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Agli Avvocati di ogni età, perché ci credano, anche sognando un po’. Nonostante tutto

21 Febbraio 2017 | Difesa e difensore

DIFENDERE. Per alcuni è una parola magica, emozionante. Evoca generosità, solidarietà, forza d’animo: profili nobili dell’uomo, non rari, certamente eterni. Difendere chi ne ha bisogno, il debole dal forte, l’accusato dall’accusatore. Per alcuni è istintivo, un’esigenza stringente. Non per tutti. Nemmeno per tutti gli avvocati, che pure di difesa dovrebbero essere impregnati.

Fare l’avvocato non comporta automaticamente la voglia, il gusto e l’emozione di difendere. Questo è privilegio di chi è avvocato, che è un’altra cosa. La funzione difensiva, un tempo status molto ambito e oggi rumoroso mercato, è diventata per un gran numero di persone e per troppi avvocati soltanto un mestiere. Non affidabile, non invidiabile, né del resto invidiato. Talora strumento delle mascalzonate più varie. Ma questa è patologia, anche se la patologia della difesa si incontra tutti i giorni, spesso più volte al giorno. Qui, senza estraniarsi dalla realtà sennò sarebbe solo un sogno, ci si limita alla fisiologia, alla malia della Difesa come dovrebbe essere e certamente ancora è, più di quanto si creda, forte della sua immortalità storica e logica. Senza illusioni, però. Gli avvocati non possono diventare visionari, devono aver ben chiara la componente onirica del loro compito e tenerla a bada. Come devono aver ben chiare le carognate e perseguirle per quanto sia possibile.

La Difesa non è una prerogativa esclusiva degli avvocati. Processi e sentenze non sono solo quelli dei tribunali. Quotidianamente, più o meno consapevolmente, tutti noi siamo indotti a processare, spesso sommariamente, e subito dopo a giudicare quel che succede attorno a noi, individuando chi ne sembra l’autore. Negando platealmente i principi processuali della nostra civiltà, quelli costituzionali innanzitutto: presunzione di innocenza, diritto di difesa, giusto processo, etc. Eppure, durante la nostra avventura umana, vorremmo tutti, anche fuori dai processi autentici, regole chiare e rispettate, solide e rafforzate da un’adeguata sorveglianza per la loro applicazione, nonché da una giusta sanzione per la loro violazione.

Giusta. Già, perché la Giustizia è appunto un’aspirazione e un’esigenza istintiva, radicata nella mente dell’uomo. Possono cambiare le opinioni sulle modalità e sui contenuti, per alcuni la giustizia è quella che per altri è ingiustizia. Ma tutti abbiamo bisogno di punti fermi e condivisibili. Per raggiungerla ci vogliono accusatori e difensori, non solo giudici. E quindi processi seppure alla buona, anche al di fuori dai tribunali. E i processi oggi dipendono sempre più dalla fantasia, dalla sensibilità, dall’intelligenza dell’uomo. Tanto che non di rado i processi autentici, senza alcuna eccezione per quelli relativi a reati di poco conto (a volte non ritenuti tali nemmeno da quanti li subiscano), somigliano a romanzi o quantomeno a racconti, comunque a storie di fantasia.

Una somiglianza spesso doppia: dalla vicenda umana (tragica o comica, cinica o commovente), che sfocia nell’intervento dell’autorità giudiziaria, allo svolgimento del processo, spesso imprevedibile e aperto a mille varianti. Non tanto per l’inesauribile inventiva della realtà (forse è la vita il romanzo più affascinante, la vita di ciascun essere umano), quanto per la strategia variabile delle parti, per la loro abilità, per gli errori clamorosi che ribaltano le sorti del giudizio, per la creatività della rappresentazione delle rispettive ragioni. E ciò alla ricerca di una Giustizia che tutti vorremmo e che spesso non ci soddisfa.

Nel processo penale l’avvocato può essere un prim'attore, nel bene o nel male determinante per l’esito del giudizio, oppure un comprimario che non si distanzia dalla mediocrità e persino, miseramente, solo una comparsa. Comunque l’esito è spesso legato alla professionalità del difensore. In certi processi, inquinati da un’attenzione particolare, peggio se anche mediatica, la tensione è molto elevata. Specie durante le indagini preliminari, con un coinvolgimento personale contenuto in ragione della sua funzione, magari sedotto dall’apparizione del suo nome e del suo volto sui media, il prim’attore è il pubblico ministero; altre volte è appunto il difensore, dinamico, saggio, disinvolto o ignorante che sia; più raramente – ma non meno sentito – si coglie il coinvolgimento della parte civile, troppe volte interessata, più che alla verità, alla condanna dell’imputato anche innocente pur di conseguire l’ambito risarcimento.

Certi testimoni, a volte pavidi o peggio omertosi, mediocri figuranti costretti a presentarsi svogliatamente nella scena, vivacizzano il processo e sconvolgono i piani delle parti. L’ultima parola è sempre del giudice, dal cui equilibrio, e buon senso, e terzietà, dipende la qualità della decisione, che forse sarà un lieto fine per l’uno e un dramma per l’altro.

Un giudice, dominus indiscusso dell’ultima parola, dovrebbe riuscire ad evitare il rischio di porsi da protagonista, ossia non dovrebbe inserirsi, personalizzandola, nell’armonia di un processo giusto; né dovrebbe essere ossessionato, come purtroppo capita sempre più, dalla sindrome della durata del processo. Invece, curiosamente, nel tentativo di accorciare i tempi, fraintendendo il senso del principio costituzionale (laddove la durata che la Costituzione vuole ragionevole, ossia rispettosa dei canoni processuali, e non breve, cioè rapida e sommaria, è sancita a garanzia dell’imputato), il giudice finisce col limitarne – di solito senza accorgersene – proprio i diritti fondamentali che dovrebbe tutelare.

Tuttavia, il vero protagonista, suo malgrado, del processo penale è l’imputato, che spesso sconta proprio per l’ansia della pendenza del processo una pena ingiusta, comunque ulteriore, spesso unica. All’inizio delle indagini non si sa chi sarà il protagonista e nemmeno se ve ne sarà uno: alcune inchieste si archiviano perché l’autore rimane ignoto. Tanti processi scorrono ripetitivi, senza tensione, senza pathos nemmeno al momento del verdetto, magari anch’esso scontato, svogliato e burocraticamente, noiosamente giusto. Il ruolo dell’avvocato è quello che fisiologicamente dovrebbe offrire il maggior numero di variabili, con le difficoltà che ne conseguono, soprattutto quando l’assistito non è in grado di comprenderne la differenza e si affida ciecamente al suo difensore. La strategia di un legale interventista, o superficiale, o esibizionista, può alterare l’accertamento probatorio e la stessa correttezza della decisione. E danneggiare l’imputato. D’altra parte, una difesa non protagonista, non dinamica, finisce col subire passivamente il verdetto mortificando i diritti dell’imputato o affidandoli soltanto al giudice, così vanificando la propria funzione. Trovare il giusto equilibrio tra le strategie da adottare, insieme alla consapevolezza di quel che potrebbe derivare da una scelta errata è responsabilità dell’avvocato, anzi è autentica professionalità.

Alcuni processi, più o meno intriganti, vengono enfatizzati dai mass media e spesso collezionano violazioni deontologiche se non penali di quanti concorrano –anche per omissione – in indubbie trasgressioni: dal magistrato all’avvocato, dalla polizia giudiziaria al fotografo, dal cineoperatore al giornalista. Non ci interessa in questa sede il dato, se non per rilevare la grande attenzione del pubblico per la giustizia e le sue vittime, purtroppo in genere dettata più dal voyeurismo che da umana solidarietà. Quando viene arrestata una persona in vista, in tanti ritengono soddisfatti che i suoi successi e denari sarebbero frutto dell’illegalità, proprio come i propri insuccessi dipenderebbero da una rigorosa onestà. Quando si arresta l’indagato di un grave delitto di criminalità, ci si lascia conquistare da una sorta di gratificazione, presumendo una colpevolezza che contrasta con la civiltà costituzionale e con le garanzie fondamentali di noi tutti.

Le riprese fotografiche o televisive di persone in manette sono espressamente vietate, eppure beffardamente presenti ogni giorno in televisione e nelle testate giornalistiche. L’ultima trovata è di coprire il volto in tv con quel cerchio bianco che vorrebbe aggirare il divieto mentre la persona, di cui s’è detto nome e cognome e che si è vista ripetutamente senza manette, viene portata ai ferri nell’auto della polizia giudiziaria. Le proteste vengono ignorate, nessuno persegue queste sciacallesche invasioni nella vita di un indagato che statisticamente ha forti probabilità di esser assolto, quasi inutilmente quando venga emessa una sorta di sentenza mediatica severa e inappellabile, oltre che ancor più indimenticabile se rafforzata dalle immagini.

 

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È vero, ci sono tante miserie, tante furfanterie, tante imboscate contro il diritto di Difesa. Eppure da sole non bastano, se c’è il difensore a sorvegliare.

La tutela dell’imputato, le garanzie fondamentali, i diritti dell’uomo, dipendono in gran parte dal difensore. Ci sono tanti splendidi avvocati, il cui valore e la cui correttezza a volte rimangono dentro la toga, coperti da quel che solo loro sanno delle ragioni di certe strategie, da quel che in segreto professionale hanno appreso. Non si può giudicare validamente la loro condotta.

Non è facile, a volte è proprio difficile, capire se un difensore abbia sbagliato, senza conoscere quel che solo lui conosce e si tiene per sé, quali che siano le critiche ricevute.

Anche questo è il fascino della Difesa.

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