Quesiti Operativi

Riproposizione dell'istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato

È possibile riproporre nuova istanza di liquidazione per un patrocinio penale dopo il rigetto di una precedente?

 

Occorre premettere che tutta la disciplina della liquidazione del compenso al difensore, sia esso d’ufficio e/o di soggetto ammesso al P.S.S., è, a parere dello scrivente (vedasi in proposito le specifiche ragioni addotte nel focus Patrocinio a spese dello stato e difesa d’ufficio. Il nuovo obbligo di liquidare il compenso alla chiusura della fase), di natura amministrativa e pressoché interamente regolata dal d.P.R. 115/2002 (T.U. spese di giustizia).

Tale ultima normativa prevede una precisa procedura d’impugnazione avverso il decreto di pagamento, ossia l’art. 84, che rinvia all’art. 170, il quale, a sua volta, rinvia all’art. 15 del d.lgs. 150/2011, che, nello specifico, prevede l’utilizzo del rito sommario di cognizione, rimedio che si ritiene utilizzabile per estensione anche contro il provvedimento di radicale rigetto (ex multis Cass. pen., Sez. IV, n. 41262/2007; Cass. pen., Sez. III, n. 24070/2010; Cass. pen., Sez. IV, n. 8014/2014 e Cass. civ., VI, n. 1539/2015).

La previsione di un preciso iter impugnatorio ha fatto sì che, specie i sostenitori della natura giurisdizionale dell’attività di liquidazione (trib. Lucera - Sez. distaccata di Apricena, 1 luglio 2011), ritengano non reiterabile e dunque inammissibile una nuova istanza successiva a quella definitivamente rigettata: «[…] poiché tale interpretazione condurrebbe ad una pendenza potenziale del procedimento a tempo indefinito, con una parimenti inammissibile possibilità di sanatoria di precedenti mancanze».

In sostanza, la natura giurisdizionale del procedimento di liquidazione, farebbe sì che, una volta terminato l’iter, la decisione presa si “fissi” e si determini non solo la sua immutabilità ma pure l’impossibilità di riproporre la questione con una nuova istanza, sebbene correlata della documentazione prima mancate.

Di contro, tuttavia, c’è un preciso (e, a quel che consta allo scrivente, unico ed incontrastato) precedente di legittimità (Cass. pen., Sez. IV, n. 15740/2008), che, pur senza entrare nel merito della natura del procedimento e del provvedimento di liquidazione, distingue tra il rigetto che neghi in nuce il diritto soggettivo al pagamento del credito professionale (anche solo parzialmente, nel senso di un ammontare inferiore a quanto richiesto) e quello che si limiti a constatare la carenza di determinati presupposti e/o requisiti richiesti dalla legge ovvero anche solo la mancata documentazione degli stessi.

Secondo la Corte, solo il primo sarebbe suscettibile di passare in giudicato, se non opposto o all’esito dell’opposizione, mentre il secondo sarebbe un provvedimento interlocutorio perché preso allo stato degli atti, non suscettibile, quindi, di passare in giudicato perché non dirimente il nucleo centrale della questione e, al più, avente una forza preclusiva nel caso di una richiesta identica che non soddisfi le indicazioni del primo provvedimento di rigetto, cosicché sarebbe ben possibile una nuova istanza avente valore di integrazione dell’accertamento richiesto o della documentazione ritenuta carente.

In definitiva, quindi, ritengo che, facendosi scudo di questo specifico e autorevole precedente, sia possibile ripresentare un’istanza di liquidazione, purché non sia la copia anastatica della precedente, ossia purché venga correlata dei requisiti mancati a quest’ultima, almeno ogniqualvolta la domanda originaria sia stata rigettata, non per insussistenza del diritto al compenso, ma per la mera mancanza di uno specifico presupposto o della sua prova, la cui carenza valga, sostanzialmente, come una sorta di condizione sospensiva sui generis del diritto nei confronti dello Stato (ad es. la prova dell’irreperibilità o dell’incapienza patrimoniale dell’assistito ovvero della sua ammissione al P.S.S.), diritto che sia, in via generale, sussistente, essendo stata effettivamente svolta la prestazione.

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