News

Il giudice non è tenuto a valutare l’istanza trasmessa a mezzo PEC

07 Maggio 2019 |

Cass. pen., Sez. VI, 19 luglio 2018 (dep. 12 marzo 2019), n. 10892

Notifiche telematiche

Istanza di rinvio per motivi di salute a mezzo PEC. La Corte d’Appello confermava la sentenza del Tribunale che aveva condannato l’imputato per il delitto di peculato, perché, nella qualità di dipendente di un ufficio postale, aveva incassato alcuni ratei della pensione di una persona deceduta di cui aveva la disponibilità per ragioni del proprio ufficio.
Avverso la decisione, l’imputato ricorreva per Cassazione, deducendo, tra l'altro, la nullità della sentenza impugnata e degli atti che l’avevano preceduta. La Corte di appello, infatti, non aveva valutato l’istanza di differimento del giudizio per motivi di salute dello stesso imputato, inoltrata a mezzo PEC, con allegato certificato medico attestante una gravissima malattia neoplastica.
La parte civile INPS depositava memoria con la quale deduceva che «nel processo penale la presentazione delle istanze di parte come le impugnazioni, possono essere presentate solo tramite deposito nella cancelleria del giudice ai sensi dell'art. 121 c.p.p.». Il giudice, pertanto, poteva legittimamente non prendere in considerazione una richiesta trasmessa in modo irrituale via PEC.

 

Preclusa alla parte privata la trasmissione via PEC. La Corte ha rigettato il motivo di ricorso illustrato. Il collegio ha rilevato che le memorie e le istanze possono essere inoltrate con il deposito in cancelleria ai sensi dell'art. 121 c.p.p. e non l’invio telematico, mediante l'uso della posta elettronica certificata (PEC). Infatti, «alla parte privata, nel processo penale, non è consentito l'uso di tale mezzo informatico di trasmissione, quale forma generalizzata di comunicazione e/o notificazione, neanche per la presentazione di atti (istanze e memorie)».
Essendo stata scelta una modalità di trasmissione non consentita, «il giudice non era tenuto a rispondere sulla richiesta». Nessuna censura, pertanto, può essere dedotta dall'imputato quanto alla lamentata omissione della Corte d'appello.

 

L’istanza è irricevibile. La sentenza illustrata può essere inscritta nell’ambito dell’indirizzo giurisprudenziale secondo cui, nel processo penale, non essendo consentito alle parti private l'invio di istanze a mezzo posta elettronica certificata, la richiesta di rinvio per legittimo impedimento è irricevibile (cfr., con specifico riferimento ad un'istanza di rinvio per legittimo impedimento, Cass. n. 48911/2018Cass. n. 31314/2017Cass. n. 7058/2014). Questo orientamento si fonda sull’art. 16, comma 4, del d.l. 18 ottobre 2012, n. 179, convertito con modificazioni dalla l. 17 dicembre 2012, n. 221, norma che, disciplinando le notificazioni, circoscrive l’uso della PEC alla sola cancelleria, limitandone l’impiego ai soli adempimenti rivolti a persone diverse dall’imputato. Ne deriva che il giudice può legittimamente omettere di esaminare la domanda della parte.
Nella specie, peraltro, dalla sentenza non emergono elementi da cui desumere che l’istanza sia stata effettivamente sottoposta al collegio, che, dunque, ne abbia preso cognizione.  

 

La mera irregolarità. Un diverso orientamento, invece, mostrando più aperto all’uso del mezzo elettronico, ritiene che la trasmissione dell’istanza in modo elettronico è da reputarsi solo “irregolare”, con la conseguenza che, qualora ne abbia preso tempestiva conoscenza, il giudice è tenuto a valutarla (Cass. n. 54427/2018Cass. n. 56392/2017Cass. n. 47427/2014). Questa impostazione estende all’uso della posta elettronica certificata nel processo penale l’elaborazione giurisprudenziale formatosi in tema di richiesta inviata a mezzo telefax, sul presupposto che l’efficacia dello strumento di trasmissione sia assimilabile.
Questo indirizzo, peraltro, precisa che, in ragione dell’irregolarità della trasmissione, incombe sulla parte il rischio della mancata tempestiva consegna dell’atto al giudice. Avendo scelto volontariamente un mezzo irregolare di trasmissione dell’istanza, si è assunta il rischio che il giudicante non ne abbia cognizione. Per essere legittimata a proporre doglianze inerenti all'omessa valutazione dell'istanza, pertanto, la parte interessata ha l’onere di verificare che sia effettivamente pervenuta nella cancelleria del giudice competente a valutarla e sia stata portata all’attenzione di quest'ultimo per tempo (cfr. Cass. n. 9030/2013Cass. n. 28244/2013Cass. n. 7706/2014Cass. n. 24515/2015Cass. n. 1904/2017).

 

Una soluzione particolare. Un percorso diverso per la valorizzazione della PEC è stato seguito da un indirizzo secondo cui alle parti private può essere consentito di effettuare comunicazioni e notificazioni mediante l'utilizzo della posta elettronica certificata solo nel caso in cui ciò sia necessario per rendere effettive le facoltà processuali alle stesse riconosciute (Cass. n. 55886/2018). Si trattava di una fattispecie peculiare in cui la Corte ha ritenuto ammissibile la richiesta di rimessione del processo ex art. 45 c.p.p., notificata dagli imputati alle parti civili a mezzo PEC, sul rilievo che tale modalità di notifica era stata previamente autorizzata dal giudice di merito, avuto riguardo al brevissimo termine di sette giorni entro cui i richiedenti avrebbero dovuto adempiere all'incombente nei confronti di numerosissimi aventi diritto.

Leggi dopo