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Dubbi di costituzionalità per la legge anticorruzione. “Sotto accusa” la retroattività delle modifiche all’art. 4-bis ord. pen.

10 Aprile 2019 |

Tribunale di sorveglianza di Venezia,

Delitti contro la pubblica amministrazione

Il Tribunale di sorveglianza presso la Corte d’appello di Venezia ha sollevato – con ordinanza depositata l’8 aprile 2019 – questione di legittima dell’art. 1, comma 6, lett. b), l. 9 gennaio 2019, n. 3 nella parte in cui ampliando il novero dei reati ostativi ai sensi dell’art. 4-bis ord. pen., includendovi i reati contro la P.A., ha mancato di prevedere un regime intertemporale, perché in contrasto con gli artt. 3, 24, 25, 27, 111 e 117 della Costituzione (quest’ultimo integrato dal parametro di cui all’art. 7 Cedu).

La medesima questione era stata sollevata nei giorni scorsi anche dal Tribunale di Napoli, Sez. Gip, ordinanza del 2 aprile 2019, e dalla Corte d’appello di Lecce, Sez. penale, ordinanza del 4 aprile 2019.

Richiamando il principio già espresso dalle Sezioni Unite Aloi (n.24561/2006), il Tribunale di sorveglianza veneziano ha rilevato che le disposizioni relative all’esecuzione delle pene detentive e alle misure alternative alla detenzione riguardano esclusivamente le modalità esecutive della pena e nulla hanno a che fare con l’irrogazione della stessa né tantomeno con l’accertamento del reato. Pertanto, escluso il carattere sostanziale della suddetta tipologia di norme e in assenza di una specifica disciplina transitoria, deve applicarsi il principio tempus regit actum e non le regole in materia di successione di norme penali nel tempo ex artt. 2 c.p. e 25 Cost.

Ne consegue che la modifica normativa apportata dalla c.d. legge anticorruzione è immediatamente applicabile a tutti i rapporti esecutivi che non siano esauriti, pur introducendo una disciplina peggiorativa.

Ritenendo, altresì, di non poter seguire la via dell’interpretazione costituzionalmente orientata, già percorsa da Cass. pen. 12541/2019 e da Gip di Como, 8 marzo 2019, alla luce della descritta posizione tuttora dominante nel diritto vivente, il Tribunale ha ritenuto necessario sollevare la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 6, lett. b), l. 9 gennaio 2019, n. 3:

  • per violazione del principio di irretroattività della legge penale, in quanto «nessuna conseguenza penale afflittiva introdotta con la legge successiva può incidere sulla vicenda penale scaturita da un fatto-reato commesso anteriormente» e «seguendo un condivisibile approccio “sostanzialistico”, la Corte Edu ha riconosciuto che istituti, pur formalmente non classificati come “penali” e inseriti nel contesto della normativa di matrice penitenziaria, non possono essere considerati alla stregua di mere “modalità di esecuzione della pena” (e dunque sottratti al principio di irretroattività), qualora incidano su quest’ultima in termini di sostanziale modificazione quantitativa ovvero qualitativa della pena stessa»;
  • per violazione del principio di affidamento, in quanto anche nell’ipotesi in cui non si ritenesse dogmaticamente condivisibile la tesi per cui il momento della commissione del reato costituisce il momento in cui si cristallizza non solo il trattamento sanzionatorio dal punto di vista dell’entità della pena ma anche la qualità tipologica della stessa, la più autorevole dottrina ha comunque affermato che tale “punto fermo” del quadro sanzionatorio non potrebbe comunque essere fissato oltre la data del passaggio in giudicato della sentenza di condanna, poiché è (quantomeno) da tale passaggio in giudicato che si rende concreta nei confronti del reo la potestà punitiva dello Stato, così che lederebbe le legittime aspettative del condannato ogni eventuale modifica che rendesse più severo il trattamento sanzionatorio, aggravando in tal modo la pena stabilita dal giudice in relazione alla condotta penalmente illecita accertata in capo al soggetto. Tale legittimo affidamento non può che comprendere tanto l’an, quanto la tipologia, quanto ancora la dimensione quantitativa della sanzione penale che lo Stato promette di irrogare al colpevole se quel determinato reato verrà accertato».
  • per violazione del principio di ragionevolezza e del canone rieducativo, in quanto «la disciplina più severa, incidendo su esecuzioni relative a fatti commessi anteriormente, produce, infatti, una irragionevole disparità di trattamento tra soggetti che giudicati colpevoli dei medesimi delitti, abbiano visto decisa dal giudice di sorveglianza la propria istanza di misura alternativa prima della vigenza della l. 3/2019 o successivamente a tale data, per mera casualità o per il difforme carico dei tribunali di sorveglianza sul territorio nazionale […] tale situazione viola, altresì, per i medesimi motivi il principio sancito da comma 3, art. 27 Cost., nella misura in cui incide in senso deteriore sulla libertà personale dei condannati e sui connessi percorsi rieducativi senza alcuna correlazione con un giudizio sulla personalità dei medesimi e sul grado di rieducazione da essi raggiunto.
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