21 gradi centigradi nell'acqua di governo e perciò in cattive modalità di conservazione.

 

In evidenza

Secondo una pronuncia piuttosto risalente (Cass. pen., Sez. VI, sentenza n. 1973/1992), pur dovendosi escludere l’esigenza di un preventivo accertamento della commestibilità del prodotto o del verificarsi di un danno per la salute del consumatore, per la sussistenza della fattispecie è pur sempre richiesto che nella realtà sussista una situazione di fatto – cioè quella ipotizzata normativamente – la quale possa, secondo una valutazione juris et de jure, determinare la lesione dell'interesse protetto. Il principio di tipicità esige, infatti, specie nei reati di pericolo presunto, un rigore particolare dell'interprete, al fine di evitare una inammissibile dilatazione della fattispecie penale, sicché la condotta integrativa della fattispecie deve trovare esatta corrispondenza nella realtà assunta come parametro valutativo in concreto della trasgressione. Ne consegue che andrebbe escluso il reato di cui all'art. 5, lett. b), l. 283/1962 nelle ipotesi di assenza di una normativa che in modo specifico faccia presumere il pericolo per la salute del consumatore a seguito di violazione di tali prescrizioni.

 

La diversità di posizioni ha trovato apparente pacificazione nella decisione delle Sezioni unite n. 443/2001, secondo cui la contravvenzione prevista dall'art. 5, lett. b), l. 30 aprile 1962, n. 283, non è reato di pericolo presunto, ma di danno, in quanto la disposizione citata non mira a prevenire – con la repressione di  condotte, come la degradazione, la contaminazione o l'alterazione del prodotto in sé, la cui pericolosità è presunta iuris et de iure - mutazioni che nelle altre parti del citato art. 5 sono prese in considerazione come evento dannoso, ma persegue un autonomo fine di benessere, consistente nell'assicurare una protezione immediata all'interesse del consumatore a che il prodotto giunga al consumo con le cure igieniche imposte dalla sua natura.

Le Sezioni unite hanno affermato che per la configurabilità del reato de quo non si richiede che le sostanze alimentari siano variamente alterate o depauperate, ma è sufficiente che esse siano state destinate o avviate al consumo in condizioni tali da metterne in pericolo l'igiene e la commerciabilità, specificando che il cattivo stato di conservazione riguarda quelle situazioni nelle quali il prodotto sia messo in vendita senza l'osservanza di quelle prescrizioni dettate a garanzia della sua buona conservazione.

Secondo le Sezioni unite, il termine "conservazione" da un lato riguarda l'effetto del conservare, quale mantenimento delle caratteristiche iniziali, ma dall'altro il modo di conservazione, ovvero le attività dirette ad assicurare quel mantenimento; ciò discende anche da un'interpretazione che non può prescindere da una visione sistematica dell'intero articolo 5, assegnando uno spazio operativo ad ogni singola previsione in esso contenuta.

Muovendo da ciò, il supremo consesso riscontra come le lettere a), c) e d) dell’art. 5 ricomprendano tutti gli aspetti oggettivamente rilevabili di degenerazione delle caratteristiche intrinseche degli alimenti, dalla privazione degli elementi nutritivi all'alterazione degli stessi, con la conseguente necessità di riferire il reato di cui alla lett. b) alla inosservanza delle regole di conservazione delle sostanze alimentari; così che il cattivo stato di conservazione va ad essere integrato da quelle situazioni nelle quali le sostanze alimentari, pur potendo ancora essere sane e genuine, si presentano mal conservate.

Per le Sezioni unite, se alla norma in esame si riconosce il compito di tutelare l'ethos del consumatore, assicurando una protezione anche a quella sfera di tranquillità che (egli) ritrae dalla sicurezza che il prodotto sia giunto al consumo con le cure igieniche imposte dalla sua natura, il reato che essa reprime è dunque un reato di danno.

Come è stato sottolineato, attraverso questa collocazione sistematica si tenta di rispondere all'obiezione presente nell'indirizzo minoritario precedente – secondo cui la norma, se non interpretata nel senso di riferirla allo stato del prodotto invece che alle modalità di conservazione, limiterebbe le garanzie difensive in quanto all'imputato non sarebbe consentito di dimostrare la genuinità del prodotto ed inoltre comporterebbe la possibilità di colpire comportamenti inoffensivi – forse anche per non addentrarsi nella riflessione della compatibilità, anche costituzionale, fra reato di pericolo presunto e principio di offensività.

In conseguenza di tale strutturazione, la giurisprudenza successiva è pressoché concorde nel ritenere che, ai fini della sussistenza della contravvenzione di cui all’art. 5, lett. b), sotto il profilo della condotta dell’autore, non occorre né la cessione, né la somministrazione né la produzione di un danno per la salute pubblica ma è sufficiente la semplice detenzione di sostanze alimentari che per il luogo, per le condizioni ambientali, per il sistema di conservazione, per i recipienti, contenitori ecc., sono conservate in modo inidoneo a scongiurare il pericolo di una alterazione o insudiciamento del prodotto.

Non è richiesto dunque che le sostanze alimentari siano variamente alterate o depauperate (situazioni sanzionate da altri precetti contenuti nell’art. 5, ma è sufficiente che siano destinate o avviate al consumo in condizioni che ne mettano in pericolo l’igiene e la commestibilità.

La questione nodale – evidentemente – concerne il momento nel quale può dirsi esistente una situazione di “cattiva conservazione” e se sia necessaria una verifica scientifica ovvero se tale condizione può ritenersi provata anche solo sul piano della constatazione empirica.  

Sul punto, la costante giurisprudenza di legittimità afferma che ai fini della configurabilità del reato di cui all'art. 5, lett. b), della l. 283/1962, il cattivo stato di conservazione degli alimenti può essere accertato dal giudice di merito senza necessità di specifiche analisi di laboratorio, sulla base di dati obiettivi risultanti dalla documentazione relativa alla verifica (verbale ispettivo, documentazione fotografica, o altro)e dalle dichiarazioni dei verbalizzanti, ed è ravvisabile nel caso di evidente inosservanza di cautele igieniche e tecniche necessarie ad assicurare che le sostanze alimentari si mantengano in condizioni adeguate per la successiva somministrazione.

Conformemente a tale indirizzo, in due recenti decisioni – Cass. pen., Sez. III, 4 marzo 2014, n. 12346 e Cass. pen., Sez. III, 26 febbraio 2014, n. 17009 – la Cassazione ha ritenuto corrette le decisioni di merito impugnate che aveva affermato la sussistenza del reato con riferimento, rispettivamente:

  • a prodotti alimentari congelati in proprio conservati in promiscuità con scarti di lavorazione ed alimenti scaduti in recipienti inidonei, all'interno di elettrodomestici sporchi e, in un caso, con guarnizioni difettose
  • a molluschi bivalvi vivi, tenuti in acqua e senza refrigerazione.

 

In evidenza

Il confine estremo di tale indirizzo è espresso da una coeva pronuncia– Cass. pen., Sez. III, 17 gennaio 2014, n. 6108 – per la quale la detenzione all'aperto di frutta esposta agli agenti atmosferici ed inquinanti integra la contravvenzione prevista dall'art. 5, lett. b), l. 30 aprile 1962, n. 283 che vieta, tra le altre condotte, la detenzione per la vendita di sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione; così ritenendo legittima la condanna in un fattispecie di esposizione di tre cassette di verdura, a contatto con agenti atmosferici e gas di scarico dei veicoli in transito.

In precedenza –  Cass. pen., Sez. III, 4 aprile 2007, n.19710 /2007 – la Corte era giunta a posizioni opposte, per la configurabilità della contravvenzione di cui all'art. 5, lett. d),l. 30 aprile 1962, n. 283, è indispensabile che il prodotto alimentare si presenti oggettivamente insudiciato o infestato da parassiti, ovvero alterato, non essendo sufficiente la semplice esposizione della sostanza alimentare agli agenti atmosferici.

 

In realtà, la discussione non sembra sopita, come attestano pronunce non particolarmente risalenti – Cass. pen., Sez. III, 9 gennaio 2007, n. 15049 – secondo cui,ai fini della configurabilità del reato di vendita o detenzione per la vendita di sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione, non è necessario accertare la sussistenza di un concreto danno per la salute o un concreto deterioramento del prodotto, in quanto, trattandosi di un reato di pericolo, è sufficiente che le modalità di conservazione possano determinare il pericolo di un tale danno o deterioramento; pur riconoscendo la necessità di accertare che le modalità di conservazione siano in concreto idonee a determinare un tale pericolo.

Unanimemente esclusa è invece l’ipotesi di reato impossibile, per inidoneità dell'azione, qualora il cattivo stato di conservazione delle sostanze alimentari, palese ed evidente, sia facilmente percepibile dal consumatore.

In una fattispecie di limoni avariati – Cass. pen., Sez. III, 18 aprile 2007, n. 21797 – la Corte ha precisato che non rileva il fatto che lo stato di cattiva conservazione del prodotto offerto in vendita era palese o che sussisteva la possibilità che la cassiera, al momento del pagamento, sostituisse il prodotto avariato con uno genuino, trattandosi di circostanze estrinseche all'azione: osserva la Corte che da un lato, specialmente nei supermercati, non sempre l'acquirente esamina con attenzione la merce prelevata dai banchi di vendita e, dall'altro, la stessa cassiera potrebbe non rendersi conto dello stato di cattiva conservazione del prodotto, poiché la sua precipua funzione non è quella di controllare la genuinità della merce al momento del pagamento bensì quella di ricevere il pagamento del prodotto prelevato dai banchi di vendita. Sussiste sempre, quindi, l'astratta possibilità che il prodotto potesse essere acquistato dal consumatore, senza contare che il reato si perfezionato con l'offerta in vendita.

Casistica

 

Modalità di accertamento

Per l'accertamento del reato di cui all'art. 5, lettere b) e d), l.283/1962 (disciplina igienica delle sostanze alimentari), ed in particolare per l'accertamento della condotta di detenzione per la vendita di prodotti alimentari in cattivo stato di conservazione, non è necessario procedere al prelievo di campioni ove i prodotti alimentari si presentino all'evidenza mal conservati. La Corte ha altresì precisato che l'eventuale violazione delle norme sul prelievo di campioni, siccome si inquadra in un'attività preliminare e pre-processuale, non determina alcuna nullità. (Cass. pen., Sez. III, 21 marzo 2006, n. 14250).

Cattivo stato di conservazione

Integra il reato di detenzione per la vendita di sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione (art. 5, comma 14, lett. b), l. 30 aprile 1962, n. 283) lo stoccaggio di bottiglie di olio in ambiente non protetto dall'esposizione della luce solare, in quanto metodo di conservazione inadeguato a garantire igiene e commestibilità. Nella specie, parte delle bottiglie erano custodite in un locale coperto da una tettoia e, sebbene non direttamente esposte al sole, risultavano attinte dalla luce solare, modalità in concreto risultata inidonea per il numero di perossidi presenti nell'olio, indicatore dell'irrancidimento ossidato del prodotto, che aumenta con l'esposizione alla luce (Cass. pen., Sez. III, 13 luglio 2011, n. 29987).

 

Il cattivo stato di conservazione di un prodotto alimentare, la cui detenzione integra il reato contravvenzionale di cui all'art. 5, comma 1, lett. b), l. 30 aprile 1962, n. 283, è configurabile anche nel caso di detenzione in condizioni igieniche precarie. Fattispecie di detenzione di prodotti ittici confezionati e successivamente collocati in un frigo a pozzetto a contatto con altri alimenti (Cass. pen., Sez. III, 7 luglio 2011, n. 41074).

 

Configura il reato di detenzione di alimenti in cattivo stato di conservazione la detenzione di alimenti surgelati in violazione del disposto dell'art. 3, d.lgs. 27 gennaio 1992, n. 110 (Attuazione della direttiva 89/108/CEE in materia di alimenti surgelati destinati all'alimentazione umana), ove la preparazione dei prodotti da surgelare e l'operazione di surgelamento non siano effettuate "senza indugio" ed osservando le modalità normativamente descritte. Fattispecie nella quale l'alimento, acquistato fresco dal produttore, era stato surgelato dall'acquirente pochi giorni prima della scadenza  (Cass. Pen., Sez. III, 16 ottobre 2007, n. 46860).

 

Esposizione di alimenti all’aperto

Con le disposizioni di cui agli artt. 5 e 6 l. 30 aprile 1962, n. 283 si è inteso garantire l'assoluta igienicità delle sostanze alimentari anche mediante il solo divieto di produrre e porre in commercio alimenti in cattivo stato di conservazione, così che, per integrare le ipotesi di reato dagli stessi delineate, non è necessario il perfezionarsi di un contratto di compravendita. Fattispecie nella quale il reato è stato ritenuto integrato per avere collocato confezioni di acqua minerale e di bibite all'aperto, esposte all'aria, alla luce solare ed agli agenti atmosferici (Cass. pen., Sez. III, 4 luglio 2006, n. 28355).

 

Configura la contravvenzione di cui all'art. 5, lett. b),l. 283/1962 la messa in vendita sulla pubblica via di prodotti ittici non sottoposti ad adeguato trattamento di refrigerazione (a causa dell'interruzione della cosiddetta "catena del freddo") ed esposti senza protezione agli agenti atmosferici e alle polveri (Cass. pen., Sez. III, 8 gennaio 2014, n. 3711).

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