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Prescrizione del reato o legittimità del ricorso della parte civile?

Le Sezioni Unite affrontano la questione dell’ammissibilità del ricorso della parte civile avverso la sentenza che, anche a seguito della sua impugnazione, abbia confermato la pronuncia di primo grado che senza entrare nel merito abbia dichiarato la prescrizione del reato.

L’intervento del Collegio riunito si era reso necessario prospettandosi in materia una contrapposizione di opinioni.

Il tema coinvolge, tra gli altri, i rapporti tra gli artt. 538 e 576 c.p.p.

Secondo un primo orientamento si afferma che la materia è governata dall’art. 538 c.p.p. a mente del quale essendo impedito al giudice penale di pronunciarsi sulla domanda civile al di fuori dei casi di condanna, precluderebbe l’operatività dell’art. 576 c.p.p. che consente alla parte civile di impugnare le sentenze di proscioglimento. Peraltro, si sottolinea come nessun effetto di pregiudizio deriverebbe alla parte civile dalla sentenza di prescrizione, potendo il danneggiato agire liberamente in sede civile.

Per un secondo orientamento, invece, dovrebbe affermarsi la prevalenza di quanto disposto dall’art. 576 c.p.p. in tema di legittimazione ad impugnare, sia pure ai soli effetti civili, fermo restando l’accertamento (o l’esclusione) dalla responsabilità penale, in carenza di gravame del pubblico ministero. Sotto questa prospettiva, sarebbe giuridicamente irrilevante il fatto che la parte civile privilegi la sede penale rispetto a quella civile per ottenere il riconoscimento dei suoi diritti risarcitori.

 

Le Sezioni Unite privilegiano quest’ultima ricostruzione, muovendo dalla formulazione dell’art. 576 c.p.p. ove si afferma che la parte civile può proporre impugnazione contro i capi della sentenza di condanna che riguardano l’azione civile e, ai soli fini della responsabilità civile, contro la sentenza di proscioglimento pronunciata nel giudizio. Non si manca, invero, di sottolineare l’ampiezza della previsione che fa riferimento generale, senza richiamare gli artt. 538 e 578 c.p.p., alle decisioni di proscioglimento (generalmente intese) – Sez. I del Capo II, Titolo III del Libro VII – fra le quali è ricompresa anche quella di istruzione del reato (art. 531 c.p.p.).

Invero, in questo modo si evidenzia la coerenza del sistema che permette alla parte civile di ottenere la tutela dei suoi diritti proprio nel caso in cui in prime cure sia mancato l’accertamento della responsabilità.

Secondo la Corte la conclusione non è smentita dalla possibilità per il danneggiato di agire in sede civile, mancando alla decisione de qua ogni effetto di pregiudizio (artt. 651 e 652 c.p.p.) e pertanto ipotizzandosi una possibile valutazione negativa in tema di interesse all’impugnazione.

Invero, è la legge a lasciare libero l’imputato sulla scelta del percorso processuale non potendosi escludere che la soluzione penale costituisca, invece, proprio un mezzo processualmente più rapido e conveniente.

La conclusione alla quale le Sezioni Unite pervengono non sarebbe smentita, dallo stesso Collegio, dal fatto che la Corte europea dei diritti dell’uomo non ritenga leso il diritto del danneggiato da preclusioni qualora comunque siano previsti rimedi diversificati a sua tutela, in considerazione che gli ordinamenti degli Stati possono garantire sempre tutele più ampie di quelle riconosciute a livello sovranazionale.

L’impostazione della Corte, sempre secondo le Sezioni Unite, non è pregiudicata ma anzi rafforzata da quanto previsto dall’art. 622 c.p.p. ove si dispone che “fermi gli effetti penali della sentenza, la Corte di Cassazione ne annulla solamente le disposizioni o i capi che riguardano l’azione civile ovvero se accoglie il ricorso della parte civile contro la sentenza di proscioglimento dell’imputato, revoca quando occorre al giudice civile competente per valore in grado di appello, anche se la sentenza è inappellabile.

Invero, esauritasi la competenza del giudice penale, si riespande quella del giudice civile chiamato – con maggiore competenza – alla valutazione dell’entità del risarcimento.

Fino a quando è necessario l’accertamento del presupposto della illiceità del fatto, la vicenda resta unitaria, quando ciò non è necessario i percorsi possono separarsi.

Resta fermo che l’accertamento penale, in carenza dell’impugnazione del P.M., resta consolidato, mentre l’eventuale accertamento della responsabilità rileverà solo ai fini civili.

 

La materia de qua, com’è noto, è governata dall’art. 185 c.p. e dalla previsione dell’inserimento dell’azione civile nel processo penale attraverso la costituzione di parte civile.

Nella visione dell’unità della funzione giurisdizionale, l’art. 185 c.p. prevede che “ogni reato obbliga alla restituzione a norma delle leggi civili e che ogni reato che abbia cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale obbliga al risarcimento il colpevole e le persone che a norma delle leggi civili debbano rispondere per il fatto di lui” e a estrinsecazione di questa impostazione il danneggiato inserisce la sua pretesa nel processo penale.

In questi ultimi tempi si era assistito a una certa non condivisione – connessa all’inutile aggravamento del carico giudiziario – del permanere delle questioni civili nel processo penale, in un quadro immutato e immutabile della responsabilità penale, soprattutto in presenza dell’estinzione del reato per prescrizione.

Invero, come emerge dal citato art. 622 c.p.p. una parte dei giudici d’appello si domandano se quella previsione non potesse essere estesa anche nel giudizio di seconde cure.

Al riguardo, è stata prospettata anche una questione di legittimità costituzionale.

Le Sezioni Unite, con queste decisioni, sembrano aver ribadito, sulla scorta di come è costituito il sistema, sin dal codice del 1930, la presenza dei due percorsi “dentro” il processo penale.

Ancorchè la soluzione indicata dalle Sezioni Unite non possa non ritenersi corretta, resterebbe da chiedersi se la tematica, già parzialmente temperata da quanto previsto dall’art. 75 c.p.p., non possa o meglio non debba essere sistematicamente e organicamente rivisitata.

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