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Corruzione internazionale e responsabilità della società incorporante per gli illeciti già commessi dall’incorporata

24 Marzo 2016 |

Cass. pen., Sez. VI

Responsabilità degli enti

La necessità di dare una effettiva risposta a livello sanzionatorio per gli illeciti commessi dalla società impone di punire la società risultante da una fusione anche per quegli illeciti commessi dalla società incorporata prima dell’incorporazione stessa, senza che ciò integri una violazione del principio della personalità della responsabilità penale, dato che il fenomeno della fusione non produce l’estinzione delle società fuse o incorporate, in quanto queste ultime continuano ad esistere come soggetti unificati con il soggetto risultante dalla fusione o incorporante: la fusione non determina la morte delle società fuse o incorporate ma, soltanto, una modificazione dei loro atti costitutivi e dei loro statuti, cui si affianca soltanto la perdita della loro “individualità”

È quanto espresso dalla sesta Sezione penale della Cassazione che ha deciso sul ricorso presentato da Saipem S.P.A., condannata in primo e secondo grado per l’illecito amministrativo di cui agli artt. 5, 6, 7, 25, commi 2 e 3, del d.lgs. 231/2001 in relazione al reato di corruzione internazionale (artt. 110, 321, 319, 319-bis e 322-bis, comma 2, n. 2 c.p.) nell’interesse e a vantaggio di Snamprogetti S.P.A., dal 2008 incorporata nella ricorrente.

La condotta era consistita nella promessa e poi nell’effettiva corresponsione da parte della joint venture, a cui ha partecipato la suddetta società incorporata, di compensi corruttivi per oltre 170 milioni di dollari in favore di pubblici ufficiali nigeriani posti sia ai massimi livelli (Presidenti della Repubblica nigeriana succedutisi nel tempo) che ai livelli inferiori, per ottenere contratti dal valore complessivo di oltre 6 miliardi di dollari per la realizzazione di un impianto di liquefazione del gas naturale nell’area di Bonny Island in Nigeria. Tale attività corruttiva aveva avuto inizio nel 1994, anno in cui si era costituita la joint venture, ed era proseguita fino al 2004.

L’incorporante Saipem S.P.A., con i diversi motivi presentati nel ricorso, lamenta l’addebito nei suoi confronti dei reati presupposto commessi da altra e differente società la quale è stata incorporata dalla ricorrente successivamente rispetto alla commissione dei reati da parte di Snamprogetti. Richiamando le diverse Convenzioni internazionali sul tema, nonché la copiosa giurisprudenza della Corte di giustizia europea, i giudici di legittimità ricordano come la risposta sanzionatoria, prevista per i fatti costituenti reato commessi da enti collettivi, non può da questi ultimi essere evitata attraverso una “riorganizzazione aziendale”. Se così fosse la fusione costituirebbe il mezzo, per una società, di eludere le conseguenze delle infrazioni eventualmente commesse a danno dello Stato.

Nel decreto legislativo 231/2001 è stato preso atto di tale esigenza prevedendo, all’art. 29, che nel caso di fusione, anche per incorporazione, l’ente che ne risulta risponde dei reati dei quali erano responsabili gli enti partecipanti alla fusione.

La società incorporante, pertanto, non può definirsi soggetto terzo rispetto alla società incorporata a maggior ragione se, come nel caso di specie, è dimostrato che la Saipem fosse già a conoscenza, al momento dell’incorporazione, della joint venture e dei suoi reali scopi.

Il supremo Collegio si esprime poi sulla lamentata sussistenza della violazione del ne bis in idem internazionale: non trattandosi di principio o consuetudine di diritto internazionale il ne bis in idem internazionaledeve trovare la sua fonte in un obbligo pattizio. Non essendo in vigore in Italia alcuna norma volta a precludere in via generale il rinnovamento del giudizio, eseguito all’estero, per gli stessi fatti, gli accordi raggiunti in Nigeria e negli Usa per la definizione dei processi penali avviati in tali Stati non impediscono l’esercizio della giurisdizione italiana.

Infine, la Cassazione afferma, nel respingere anche tale motivo di ricorso, che qualora il reato presupposto dell'illecito amministrativo sia quello di corruzione, ai fini del calcolo della prescrizione, il momento consumativo si deve individuare nei versamenti effettuati in adempimento degli accordi corruttivi. 

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