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Furto in abitazione. La Cassazione rimarca i confini della privata dimora

20 Febbraio 2019 |

Cass. pen., Sez. IV, 28 novembre 2018 (dep. 11 febbraio 2019), n. 6387

Furto

Un appartamento adibito a sede di una società può qualificato privata dimora ex art. 624-bis, comma 1, c.p. tenendo altresì in considerazione che il giorno del tentato furto l’attività era chiusa e nessuno si trovava all’interno dell’appartamento?

Sulla definizione di privata dimora erano intervenute le Sezioni unite (23 marzo 2017, n. 34345) affermando che:

«ai fini della configurabilità del reato previsto dall'art. 624-bis c.p., rientrano nella nozione di privata dimora esclusivamente i luoghi nei quali si svolgono non occasionalmente atti della vita privata, e che non siano aperti al pubblico né accessibili a terzi senza il consenso del titolare, compresi quelli destinati ad attività lavorativa o professionale».

Recentemente la Cassazione penale, nella specie la quarta Sezione (sent. 6387 dell’11 febbraio 2019) è intervenuta nuovamente sulla questione.

Aderendo al principio delle Sezioni unite, il Collegio ha precisato che la maggiore tutela che il legislatore ha voluto accordare all’abitazione nei reati contro il patrimonio è riferita alla protezione della vita privata che in questa si svolge.

Indicativi a tal fine sono:

  1. l'utilizzo del luogo per lo svolgimento di manifestazioni della vita privata (riposo, svago, alimentazione, studio, attività professionale e di lavoro in genere), in modo riservato ed al riparo da intrusioni esterne;
  2. la durata apprezzabile del rapporto tra il luogo e la persona, in modo che tale rapporto sia caratterizzato da una certa stabilità e non da mera occasionalità;
  3. la non accessibilità del luogo, da parte di terzi, senza il consenso del titolare.

Secondo tali pronunce al quesito deve dunque darsi risposta negativa, essendo l’appartamento adibito a scopi meramente commerciali.

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