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L’emergenza Coronavirus nelle carceri: la straziante solitudine dei detenuti, le rivolte e cosa si deve immediatamente fare

Le rivolte in alcune carceri (meno del 10% degli istituti) con detenuti (circa 300 su più di 60.000 presenze) che hanno devastato le strutture con atti vandalici di inaudita violenza, non possono essere giustificate e vanno senza dubbio condannate. Ma una doverosa e completa riflessione sulla tragicità di questi eventi, ci induce a partire dal contesto e dai luoghi dove i fatti sono avvenuti.

Circa un mese fa, per il pericolo di diffusione del Covid 19, sono state raccomandate ai cittadini precauzioni al fine di evitare il contagio. Con il passare dei giorni si è passati dal “lavarsi spesso e bene le mani”, a “mantenere la distanza di almeno un metro dagli altri” e, infine (speriamo), a “non uscire di casa se non per ragioni di urgenza”. Non seguire tali consigli, poi diventati veri e propri ordini, avrebbe comportato il concreto pericolo di contrarre il virus, con conseguenze probabilmente mortali.

Questo è il messaggio che costantemente, tutti i giorni, i programmi televisivi e radiofonici hanno trasmesso, annunciando, di ora in ora, la sospensione di qualsiasi attività, che potesse presupporre un sovraffollamento anche di poche persone. Chiusura delle scuole e delle università, sospensione delle udienze nei tribunali, manifestazioni sportive e culturali rinviate, zone rosse regionali, poi estese a tutto il territorio nazionale.

Nel guardare la televisione, nel sentire la radio nelle loro anguste celle, dove nella maggior parte dei casi la distanza tra persone è certamente inferiore al metro e dove l’igiene è una chimera, tra mura scrostate, inumidite e wc a vista, i detenuti si sono chiesti: e di noi non si parla? Nemmeno una parola! Non si rendono conto che qui vi è un enorme pericolo di contagio e che è necessario intervenire immediatamente con presidi sanitari per salvaguardare la nostra vita e quella di coloro che lavorano negli istituti di pena? E cosa sta accadendo alle nostre famiglie, alle mogli ai figli, ai fratelli e sorelle?

Giorno dopo giorno, l’attesa per un minimo di prevenzione e di informazione istituzionale, si è fatta sempre più stressante, fino al momento in cui sono stati resi pubblici i provvedimenti del Governo, senza alcun preavviso e senza conoscerne la durata: sospensione immediata dei colloqui con i familiari, con gli avvocati e con i volontari, interruzione di ogni attività (invero pochissime) scolastica e trattamentale, revoca dei permessi premio per evitare che il detenuto una volta uscito, faccia rientro in carcere. In poche parole, la permanenza fissa in cella senza alcun contatto con l’esterno, ma anche con coloro che nel carcere vi lavorano.

Una blindatura totale ovvero una pre-sepoltura.

Nei circa 200 istituti di pena è montata la preoccupazione e la disperazione di chi, ancora una volta e invero da sempre, non si è sentito tutelato dallo Stato. Di chi ha trasgredito probabilmente le regole civili, ma sta comunque pagando il suo debito. Sul punto è bene ricordare che circa il 40% dei detenuti non ha ancora una condanna definitiva (quindi è presunto innocente) e che vi sono stati circa 1.000 risarcimenti per ingiusta detenzione nell’ultimo anno riportato dalle statistiche, il 2018. Tre al giorno! Una cifra enorme, se si tiene conto che, in tale calcolo, non sono inseriti coloro che il risarcimento non l’hanno chiesto.

 

Come tutelarsi? Come far sentire con urgenza l’angoscia, il timore, di una comunità abbandonata in un momento di estremo pericolo?

La strada della violenza è stata la scelta da quei pochi che non ce l’hanno fatta a contenere la rabbia. In alcuni istituti vi sono state gravi devastazioni, vere e proprie guerriglie tra detenuti e forze dell’Ordine, con feriti e 13 detenuti morti “per overdose”, dopo l’assalto ai locali farmacia del carcere. Sarà la magistratura a fare luce su questi decessi, ma se il dato fosse vero – per quanto inverosimile – manifesta la disperazione di queste persone che, all’apice della protesta, ingurgitano farmaci perché in crisi di astinenza ovvero per porre fine ad un’esistenza straziante.

Il giudizio sulle rivolte di questi giorni, nelle quali pochi detenuti si sono resi protagonisti d’intollerabili atti di violenza, non può prescindere dalla violazione quotidiana da parte dello Stato dei principi costituzionali e delle norme dell’Ordinamento Penitenziario, che ha come conseguenza diretta il numero di morti che affliggono il sistema penitenziario: al 14 marzo di quest’anno 39 decessi, tra cui 12 suicidi: un morto ogni tre giorni. Né può prescindere dalla circostanza che, in un momento di grave emergenza sanitaria del Paese, il Ministro della Giustizia ed il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (che tragicamente ha sempre negato il sovraffollamento) non hanno informato i diretti interessati e la stessa opinione pubblica dei provvedimenti che si sarebbero adottati nei confronti di oltre 60.000 cittadini ristretti, già in precarie condizioni igienico-sanitarie.

Né la valutazione complessiva può ignorare, come è stato fatto, che nonostante tutto, gli atti gravissimi di violenza sono stati perpetrati da un numero insignificante di persone, le cui iniziative non possono ricadere sugli altri che, in silenzio ovvero con proteste pacifiche, stanno attendendo di conoscere quale sarà la loro sorte.

Né va ignorato che solo dopo le ribellioni i media hanno dedicato un minimo spazio anche alle enormi problematiche da affrontare per coloro che sono in stato di detenzione e, finalmente, l’Amministrazione Penitenziaria ha annunciato (allo stato solo annunciato!) l’arrivo di mascherine e presidi sanitari, nonché la possibilità di regolamentare i colloqui visivi, ammettendo che quelli a mezzo skype sostitutivi, in realtà possono riguardare pochissimi istituti già attrezzati e comunque non potrebbero far fronte alle richieste di un numero così elevato di detenuti.

Vale la pena ricordare che, in questi terribili giorni di paura e di angoscia, non vi sono stati solo atti di violenza, ma anche testimonianze di grande senso di responsabilità. Tra queste la lettera scritta dai detenuti della media-sicurezza del carcere di Livorno, che è stata diffusa dalla Direzione dell’istituto e l’iniziativa delle detenute di Venezia. Nella lettera si legge: “Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo d’intolleranza. In realtà anche se per adesso siamo tutti prigionieri, alcuni in cella con grate, alcuni senza, siamo convinti che si tratti di un fenomeno non irreversibile, siamo convinti che l’angoscia che oggi ci attanaglia sia destinata a spegnersi… pensiamo dunque che l’unico possibile antivirus contro questo temporaneo malessere sia dato dalla forza dell’umanità, della bellezza, della solidarietà, del rispetto reciproco, dell’unione anche dietro le sbarre…. Tutto questo darà forse l’input ai buoni per sentirsi tutt’uno con i cattivi, una volta realizzato che dall’altra parte della barricata ci sono padri, mariti, figli, fratelli che aspettano, soffrono, amano, sperano proprio come voi”. Da Venezia è partita una “protesta solidale”, dando vita ad una raccolta di fondi per mostrare vicinanza alle persone che stanno combattendo l’epidemia, ormai pandemia. Le donne hanno raccolto in un giorno 110 euro da donare al Reparto di Terapia intensiva dell’Ospedale dell’Angelo di Mestre. Una cifra simbolica, ma per la sua provenienza equivale ad un enorme sacrificio economico.

Rivolte, devastazioni, ma anche importanti segnali di spirito di convivenza, lo stesso dimenticato da troppo tempo. La nostra Costituzione – manuale di convivenza sociale (G. Flick) – insegna che i detenuti perdono la libertà ma non i diritti e quello alla salute è il principale.

Il Governo non ha compreso l’importanza di un intervento immediato e urgente laddove, non solo la sopravvivenza dei detenuti andava garantita, ma anche quella di coloro che sono a stretto contatto con le persone ristrette. Lo stato di detenzione e di sovraffollamento, infatti, è necessariamente controllato da agenti di polizia penitenziaria, che hanno contatti con l’esterno.

Al primo provvedimento, di cui si è detto e che ha scatenato le rivolte in alcuni penitenziari, sono susseguite una serie di circolari del Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, che non hanno tenuto conto dell’effettivo pericolo del virus delle realtà strutturali degli istituti di pena.

La più recente del 13 marzo u.s., avente ad oggetto Ulteriori indicazioni operative per la prevenzione del contagio da coronavirus negli istituti penitenziari, giunge a prevedere che «al fine di garantire l’operatività degli istituti penitenziari, nell’unica prospettiva di salvaguardare l’ordine e la sicurezza pubblica collettiva, si ritiene che gli operatori di polizia penitenziaria in servizio presso le strutture penitenziarie, in quanto operatori pubblici essenziali, debbano continuare a prestare servizio anche nel caso in cui abbiano avuto contatti con persone contagiate o che si sospetti siano state contagiate”. Una disposizione che mina proprio la sicurezza pubblica collettiva: quella dei detenuti (che della collettività fanno parte) e quella delle persone libere, con agenti della polizia penitenziaria che eterno ed escono dagli istituti, frequentando altre persone. La circolare prevede, inoltre, per i detenuti posti in quarantena ovvero affetti da coronavirus “l’isolamento in camera singola, con servizi igienici ad uso esclusivo, garantendo tutte le precauzioni dell’isolamento sanitario”. Ma di quante “camere singole, con servizi igienici ad uso esclusivo” dispone un istituto di pena?

Provvedimenti demagogici emessi dal Capo di un Dipartimento che dovrebbe lanciare un segnale di allarme e chiedere, lui per primo, disposizioni eccezionali per affrontare l’emergenza sanitaria che si è inserita in un’altra gravissima emergenza, quella storica del sovraffollamento. Rinnegare ancora caparbiamente che il sovraffollamento non affligge gli istituti di pena in Italia – contrariamente a quanto sostenuto da tutti, ivi compreso il Ministro della Giustizia – è oggi intollerabile e il Dott. Basentini, da comandante di una nave che sta per affondare, deve assumersi le sue responsabilità. Alcuni “passeggeri” si sono già ribellati, altri sono giustamente preoccupati, mentre tra i membri dell’equipaggio serpeggia il malcontento dovuto al timore di essere esposti ad un inutile sacrificio.

Intanto il Governo temporeggia mentre da più parti giungono inviti ad immediati provvedimenti per diminuire il sovraffollamento e consentire una gestione ordinaria – l’unica possibile – per affrontare il pericolo di contagi a catena.

Certo prevenire – magari approvando in toto la Riforma dell’Ordinamento Penitenziario proposta dalle Commissioni Ministeriali – sarebbe stato meglio, ed oggi è necessario porre rimedio, anche in contrasto con l’ideologia populista (sbagliata) del “carcere sempre”, come unica modalità di espiazione della pena.

Sulla prevenzione va ricordato che, nel dicembre scorso, l’Unione delle Camere Penali Italiane, con il proprio Osservatorio Carcere, propose a tutti i Provveditorati Regionali dell’Amministrazione Penitenzaria l’istituzione di un “Tavolo di Lavoro” che potesse vedere coinvolti i soggetti istituzionali in maniera permanente, con possibilità d’inserimento di altre figure in occasione dei temi trattati. Erano stati indicati, quali partecipanti ai Tavoli Regionali, il Provveditore, il Presidente del Tribunale di Sorveglianza, il Garante Regionale delle persone ristrette, l’Assessore Regionale competente, il Direttore Generale della Sanità ed un Avvocato dell’Unione Camere Penali. La proposta nasceva dalla constatazione dell’assenza di un’attività costante e comune tra coloro che si occupano di esecuzione penale, che interloquivano tra loro esclusivamente in sporadiche occasioni.

Oggi quei Tavoli, se fossero stati costituiti, avrebbero potuto fornire un valido aiuto per affrontare l’emergenza sanitaria negli istituti di pena dovuta al diffondersi del Covid 19. Sarebbe stata ascoltata la “voce” di tutti per invitare il Governo a prendere i provvedimenti necessari e, allo stesso tempo, si sarebbero compresi, in tempi certamente più brevi, le azioni da avviare sul territorio.

Il Tavolo si sarebbe trasformato in un’“unità di crisi”, utilissima, anche per l’interlocuzione tra il potere centrale (Governo, Ministero e Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria), quello locale (Magistratura di Sorveglianza, Provveditori, Direttori degli istituti, Assessori, Direttore Generale della Sanità) e i detenuti (Garanti Regionali e Avvocati). Avrebbe potuto contribuire all’adozione di provvedimenti utili ad affrontare l’attuale, inaspettata e gravissima emergenza sanitaria ed anche ad informare i detenuti della improcrastinabile necessità di alcune scelte.

Il Governo oggi, in rappresentanza di uno Stato che non ha mai voluto adeguare i suoi istituti di pena al dettato costituzionale, deve ammettere le sue colpe – ampiamente indicate nella condanna inflitta dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel gennaio 2013, alla quale non si è mai, di fatto, posto rimedio - ha oggi l’obbligo di adottare decisioni che possano salvaguardare la vita e la salute dei detenuti, perché non sono persone estromesse dalla società, ma di essa fanno parte ed a loro spetta uguale tutela, senza alcuna distinzione.

L’amnistia e soprattutto l’indulto sono le strade da seguire e occorre immediatamente rafforzare il personale dei Tribunali di Sorveglianza – magari con i magistrati che in questo periodo non terranno udienze – per verificare quanti detenuti (e non sono pochi) hanno diritto ad avere gli arresti domiciliari ovvero la misura (pena) alternativa dell’affidamento in prova al servizio sociale, anche aumentando, con decreto legge, il tetto della pena da scontare per accedere al beneficio.

I detenuti che devono scontare un residuo di pena sotto l’anno di reclusione sono più di 8.000, ed altri 8.000 sono quelli con un residuo di pena sotto i due anni. In tutto 16.000 persone che potrebbero continuare a scontare la pena fuori dal carcere, contribuendo a far arrivare le presenze negli istituti di pena ad un numero certamente più gestibile.

I diritti vanno garantiti sempre e quello alla Salute è un diritto inviolabile che deve trovare tutela da parte dello Stato per non esasperare gli animi di persone già allo stremo per il trattamento, spesso ingiusto, a cui sono sottoposti.

Il Paese deve ritrovare la sua unità e questo percorso non può prescindere dalla piena attuazione delle norme costituzionali, quale collante sociale che possa effettivamente rassicurare i cittadini – tra cui i detenuti - per il futuro.

Alle richieste dell’Avvocatura si uniscono anche quelle di Magistrati in prima linea. I Presidenti dei Tribunali di Sorveglianza di Milano e di Brescia, in una allarmante lettera inviata il 15 marzo u.s. al Ministro della Giustizia, dopo aver decritto la gravissima situazione degli istituti penitenziari della Lombardia e degli stessi Uffici di Sorveglianza scrivono: (“siamo in guerra”):

- Veniamo quindi a chiederLe di valutare provvedimenti normativi di immediata applicazione e che non richiedano il vaglio della Magistratura di Sorveglianza che già ora, per le condizioni dei propri uffici, non sarebbe in grado di potervi provvedere, quali:

- una previsione di una normativa di immediata applicabilità che disponga la sottoposizione a una detenzione domiciliare speciale per coloro che hanno pena anche residua inferiore ai 4 anni e con accompagnamento della Polizia Penitenziaria al domicilio per la contestuale verifica dell’idoneità del domicilio stesso. Si precisa che, come è noto alla S.V., la percentuale di detenuti con pene brevi e medio-brevi è elevatissima e potrebbe costituire la base per un intervento immediato e significativo, mirato come deve essere;

- uno sconto di pena di 75 giorni in assenza di rilievi disciplinari, sempre di immediata applicazione;

 - la previsione di una licenza speciale allo stato di 75 giorni ai semiliberi.

 - Per quanto poi riguarda i procedimenti ordinari concernenti i detenuti, si suggerisce di valutare l’inserimento del presupposto dell’emergenza coronavirus come elemento valutativo per tutti gli istituti normativi riguardanti la concessione di benefici penitenziari”.

Il Ministro ascolti il grido di dolore e di forte preoccupazione che viene dall’Avvocatura e dalla Magistratura, prenda atto degli errori del passato – addebitabili a tutti i partiti che hanno governato sino ad oggi – e in nome del rispetto dei principi costituzionali, proponga al Governo i provvedimenti richiesti.

I cittadini ricordino il messaggio dei detenuti di Livorno che hanno evidenziato che oggi siamo tutti prigionieri. Abbiamo perso la nostra libertà, il bene supremo. Domani, forse, saremo più indulgenti verso coloro che colpevoli o innocenti affollano le nostre carceri. Un’indulgenza non buonista, ma rispettosa della nostra Costituzione.

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